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Radio Vaticana 21 novembre 2010
Benedetto
XVI nella Messa in San Pietro con i nuovi cardinali:
servite la fede nell’obbedienza alla Croce.
Appelli all’Angelus per i cristiani perseguitati
in Iraq e per gli alluvionati in Colombia e speciali
preghiere per le vittime della strada e per le
comunità di clausura
Il
primo servizio del Papa è quello della fede e di
persistere nell’obbedienza alla croce e cosi anche
debbono fare i cardinali. Lo ha ricordato Benedetto
XVI nell’omelia della Santa Messa celebrata
stamane nella Basilica vaticana con i 24 nuovi
porporati aggregati ieri al Collegio cardinalizio,
nel corso del Concistoro pubblico. Il Santo Padre ha
poi rivolto all’Angelus due appelli per i
cristiani perseguitati e per gli alluvionati in
Colombia e un richiamo alla prudenza sulle strade,
assicurando le sue preghiere per tutte le vittime di
incidenti. Il servizio di Roberta Gisotti:
(musica)
Porporati, vescovi, autorità, ambasciatori e
fedeli di tutto il mondo riuniti nella Basilica di
San Pietro con il Papa per una “lieta
circostanza”: la Messa con i nuovi porporati e la
consegna dell’anello cardinalizio, “sigillo”
del “patto nuziale con la Chiesa”, con su
“raffigurata l’immagine della Crocefissione”.
Nell’odierna solennità di Cristo Re, che
chiude l’anno liturgico, Benedetto XVI ha chiesto
di “meditare profondamente sul ministero del
Vescovo di Roma e su quello ad esso legato dei
cardinali alla luce della regalità di Gesù”.
“Il primo servizio del Successore di Pietro
è quello della fede”.
“Pietro - ha spiegato il Papa - diviene
‘pietra’ della Chiesa in quanto portatore del
Credo”, una fede la sua “dapprima acerba e
ancora ‘troppo umana’, ma poi, dopo la Pasqua,
matura e capace di seguire Cristo fino al dono di sé;
matura nel credere che Gesù è veramente il Re; che
lo è proprio perché è rimasto sulla Croce, e in
quel modo ha dato la vita per i peccatori”:
“Il dramma che si svolge sotto la croce di
Gesù è un dramma universale; riguarda tutti gli
uomini di fronte a Dio che si rivela per quello che
è, cioè Amore”.
Il successore di Pietro e i cardinali sono dunque
chiamati “a stare con Gesù, come Maria e non
chiedergli di scendere dalla croce, ma rimanere lì
con Lui”.
“E questo, a motivo del nostro ministero,
dobbiamo farlo non solo per noi stessi, ma per tutta
la Chiesa, per tutto il popolo di Dio”.
Infatti “la croce fu il punto critico della
fede di Simon Pietro e degli altri apostoli”,
“erano uomini e pensavano ‘secondo gli
uomini’, non potevano tollerare l’idea di un
Messia crocefisso”. Ecco che, la conversione di
Pietro si realizza pienamente quando rinuncia a
voler salvare Gesù e accetta di essere salvato da
Lui”, ha spiegato il Santo Padre.
“Anche il mio ministero, cari Fratelli, e di
conseguenza anche il vostro, consiste tutto nella
fede. Gesù può costruire su di noi la sua Chiesa
tanto quanto trova in noi di quella fede vera,
pasquale, quella fede che non vuole far scendere Gesù
dalla Croce, ma si affida a Lui sulla Croce”.
“Il luogo autentico del Vicario di Cristo è la
Croce, persistere nell’obbedienza della Croce”,
ha ribadito Benedetto XVI:
“E’ difficile questo ministero, perché
non si allinea al modo di pensare degli uomini, a
quella logica naturale che peraltro rimane sempre
attiva anche in noi stessi. Ma questo è e rimane
sempre il nostro primo servizio, il servizio della
fede, che trasforma tutta la vita”:
“Credere che Gesù è Dio, che è il Re proprio
perché è arrivato fino a quel punto, perché ci ha
amati fino all’estremo”.
“Il Papa e i Cardinali sono chiamati ad
essere profondamente uniti prima di tutto in questo:
tutti insieme, sotto la guida del Successore di
Pietro, devono rimanere nella signoria di Cristo,
pensando e operando secondo la logica della Croce
– e ciò non è mai facile né scontato”.
E’ “all’interno di questo disegno, che
trascende la storia e, al tempo stesso, si rivela e
si realizza in essa, trova posto la Chiesa,
‘corpo’ di cui Cristo è ‘il capo’”:
….“ecco qual è la nostra gioia: quella di
partecipare, nella Chiesa, alla pienezza di Cristo
attraverso l’obbedienza della Croce, di
“partecipare alla sorte dei santi nella luce”,
di essere stati “trasferiti” nel regno del
Figlio di Dio.
(musica)
E’ tornato a parlare il Papa all’Angelus
della solennità di Cristo Re, istituita da Pio XI
nel 1925, citando poi il Vangelo odierno di San
Luca, che “presenta, come in un grande quadro, la
regalità di Gesù nel momento della
crocefissione”. Da qui l’invito a scorgere “la
via dell’amore che il Signore ci rivela e ci
invita a percorrere anche nell’arte cristiana.”
Quindi l’affidamento alla Madonna dei
neo-porporati nell’odierna memoria della
Presentazione al Tempio alla Vergine Maria.
Dopo la recita mariana Benedetto XVI ha rivolto
alcuni accorati appelli a partire dall’Iraq,
nell’odierna Giornata di preghiera in Italia per i
cristiani perseguitati.
“Mi unisco a questa corale invocazione al
Dio della vita e della pace, affinché in ogni parte
del mondo sia assicurata a tutti la libertà
religiosa. Sono vicino a questi fratelli e sorelle
per l’alta testimonianza di fede che rendono a
Dio”.
Poi per i tanti morti ed oltre un milione di
alluvionati in Colombia.
“Auspicando che gli appelli alla solidarietà
siano ascoltati, elevo preghiere al Signore per le
vittime e per quanti stanno vivendo ore di ansia e
sofferenza”.
Quindi nella Giornata pro Orantibus ha chiesto di
sostenere concretamente le comunità di clausura.
Non ha dimenticato infine speciali preghiere per le
vittime della strada, ricorrendo oggi la giornata
loro dedicata.
….“incoraggio a proseguire nell’impegno
della prevenzione, che sta dando buoni risultati,
ricordando sempre che la prudenza e il rispetto
delle norme sono la prima forma di tutela di sé e
degli altri”.
Nei saluti finali
nelle varie lingue, il Santo Padre ha segnalato la
presenza tra i numerosi fedeli raccolti in piazza
San Pietro di una qualificata rappresentanza
dell’Arma dei Carabinieri e dei volontari del
“Banco Alimentare” giunti a chiedere al
benedizione del Papa prima della colletta di sabato
prossimo.
OMELIA
DEL SANTO PADRE BENEDETTO XVI
Signori
Cardinali,
venerati Fratelli nell’Episcopato e nel
Sacerdozio,
cari fratelli e sorelle!
Nella
solennità di Cristo Re dell’universo, abbiamo la
gioia di radunarci intorno all’Altare del Signore
insieme con i 24 nuovi Cardinali, che ieri ho
aggregato al Collegio Cardinalizio. Ad essi,
innanzitutto, rivolgo il mio cordiale saluto, che
estendo agli altri Porporati e a tutti i Presuli
presenti; come pure alle distinte Autorità, ai
Signori Ambasciatori, ai sacerdoti, ai religiosi e a
tutti i fedeli, venuti da varie parti del mondo per
questa lieta circostanza, che riveste uno spiccato
carattere di universalità.
Molti
di voi avranno notato che anche il precedente
Concistoro Pubblico per la creazione dei Cardinali,
tenutosi nel novembre 2007, fu celebrato alla
vigilia della solennità di Cristo Re. Sono passati
tre anni e, quindi, secondo il ciclo liturgico
domenicale, la Parola di Dio ci viene incontro
attraverso le medesime Letture bibliche, proprie di
questa importante festività. Essa si colloca
nell’ultima domenica dell’anno liturgico e ci
presenta, al termine dell’itinerario della fede,
il volto regale di Cristo, come il Pantocrator
nell’abside di un’antica basilica. Questa
coincidenza ci invita a meditare profondamente sul
ministero del Vescovo di Roma e su quello, ad esso
legato, dei Cardinali, alla luce della singolare
Regalità di Gesù, nostro Signore.
Il
primo servizio del Successore di Pietro è quello
della fede. Nel Nuovo Testamento, Pietro diviene
"pietra" della Chiesa in quanto portatore
del Credo: il "noi" della Chiesa inizia
col nome di colui che ha professato per primo la
fede in Cristo, inizia con la sua fede; una
fede dapprima acerba e ancora "troppo
umana", ma poi, dopo la Pasqua, matura e capace
di seguire Cristo fino al dono di sé; matura nel
credere che Gesù è veramente il Re; che lo è
proprio perché è rimasto sulla Croce, e in
quel modo ha dato la vita per i peccatori. Nel
Vangelo si vede che tutti chiedono a Gesù di
scendere dalla croce. Lo deridono, ma è anche un
modo per discolparsi, come dire: non è colpa nostra
se tu sei lì sulla croce; è solo colpa tua, perché
se tu fossi veramente il Figlio di Dio, il Re dei
Giudei, tu non staresti lì, ma ti salveresti
scendendo da quel patibolo infame. Dunque, se rimani
lì, vuol dire che tu hai torto e noi abbiamo
ragione. Il dramma che si svolge sotto la croce di
Gesù è un dramma universale; riguarda tutti gli
uomini di fronte a Dio che si rivela per quello che
è, cioè Amore. In Gesù crocifisso la divinità è
sfigurata, spogliata di ogni gloria visibile, ma è
presente e reale. Solo la fede sa riconoscerla: la
fede di Maria, che unisce nel suo cuore anche questa
ultima tessera del mosaico della vita del suo
Figlio; Ella non vede ancora il tutto, ma continua a
confidare in Dio, ripetendo ancora una volta con lo
stesso abbandono "Ecco la serva del
Signore" (Lc 1,38). E poi c’è la fede
del buon ladrone: una fede appena abbozzata, ma
sufficiente ad assicurargli la salvezza: "Oggi
con me sarai nel paradiso". Decisivo è quel
"con me". Sì, è questo che lo salva.
Certo, il buon ladrone è sulla croce come
Gesù, ma soprattutto è sulla croce con Gesù.
E, a differenza dell’altro malfattore, e di tutti
gli altri che li scherniscono, non chiede a Gesù di
scendere dalla croce né di farlo scendere. Dice
invece: "Ricordati di me quando entrerai nel
tuo regno". Lo vede in croce, sfigurato,
irriconoscibile, eppure si affida a Lui come ad un
re, anzi, come al Re. Il buon ladrone crede a ciò
che c’è scritto su quella tavola sopra la testa
di Gesù: "Il re dei Giudei": ci crede, e
si affida. Per questo è già, subito,
nell’"oggi" di Dio, in paradiso, perché
il paradiso è questo: essere con Gesù,
essere con Dio.
Ecco
allora, cari Fratelli, emergere chiaramente il primo
e fondamentale messaggio che la Parola di Dio oggi
dice a noi: a me, Successore di Pietro, e a voi,
Cardinali. Ci chiama a stare con Gesù, come
Maria, e non chiedergli di scendere dalla croce, ma
rimanere lì con Lui. E questo, a motivo del nostro
ministero, dobbiamo farlo non solo per noi stessi,
ma per tutta la Chiesa, per tutto il popolo di Dio.
Sappiamo dai Vangeli che la croce fu il punto
critico della fede di Simon Pietro e degli altri
Apostoli. E’ chiaro e non poteva essere
diversamente: erano uomini e pensavano "secondo
gli uomini"; non potevano tollerare l’idea di
un Messia crocifisso. La "conversione" di
Pietro si realizza pienamente quando rinuncia a
voler "salvare" Gesù e accetta di essere
salvato da Lui. Rinuncia a voler salvare Gesù dalla
croce e accetta di essere salvato dalla sua croce.
"Io ho pregato per te, perché la tua fede non
venga meno. E tu, una volta convertito, conferma i
tuoi fratelli" (Lc 22,32), dice il
Signore. Il ministero di Pietro consiste tutto nella
sua fede, una fede che Gesù riconosce subito, fin
dall’inizio, come genuina, come dono del Padre
celeste; ma una fede che deve passare attraverso lo
scandalo della croce, per diventare autentica,
davvero "cristiana", per diventare
"roccia" su cui Gesù possa costruire la
sua Chiesa. La partecipazione alla signoria di
Cristo si verifica in concreto solo nella
condivisione con il suo abbassamento, con la Croce.
Anche il mio ministero, cari Fratelli, e di
conseguenza anche il vostro, consiste tutto nella
fede. Gesù può costruire su di noi la sua Chiesa
tanto quanto trova in noi di quella fede vera,
pasquale, quella fede che non vuole far scendere Gesù
dalla Croce, ma si affida a Lui sulla Croce. In
questo senso il luogo autentico del Vicario di
Cristo è la Croce, persistere nell’obbedienza
della Croce.
E’
difficile questo ministero, perché non si allinea
al modo di pensare degli uomini – a quella logica
naturale che peraltro rimane sempre attiva anche in
noi stessi. Ma questo è e rimane sempre il nostro
primo servizio, il servizio della fede, che
trasforma tutta la vita: credere che Gesù è Dio,
che è il Re proprio perché è arrivato fino
a quel punto, perché ci ha amati fino
all’estremo. E questa regalità paradossale,
dobbiamo testimoniarla e annunciarla come ha
fatto Lui, il Re, cioè seguendo la sua stessa via e
sforzandoci di adottare la sua stessa logica, la
logica dell’umiltà e del servizio, del chicco di
grano che muore per portare frutto. Il Papa e i
Cardinali sono chiamati ad essere profondamente
uniti prima di tutto in questo: tutti insieme, sotto
la guida del Successore di Pietro, devono rimanere
nella signoria di Cristo, pensando e operando
secondo la logica della Croce – e ciò non è mai
facile né scontato. In questo dobbiamo essere
compatti, e lo siamo perché non ci unisce
un’idea, una strategia, ma ci uniscono l’amore
di Cristo e il suo Santo Spirito. L’efficacia del
nostro servizio alla Chiesa, la Sposa di Cristo,
dipende essenzialmente da questo, dalla nostra
fedeltà alla regalità divina dell’Amore
crocifisso. Per questo, sull’anello che oggi vi
consegno, sigillo del vostro patto nuziale con la
Chiesa, è raffigurata l’immagine della
Crocifissione. E per lo stesso motivo il colore del
vostro abito allude al sangue, simbolo della vita e
dell’amore. Il Sangue di Cristo che, secondo
un’antica iconografia, Maria raccoglie dal costato
trafitto del Figlio morto sulla croce; e che
l’apostolo Giovanni contempla mentre sgorga
insieme con l’acqua, secondo le Scritture
profetiche.
Cari
Fratelli, da qui deriva la nostra sapienza: sapientia
Crucis. Su questo ha riflettuto a fondo san
Paolo, il primo a tracciare un organico pensiero
cristiano, centrato proprio sul paradosso della
Croce (cfr 1Cor 1,18-25; 2,1-8). Nella Lettera
ai Colossesi - di cui la Liturgia odierna
propone l’inno cristologico - la riflessione
paolina, fecondata dalla grazia dello Spirito,
raggiunge già un livello impressionante di sintesi
nell’esprimere un’autentica concezione cristiana
di Dio e del mondo, della salvezza personale e
universale; e tutto è incentrato su Cristo, Signore
dei cuori, della storia e del cosmo: "E’
piaciuto infatti a Dio che abiti in lui tutta la
pienezza e che per mezzo di lui e in vista di lui
siano riconciliate tutte le cose, avendo pacificato
con il sangue della sua croce sia le cose che stanno
sulla terra, sia quelle che stanno nei cieli" (Col
1,19-20). Questo, cari Fratelli, siamo sempre
chiamati ad annunciare al mondo: Cristo
"immagine del Dio invisibile", Cristo
"primogenito di tutta la creazione" e
"di quelli che risorgono dai morti", perché
– come scrive l’Apostolo – "sia lui ad
avere il primato su tutte le cose" (Col
1,15.18). Il primato di Pietro e dei suoi Successori
è totalmente al servizio di questo primato di Gesù
Cristo, unico Signore; al servizio del suo Regno,
cioè della sua Signoria d’amore, affinché essa
venga e si diffonda, rinnovi gli uomini e le cose,
trasformi la terra e faccia germogliare in essa la
pace e la giustizia.
All’interno
di questo disegno, che trascende la storia e, al
tempo stesso, si rivela e si realizza in essa, trova
posto la Chiesa, "corpo" di cui Cristo è
"il capo" (cfr Col 1,18). Nella Lettera
agli Efesini, san Paolo parla esplicitamente
della signoria di Cristo e la mette in rapporto con
la Chiesa. Egli formula una preghiera di lode alla
"grandezza della potenza di Dio", che ha
risuscitato Cristo e lo ha costituito Signore
universale, e conclude: "Tutto infatti egli
[Dio] ha messo sotto i suoi piedi / e lo ha dato
alla Chiesa come capo su tutte le cose: / essa è il
corpo di lui, / la pienezza di colui che è il
perfetto compimento di tutte le cose" (Ef
1,22-23). La stessa parola "pienezza", che
spetta a Cristo, Paolo la attribuisce qui alla
Chiesa, per partecipazione: il corpo, infatti,
partecipa della pienezza del Capo. Ecco, venerati
Fratelli Cardinali – e mi rivolgo anche a tutti
voi, che con noi condividete la grazia di essere
cristiani – ecco qual è la nostra gioia: quella
di partecipare, nella Chiesa, alla pienezza di
Cristo attraverso l’obbedienza della Croce, di
"partecipare alla sorte dei santi nella
luce", di essere stati "trasferiti"
nel regno del Figlio di Dio (cfr Col
1,12-13). Per questo noi viviamo in perenne
rendimento di grazie, e anche attraverso le prove
non vengono meno la gioia e la pace che Cristo ci ha
lasciato, quale caparra del suo Regno, che è già
in mezzo a noi, che attendiamo con fede e speranza,
e pregustiamo nella carità. Amen.
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