|
Ascolta il servizio trasmesso da Radio Vaticana
Radio
Vaticana 25 ottobre 2009
Africa
alzati, non sei sola”: così il Papa alla Messa
conclusiva del Sinodo per il Continente. All’Angelus,
l’annuncio della consegna a Cipro del documento di
lavoro dell’Assemblea per il Medio Oriente
“Alzati,
Chiesa in Africa, famiglia di Dio…Coraggio! Alzati,
Continente africano”: questa l’esortazione di
Benedetto XVI, durante la Messa conclusiva del secondo
Sinodo per l’Africa, presieduta stamani in San Pietro.
Nella sua omelia, il Santo Padre ha lanciato un appello
alla riconciliazione e ha ribadito l’impegno della
Chiesa nella lotta alla fame e nella promozione umana.
Insieme al Papa, hanno concelebrato la Messa anche i padri
Sinodali, che indossavano la casula verde donata loro
dallo stesso Pontefice. All’Angelus, poi, Benedetto XVI
ha ricordato il Sinodo per il Medio Oriente, fissato per
il 2010, ed ha annunciato che consegnerà il documento di
lavoro di tale Assemblea nel corso della sua visita a
Cipro. Il servizio di Isabella Piro:
“Alzati, Chiesa in Africa, famiglia di
Dio…Coraggio! Alzati, Continente africano…”
(canto Enwere m anuri)
È “un messaggio di speranza per l’Africa” quello
che il Papa lancia al Continente attraverso la Basilica di
San Pietro, trasportato dalle voci ritmate dei cori della
comunità nigeriana di Roma e del Collegio etiopico. Perché
il disegno di Dio non muta attraverso i secoli, afferma il
Papa: il Signore punta alla stessa meta, il Regno della
libertà e della pace per tutti. E in particolare per i
fratelli africani, che soffrono “povertà, malattie,
ingiustizie, guerre e violenze, migrazioni forzate”.
“Figli prediletti” di Dio, li chiama il Papa, e
ricorda che a loro il Signore ha rinnovato la sua
chiamata:
“Sì, la fede in Gesù Cristo – quando è bene
intesa e praticata – guida gli uomini e i popoli alla
libertà nella verità, o, per usare le tre parole del
tema sinodale, alla riconciliazione, alla giustizia e alla
pace”.
“Questo è la Chiesa nel mondo – continua il Santo
Padre - comunità di persone riconciliate, operatrici di
giustizia e di pace; “sale e luce” in mezzo alla
società degli uomini e delle nazioni”:
“Il Sinodo ha ribadito con forza – e lo ha
manifestato – che la Chiesa è Famiglia di Dio, nella
quale non possono sussistere divisioni su base etnica,
linguistica o culturale. Testimonianze commoventi ci hanno
mostrato che, anche nei momenti più bui della storia
umana, lo Spirito Santo è all’opera e trasforma i cuori
delle vittime e dei persecutori perché si riconoscano
fratelli. La Chiesa riconciliata è potente lievito di
riconciliazione nei singoli Paesi e in tutto il Continente
africano”.
Poi, il Papa si sofferma sulla forma sacerdotale della
Chiesa, un sacerdozio trasmessole da Cristo e che diventa
esistenziale. Unita a Gesù mediante i Sacramenti, afferma
Benedetto XVI, “la Chiesa prolunga la sua azione
salvifica” e trasmette “il messaggio di salvezza
coniugando sempre l’evangelizzazione e la promozione
umana”. Qui, il Papa cita come esempio “la storica
Enciclica Populorum Progressio” di Paolo VI:
“Ciò che il Servo di Dio Paolo VI elaborò in
termini di riflessione, i missionari l’hanno realizzato
e continuano a realizzarlo sul campo, promuovendo uno
sviluppo rispettoso delle culture locali e
dell’ambiente, secondo una logica che ora, dopo più di
40 anni, appare l’unica in grado di far uscire i popoli
africani dalla schiavitù della fame e delle malattie”.
Questo significa trasmettere l’annuncio di speranza
secondo una “forma sacerdotale”, spiega il Pontefice,
cioè “vivendo in prima persona il Vangelo”,
traducendolo in progetti “coerenti con il principio
fondamentale dell’amore”. Quindi, il Papa ribadisce
l’esigenza di rinnovare lo sviluppo globale, perché
includa tutti i popoli, e si sofferma sulla
globalizzazione:
“Questa – occorre ricordare – non va intesa
fatalisticamente come se le sue dinamiche fossero prodotte
da anonime forze impersonali e indipendenti dalla volontà
umana. La globalizzazione è una realtà umana e come tale
è modificabile secondo l’una o l’altra impostazione
culturale. La Chiesa lavora con la sua concezione
personalista e comunitaria, per orientare il processo in
termini di relazionalità, di fraternità e di
condivisione”.
Poi, Benedetto XVI si rivolge direttamente
all’Africa, la esorta ad alzarsi per intraprendere con
coraggio il cammino di una nuova evangelizzazione:
“L’urgente azione evangelizzatrice (…)
comporta anche un appello pressante alla riconciliazione,
condizione indispensabile per instaurare in Africa
rapporti di giustizia tra gli uomini e per costruire una
pace equa e duratura nel rispetto di ogni individuo e di
ogni popolo; una pace che ha bisogno e si apre
all’apporto di tutte le persone di buona volontà, al di
là delle rispettive appartenenze religiose, etniche,
linguistiche, culturali e sociali”.
In questa missione impegnativa, continua il Papa,
“tu, Chiesa pellegrina nell’Africa del terzo
millennio, non sei sola”: ti è vicina con la preghiera
e la solidarietà fattiva tutta la Chiesa cattolica e dal
Cielo ti accompagnano i santi e le sante africane. E
allora coraggio, esorta Benedetto XVI, alzati Africa e
accogli con entusiasmo il Vangelo:
“Mentre offre il pane della Parola e
dell’Eucaristia, la Chiesa si impegna anche ad operare,
con ogni mezzo disponibile, perché a nessun africano
manchi il pane quotidiano. Per questo, insieme all’opera
di primaria urgenza dell’evangelizzazione, i cristiani
sono attivi negli interventi di promozione umana”.
(canto Munzu ya)
E all’Angelus, il Santo Padre ricorda l’esperienza
di “preghiera e di ascolto reciproco” offerta dal
Sinodo, esprime la gioia per il dinamismo delle comunità
cristiane africane, che crescono in quantità e in qualità,
ringrazia lo slancio missionario che ha trovato terreno
fertile in numerose diocesi. Poi, ricorda alcuni temi
principali esaminati dall’Assemblea episcopale:
“Particolare rilievo è stato dato alla famiglia,
che anche in Africa costituisce la cellula primaria della
società, ma che oggi viene minacciata da correnti
ideologiche provenienti anche dall’esterno. Che dire,
poi, dei giovani esposti a questo tipo di pressione,
influenzati da modelli di pensiero e di comportamento che
contrastano con i valori umani e cristiani dei popoli
africani?”.
E ancora, il Papa sottolinea l’esigenza di
riconciliazione, giustizia e pace dell’Africa e la
necessità che tutti possano avere di che vivere e di
condurre “un’esistenza degna dell’essere umano”.
Poi, il Pontefice rammenta il suo viaggio in Camerun e in
Angola compiuto nel marzo scorso ed affida a tutte le
popolazioni africane il Messaggio finale del Sinodo:
“È un Messaggio che parte da Roma, sede del
Successore di Pietro, che presiede alla comunione
universale, ma si può dire, in un senso non meno vero,
che esso ha origine nell’Africa, di cui raccoglie le
esperienze, le attese, i progetti, e adesso ritorna
all’Africa, portando la ricchezza di un evento di
profonda comunione nello Spirito Santo. Cari fratelli e
sorelle che mi ascoltate dall’Africa! Affido in modo
speciale alla vostra preghiera i frutti del lavoro dei
Padri sinodali, e vi incoraggio con le parole del Signore
Gesù: siate sale e luce nell’amata terra africana!”.
Infine, Benedetto XVI guarda avanti, all’ottobre 2010
quando, dal 10 al 24, si svolgerà il Sinodo per il Medio
Oriente:
“In occasione della mia Visita a Cipro, avrò il
piacere di consegnare l’Instrumentum laboris di tale
assise”.
Nei
saluti in varie lingue al termine dell’Angelus,
Benedetto XVI ha quindi invocato la materna intercessione
di Maria, affidando a Lei i fedeli africani.
OMELIA
DEL SANTO PADRE BENEDETTO XVI
Venerati
Fratelli!
Cari fratelli e sorelle!
Ecco un
messaggio di speranza per l’Africa: l’abbiamo
ascoltato or ora dalla Parola di Dio. E’ il messaggio
che il Signore della storia non si stanca di rinnovare per
l’umanità oppressa e sopraffatta di ogni epoca e di
ogni terra, da quando rivelò a Mosè la sua volontà
sugli israeliti schiavi in Egitto: "Ho osservato la
miseria del mio popolo… ho udito il suo grido… conosco
le sue sofferenze. Sono sceso per liberarlo… e per farlo
salire verso una terra bella e spaziosa, verso una terra
dove scorrono latte e miele" (Es 3,7-8). Qual
è questa terra? Non è forse il Regno della
riconciliazione, della giustizia e della pace, a cui è
chiamata l’umanità intera? Il disegno di Dio non muta.
E’ lo stesso che fu profetizzato da Geremia, nei
magnifici oracoli denominati "Libro della
consolazione", da cui oggi è tratta la prima
lettura. E’ un annuncio di speranza per il popolo
d’Israele, prostrato dall’invasione dell’esercito di
Nabucodonosor, dalla devastazione di Gerusalemme e del
Tempio e dalla deportazione in Babilonia. Un messaggio di
gioia per il "resto" dei figli di Giacobbe, che
annuncia un futuro per essi, perché il Signore li
ricondurrà nella loro terra, attraverso una strada
diritta e agevole. Le persone bisognose di sostegno, come
il cieco e lo zoppo, la donna gravida e la partoriente,
sperimenteranno la forza e la tenerezza del Signore: Egli
è un padre per Israele, pronto a prendersene cura come
del primogenito (cfr Ger 31,7-9).
Il
disegno di Dio non muta. Attraverso i secoli e i
rivolgimenti della storia, Egli punta sempre alla stessa
meta: il Regno della libertà e della pace per tutti. E ciò
implica la sua predilezione per quanti di libertà e di
pace sono privi, per quanti sono violati nella propria
dignità di persone umane. Pensiamo in particolare ai
fratelli e alle sorelle che in Africa soffrono povertà,
malattie, ingiustizie, guerre e violenze, migrazioni
forzate. Questi figli prediletti del Padre celeste sono
come il cieco del Vangelo, Bartimeo, che "sedeva
lungo la strada a mendicare" (Mc 10,46), alle
porte di Gerico. Proprio per quella strada passa Gesù
Nazareno. E’ la strada che conduce a Gerusalemme, dove
si consumerà la Pasqua, la sua Pasqua sacrificale,
alla quale il Messia va incontro per noi. E’ la
strada del suo esodo che è anche il nostro:
l’unica via che conduce alla terra della
riconciliazione, della giustizia e della pace. Su quella
via il Signore incontra Bartimeo, che ha perduto la vista.
Le loro vie si incrociano, diventano un’unica via.
"Figlio di Davide, Gesù, abbi pietà di me!",
grida il cieco con fiducia. Replica Gesù:
"Chiamatelo!", e aggiunge: "Che cosa vuoi
che io faccia per te?". Dio è luce e creatore della
luce. L’uomo è figlio della luce, fatto per vedere la
luce, ma ha perso la vista, e si trova costretto a
mendicare. Accanto a lui passa il Signore, che si è fatto
mendicante per noi: assetato della nostra fede e del
nostro amore. "Che cosa vuoi che io faccia per
te?". Dio sa, ma chiede; vuole che sia l’uomo a
parlare. Vuole che l’uomo si alzi in piedi, che ritrovi
il coraggio di domandare ciò che gli spetta per la sua
dignità. Il Padre vuole sentire dalla viva voce del
figlio la libera volontà di vedere di nuovo la luce,
quella luce per la quale lo ha creato. "Rabbunì, che
io veda di nuovo!". E Gesù a lui: "Va’, la
tua fede ti ha salvato. E subito vide di nuovo e lo
seguiva lungo la strada" (Mc 10,51-52).
Cari
Fratelli, rendiamo grazie perché questo "misterioso
incontro tra la nostra povertà e la grandezza" di
Dio si è realizzato anche nell’Assemblea sinodale per
l’Africa che oggi si conclude. Dio ha rinnovato la sua
chiamata: "Coraggio! Alzati…" (Mc
10,49). E anche la Chiesa che è in Africa, attraverso i
suoi Pastori, venuti da tutti i Paesi del Continente, dal
Madagascar e dalle altre isole, ha accolto il messaggio di
speranza e la luce per camminare sulla via che conduce al
Regno di Dio. "Va’, la tua fede ti ha salvato"
(Mc 10,52). Sì, la fede in Gesù Cristo – quando
è bene intesa e praticata – guida gli uomini e i popoli
alla libertà nella verità, o, per usare le tre parole
del tema sinodale, alla riconciliazione, alla giustizia e
alla pace. Bartimeo che, guarito, segue Gesù lungo la
strada, è immagine dell’umanità che, illuminata dalla
fede, si mette in cammino verso la terra promessa.
Bartimeo diventa a sua volta testimone della luce,
raccontando e dimostrando in prima persona di essere stato
guarito, rinnovato, rigenerato. Questo è la Chiesa nel
mondo: comunità di persone riconciliate, operatrici di
giustizia e di pace; "sale e luce" in mezzo alla
società degli uomini e delle nazioni. Perciò il Sinodo
ha ribadito con forza – e lo ha manifestato – che la
Chiesa è Famiglia di Dio, nella quale non possono
sussistere divisioni su base etnica, linguistica o
culturale. Testimonianze commoventi ci hanno mostrato che,
anche nei momenti più bui della storia umana, lo Spirito
Santo è all’opera e trasforma i cuori delle vittime e
dei persecutori perché si riconoscano fratelli. La Chiesa
riconciliata è potente lievito di riconciliazione nei
singoli Paesi e in tutto il Continente africano.
La
seconda lettura ci offre un’ulteriore prospettiva: la
Chiesa, comunità che segue Cristo sulla via dell’amore,
ha una forma sacerdotale. La categoria del
sacerdozio, come chiave interpretativa del mistero di
Cristo e, di conseguenza, della Chiesa, è stata
introdotta nel Nuovo Testamento dall’Autore della Lettera
agli Ebrei. La sua intuizione prende origine dal Salmo
110, citato nel brano odierno, là dove il Signore Dio,
con solenne giuramento, assicura al Messia: "Tu sei
sacerdote per sempre al modo di Melchisedek" (v. 4).
Riferimento che ne richiama un altro, tratto dal Salmo 2,
nel quale il Messia annuncia il decreto del Signore che
dice di lui: "Tu sei mio figlio, io oggi ti ho
generato" (v. 7). Da questi testi deriva
l’attribuzione a Gesù Cristo del carattere sacerdotale,
non in senso generico, bensì "secondo l’ordine di
Melchisedek", vale a dire il sacerdozio sommo ed
eterno, di origine non umana ma divina. Se ogni sommo
sacerdote "è scelto fra gli uomini e per gli uomini
viene costituito tale nelle cose che riguardano Dio"
(Eb 5,1), solo Lui, il Cristo, il Figlio di Dio,
possiede un sacerdozio che si identifica con la sua stessa
Persona, un sacerdozio singolare e trascendente, da cui
dipende la salvezza universale. Questo suo sacerdozio
Cristo l’ha trasmesso alla Chiesa mediante lo Spirito
Santo; pertanto la Chiesa ha in se stessa, in ogni suo
membro, in forza del Battesimo, un carattere sacerdotale.
Ma – qui c’è un aspetto decisivo – il sacerdozio di
Gesù Cristo non è più primariamente rituale, bensì
esistenziale. La dimensione del rito non viene abolita,
ma, come appare chiaramente nell’istituzione
dell’Eucaristia, prende significato dal Mistero
pasquale, che porta a compimento i sacrifici antichi e li
supera. Nascono così contemporaneamente un nuovo
sacrificio, un nuovo sacerdozio ed anche un nuovo tempio,
e tutti e tre coincidono con il Mistero di Gesù Cristo.
Unita a Lui mediante i Sacramenti, la Chiesa prolunga la
sua azione salvifica, permettendo agli uomini di essere
risanati mediante la fede, come il cieco Bartimeo. Così
la Comunità ecclesiale, sulle orme del suo Maestro e
Signore, è chiamata a percorrere decisamente la strada
del servizio, a condividere fino in fondo la condizione
degli uomini e delle donne del suo tempo, per testimoniare
a tutti l’amore di Dio e così seminare speranza.
Cari
amici, questo messaggio di salvezza la Chiesa lo trasmette
coniugando sempre l’evangelizzazione e la promozione
umana. Prendiamo ad esempio la storica Enciclica Populorum
progressio: ciò che il Servo di Dio Paolo VI elaborò
in termini di riflessione, i missionari l’hanno
realizzato e continuano a realizzarlo sul campo,
promuovendo uno sviluppo rispettoso delle culture locali e
dell’ambiente, secondo una logica che ora, dopo più di
40 anni, appare l’unica in grado di far uscire i popoli
africani dalla schiavitù della fame e delle malattie.
Questo significa trasmettere l’annuncio di speranza
secondo una "forma sacerdotale", cioè vivendo
in prima persona il Vangelo, cercando di tradurlo in
progetti e realizzazioni coerenti con il principio
dinamico fondamentale, che è l’amore. In queste tre
settimane, la Seconda Assemblea Speciale per l’Africa
del Sinodo dei Vescovi ha confermato ciò che il mio
venerato predecessore Giovanni Paolo II aveva già messo
bene a fuoco, e che ho voluto anch’io approfondire nella
recente Enciclica Caritas in veritate: occorre, cioè,
rinnovare il modello di sviluppo globale, in modo che sia
capace di "includere tutti i popoli e non solamente
quelli adeguatamente attrezzati" (n. 39). Quanto la
dottrina sociale della Chiesa ha sempre sostenuto a
partire dalla sua visione dell’uomo e della società,
oggi è richiesto anche dalla globalizzazione (cfr ibid.).
Questa – occorre ricordare – non va intesa
fatalisticamente come se le sue dinamiche fossero prodotte
da anonime forze impersonali e indipendenti dalla volontà
umana. La globalizzazione è una realtà umana e come tale
è modificabile secondo l’una o l’altra impostazione
culturale. La Chiesa lavora con la sua concezione
personalista e comunitaria, per orientare il processo in
termini di relazionalità, di fraternità e di
condivisione (cfr ibid., n. 42).
"Coraggio,
alzati!…". Così quest’oggi il Signore della vita
e della speranza si rivolge alla Chiesa e alle popolazioni
africane, al termine di queste settimane di riflessione
sinodale. Alzati, Chiesa in Africa, famiglia di Dio, perché
ti chiama il Padre celeste che i tuoi antenati invocavano
come Creatore, prima di conoscerne la vicinanza
misericordiosa, rivelatasi nel suo Figlio unigenito, Gesù
Cristo. Intraprendi il cammino di una nuova
evangelizzazione con il coraggio che proviene dallo
Spirito Santo. L’urgente azione evangelizzatrice, di cui
molto si è parlato in questi giorni, comporta anche un
appello pressante alla riconciliazione, condizione
indispensabile per instaurare in Africa rapporti di
giustizia tra gli uomini e per costruire una pace equa e
duratura nel rispetto di ogni individuo e di ogni popolo;
una pace che ha bisogno e si apre all’apporto di tutte
le persone di buona volontà al di là delle rispettive
appartenenze religiose, etniche, linguistiche, culturali e
sociali. In tale impegnativa missione tu, Chiesa
pellegrina nell’Africa del terzo millennio, non sei
sola. Ti è vicina con la preghiera e la solidarietà
fattiva tutta la Chiesa cattolica, e dal Cielo ti
accompagnano i santi e le sante africani, che, con la vita
talora sino al martirio, hanno testimoniato piena fedeltà
a Cristo.
Coraggio!
Alzati, Continente africano, terra che ha accolto il
Salvatore del mondo quando da bambino dovette rifugiarsi
con Giuseppe e Maria in Egitto per aver salva la vita
dalla persecuzione del re Erode. Accogli con rinnovato
entusiasmo l’annuncio del Vangelo perché il volto di
Cristo possa illuminare con il suo splendore la
molteplicità delle culture e dei linguaggi delle tue
popolazioni. Mentre offre il pane della Parola e
dell’Eucaristia, la Chiesa si impegna anche ad operare,
con ogni mezzo disponibile, perché a nessun africano
manchi il pane quotidiano. Per questo, insieme all’opera
di primaria urgenza dell’evangelizzazione, i cristiani
sono attivi negli interventi di promozione umana.
Cari
Padri Sinodali, al termine di queste mie riflessioni,
desidero rivolgervi il mio saluto più cordiale,
ringraziandovi per la vostra edificante partecipazione.
Tornando a casa, voi, Pastori della Chiesa in Africa,
portate la mia benedizione alle vostre Comunità.
Trasmettete a tutti l’appello risuonato sovente in
questo Sinodo alla riconciliazione, alla giustizia e alla
pace. Mentre si chiude l’Assemblea sinodale non posso
non rinnovare la mia viva riconoscenza al Segretario
Generale del Sinodo dei Vescovi e a tutti i suoi
collaboratori. Un grato pensiero esprimo ai cori della
comunità nigeriana di Roma e del Collegio Etiopico, che
contribuiscono all’animazione di questa liturgia. E
infine voglio ringraziare quanti hanno accompagnato i
lavori sinodali con la preghiera. La Vergine Maria
ricompensi tutti e ciascuno, e ottenga alla Chiesa in
Africa di crescere in ogni parte di quel grande
Continente, diffondendo dappertutto il "sale" e
la "luce" del Vangelo.
©
Copyright 2009 - Libreria Editrice Vaticana
|
|