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ORDINAZIONE
DI 19 DIACONI (3 MAGGIO 2009) |
Ascolta
il servizio trasmesso da Radio Vaticana
Radio
Vaticana, 3 maggio 2009
Il
Papa ordina 19 diaconi: uniti a Cristo per non farvi
inquinare dal mondo
I
sacerdoti siano immagine di Cristo nel mondo e non si
lascino trascinare da una certa mentalità che, dal mondo,
arriva ad inquinare la Chiesa fin nei suoi ministri.
Ancora una volta, Benedetto XVI è tornato a riflettere su
uno dei temi portanti del suo Magistero riguardanti la
vocazione e la missione sacerdotale. E lo ha fatto nella
Messa solenne presieduta questa mattina nella Basilica di
San Pietro, durante la quale ha conferito l’ordinazione
sacerdotale a 19 diaconi della diocesi di Roma, sei dei
quali di origine non italiana. Al Regina Caeli,
poi, il Papa ha chiesto preghiere per il suo prossimo
viaggio in Terra Santa e ha espresso solidarietà alle
vittime del Messico e degli altri Stati, colpiti dal virus
dell'influenza H1N1. Il servizio di Alessandro De
Carolis:
Pietre d’angolo della Chiesa, testimoni credibili
alla sequela del Buon Pastore, e non uomini contaminati da
un tipo di società che “non conosce Dio” e più
spesso ancora non ha alcuna intenzione di conoscerlo. Con
la nettezza che lo ha sempre contraddistinto su questo
argomento, Benedetto XVI - sviluppando idealmente
l’omelia della Messa Crismale dello scorso Giovedì
Santo - è tornato a tracciare lo spartiacque che vuole un
ministro del Vangelo “nel” mondo ma non “del”
mondo.
(canto)
Con l’intensità spirituale e simbolica che un tale
gesto riveste, sempre particolarmente coinvolgente, le
mani del Papa si sono posate durante la liturgia sulla
testa di 19 uomini, alcuni dei quali in età matura, che
hanno scelto di seguire le orme degli Apostoli. Metà di
loro romani o della provincia, tre italiani - un
siciliano, un pugliese e un lombardo - e sei non italiani
ma rappresentanti dell’intero pianeta: un diacono
nigeriano, uno di Haiti, un croato, uno della Repubblica
Ceca, un cileno e un sudcoreano. A loro, Benedetto XVI ha
sottoposto il brano del Vangelo di Giovanni che afferma
come il mondo non riconosca i sacerdoti perché non
riconosce Dio:
“E’ vero, e noi sacerdoti ne facciamo
esperienza: il ‘mondo’ (…) non capisce il cristiano,
non capisce i ministri del Vangelo. Un po’ perché di
fatto non conosce Dio, e un po’ perché non vuole
conoscerlo. Il mondo non vuole conoscere Dio per non
essere disturbato dalla sua volontà, e perciò non vuole
ascoltare i suoi ministri, questo potrebbe metterlo in
crisi (…) Questo ‘mondo’ (…) nel senso evangelico,
insidia anche la Chiesa, contagiando i suoi membri e gli
stessi ministri ordinati (…) è una mentalità, una
maniera di pensare e di vivere che può inquinare anche la
Chiesa, e di fatto la inquina, e dunque richiede costante
vigilanza e purificazione”.
Per non cadere in questo rischio, il sacerdote deve
entrare in piena comunione con Cristo, in modo
“sacramentale” ma anche “esistenziale”, per essere
“consacrato nella verità”. Il mezzo per realizzare
questa comunione, ha indicato Benedetto XVI, è innestarsi
con la preghiera in quella che Cristo ha levato a Dio
perché custodisse i “suoi”:
“Da qui deriva per noi presbiteri una particolare
vocazione alla preghiera, in senso fortemente
cristocentrico: siamo chiamati, cioè, a ‘rimanere’ in
Cristo (…) e questo rimanere in Cristo si realizza
particolarmente nella preghiera. Il nostro ministero è
totalmente legato a questo ‘rimanere’ che equivale a
pregare, e deriva da esso la sua efficacia”.
La Messa quotidiana, dunque, ma anche la Liturgia delle
ore, l’adorazione eucaristica, la Lectio divina, il
rosario, la meditazione: da qui il sacerdote trae, ha
affermato il Papa, la sua “linfa”. Il sacerdote “che
prega, e che prega bene - ha soggiunto - viene
progressivamente espropriato di sé e sempre più unito a
Gesù Buon Pastore”, il cui nome è l’unico “che
salva”:
“L’apostolo, e quindi il sacerdote, riceve il
proprio ‘nome’, cioè la propria identità, da Cristo.
Tutto ciò che fa, lo fa in nome suo. Il suo ‘io’
diventa totalmente relativo all’’io’ di Gesù. Nel
nome di Cristo, e non certo nel proprio nome, l’apostolo
può compiere gesti di guarigione dei fratelli, può
aiutare gli ‘infermi’ a risollevarsi e riprendere a
camminare”.
(canto)
Benedetto XVI, che ha concelebrato attorniato dal
cardinale vicario, Agostino Vallini, dai vescovi ausiliari
e da molti sacerdoti della diocesi di Roma, ha concluso la
liturgia in Basilica e si è poi spostato nel suo studio,
affacciandosi verso le 12.15 alla finestra che dà sulla
Piazza per presiedere alla recita del "Regina Coeli".
Con le circa 40 mila persone presenti, il Papa ha
condiviso i molti auspici che riempiono il suo cuore alla
vigilia del viaggio apostolico in Terra Santa, che inizierà
venerdì prossimo. “Mi propongo - ha detto fra gli
applausi - di confermare e di incoraggiare i cristiani di
Terra Santa, che devono affrontare quotidianamente non
poche difficoltà” e, ricordando anche le "grandi
sofferenze" che vedono vittime i palestinesi, ha
aggiunto:
“Mi farò pellegrino di pace, nel nome
dell’unico Dio che è Padre di tutti. Testimonierò
l’impegno della Chiesa Cattolica in favore di quanti si
sforzano di praticare il dialogo e la riconciliazione, per
giungere ad una pace stabile e duratura nella giustizia e
nel rispetto reciproco. Infine, questo viaggio non potrà
non avere una notevole importanza ecumenica e
inter-religiosa. Gerusalemme è, da questo punto di vista,
la città-simbolo per eccellenza: là Cristo è morto per
riunire tutti i figli di Dio dispersi”.
Benedetto XVI si è poi soffermato con un pensiero di
solidarietà alle vittime dell'influenza che sta colpendo
in questi giorni il Messico e molti Paesi del pianeta.
"Cari fratelli messicani - ha detto in particolare -
restate saldi nel Signore. Egli vi aiuterà a superare
questa difficoltà". E ancora, preghiere, ricordando
la Giornata mondiale di preghiera per le vocazioni,
Benedetto XVI aveva chiesto in precedenza “perché - ha
auspicato - la grandezza e la bellezza dell’amore di Dio
attiri tanti a seguire Cristo sulla via del sacerdozio e
in quella della vita consacrata”. E anche perché, aveva
aggiunto, “ci siano altrettanti sposi santi, capaci di
indicare ai figli, soprattutto con l’esempio, gli
orizzonti alti a cui tendere con la loro libertà”.
OMELIA
DEL PAPA
Cari
fratelli e sorelle!
Secondo
una bella consuetudine, la Domenica "del Buon
Pastore" vede riuniti il Vescovo di Roma e il suo
presbiterio per le Ordinazioni dei nuovi sacerdoti della
Diocesi. Questo è ogni volta un grande dono di Dio; è
sua grazia! Risvegliamo pertanto in noi un sentimento
profondo di fede e di riconoscenza nel vivere l’odierna
celebrazione. E in questo clima mi è caro salutare il
Cardinale Vicario Agostino Vallini, i Vescovi Ausiliari,
gli altri Fratelli nell’episcopato e nel sacerdozio, e
con speciale affetto voi, cari Diaconi candidati al
presbiterato, insieme con i vostri familiari e amici. La
Parola di Dio che abbiamo ascoltato ci offre abbondanti
spunti di meditazione: ne raccoglierò alcuni, perché
essa possa gettare una luce indelebile sul cammino della
vostra vita e sul vostro ministero.
"Questo
Gesù è la pietra … non vi è altro nome nel quale
siamo salvati" (At 4,11-12). Nel brano degli Atti
degli Apostoli – la prima lettura – colpisce e fa
riflettere questa singolare "omonimia" tra
Pietro e Gesù: Pietro, il quale ha ricevuto il suo nuovo
nome da Gesù stesso, qui afferma che è Lui, Gesù,
"la pietra". In effetti, l’unica vera roccia
è Gesù. L’unico nome che salva è il suo.
L’apostolo, e quindi il sacerdote, riceve il proprio
"nome", cioè la propria identità, da Cristo.
Tutto ciò che fa, lo fa in nome suo. Il suo
"io" diventa totalmente relativo
all’"io" di Gesù. Nel nome di Cristo, e non
certo nel proprio nome, l’apostolo può compiere gesti
di guarigione dei fratelli, può aiutare gli
"infermi" a risollevarsi e riprendere a
camminare (cfr At 4,10). Nel caso di Pietro, il
miracolo poco prima compiuto rende questo particolarmente
evidente. E anche il riferimento a ciò che dice il Salmo
è essenziale: "la pietra scartata dai costruttori /
è divenuta la pietra d’angolo" (Sal
117[118],22). Gesù è stato "scartato", ma il
Padre l’ha prediletto e l’ha posto a fondamento del
tempio della Nuova Alleanza. Così l’apostolo, come il
sacerdote, sperimenta a sua volta la croce, e solo
attraverso di essa diventa veramente utile per la
costruzione della Chiesa. Dio ama costruire la sua Chiesa
con persone che, seguendo Gesù, ripongono tutta la
propria fiducia in Dio, come dice lo stesso Salmo:
"E’ meglio rifugiarsi nel Signore / che confidare
nell’uomo. / E’ meglio rifugiarsi nel Signore / che
confidare nei potenti" (vv. 8-9).
Al
discepolo tocca la medesima sorte del Maestro, che in
ultima istanza è la sorte scritta nella volontà stessa
di Dio Padre! Gesù lo confessò alla fine della sua vita,
nella grande preghiera detta "sacerdotale":
"Padre giusto, il mondo non ti ha conosciuto, ma io
ti ho conosciuto" (Gv 17,25). Anche in
precedenza l’aveva affermato: "Nessuno conosce il
Padre se non il Figlio" (Mt 11,27). Gesù ha
sperimentato su di sé il rifiuto di Dio da parte del
mondo, l’incomprensione, l’indifferenza, lo
sfiguramento del volto di Dio. E Gesù ha passato il
"testimone" ai discepoli: "Io – confida
ancora nella preghiera al Padre – ho fatto conoscere
loro il tuo nome e lo farò conoscere, perché l’amore
con il quale mi hai amato sia in essi e io in loro" (Gv
17,26). Perciò il discepolo – e specialmente
l’apostolo – sperimenta la stessa gioia di Gesù, di
conoscere il nome e il volto del Padre; e condivide anche
il suo stesso dolore, di vedere che Dio non è conosciuto,
che il suo amore non è ricambiato. Da una parte
esclamiamo, come Giovanni nella sua prima Lettera:
"Quale grande amore ci ha dato il Padre per essere
chiamati figli di Dio, e lo siamo realmente!"; e
dall’altra con amarezza constatiamo: "Per questo il
mondo non ci riconosce: perché non ha conosciuto
lui" (1 Gv 3,1). E’ vero, e noi sacerdoti ne
facciamo esperienza: il "mondo" –
nell’accezione giovannea del termine – non capisce il
cristiano, non capisce i ministri del Vangelo. Un po’
perché di fatto non conosce Dio, e un po’ perché non
vuole conoscerlo. Il mondo non vuole conoscere Dio e
ascoltare i suoi ministri, perché questo lo metterebbe in
crisi.
Qui
bisogna fare attenzione a una realtà di fatto: che questo
"mondo", sempre nel senso evangelico, insidia
anche la Chiesa, contagiando i suoi membri e gli stessi
ministri ordinati. Il "mondo" è una mentalità,
una maniera di pensare e di vivere che può inquinare
anche la Chiesa, e di fatto la inquina, e dunque richiede
costante vigilanza e purificazione. Finché Dio non si sarà
pienamente manifestato, anche i suoi figli non sono ancora
pienamente "simili a Lui" (1 Gv 3,2).
Siamo "nel" mondo, e rischiamo di essere anche
"del" mondo. E di fatto a volte lo siamo. Per
questo Gesù alla fine non ha pregato per il mondo, ma per
i suoi discepoli, perché il Padre li custodisse dal
maligno ed essi fossero liberi e diversi dal mondo, pur
vivendo nel mondo (cfr Gv 17,9.15). In quel
momento, al termine dell’Ultima Cena, Gesù ha elevato
al Padre la preghiera di consacrazione per gli apostoli e
per tutti i sacerdoti di ogni tempo, quando ha detto:
"Consacrali nella verità" (Gv 17,17). E
ha aggiunto: "per loro io consacro me stesso, perché
siano anch’essi consacrati nella verità" (Gv
17,19). Mi sono soffermato su queste parole di Gesù
nell’omelia della Messa Crismale, lo scorso Giovedì
Santo. Oggi mi ricollego a tale riflessione facendo
riferimento al Vangelo del Buon Pastore, dove Gesù
dichiara: "Io do la mia vita per le pecore" (cfr
Gv 10,15.17.18).
Diventare
sacerdoti, nella Chiesa, significa entrare in questa
auto-donazione di Cristo, mediante il Sacramento
dell’Ordine, ed entrarvi con tutto se stessi. Gesù ha
dato la vita per tutti, ma in modo particolare si è
consacrato per quelli che il Padre gli aveva dato, perché
fossero consacrati nella verità, cioè in Lui, e
potessero parlare ed agire in nome suo, rappresentarlo,
prolungare i suoi gesti salvifici: spezzare il Pane della
vita e rimettere i peccati. Così, il Buon Pastore ha
offerto la sua vita per tutte le pecore, ma l’ha donata
e la dona in modo speciale a quelle che Egli stesso,
"con affetto di predilezione", ha chiamato e
chiama a seguirlo nella via del servizio pastorale. In
maniera singolare, poi, Gesù ha pregato per Simon Pietro,
e si è sacrificato per lui, perché doveva dirgli un
giorno, sulle rive del lago di Tiberiade: "Pasci le
mie pecore" (Gv 21,16-17). Analogamente, ogni
sacerdote è destinatario di una personale preghiera di
Cristo, e del suo stesso sacrificio, e solo in quanto tale
è abilitato a collaborare con Lui nel pascere il gregge
che è tutto e solo del Signore.
Qui
vorrei toccare un punto che mi sta particolarmente a
cuore: la preghiera e il suo legame con il servizio.
Abbiamo visto che essere ordinati sacerdoti significa
entrare in modo sacramentale ed esistenziale nella
preghiera di Cristo per i "suoi". Da qui deriva
per noi presbiteri una particolare vocazione alla
preghiera, in senso fortemente cristocentrico: siamo
chiamati, cioè, a "rimanere" in Cristo – come
ama ripetere l’evangelista Giovanni (cfr Gv
1,35-39; 15,4-10) –, e questo si realizza
particolarmente nella preghiera. Il nostro ministero è
totalmente legato a questo "rimanere" che
equivale a pregare, e deriva da esso la sua efficacia. In
tale prospettiva dobbiamo pensare alle diverse forme della
preghiera di un prete, prima di tutto alla santa Messa
quotidiana. La celebrazione eucaristica è il più grande
e il più alto atto di preghiera, e costituisce il centro
e la fonte da cui anche le altre forme ricevono la
"linfa": la Liturgia delle ore, l’adorazione
eucaristica, la lectio divina, il santo Rosario, la
meditazione. Tutte queste espressioni di preghiera, che
hanno il loro centro nell’Eucaristia, fanno sì che
nella giornata del prete, e in tutta la sua vita, si
realizzi la parola di Gesù: "Io sono il buon
pastore, conosco le mie pecore e le mie pecore conoscono
me, così come il Padre conosce me e io conosco il Padre,
e do la mia vita per le pecore" (Gv 10,14-15).
Infatti, questo "conoscere" ed "essere
conosciuti" in Cristo e, mediante Lui, nella
Santissima Trinità, non è altro che la realtà più vera
e più profonda della preghiera. Il sacerdote che prega
molto, e che prega bene, viene progressivamente
espropriato di sé e sempre più unito a Gesù Buon
Pastore e Servo dei fratelli. In conformità a Lui, anche
il prete "dà la vita" per le pecore che gli
sono affidate. Nessuno gliela toglie: la offre da se
stesso, in unione con Cristo Signore, il quale ha il
potere di dare la sua vita e il potere di riprenderla non
solo per sé, ma anche per i suoi amici, legati a Lui dal
Sacramento dell’Ordine. Così la stessa vita di Cristo,
Agnello e Pastore, viene comunicata a tutto il gregge,
mediante i ministri consacrati.
Cari
Diaconi, lo Spirito Santo imprima questa divina Parola,
che ho brevemente commentato, nei vostri cuori, perché
porti frutti abbondanti e duraturi. Lo chiediamo per
intercessione dei santi apostoli Pietro e Paolo e di san
Giovanni Maria Vianney, il Curato d’Ars, al cui
patrocinio ho intitolato il prossimo Anno Sacerdotale. Ve
lo ottenga la Madre del Buon Pastore, Maria Santissima. In
ogni circostanza della vostra vita, guardate a Lei, stella
del vostro sacerdozio. Come ai servi alle nozze di Cana,
anche a voi Maria ripete: "Qualsiasi cosa vi dica,
fatela" (Gv 2,5). Alla scuola della Vergine,
siate sempre uomini di preghiera e di servizio, per
diventare, nel fedele esercizio del vostro ministero,
sacerdoti santi secondo il cuore di Dio.
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