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Radio Vaticana 5 febbraio 2011
Benedetto
XVI ordina cinque vescovi: siate intrepidi annunciatori
della verità di Dio, non servi dello spirito del tempo
◊
“Gettare la rete del Vangelo nel mare agitato del nostro
tempo” per tirare fuori gli uomini “dalle acque saline
della morte”: quelle di un mondo che nega Dio. Nella
cornice solenne dell’Altare della Cattedra, nella
Basilica San Pietro, Benedetto XVI ha lasciato questa
consegna spirituale ai cinque nuovi vescovi da lui stesso
ordinati questa mattina. Il Papa ha invitato i neo presuli
a curare i quattro fondamenti sui quali da duemila anni si
regge la comunità cristiana: la perseveranza
nell’insegnamento degli Apostoli, la comunione,
l’Eucaristia e la preghiera. La cronaca della
celebrazione nel servizio di Alessandro De Carolis:
(musica)
Un vescovo, nel momento in cui sul suo capo Dio pone le
sue mani, assume un compito chiaro: quello di liberare
l’uomo “dalla povertà di verità”, donandogli
quella di Cristo, e di non essere mai, in nessun caso, un
“servo dello spirito del tempo”. È un contrasto
vivido quello che Benedetto XVI disegna gradualmente al
cospetto dei quattro sacerdoti che di lì a poco consacrerà
vescovi: il cinese Savio Hon Tai-Fai, lo spagnolo Celso
Morga Iruzubieta, il venezuelano Edgar Peña Parra e i due
italiani Marcello Bartolucci e Antonio Guido Filippazzi.
Il vostro primo compito, ha detto loro, è quello di
entrare “nel campo della storia umana”, il campo dove
si lavora per la messe di Dio, la cui luce l’umanità
oggi spesso rifugge:
“La messe è abbondante” – anche oggi, proprio
oggi. Anche se può sembrare che grandi parti del mondo
moderno, degli uomini di oggi, volgano le spalle a Dio e
ritengano la fede una cosa del passato – esiste tuttavia
l’anelito che finalmente vengano stabiliti la giustizia,
l’amore, la pace (...) È la nostalgia del Redentore, di
Dio stesso, anche lì dove Egli viene negato (...) Al
tempo stesso il Signore ci lascia capire che non possiamo
essere semplicemente noi da soli a mandare operai nella
sua messe; che non è una questione di management, della
nostra propria capacità organizzativa”.
Un “grande compito”, quindi, che Benedetto XVI
declina nei “quattro elementi portanti”, come li
chiama, sui quali prese forma la prima comunità
cristiana, divenendo modello per le successive. Il primo,
ha ricordato, è la “perseveranza” nell’insegnamento
degli Apostoli, cioè in una fede che “non è una
spiritualità indeterminata”, ma ha un contenuto
concreto” immune da condizionamenti:
“Il Pastore non deve essere una canna di palude
che si piega secondo il soffio del vento, un servo dello
spirito del tempo. L’essere intrepido, il coraggio di
opporsi alle correnti del momento appartiene in modo
essenziale al compito del Pastore. Non deve essere una
canna di palude, bensì (… ) deve essere come un albero
che ha radici profonde nelle quali sta saldo e ben
fondato. Ciò non ha niente a che fare con la rigidità o
l’inflessibilità. Solo dove c’è stabilità c’è
anche crescita”.
Secondo pilastro dell’esistenza ecclesiale è la
“comunione”, quella “catena” che lega i cristiani
a chi prima di loro ha conosciuto e materialmente toccato
Dio, attraverso Gesù. Una catena di testimoni che proprio
la successione apostolica deve mantenere unita:
“Voi, cari Confratelli, avete la missione di
conservare questa comunione cattolica. Sapete che il
Signore ha incaricato San Pietro e i suoi successori di
essere il centro di tale comunione, i garanti dello stare
nella totalità della comunione apostolica e della sua
fede. Offrite il vostro aiuto perché rimanga viva la
gioia per la grande unità della Chiesa, per la comunione
di tutti i luoghi e i tempi, per la comunione della fede
che abbraccia il cielo e la terra”.
Ciò che la prima comunità cristiana aveva subito
compreso era che essa poteva sentirsi tale solo attorno
“allo spezzare del pane”. Da lì l’Eucaristia, ha
ripetuto Benedetto XVI, è divenuta il “centro della
Chiesa”. Deve esserlo dei sacerdoti quanto di ogni
singola persona di fede:
“Spezzare il pane – con ciò è espresso insieme
anche il condividere, il trasmettere il nostro amore agli
altri. La dimensione sociale, il condividere non è
un’appendice morale che s’aggiunge all’Eucaristia,
ma è parte di essa. (…) Stiamo attenti che la fede si
esprima sempre nell’amore e nella giustizia degli uni
verso gli altri e che la nostra prassi sociale sia
ispirata dalla fede; che la fede sia vissuta
nell’amore”.
Infine, quarto cardine, la preghiera. Sia personale e
intensa, ha raccomandato il Papa – una “lotta” con
Dio, una “ricerca”, e insieme una lode. Perché solo
nella profondità dell’anima si trova l’altezza, la
“misura alta” della vita.
(musica)
L’omelia si dissolve sulle fisionomie dei cinque
nuovi pastori, su quel loro volo, “voglio”,
ripetuto nove volte a suggello di altrettanti impegni.
Sulle loro figure prone a terra mentre le litanie cercano
il cielo, sulle mani di Benedetto XVI che si posano in
preghiera sulla loro testa e poi sul libro del Vangelo,
poggiato su coloro che sono stati unti come nuovi pilastri
della fede. E mentre la consegna dell’anello, della
mitra e del pastorale rendono più netta per ciascuno la
nuova dignità che li riveste, i loro volti sembrano
riflettere l’ultima consegna del Papa:
“Siete chiamati a gettare la rete del Vangelo nel
mare agitato di questo tempo per ottenere l’adesione
degli uomini a Cristo; per tirarli fuori, per così dire,
dalle acque saline della morte e dal buio nel quale la
luce del cielo non penetra. Dovete portarli sulla terra
della vita, nella comunione con Gesù Cristo”.
(musica)
OMELIA
DEL SANTO PADRE BENEDETTO XVI
Sabato, 5
febbraio 2011
Cari
fratelli e sorelle!
Saluto
con affetto questi cinque Fratelli Presbiteri che tra poco
riceveranno l’Ordinazione Episcopale: Mons. Savio Hon
Tai-Fai, Mons. Marcello Bartolucci, Mons. Celso Morga
Iruzubieta, Mons. Antonio Guido Filipazzi e Mons. Edgar Peña
Parra. Desidero esprimere loro la gratitudine mia e della
Chiesa per il servizio svolto fino ad ora con generosità
e dedizione e formulare l’invito ad accompagnarli con la
preghiera nel ministero a cui sono chiamati nella Curia
Romana e nelle Rappresentanze Pontificie come Successori
degli Apostoli, perché siano sempre illuminati e guidati
dallo Spirito Santo nella messe del Signore.
“La
messe è abbondante, ma sono pochi gli operai! Pregate
dunque il signore della messe, perché mandi operai nella
sua messe!” (Lc 10,2). Questa parola dal Vangelo
della Messa di oggi ci tocca particolarmente da vicino in
quest’ora. È l’ora della missione: il Signore manda
voi, cari amici, nella sua messe. Dovete cooperare in
quell’incarico di cui parla il profeta Isaia nella prima
lettura: “Il Signore mi ha mandato a portare il lieto
annuncio ai miseri, a fasciare le piaghe dei cuori
spezzati” (Is 61,1). È questo il lavoro per la
messe nel campo di Dio, nel campo della storia umana:
portare agli uomini la luce della verità, liberarli dalla
povertà di verità, che è la vera tristezza e la vera
povertà dell’uomo. Portare loro il lieto annuncio che
non è soltanto parola, ma evento: Dio, Lui stesso, è
venuto da noi. Egli ci prende per mano, ci trae verso
l’alto, verso se stesso, e così il cuore spezzato viene
risanato. Ringraziamo il Signore perché manda operai
nella messe della storia del mondo. Ringraziamo perché
manda voi, perché avete detto di sì e perché in
quest’ora pronuncerete nuovamente il vostro “sì”
all’essere operai del Signore per gli uomini.
“La
messe è abbondante” – anche oggi, proprio oggi. Anche
se può sembrare che grandi parti del mondo moderno, degli
uomini di oggi, volgano le spalle a Dio e ritengano la
fede una cosa del passato – esiste tuttavia l’anelito
che finalmente vengano stabiliti la giustizia, l’amore,
la pace, che povertà e sofferenza vengano superate, che
gli uomini trovino la gioia. Tutto questo anelito è
presente nel mondo di oggi, l’anelito verso ciò che è
grande, verso ciò che è buono. È la nostalgia del
Redentore, di Dio stesso, anche lì dove Egli viene
negato. Proprio in quest’ora il lavoro nel campo di Dio
è particolarmente urgente e proprio in quest’ora
sentiamo in modo particolarmente doloroso la verità della
parola di Gesù: “Sono pochi gli operai”. Al tempo
stesso il Signore ci lascia capire che non possiamo essere
semplicemente noi da soli a mandare operai nella sua
messe; che non è una questione di management,
della nostra propria capacità organizzativa. Gli operai
per il campo della sua messe li può mandare solo Dio
stesso. Ma Egli li vuole mandare attraverso la porta della
nostra preghiera. Noi possiamo cooperare per la venuta
degli operai, ma possiamo farlo solo cooperando con Dio.
Così quest’ora del ringraziamento per il realizzarsi di
un invio in missione è, in modo particolare, anche
l’ora della preghiera: Signore, manda operai nella tua
messe! Apri i cuori alla tua chiamata! Non permettere che
la nostra supplica sia vana!
La
liturgia della giornata odierna ci dà quindi due
definizioni della vostra missione di Vescovi, di sacerdoti
di Gesù Cristo: essere operai nella messe della storia
del mondo con il compito di risanare aprendo le porte del
mondo alla signoria di Dio, affinché la volontà di Dio
sia fatta sulla terra come in cielo. E poi il nostro
ministero viene descritto quale cooperazione alla missione
di Gesù Cristo, quale partecipazione al dono dello
Spirito Santo, dato a Lui in quanto Messia, il Figlio unto
da Dio. La Lettera agli Ebrei – la seconda
lettura – completa ancora questo a partire
dall’immagine del sommo sacerdote Melchìsedek, che è
un rinvio misterioso a Cristo, il vero Sommo Sacerdote, il
Re di pace e di giustizia.
Ma vorrei
anche dire qualcosa su come questo grande compito sia da
svolgere nella pratica – su che cosa esiga concretamente
da noi. Per la Settimana di Preghiera per l’Unità dei
Cristiani, le Comunità cristiane di Gerusalemme avevano
scelto quest’anno le parole degli Atti degli Apostoli,
in cui san Luca vuole illustrare in modo normativo quali
sono gli elementi fondamentali dell’esistenza cristiana
nella comunione della Chiesa di Gesù Cristo. Si esprime
così: “Erano perseveranti nell'insegnamento degli
apostoli e nella comunione, nello spezzare il pane e nelle
preghiere” (At 2,42). In questi quattro elementi
portanti dell’essere della Chiesa è descritto al
contempo anche il compito essenziale dei suoi Pastori.
Tutti e quattro gli elementi sono tenuti insieme mediante
l’espressione “erano perseveranti” – “erant
perseverantes”: la Bibbia latina traduce così
l’espressione greca
προσκαρτερέω:
la perseveranza, l’assiduità, appartiene all’essenza
dell’essere cristiani ed è fondamentale per il compito
dei Pastori, degli operai nella messe del Signore. Il
Pastore non deve essere una canna di palude che si piega
secondo il soffio del vento, un servo dello spirito del
tempo. L’essere intrepido, il coraggio di opporsi alle
correnti del momento appartiene in modo essenziale al
compito del Pastore. Non deve essere una canna di palude,
bensì – secondo l’immagine del Salmo primo – deve
essere come un albero che ha radici profonde nelle quali
sta saldo e ben fondato. Ciò non ha niente a che fare con
la rigidità o l’inflessibilità. Solo dove c’è
stabilità c’è anche crescita. Il cardinale Newman, il
cui cammino fu marcato da tre conversioni, dice che vivere
è trasformarsi. Ma le sue tre conversioni e le
trasformazioni in esse avvenute sono tuttavia un unico
cammino coerente: il cammino dell’obbedienza verso la
verità, verso Dio; il cammino della vera continuità che
proprio così fa progredire.
“Perseverare
nell’insegnamento degli Apostoli” – la fede ha un
contenuto concreto. Non è una spiritualità
indeterminata, una sensazione indefinibile per la
trascendenza. Dio ha agito e proprio Lui ha parlato. Ha
realmente fatto qualcosa e ha realmente detto qualcosa.
Certamente, la fede è, in primo luogo, un affidarsi a
Dio, un rapporto vivo con Lui. Ma il Dio al quale ci
affidiamo ha un volto e ci ha donato la sua Parola.
Possiamo contare sulla stabilità della sua Parola. La
Chiesa antica ha riassunto il nucleo essenziale
dell’insegnamento degli Apostoli nella cosiddetta Regula
fidei, che, in sostanza, è identica alle Professioni
di Fede. È questo il fondamento attendibile, sul quale
noi cristiani ci basiamo anche oggi. È la base sicura
sulla quale possiamo costruire la casa della nostra fede,
della nostra vita (cfr Mt 7,24ss). E di nuovo, la
stabilità e la definitività di ciò che crediamo non
significano rigidità. Giovanni della Croce ha paragonato
il mondo della fede ad una miniera in cui scopriamo sempre
nuovi tesori – tesori nei quali si sviluppa l’unica
fede, la professione del Dio che si manifesta in Cristo.
Come Pastori della Chiesa viviamo di questa fede e così
possiamo anche annunciarla come il lieto messaggio che ci
rende sicuri dell’amore di Dio e dell’essere noi amati
da Lui.
Il
secondo pilastro dell’esistenza ecclesiale, san Luca lo
chiama κοινωνία
– communio. Dopo il Concilio Vaticano II, questo
termine è diventato una parola centrale della teologia e
dell’annuncio, perché in esso, di fatto, si esprimono
tutte le dimensioni dell’essere cristiani e della vita
ecclesiale. Che cosa Luca voglia precisamente esprimere
con tale parola in questo testo, non lo sappiamo. Possiamo
quindi tranquillamente comprenderla in base al contesto
globale del Nuovo Testamento e della Tradizione
apostolica. Una prima grande definizione di communio
l’ha data san Giovanni all’inizio della sua Prima
Lettera: Quello che abbiamo veduto e udito, quello che
le nostre mani hanno toccato, noi lo annunciamo a voi,
perché anche voi abbiate communio con noi. E la
nostra communio è comunione con il Padre e con il
Figlio suo, Gesù Cristo (cfr 1Gv 1,1-4). Dio si è
reso per noi visibile e toccabile e così ha creato una
reale comunione con Lui stesso. Entriamo in tale comunione
attraverso il credere e il vivere insieme con coloro che
Lo hanno toccato. Con loro e tramite loro, noi stessi in
certo qual modo Lo vediamo, e tocchiamo il Dio fattosi
vicino. Così la dimensione orizzontale e quella verticale
sono qui inscindibilmente intrecciate l’una con
l’altra. Con lo stare in comunione con gli Apostoli, con
lo stare nella loro fede, noi stessi stiamo in contatto
con il Dio vivente. Cari amici, a tale scopo serve il
ministero dei Vescovi: che questa catena della comunione
non si interrompa. È questa l’essenza della Successione
apostolica: conservare la comunione con coloro che hanno
incontrato il Signore in modo visibile e tangibile e così
tenere aperto il Cielo, la presenza di Dio in mezzo a noi.
Solo mediante la comunione con i Successori degli Apostoli
siamo anche in contatto con il Dio incarnato. Ma vale
anche l’inverso: solo grazie alla comunione con Dio,
solo grazie alla comunione con Gesù Cristo questa catena
dei testimoni rimane unita. Vescovi non si è mai da soli,
ci dice il Vaticano II, ma sempre soltanto nel collegio
dei Vescovi. Questo, poi, non può rinchiudersi nel tempo
della propria generazione. Alla collegialità appartiene
l’intreccio di tutte le generazioni, la Chiesa vivente
di tutti i tempi. Voi, cari Confratelli, avete la missione
di conservare questa comunione cattolica. Sapete che il
Signore ha incaricato san Pietro e i suoi successori di
essere il centro di tale comunione, i garanti dello stare
nella totalità della comunione apostolica e della sua
fede. Offrite il vostro aiuto perché rimanga viva la
gioia per la grande unità della Chiesa, per la comunione
di tutti i luoghi e i tempi, per la comunione della fede
che abbraccia il cielo e la terra. Vivete la communio,
e vivete con il cuore, giorno per giorno, il suo centro più
profondo in quel momento sacro, in cui il Signore stesso
si dona nella santa Comunione.
Con ciò
siamo già giunti al successivo elemento fondamentale
dell’esistenza ecclesiale, menzionato da san Luca: lo
spezzare il pane. Lo sguardo dell’Evangelista, a questo
punto, torna indietro ai discepoli di Emmaus, che
riconobbero il Signore dal gesto dello spezzare il pane. E
da lì, lo sguardo torna ancora più indietro all’ora
dell’Ultima Cena, in cui Gesù, nello spezzare il pane,
distribuì se stesso, si fece pane per noi ed anticipò la
sua morte e la sua risurrezione. Spezzare il pane – la
santa Eucaristia è il centro della Chiesa e deve essere
il centro del nostro essere cristiani e della nostra vita
sacerdotale. Il Signore si dona a noi. Il Risorto entra
nel mio intimo e vuole trasformarmi per farmi entrare in
una profonda comunione con Lui. Così mi apre anche a
tutti gli altri: noi, i molti, siamo un solo pane e un
solo corpo, dice san Paolo (cfr 1Cor 10,17).
Cerchiamo di celebrare l’Eucaristia con una dedizione,
un fervore sempre più profondo, cerchiamo di impostare i
nostri giorni secondo la sua misura, cerchiamo di
lasciarci plasmare da essa. Spezzare il pane – con ciò
è espresso insieme anche il condividere, il trasmettere
il nostro amore agli altri. La dimensione sociale, il
condividere non è un’appendice morale che s’aggiunge
all’Eucaristia, ma è parte di essa. Ciò risulta
chiaramente proprio dal versetto che negli Atti degli
Apostoli segue a quello citato poc’anzi: “Tutti i
credenti … avevano ogni cosa in comune”, dice San Luca
(2,44). Stiamo attenti che la fede si esprima sempre
nell’amore e nella giustizia degli uni verso gli altri e
che la nostra prassi sociale sia ispirata dalla fede; che
la fede sia vissuta nell’amore.
Come
ultimo pilastro dell’esistenza ecclesiale, Luca menziona
“le preghiere”. Egli parla al plurale: preghiere. Che
cosa vuol dire con questo? Probabilmente pensa alla
partecipazione della prima Comunità di Gerusalemme alle
preghiere nel tempio, agli ordinamenti comuni della
preghiera. Così si mette in luce una cosa importante. La
preghiera, da una parte, deve essere molto personale, un
unirmi nel più profondo a Dio. Deve essere la mia lotta
con Lui, la mia ricerca di Lui, il mio ringraziamento per
Lui e la mia gioia in Lui. Tuttavia, non è mai soltanto
una cosa privata del mio “io” individuale, che non
riguarda gli altri. Pregare è essenzialmente anche sempre
un pregare nel “noi” dei figli di Dio. Solo in questo
“noi” siamo figli del nostro Padre, che il
Signore ci ha insegnato a pregare. Solo questo “noi”
ci apre l’accesso al Padre. Da una parte, la nostra
preghiera deve diventare sempre più personale, toccare e
penetrare sempre più profondamente il nucleo del nostro
“io”. Dall’altra, deve sempre nutrirsi della
comunione degli oranti, dell’unità del Corpo di Cristo,
per plasmarmi veramente a partire dall’amore di Dio. Così
il pregare, in ultima analisi, non è un’attività tra
le altre, un certo angolo del mio tempo. Pregare è la
risposta all’imperativo che sta all’inizio del Canone
nella Celebrazione eucaristica: Sursum corda – in
alto i cuori! È l’ascendere della mia esistenza verso
l’altezza di Dio. In san Gregorio Magno si trova una
bella parola al riguardo. Egli ricorda che Gesù chiama
Giovanni Battista una “lampada che arde e risplende” (Gv
5,35) e continua: “ardente per il desiderio celeste,
risplendente per la parola. Quindi, affinché sia
conservata la veridicità dell’annuncio, deve essere
conservata l’altezza della vita” (Hom. in Ez.
1,11,7 CCL 142, 134). L’altezza, la misura alta della
vita, che proprio oggi è così essenziale per la
testimonianza in favore di Gesù Cristo, la possiamo
trovare solo se nella preghiera ci lasciamo continuamente
tirare da Lui verso la sua altezza.
Duc in
altum (Lc 5,4) – Prendi il largo e gettate le
reti per la pesca. Questo disse Gesù a Pietro e ai suoi
compagni quando li chiamò a diventare “pescatori di
uomini”. Duc in altum – Papa Giovanni Paolo II,
nei suoi ultimi anni, ha ripreso con forza questa parola e
l’ha proclamata a voce alta ai discepoli del Signore di
oggi. Duc in altum – dice il Signore in
quest’ora a voi, cari amici. Siete stati chiamati per
incarichi che riguardano la Chiesa universale. Siete
chiamati a gettare la rete del Vangelo nel mare agitato di
questo tempo per ottenere l’adesione degli uomini a
Cristo; per tirarli fuori, per così dire, dalle acque
saline della morte e dal buio nel quale la luce del cielo
non penetra. Dovete portarli sulla terra della vita, nella
comunione con Gesù Cristo.
In un
passo del primo libro della sua opera sulla Santissima
Trinità, sant’Ilario di Poitiers prorompe
improvvisamente in una preghiera: Per questo, dice, prego
“affinché Tu gonfi le vele dispiegate della nostra fede
e della nostra professione con il soffio del Tuo Spirito e
mi spinga avanti nella traversata del mio annuncio” (I
37 CCL 62, 35s). Sì, per questo preghiamo in quest’ora
per voi, cari amici. Dispiegate quindi le vele delle
vostre anime, le vele della fede, della speranza,
dell’amore, affinché lo Spirito Santo possa gonfiarle e
concedervi un viaggio benedetto come pescatori di uomini
nell’oceano del nostro tempo. Amen.
©
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