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ORDINAZIONE
DI 14 DIACONI (20 GIUGNO 2010) |
Radio
Vaticana, 20.06.2010
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Il
Papa ordina 14 diaconi: conformatevi alla volontà di Dio,
senza ricercare il potere personale. All’Angelus,
appello per la pace in Kirghizistan
Il
vero sacerdote non aspira ad accrescere il proprio
prestigio personale, ma cerca di conformarsi alla volontà
di Dio: è uno dei passaggi forti dell’omelia di
Benedetto XVI, che stamani in una solenne Messa nella
Basilica di San Pietro ha conferito l’ordinazione
sacerdotale a 14 diaconi della diocesi di Roma. La Messa
è stata concelebrata dal cardinale vicario Agostino
Vallini, assieme ai vescovi ausiliari, i rettori dei
seminari romani e numerosi sacerdoti. All’Angelus, in
Piazza San Pietro, Benedetto XVI ha rivolto un pressante
appello per la pace in Kirghizistan. Quindi, nella
Giornata Mondiale del Rifugiato, ha chiesto che vengano
riconosciuti i diritti di quanti sono costretti a fuggire
dalla propria terra d’origine. Il servizio di Alessandro
Gisotti
Canti
Conformatevi alla volontà di Dio, testimoniando il
Vangelo con coraggio, senza cedere alle mode e alle
opinioni del momento: è la viva esortazione di Benedetto
XVI ai 14 nuovi sacerdoti della diocesi di Roma, ordinati
in una Basilica Vaticana gremita di fedeli. Il Papa ha
subito sottolineato che l’intera Chiesa di Roma rende
grazie a Dio per questi nuovi presbiteri e ripone fiducia
e speranza nel loro domani:
“Sì, la Chiesa conta su di voi, conta moltissimo
su di voi! La Chiesa ha bisogno di ciascuno di voi,
consapevole come è dei doni che Dio vi offre e, insieme,
dell’assoluta necessità del cuore di ogni uomo di
incontrarsi con Cristo, unico e universale salvatore del
mondo, per ricevere da lui la vita nuova ed eterna, la
vera libertà e la gioia piena”.
Si è così soffermato sulla liturgia della
Domenica, che presenta il passo del Vangelo in cui Pietro,
differenziandosi dall’opinione della gente, riconosce in
Gesù il Cristo di Dio. Benedetto XVI ha indicato nella
preghiera la sorgente di questo atto di fede. Dallo stare
con il Signore, spiega, “deriva una conoscenza che va al
di là delle opinioni della gente per giungere
all’identità profonda di Gesù”. Un’indicazione,
questa, “ben precisa per la vita e la missione del
sacerdote”:
“Nella preghiera egli è chiamato a
riscoprire il volto sempre nuovo del suo Signore e il
contenuto più autentico della sua missione. Solamente chi
ha un rapporto intimo con il Signore viene afferrato da
Lui, può portarlo agli altri, può essere inviato. Si
tratta di un «rimanere con Lui» che deve accompagnare
sempre l’esercizio del ministero sacerdotale; deve
esserne la parte centrale, anche e soprattutto nei momenti
difficili, quando sembra che le «cose da fare» debbano
avere la priorità”.
Ha così rammentato che il discepolo è chiamato a
seguire Gesù sulla strada della Croce, a “perdere se
stesso” per ritrovare pienamente se stesso in Cristo.
Ecco allora, è stato il suo monito, che “il sacerdozio
non può mai rappresentare un modo per raggiungere la
sicurezza nella vita o per conquistarsi una posizione
sociale”:
“Chi aspira al sacerdozio per un accrescimento del
proprio prestigio personale e del proprio potere ha
frainteso alla radice il senso di questo ministero. Chi
vuole soprattutto realizzare una propria ambizione,
raggiungere un proprio successo sarà sempre schiavo di se
stesso e dell’opinione pubblica”.
“Per essere considerato – ha proseguito -
dovrà adulare; dovrà dire quello che piace alla gente;
dovrà adattarsi al mutare delle mode e delle opinioni e,
così, si priverà del rapporto vitale con la verità,
riducendosi a condannare domani quel che avrà lodato
oggi”. Un uomo che imposti così la sua vita, ha detto
ancora, “un sacerdote che veda in questi termini il
proprio ministero, non ama veramente Dio e gli altri, ma
solo se stesso e, paradossalmente, finisce per perdere se
stesso”:
“Il sacerdozio - ricordiamolo sempre - si fonda
sul coraggio di dire sì ad un’altra volontà, nella
consapevolezza, da far crescere ogni giorno, che proprio
conformandoci alla volontà di Dio, «immersi» in questa
volontà, non solo non sarà cancellata la nostra
originalità, ma, al contrario, entreremo sempre di più
nella verità del nostro essere e del nostro ministero”.
Benedetto XVI non ha poi mancato di mettere
l’accento sul legame tra l’Eucaristia e il Sacramento
dell’Ordine, ricordando che al sacerdote “è affidato
il sacrificio redentore di Cristo, il suo corpo dato e il
suo sangue versato”. Quando celebriamo la Santa Messa,
ha soggiunto, “teniamo nelle nostre mani il pane del
Cielo, il pane di Dio che è Cristo”:
“È qualcosa che non vi può non riempire di
intimo stupore, di viva gioia e di immensa gratitudine:
ormai l’amore e il dono di Cristo crocifisso e glorioso
passano attraverso le vostre mani, la vostra voce, il
vostro cuore!”.
Il Papa ha quindi invocato il Signore affinché
dia ai nuovi sacerdoti “una coscienza sempre vigile ed
entusiasta” del dono dell’Eucaristia, centro del loro
essere preti. Ed ha auspicato che possano “vivere questo
ministero con coerenza e generosità, ogni giorno”. Alla
cura per la celebrazione eucaristica, ha detto ancora, si
accompagni “sempre l’impegno per una vita
eucaristica”, vissuta cioè nell’obbedienza alla
grande legge dell’amore. Cari sacerdoti, ha concluso il
Papa, “la strada che ci indica il Vangelo di oggi è la
strada della vostra spiritualità e della vostra azione
pastorale, della sua efficacia e incisività, anche nelle
situazioni più faticose ed aride”. E’ questa “la
strada sicura per trovare la vera gioia”.
Canti
Dopo la Messa, il Papa si è affacciato dalla finestra
del suo studio per la recita dell’Angelus. Benedetto XVI
ha rivolto un pressante appello affinché “la pace e la
sicurezza siano ristabilite nel Kirghizistan
meridionale” dopo “i gravi scontri verificatisi nei
giorni scorsi”. Alle vittime di questa tragedia, il
Pontefice ha espresso la sua “commossa vicinanza”:
“Invito, inoltre, tutte le comunità etniche del
Paese a rinunziare a qualsiasi provocazione o violenza e
chiedo alla comunità internazionale di adoperarsi perché
gli aiuti umanitari possano raggiungere prontamente le
popolazioni colpite”.
Il Papa ha poi ricordato la celebrazione della
Giornata Mondiale del Rifugiato. Una ricorrenza, ha detto,
che deve “richiamare l’attenzione ai problemi di
quanti hanno lasciato forzatamente la propria terra”,
“giungendo in ambienti che, spesso, sono profondamente
diversi”:
“I
rifugiati desiderano trovare accoglienza ed essere
riconosciuti nella loro dignità e nei loro diritti
fondamentali; in pari tempo, intendono offrire il loro
contributo alla società che li accoglie. Preghiamo perché,
in una giusta reciprocità, si risponda in modo adeguato a
tale aspettativa ed essi mostrino il rispetto che nutrono
per l’identità delle comunità che li ricevono”.
Riprendendo la riflessione sviluppata nella Messa
in San Pietro, il Papa ha ribadito che tutti i fedeli sono
chiamati a seguire Gesù “sulla strada impegnativa
dell’amore fino alla Croce”. Prendere la Croce, ha
aggiunto, significa “impegnarsi per sconfiggere il
peccato che intralcia il cammino verso Dio”, accrescere
la fede “soprattutto dinnanzi ai problemi, alle
difficoltà, alla sofferenza”. Ed ha citato l’esempio
di Edith Stein, che ha testimoniato la fede in un tempo di
persecuzione:
“Anche nell’epoca attuale molti sono
i cristiani nel mondo che, animati dall’amore per Dio,
assumono ogni giorno la croce, sia quella delle prove
quotidiane, sia quella procurata dalla barbarie umana, che
talvolta richiede il coraggio dell’estremo
sacrificio”.
OMELIA
DEL SANTO PADRE BENEDETTO XVI
Basilica
Vaticana
Domenica, 20 giugno 2010
Cari
Fratelli nell’Episcopato e nel Sacerdozio,
Carissimi Ordinandi,
Cari Fratelli e Sorelle!
come
Vescovo di questa Diocesi sono particolarmente lieto di
accogliere nel «presbyterium» romano quattordici
nuovi Sacerdoti. Insieme col Cardinale Vicario, i Vescovi
Ausiliari e tutti i Presbiteri ringrazio il Signore per il
dono di questi nuovi Pastori del Popolo di Dio. Vorrei
rivolgere un particolare saluto a voi, carissimi
ordinandi: oggi voi state al centro dell’attenzione del
Popolo di Dio, un popolo simbolicamente rappresentato
dalla gente che riempie questa Basilica Vaticana: la
riempie di preghiera e di canti, di affetto sincero e
profondo, di commozione autentica, di gioia umana e
spirituale. In questo Popolo di Dio, hanno un posto
particolare i vostri genitori e familiari, gli amici e i
compagni, i superiori ed educatori del Seminario, le varie
comunità parrocchiali e le diverse realtà di Chiesa da
cui provenite e che vi hanno accompagnato nel vostro
cammino e quelle che voi stessi avete già servito
pastoralmente. Senza dimenticare la singolare vicinanza,
in questo momento, di tantissime persone, umili e semplici
ma grandi davanti a Dio, come, ad esempio, le claustrali,
i bambini, i malati e gli infermi. Esse vi accompagnano
con il dono preziosissimo della loro preghiera, della loro
innocenza e della loro sofferenza.
È,
dunque, l’intera Chiesa di Roma che oggi rende grazie a
Dio e prega per voi, che ripone tanta fiducia e speranza
nel vostro domani, che aspetta frutti abbondanti di santità
e di bene dal vostro ministero sacerdotale. Sì, la Chiesa
conta su di voi, conta moltissimo su di voi! La Chiesa ha
bisogno di ciascuno di voi, consapevole come è dei doni
che Dio vi offre e, insieme, dell’assoluta necessità
del cuore di ogni uomo di incontrarsi con Cristo, unico e
universale salvatore del mondo, per ricevere da lui la
vita nuova ed eterna, la vera libertà e la gioia piena.
Ci sentiamo, allora, tutti invitati ad entrare nel «mistero»,
nell’evento di grazia che si sta realizzando nei vostri
cuori con l’Ordinazione presbiterale, lasciandoci
illuminare dalla Parola di Dio che è stata proclamata.
Il
Vangelo che abbiamo ascoltato ci presenta un momento
significativo del cammino di Gesù, nel quale egli chiede
ai discepoli che cosa la gente pensi di lui e come lo
giudichino essi stessi. Pietro risponde a nome dei Dodici
con una confessione di fede, che si differenzia in modo
sostanziale dall’opinione che la gente ha su Gesù; egli
infatti afferma: Tu sei il Cristo di Dio (cfr Lc
9,20). Da dove nasce questo atto di fede? Se andiamo
all’inizio del brano evangelico, costatiamo che la
confessione di Pietro è legata ad un momento di
preghiera: «Gesù si trovava in un luogo solitario a
pregare. I discepoli erano con lui», dice san Luca
(9,18). I discepoli, cioè, vengono coinvolti
nell’essere e parlare assolutamente unico di Gesù con
il Padre. E in tal modo viene loro concesso di vedere il
Maestro nell’intimo della sua condizione di Figlio,
viene loro concesso di vedere ciò che gli altri non
vedono; dall’«essere con Lui», dallo «stare con Lui»
in preghiera, deriva una conoscenza che va al di là delle
opinioni della gente per giungere all’identità profonda
di Gesù, alla verità. Qui ci viene fornita
un’indicazione ben precisa per la vita e la missione del
sacerdote: nella preghiera egli è chiamato a riscoprire
il volto sempre nuovo del suo Signore e il contenuto più
autentico della sua missione. Solamente chi ha un rapporto
intimo con il Signore viene afferrato da Lui, può
portarlo agli altri, può essere inviato. Si tratta di un
«rimanere con Lui» che deve accompagnare sempre
l’esercizio del ministero sacerdotale; deve esserne la
parte centrale, anche e soprattutto nei momenti difficili,
quando sembra che le «cose da fare» debbano avere la
priorità. Ovunque siamo, qualunque cosa facciamo,
dobbiamo sempre «rimanere con Lui».
Un
secondo elemento vorrei sottolineare del Vangelo di oggi.
Subito dopo la confessione di Pietro, Gesù annuncia la
sua passione e risurrezione e fa seguire a questo annuncio
un insegnamento riguardante il cammino dei discepoli, che
è un seguire Lui, il Crocifisso, seguirlo sulla strada
della croce. Ed aggiunge poi – con un’espressione
paradossale – che l’essere discepolo significa «perdere
se stesso», ma per ritrovare pienamente se stesso (cfr Lc
9,22-24). Cosa significa questo per ogni cristiano, ma
soprattutto cosa significa per un sacerdote? La sequela,
ma potremmo tranquillamente dire: il sacerdozio, non può
mai rappresentare un modo per raggiungere la sicurezza
nella vita o per conquistarsi una posizione sociale. Chi
aspira al sacerdozio per un accrescimento del proprio
prestigio personale e del proprio potere ha frainteso alla
radice il senso di questo ministero. Chi vuole soprattutto
realizzare una propria ambizione, raggiungere un proprio
successo sarà sempre schiavo di se stesso e
dell’opinione pubblica. Per essere considerato, dovrà
adulare; dovrà dire quello che piace alla gente; dovrà
adattarsi al mutare delle mode e delle opinioni e, così,
si priverà del rapporto vitale con la verità,
riducendosi a condannare domani quel che avrà lodato
oggi. Un uomo che imposti così la sua vita, un sacerdote
che veda in questi termini il proprio ministero, non ama
veramente Dio e gli altri, ma solo se stesso e,
paradossalmente, finisce per perdere se stesso. Il
sacerdozio - ricordiamolo sempre - si fonda sul coraggio
di dire sì ad un’altra volontà, nella consapevolezza,
da far crescere ogni giorno, che proprio conformandoci
alla volontà di Dio, «immersi» in questa volontà, non
solo non sarà cancellata la nostra originalità, ma, al
contrario, entreremo sempre di più nella verità del
nostro essere e del nostro ministero.
Carissimi
ordinandi, vorrei proporre alla vostra riflessione un
terzo pensiero, strettamente legato a quello appena
esposto: l’invito di Gesù a «perdere se stesso», a
prendere la croce, richiama il mistero che stiamo
celebrando: l’Eucaristia. A voi oggi, con il sacramento
dell’Ordine, viene donato di presiedere l’Eucaristia!
A voi è affidato il sacrificio redentore di Cristo, a voi
è affidato il suo corpo dato e il suo sangue versato.
Certo, Gesù offre il suo sacrificio, la sua donazione
d’amore umile e totale alla Chiesa sua Sposa, sulla
Croce. E’ su quel legno che il chicco di frumento
lasciato cadere dal Padre sul campo del mondo muore per
diventare frutto maturo, datore di vita. Ma, nel disegno
di Dio, questa donazione di Cristo viene resa presente
nell’Eucaristia grazie a quella potestas sacra che
il sacramento dell’Ordine conferisce a voi presbiteri.
Quando celebriamo la Santa Messa teniamo nelle nostre mani
il pane del Cielo, il pane di Dio, che è Cristo, chicco
spezzato per moltiplicarsi e diventare il vero cibo della
vita per il mondo. È qualcosa che non vi può non
riempire di intimo stupore, di viva gioia e di immensa
gratitudine: ormai l’amore e il dono di Cristo
crocifisso e glorioso passano attraverso le vostre mani,
la vostra voce, il vostro cuore! E’ un’esperienza
sempre nuova di stupore vedere che nelle mie mani, nella
mia voce il Signore realizza questo mistero della Sua
presenza!
Come
allora non pregare il Signore, perché vi dia una
coscienza sempre vigile ed entusiasta di questo dono, che
è posto al centro del vostro essere preti! Perché vi dia
la grazia di saper sperimentare in profondità tutta la
bellezza e la forza di questo vostro servizio presbiterale
e, nello stesso tempo, la grazia di poter vivere questo
ministero con coerenza e generosità, ogni giorno. La
grazia del presbiterato, che tra poco vi verrà donata, vi
collegherà intimamente, anzi strutturalmente,
all’Eucaristia. Per questo, vi collegherà nel profondo
del vostro cuore ai sentimenti di Gesù che ama sino alla
fine, sino al dono totale di sé, al suo essere pane
moltiplicato per il santo convito dell’unità e della
comunione. È questa l’effusione pentecostale dello
Spirito Santo, destinata a infiammare il vostro animo con
l’amore stesso del Signore Gesù. È un’effusione che,
mentre dice l’assoluta gratuità del dono, scolpisce
dentro il vostro essere una legge indelebile – la legge
nuova, una legge che vi spinge ad inserire e a far
rifiorire nel tessuto concreto degli atteggiamenti e dei
gesti della vostra vita d’ogni giorno l’amore stesso
di donazione di Cristo crocifisso. Riascoltiamo la voce
dell’apostolo Paolo, anzi in questa voce riconosciamo
quella potente dello Spirito Santo: «Quanti siete stati
battezzati in Cristo vi siete rivestiti di Cristo» (Gal
3,27). Già con il Battesimo, e ora in virtù del
Sacramento dell’Ordine, voi vi rivestite di Cristo. Alla
cura per la celebrazione eucaristica si accompagni sempre
l’impegno per una vita eucaristica, vissuta cioè
nell’obbedienza ad un’unica grande legge, quella
dell’amore che si dona in totalità e serve con umiltà,
una vita che la grazia dello Spirito Santo rende sempre più
somigliante a quella di Cristo Gesù, Sommo ed eterno
Sacerdote, servo di Dio e degli uomini.
Carissimi,
la strada che ci indica il Vangelo di oggi è la strada
della vostra spiritualità e della vostra azione
pastorale, della sua efficacia e incisività, anche nelle
situazioni più faticose ed aride. Di più, questa è la
strada sicura per trovare la vera gioia. Maria, la serva
del Signore, che ha conformato la sua volontà a quella di
Dio, che ha generato Cristo donandolo al mondo, che ha
seguito il Figlio fino ai piedi della croce nel supremo
atto di amore, vi accompagni ogni giorno della vostra vita
e del vostro ministero. Grazie all’affetto di questa
Madre tenera e forte, potrete essere gioiosamente fedeli
alla consegna che come presbiteri oggi vi viene data:
quella di conformarvi a Cristo Sacerdote, che ha saputo
obbedire alla volontà del Padre e amare l’uomo sino
alla fine.
Amen!
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