ESEQUIE
DEL CARDINALE MARIA JAVIERRE ORTAS (2/02/2007)
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Fonte,
Radio Vaticana, 2 febbraio 2007
UN
PASTORE CHE HA SPESO LA SUA VITA A COMUNICARE A TUTTI CHE
CRISTO E’ SEMPRE CON NOI:
COSI’, IL PAPA NELLA MESSA ESEQUIALE,
IN BASILICA VATICANA, PER IL CARDINALE SPAGNOLO
ANTONIO MARÍA
JAVIERRE ORTAS, SPENTOSI
IERI ALL’ETA’ DI 86 ANNI
Con
la sua esistenza e la sua missione, il cardinale Antonio María
Javierre Ortas
ha dato un messaggio di speranza: è quanto sottolineato
da Benedetto XVI, che stamani ha presieduto nella Basilica
di San Pietro le esequie per il porporato spagnolo,
spentosi ieri all’età di 86 anni. Il Papa ha ricordato
il servizio del cardinale Ortas
alla guida della Congregazione per il Culto Divino e la
Disciplina dei Sacramenti, sottolineando il carattere
gioviale e generoso del porporato salesiano. Il servizio
di Alessandro Gisotti:
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Un
pastore “fedele e generoso, sempre disponibile e
cordiale”: Benedetto XVI ha tratteggiato così la figura
del cardinale Antonio
María Javierre
Ortas, spentosi, lui
salesiano, proprio all’indomani della memoria liturgica
di San Giovanni Bosco. Il Papa ha ricordato che, nella sua
lunga esistenza, il porporato spagnolo, nato nel 1921, fu
animato “sin dalla giovinezza da uno spiccato
spirito missionario”:
“Seguendo
l’esempio di don Bosco avrebbe voluto vivere la sua
vocazione di salesiano a diretto contatto con la gioventù,
in terra di missione, ma la Provvidenza lo ha chiamato ad
altre mansioni. Egli è stato così apostolo negli
ambienti dell’Università e della Curia Romana, senza
però mai perdere occasione per svolgere un’intensa
attività spirituale nell’ambito più propriamente
teologico e in quello più vasto della cultura,
soprattutto animando gruppi di professori e di religiosi,
e come cappellano tra gli universitari”.
Benedetto
XVI si è soffermato sulla liturgia odierna che ci ricorda
la Presentazione del Signore al Tempio. “Le parole
dell’anziano Simeone che stringe tra le sue braccia il
Bambino Gesù – ha detto – risuonano in questa
circostanza con particolare emozione”.
“‘Ora
lascia, o Signore, che il tuo servo vada
in pace secondo la tua parola’.
E’ la preghiera che la Chiesa eleva a Dio
quando scende la notte, ed è quanto mai
significativo ricordarla oggi, ripensando a questo nostro
fratello giunto al tramonto della sua vita terrena”.
Dunque,
“per l’uomo che vive in Cristo, la morte non fa
paura”. Si è soffermato così sul passo del Vangelo di
Giovanni dove Cristo afferma: “Io sono il pane vivo
disceso dal cielo. Se uno mangia di questo pane vivrà in
eterno”. E’ questa, ha sottolineato, “una delle
espressioni di Gesù che racchiudono in
sintesi tutto il suo mistero”. Espressione, ha
proseguito, che è confortante ascoltare e meditare,
mentre si prega “per un’anima sacerdotale che ha
trovato nell’Eucaristia il centro della sua vita”. Il
Papa ha così citato alcune lettere che il cardinale Javierre
aveva indirizzato a Giovanni Paolo II, “dalle quali
emerge proprio questo riferimento privilegiato
all’Eucaristia”. La comunione “sacramentale, intima
e perseverante, con il Corpo e il Sangue di Cristo – è
stato il richiamo del Papa – opera una trasformazione
profonda della persona”. Il morire, ha proseguito, è
allora un “guadagno
perché solo morendo si può realizzare pienamente quell’essere
in Cristo di cui la comunione eucaristica è pegno su
questo terra”. Ha così rivolto il pensiero al
motto episcopale del cardinale Ortas,
Ego vobiscum
sum:
“Il
cardinale Javierre Ortas
ha voluto che la sua esistenza personale e la sua missione
ecclesiale fossero un messaggio di speranza; attraverso il
suo apostolato, seguendo l’esempio di san Giovanni
Bosco, si è sforzato di comunicare a tutti che Cristo è
sempre con noi”.
Come
degno figlio di Don Bosco, ha aggiunto, il porporato era
profondamente devoto di Maria, di cui ha cercato di
“imitare lo stile di un servizio discreto e generoso”.
Quando lasciò l’incarico di prefetto della
Congregazione per il Culto Divino e la Disciplina dei
Sacramenti, ha rammentato, lo fece “in punta di piedi”
per dedicarsi “al servizio che invece non si deve
lasciare mai: la preghiera”. Benedetto XVI ha concluso
l’omelia citando un pensiero del cardinale spagnolo.
“E’ meraviglioso – scriveva – pensare che non
importa la serie di peccati della nostra vita”
poiché “basta alzare gli occhi e vedere il gesto
del Salvatore che ci accoglie ad uno ad uno con bontà
infinita”.
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OMELIA
DEL SANTO PADRE
Cari
fratelli e sorelle,
ieri,
all’indomani della memoria liturgica di San Giovanni
Bosco, è partito per il Cielo un suo figlio spirituale,
il caro e venerato Cardinale Antonio María Javierre Ortas.
Si è trovato circondato, al momento della sua dipartita,
dalla preghiera corale di suffragio che i Salesiani sono
soliti elevare per i Confratelli e le Consorelle defunti
proprio il giorno dopo la festa del Fondatore. Alla sua
famiglia religiosa si unisce oggi la Curia Romana, si
uniscono i parenti e gli amici, con la presente
celebrazione, nel giorno in cui la liturgia ricorda la
Presentazione del Signore al Tempio. Le parole
dell’anziano Simeone che stringe fra le sua braccia il
Bambino Gesù, risuonano in questa circostanza con
particolare emozione: “Nunc dimittis servum tuum
Domine, secundum verbum tuum in pace - Ora lascia, o
Signore, che il tuo servo vada in pace secondo la tua
parola” (Lc 2,29). E’ la preghiera che la
Chiesa eleva a Dio quando scende la notte, ed è quanto
mai significativo ricordarla oggi, ripensando a questo
nostro Fratello giunto al tramonto della sua vita terrena.
“Misercordias
Domini in aeternum cantabo”. Facciamo nostre queste
parole, tratte dal suo diario spirituale, mentre
accompagniamo il Cardinale Javierre Ortas nel suo viaggio
verso la casa del Padre. Nato a Siétamo, in Diocesi di
Huesca, il 21 febbraio 1921, egli ha avuto in dono una
lunga esistenza, animata sin dalla giovinezza da uno
spiccato spirito missionario. Seguendo l’esempio di don
Bosco avrebbe voluto vivere la sua vocazione di salesiano
a diretto contatto con la gioventù, in terra di missione,
ma la Provvidenza lo ha chiamato ad altre mansioni. Egli
è stato così apostolo negli ambienti dell’Università
e della Curia Romana, senza però mai perdere occasione
per svolgere un’intensa attività spirituale
nell’ambito più propriamente teologico e in quello più
vasto della cultura, soprattutto animando gruppi di
professori e di religiosi, e come cappellano tra gli
universitari. Il suo è stato un servizio ecclesiale,
fedele e generoso, sempre disponibile e cordiale. Benché
fosse giunto a un’età ragguardevole, ci ha lasciato in
modo piuttosto improvviso. Spinti dalla fede, ma anche da
affetto per la sua venerata persona, siamo ora riuniti
intorno all’altare del Signore e ci accingiamo ad
offrire per lui il Sacrificio eucaristico.
Risuonano
nell’animo le parole di Cristo che abbiamo ascoltato
poco fa nel Vangelo: “Io sono il pane vivo disceso dal
cielo. Se uno mangia di questo pane vivrà in eterno e il
pane che io darò è la mia carne per la vita del mondo”
(Gv 6,51). E’ questa una delle espressioni di Gesù
che racchiudono in sintesi tutto il suo mistero. Ed è
confortante ascoltarla e meditarla mentre preghiamo per
un’anima sacerdotale che ha trovato nell’Eucaristia il
centro della sua vita. La comunione sacramentale, intima e
perseverante, con il Corpo e il Sangue di Cristo, opera
una trasformazione profonda della persona ed il frutto di
questo processo interiore, che la coinvolge tutta, è
quanto afferma di sé l’apostolo Paolo scrivendo ai
Filippesi: “Mihi vivere Christus est” (Fil
1,21). Il morire allora è un “guadagno” perché solo
morendo si può realizzare pienamente quell’“essere-in-Cristo”
di cui la comunione eucaristica è pegno su questa terra.
Ieri, ho
potuto avere tra le mani alcune lettere che il Cardinale
Javierre aveva indirizzato all’amato Giovanni Paolo II e
dalle quali emerge proprio questo riferimento privilegiato
all’Eucaristia. Nel 1992, al momento in cui ricevette la
nomina a Prefetto della Congregazione per il Culto Divino
e la Disciplina dei Sacramenti, egli scrisse: “Huelga
repetir en esta ocasión mi voluntad incondicionada de
servicio. Cuente, Santidad, con mi esfuerzo sincero de
conducir a término el cometido que se me ha encomendado.
Lo imagino gravitando por completo en torno a la
EUCARISTIA – scritto tutto maiuscolo –.
Todo gira en torno ese baricentro”. In occasione poi
del 50° anniversario della sua Ordinazione sacerdotale,
nella lettera di ringraziamento al Santo Padre per gli
auguri inviatigli scriveva: “Al tempo della mia
ordinazione a Salamanca il sacerdozio gravitava
integralmente intorno all’Eucaristia ... E’ una gioia
rivivere i sentimenti della nostra ordinazione, consci che
nell’Eucaristia, sacramento del Sacrificio, Cristo
attualizza in pienezza il suo unico Sacerdozio”. Alla
mensa celeste, a quel convito messianico di cui parla
Isaia nella prima Lettura, dove la morte è eliminata per
sempre e le lacrime sono asciugate su ogni volto (cfr Is
25,8), il caro Cardinale defunto ora prende parte con
gioia. In attesa di condividere anche noi, quando il
Signore vorrà, questo eterno convito di amore, ci
accomuna ora, noi ancora pellegrini e lui già arrivato
alla meta, il canto risuonato nel Salmo responsoriale: “Dominus
pascit me, et nihil mihi deerit: in loco pascuae, ibi me
collocavit” (Sal 22,1-2). Sì, per l’uomo
che vive in Cristo la morte non fa paura; egli sperimenta
in ogni momento quanto il salmista afferma con fiducia:
“Nam et si ambulavero in valle umbrae mortis, non
timebo mala, quoniam tu mecum es” (22,4).
“Tu
mecum es”: questa espressione rimanda ad un’altra
che Gesù risorto rivolse agli Apostoli, e che questo
nostro Fratello scelse quale suo motto episcopale: “Ego
vobiscum sum” (Mt 28,20). In effetti, il
Cardinale Javierre Ortas ha voluto che la sua esistenza
personale e la sua missione ecclesiale fossero un
messaggio di speranza; attraverso il suo apostolato,
seguendo l’esempio di san Giovanni Bosco, si è sforzato
di comunicare a tutti che Cristo è sempre con noi. Lui,
figlio della patria di santa Teresa e di san Giovanni
della Croce, quante volte ha pregato nel suo cuore: “Nada
te turbe, / nada te espante. / Quien a Dios tiene / nada
le falta / … / Solo Dios basta”. E’ proprio
perché abituato a vivere sorretto da queste convinzioni
che il Cardinale Javierre Ortas, al momento di congedarsi
dal ministero attivo nella Curia, poteva scrivere
nuovamente al Papa parole intrise di speranza: “No me
resta sino impetrar que el Señor utilice – en registro
divino – la bondad de su Vicario cuando en la tarde de
la vida – no lejana – suene para mi la hora del examen
sobre el amor”.
Nello
stemma di questo nostro compianto Fratello è raffigurata
una barca legata a due colonne: la barca è la Chiesa, il
timoniere è il Papa e le due colonne sono l’Eucaristia
e la Madonna. Come degno figlio di Don Bosco, era
profondamente devoto di Maria, amata e venerata col titolo
di Ausiliatrice. Della Madonna, “Ancilla Domini”,
ha cercato di imitare lo stile di un servizio discreto e
generoso. Lasciò l’incarico di Prefetto della
Congregazione per il Culto Divino e la Disciplina dei
Sacramenti “in punta di piedi” per dedicarsi al
servizio che invece non si deve mai lasciare: la
preghiera. Ed ora che il Padre celeste lo ha voluto con sé,
sono certo che in Cielo – dove confidiamo che il Signore
lo abbia accolto nel suo abbraccio paterno – continua a
pregare per noi. Mi piace concludere con una sua
riflessione, che ci conduce all’abbraccio del Redentore:
E’ meraviglioso – egli scriveva - pensare che non
importa la serie dei peccati della nostra vita, che basta
alzare gli occhi e vedere il gesto del Salvatore che ci
accoglie uno ad uno con bontà infinita, con estrema
amabilità. In questa prospettiva, egli concludeva, “la
despedida se nimba de esperanza y de gozo”.
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