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IL
PAPA IN BENIN (18 - 20 novembre 2011) |
Radio
Vaticana, 18 novembre 2011
I
politici africani superino gli egoismi, il Benin esempio
di pacifica convivenza religiosa: così il Papa durante il
volo verso Cotonou
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Un Paese dove la democrazia è un esempio e la pacifica
convivenza fra le varie religioni un fatto. È questo il
positivo “ritratto” che Benedetto XVI ha fatto questa
mattina del Benin, meta del suo 22.mo viaggio apostolico.
Parlando con i giornalisti presenti sul volo papale,
durante la lunga trasferta verso il piccolo Stato
africano, Benedetto XVI ha anche rivolto un appello ai
politici del continente a superare gli egoismi. E sulla
capacità del cristianesimo di radicarsi nella realtà
africana, il Papa ha auspicato che più che di
inculturazione, si possa parlare di “incontro fra le
culture”. Il servizio di Alessandro De Carolis:
L’Africa è un continente tuttora pervaso di
freschezza religiosa e di “vitalità”. Il Benin –
con lo stabile dialogo che caratterizza i rapporti tra le
religioni – costituisce un “fattore di pace e libertà”.
Da parte sua, il cristianesimo in Africa deve saper
esprimere con autenticità la presenza di Cristo, senza
per questo apparire “difficile”, e favorire quindi
l’incontro fra le culture e la fraternità. E ancora, un
affettuoso ritratto del cardinale Bernardin Gantin, padre
della patria del Benin e indimenticato amico del
Pontefice. Innumerevoli spunti concentrati in un quarto
d’ora di domande e risposte ad “alta densità”.
Benedetto XVI ha subito spiegato le ragioni della sua
visita in Benin. La prima, ha detto, “è che il Benin è
un Paese in pace”, dentro e fuori. “Funzionano” le
istituzioni democratiche e si respira uno “spirito di
libertà e responsabilità”, di giustizia e di senso del
“lavoro per il bene comune”. Poi, ha osservato, pur in
presenza di una “grande diversità di religioni”…
“…queste diverse religioni convivono nel
rispetto reciproco e nella responsabilità comune per la
pace, per la riconciliazione interna ed esterna. Mi sembra
che questa convivenza tra le religioni e il dialogo
interreligioso come fattore di pace e di libertà siano un
aspetto importante”.
Alla domanda su come il cristianesimo viva il confronto
con il crescente affermarsi delle Chiese evangeliche o
pentecostali – che propongono una fede attraente e, per
certi versi, “semplificata” – il Papa ha detto con
chiarezza: “Non dobbiamo imitare queste comunità, ma
chiederci cosa possiamo fare noi per dare nuova vitalità
alla fede cattolica”. A partire, ha indicato,
dall’annuncio di un “messaggio semplice, profondo,
comprensibile”:
“Importante è che il cristianesimo non appaia
come un sistema difficile, europeo, che un altro non possa
comprendere e realizzare, ma come un messaggio universale
che affermi che c’è Dio, (…) che Dio ci conosce e ci
ama e che la religione vissuta fa nascere la
collaborazione e la fraternità (…) Inoltre, che
l’istituzione non sia troppo pesante: è sempre molto
importante che sia prevalente l’iniziativa della comunità
e della persona. E infine, direi anche una liturgia
partecipativa ma non sentimentale: non deve essere basata
solo sull’espressione dei sentimenti, ma caratterizzata
dalla presenza del mistero nella quale noi entriamo, dalla
quale ci lasciamo formare”.
Importante, ha affermato subito dopo il Pontefice, è
pure “non perdere l’universalità”
nell’inculturazione. Anzi, ha detto, “preferirei
parlare di interculturalità, non tanto di inculturazione,
cioè di un incontro delle culture” e “così crescere
anche nella fraternità universale”, aiutati da quel
grande valore che è la cattolicità. La terza domanda ha
riguardato l’aspetto più politico dell’Africa, terra
– è stato rilevato – di molte operazioni di
peacekeeping, di conferenze di riconciliazione e verità
nazionali. Benedetto XVI ha riconosciuto che ciò che
conta per il progresso civile è superare la barriera
dell’“egoismo”. Tuttavia, per meglio comprendere
quale messaggio sul punto intenda indirizzare al
continente, il Pontefice ha rimandato all’Esortazione
postsinodale che consegnerà alla Chiesa africana. E alla
domanda successiva, la quarta, che chiedeva al Papa se
ritenesse l’Africa protagonista dell’evangelizzazione
nel resto del mondo, specie in quello occidentale in
defcit di speranza, Benedetto XVI ha replicato che,
certamente il continente patisce “grandi difficoltà”...
“… tuttavia questa freschezza della vita che
c’è in Africa, la gioventù così piena di entusiasmo e
di speranza, ma anche di umorismo e di allegria, ci mostra
che c’è qui una riserva di umanità: c’è ancora la
freschezza del senso religioso e della speranza, c’è
ancora una percezione della realtà metafisica, della
realtà nella sua totalità con Dio. Non la riduzione al
positivismo, che restringe la nostra vita, la fa un po’
arida e spegne anche la speranza“.
L’ultima domanda ha riguardato la figura del
cardinale Bernardin Gantin. Il Papa ha detto di averlo
incontrato per la prima volta a Monaco, nel 1977, in
occasione dell’ordinazione ad arcivescovo. “Era venuto
– ha spiegato – perché uno dei suoi alunni era mio
allievo”. Poi, ha raccontato, la successiva, lunga
collaborazione condivisa in Vaticano alla testa dei
rispettivi dicasteri ha cementato una bella e solida
amicizia:
“Ne ho sempre ammirato la sua intelligenza pratica
e profonda e il suo senso di discernimento, il suo non
cadere su certe fraseologie bensì comprendere che cosa
fosse l’essenziale e cosa non avesse senso. E poi quel
suo senso dell’umorismo, davvero molto bello… Ma
soprattutto era un uomo di profonda fede e di preghiera.
Tutto questo ha fatto del cardinale Gantin non solo un
amico ma anche un esempio da seguire, quello di un grande
vescovo africano cattolico“.
Ora sono veramente lieto, ha concluso Benedetto XVI, di
poter “pregare sulla sua tomba e sentire la sua
vicinanza e la sua grande fede”. Subito dopo la
conslusione del discorso del Papa, il direttore della Sala
Stampa Vaticana, padre Federico Lombardi, ha rivelato
l’identità dell’“allievo” di un tempo, grazie al
quale i cardinali Ratzinger e Gantin fecero la loro
conoscenza: si tratta del vescovo beninese Barthélemy
Adoukonou, oggi segretario del Pontificio Consiglio della
Cultura, tra i membri del seguito papale in questo viaggio
apostolico.
INTERVISTA
CONCESSA DAL SANTO PADRE BENEDETTO XVI
AI GIORNALISTI DURANTE IL VOLO VERSO IL BENIN
Volo Papale
Venerdì, 18 novembre 2011
P.
Lombardi: Santità, benvenuto in mezzo a noi, in mezzo
a questo gruppo dei giornalisti che La accompagnano verso
l’Africa. Le siamo molto grati di dedicarci un poco di
tempo anche questa volta. Qui, su questo aereo, c’è una
quarantina di giornalisti, fotografi e cameramen di
diverse agenzie e televisioni, poi ci sono anche i media
vaticani che La accompagnano: una cinquantina di persone.
A Cotonou ci aspetta un migliaio di giornalisti che
seguiranno il viaggio sul luogo. Come al solito, Le
rivolgiamo alcune domande raccolte in questi giorni tra i
colleghi. La prima domanda la faccio in francese, pensando
che possa essere poi anche molto gradita agli ascoltatori
e ai telespettatori del Benin, quando potranno goderne,
all’arrivo.
P.
Lombardi: Saint-Père, ce voyage nous amène au Bénin.
Mais c’est un voyage très important pour l’entier
continent africain. Pourquoi avez-vous pensé que le Bénin
soit le pays apte pour un message pour toute l’Afrique
d’aujourd’hui et de demain ?
Saint-Père:
Il y a différentes raisons. La première, le Bénin est
un pays en paix, en paix extérieure et intérieure. Il y
a des institutions démocratiques qui fonctionnent, qui
sont réalisées dans l’esprit de liberté et
responsabilité, et donc la justice et le travail pour le
bien commun sont possibles et garantis par le
fonctionnement des institutions démocratiques et le sens
des responsabilités dans la liberté. La 2° raison, est
qu’il y a, comme dans la majeure partie des pays
africains, une présence des différentes religions et une
convivence pacifique des religions. Il y a les chrétiens
dans leur diversité - pas facile toujours, il y a les
musulmans, il y a finalement les religions traditionnelles,
toutes les 3 religions, différentes, vivent ensemble dans
le respect réciproque et dans la commune responsabilité
pour la paix, pour la réconciliation intérieure et extérieure.
Il me semble que cette convivence des religions, le
dialogue interreligieux comme facteur de paix et de liberté
est très important et est une partie importante aussi de
l’Exhortation apostolique du Synode. Et finalement la 3°
raison, est que c’est le pays de mon cher ami, le
Cardinal Gantin. J’avais toujours le désir de prier, un
jour, sur sa tombe. Il est réellement un grand ami - on
en parlera à la fin peut-être, et donc visiter le pays
du Cardinal Gantin, comme un grand représentant de l’Afrique
catholique, de l’Afrique humaine et civilisée, est pour
moi aussi une raison d’aller dans ce pays.
[trad.
italiana. P. Lombardi: Santo Padre, questo
viaggio ci conduce in Benin, ma è un viaggio molto
importante per l’intero continente africano. Perché Lei
ha pensato che proprio il Benin fosse il Paese indicato
per lanciare un messaggio all’Africa tutta, di oggi e di
domani?
Santo
Padre: Ci sono diverse ragioni. La prima è che il
Benin è un Paese in pace: pace esterna ed interna. Le
istituzioni democratiche funzionano, sono realizzate nello
spirito di libertà e responsabilità e quindi la
giustizia e il lavoro per il bene comune sono possibili e
garantiti dal funzionamento del sistema democratico e dal
senso di responsabilità nella libertà. La seconda
ragione è che, come nella maggior parte dei Paesi
africani, c’è una presenza di diverse religioni e una
convivenza pacifica tra queste religioni. Ci sono i
cristiani nella loro diversità, non sempre facile, ci
sono i musulmani e poi ci sono le religioni tradizionali,
e queste diverse religioni convivono nel rispetto
reciproco e nella comune responsabilità per la pace, per
la riconciliazione interna ed esterna. Mi sembra che
questa convivenza tra le religioni, il dialogo
interreligioso come fattore di pace e di libertà sia un
aspetto importante, come è parte importante
dell’Esortazione apostolica post-sinodale. Infine, la
terza ragione è che questo è il Paese del mio caro
amico, il Cardinale Bernardin Gantin: avevo sempre il
desiderio di poter pregare, un giorno, sulla sua tomba.
E’ per me veramente un grande amico – ne parleremo
alla fine, forse – e quindi visitare il Paese del
Cardinale Gantin, come un grande rappresentante
dell’Africa cattolica e dell’Africa umana e civile, è
per me uno dei motivi per cui desidero andare in questo
Paese.]
P.
Lombardi: Mentre gli africani sperimentano
l’indebolimento delle loro comunità tradizionali, la
Chiesa cattolica si trova confrontata con il successo
crescente di Chiese evangeliche o pentecostali, a volte
auto-createsi in Africa, che propongono una fede
attraente, una grande semplificazione del messaggio
cristiano: insistono sulle guarigioni, mescolano i loro
culti con quelli tradizionali. Come si colloca la Chiesa
cattolica nei confronti di queste comunità, aggressive
nei suoi confronti? E come può essere attraente, quando
queste comunità si presentano come festose, calorose o
inculturate?
Santo
Padre: Queste comunità sono un fenomeno mondiale, in
tutti i continenti, soprattutto sono altamente presenti in
modi diversi in America Latina ed in Africa. Direi che gli
elementi caratteristici sono poca istituzionalità, poche
istituzioni, un peso leggero di istruzione, un messaggio
facile, semplice, comprensibile, apparentemente concreto e
poi – come Lei ha detto – liturgia partecipativa con
l’espressione dei propri sentimenti, della propria
cultura e combinazioni anche sincretistiche tra religioni.
Tutto questo garantisce, da una parte, successo, ma
implica anche poca stabilità. Sappiamo anche che molti
ritornano alla Chiesa cattolica o migrano da una di queste
comunità all’altra. Quindi, non dobbiamo imitare queste
comunità, ma chiederci cosa possiamo fare noi per dare
nuova vitalità alla fede cattolica. E, direi, un primo
punto è certamente un messaggio semplice, profondo,
comprensibile; importante è che il cristianesimo non
appaia come un sistema difficile, europeo, che un altro
non possa comprendere e realizzare, ma come un messaggio
universale che c’è Dio, che Dio c’entra [con noi],
che Dio ci conosce e ci ama e che la religione concreta
provoca collaborazione e fraternità. Quindi, un messaggio
semplice e concreto è molto importante. Poi, anche che
l’istituzione non sia troppo pesante è sempre molto
importante, che sia prevalente, diciamo, l’iniziativa
della comunità e della persona. E direi anche una
liturgia partecipativa, ma non sentimentale: non dev’essere
basata solo sull’espressione dei sentimenti, ma
caratterizzata dalla presenza del mistero nella quale noi
entriamo, dalla quale ci lasciamo formare. E, infine,
direi, è importante nell’inculturazione non perdere
l’universalità. Io preferirei parlare di
interculturalità, non tanto di inculturazione, cioè di
un incontro delle culture nella comune verità del nostro
essere umano nel nostro tempo, e così crescere anche
nella fraternità universale; non perdere questa grande
cosa che è la cattolicità, che in tutte le parti del
mondo siamo fratelli, siamo una famiglia che si conosce e
che collabora in spirito di fraternità.
P.
Lombardi: Santità, negli ultimi decenni si sono avute
in terra africana molte operazioni di peace-keeping,
conferenze per le ricostruzioni nazionali, commissioni di
verità e riconciliazione con risultati a volte buoni e a
volte deludenti. Durante l’assemblea sinodale, i vescovi
hanno avuto parole forti sulle responsabilità degli
uomini politici nei problemi del continente. Quale
messaggio pensa di indirizzare ai responsabili politici
dell’Africa, e qual è il contributo specifico che la
Chiesa può dare alla costruzione di una pace durevole nel
continente?
Santo
Padre: Il messaggio si trova nel testo che consegnerò
alla Chiesa in Africa: non posso riassumerlo adesso, in
poche parole. Vero è che ci sono state tante conferenze
internazionali proprio anche per l’Africa, per la
fraternità universale. Si dicono cose buone, e qualche
volta anche si fanno realmente cose buone: dobbiamo
riconoscerlo. Ma certamente le parole sono più grandi, le
intenzioni, anche la volontà è più grande della
realizzazione e dobbiamo chiederci perché la realtà non
arriva alle parole e alle intenzioni. Mi sembra che un
fattore fondamentale sia che questo rinnovamento, questa
fraternità universale esige rinunce, esige anche di
andare oltre l’egoismo ed essere per l’altro. E questo
è facile da dire, ma è difficile da realizzare.
L’uomo, così com’è dopo il peccato originale, vuole
avere se stesso, avere la vita e non donare la vita.
Quanto ho, vorrei conservarlo. Ma con questa mentalità,
secondo cui non voglio donare, ma avere, naturalmente le
grandi intenzioni non possono funzionare. Ed è proprio
solo con l’amore e la conoscenza di un Dio che ci ama,
che ci dona, che possiamo arrivare a questo: osiamo
perdere la vita, osiamo donarci perché sappiamo che
proprio così ci guadagniamo. Quindi, oggi i dettagli che
si trovano nel documento del Sinodo riguardano questa
posizione fondamentale: amando Dio ed essendo in amicizia
con questo Dio che si dà, anche noi possiamo osare e
implorare di dare, non solo di avere; di rinunciare, di
essere per l’altro, di perdere la vita nella certezza
che sì, proprio così, ci guadagniamo.
P.
Lombardi: Santità, all’apertura del Sinodo Africano
a Roma, Lei aveva parlato dell’Africa come di un grande
“polmone spirituale per un’umanità in crisi di fede e
di speranza”. Pensando ai grandi problemi dell’Africa,
questa espressione appare quasi sconcertante. In che senso
pensa veramente che dall’Africa possa venire fede e
speranza per il mondo? Pensa a un ruolo dell’Africa
anche nell’evangelizzazione del resto del mondo?
Santo
Padre: Naturalmente l’Africa ha grandi problemi e
difficoltà, tutta l’umanità ha grandi problemi. Se io
penso alla mia gioventù, era un mondo totalmente diverso
da quello di oggi e qualche volta penso di vivere in un
altro pianeta rispetto a quando ero ragazzo. Così
l’umanità si trova in un processo sempre più veloce e
rapido di trasformazione. Per l’Africa questo processo
degli ultimi 50-60 anni - partendo dall’indipendenza,
dopo il colonialismo, fino ad arrivare al tempo di oggi -
è stato un processo molto esigente, naturalmente molto
difficile, con grandi difficoltà e problemi, e questi
problemi non sono ancora superati. Con il processo
dell’umanità procedono anche le difficoltà. Tuttavia
questa freschezza del sì alla vita che c’è in Africa,
questa gioventù che esiste, che è piena di entusiasmo e
di speranza, anche di umorismo e di allegria, ci mostra
che qui c’è una riserva umana, c’è ancora una
freschezza del senso religioso e della speranza; c’è
ancora una percezione della realtà metafisica, della
realtà nella sua totalità con Dio: non questa riduzione
al positivismo, che restringe la nostra vita e la fa un
po’ arida, e anche spegne la speranza. Quindi direi un
umanesimo fresco che si trova nell’anima giovane
dell’Africa, nonostante tutti i problemi che esistono e
che esisteranno, mostra che qui c’è ancora una riserva
di vita e di vitalità per il futuro, sulla quale possiamo
contare.
P.
Lombardi: Un’ultima domanda Santità, torniamo un
attimo su un punto che Lei ha toccato fra i motivi di
questo viaggio verso il Benin: sappiamo che in questo
viaggio un posto molto importante è il ricordo della
figura del cardinale Gantin. Lei lo ha conosciuto molto
bene: è stato il suo predecessore come Decano del Sacro
Collegio e la stima che lo circonda universalmente è
molto grande. Vuole darci ancora una breve testimonianza
personale su di lui?
Santo
Padre: Io ho visto la prima volta il cardinal Gantin
nella mia ordinazione ad arcivescovo di Monaco nel ’77.
Lui era venuto, perché uno dei suoi alunni era mio
discepolo: così idealmente esisteva già tra di noi
un’amicizia, senza ancora esserci visti. In questo
giorno decisivo della mia ordinazione episcopale è stato
bello per me incontrare questo giovane Vescovo africano,
pieno di fede, di gioia e di coraggio. Poi abbiamo
collaborato moltissimo, soprattutto quando lui era
Prefetto della Congregazione per i Vescovi e poi nel Sacro
Collegio. Ne ho sempre ammirato la sua intelligenza
pratica e profonda; il suo senso di discernimento, di non
cadere su certe fraseologie, ma di capire che cosa fosse
l’essenziale e che cosa non avesse senso. E poi il suo
vero senso d’umorismo, che era molto bello. E
soprattutto era un uomo di profonda fede e di preghiera.
Tutto questo ha fatto del cardinal Gantin non solo un
amico, ma anche un esempio da seguire, un grande Vescovo
africano, cattolico. Sono realmente lieto di poter ora
pregare sulla sua tomba e sentire la sua vicinanza e la
sua grande fede, che lo rende - sempre per me - un esempio
e un amico.
P.
Lombardi: Grazie, Santità. Se mi permette aggiungo
che il “suo discepolo” che aveva invitato il cardinale
Gantin è presente anche qui con noi nel viaggio, perché
è Mons. Barthélémy Adoukounou e quindi è presente
anche lui a questo momento così bello. Allora, noi La
ringraziamo di questo tempo che ci ha donato. Le auguriamo
un buon viaggio e, come al solito, cercheremo di
collaborare ad una buona diffusione dei suoi messaggi per
l’Africa in questi giorni. Grazie ancora e arrivederci.
©
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