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IL PREMIER ITALIANO BERLUSCONI IN UDIENZA DAL PAPA (6 GIUGNO 2008)


Fonte, Radio Vaticana, 6 giugno 2008

L’esame della situazione italiana e di quella internazionale al centro dell’incontro tra Benedetto XVI e Silvio Berlusconi. Ribaditi la volontà di collaborazione tra Roma e il Vaticano

Lo scenario sociopolitico italiano e quello internazionale, con particolare riguardo all’Europa e ai rapporti bilaterali fra Roma e la Santa Sede. Sono stati questi, in sintesi, i temi che hanno caratterizzato l’udienza privata concessa questa mattina in Vaticano da Benedetto XVI al presidente del Consiglio dei ministri italiano, Silvio Berlusconi. E’ stato il terzo incontro del Pontefice con un premier italiano nel Palazzo apostolico, dopo i precedenti con lo stesso Berlusconi, il 19 novembre 2005, e quello con Romano Prodi, il 13 ottobre 2006. Per i particolari, la cronaca di Alessandro De Carolis:

Uno scambio di vedute ampio, che ha spaziato dall’Italia al resto dello scacchiere mondiale. Benedetto XVI e Silvio Berlusconi, informa la nota ufficiale della Sala Stampa delal Santa Sede durante la quarantina di minuti di “cordiali colloqui hanno affrontato “temi che riguardano la situazione italiana e il contributo della Chiesa cattolica alla vita del Paese” sui quali, specifica il comunicato, il Santo Padre si era “di recente soffermato nel suo discorso all’Assemblea plenaria della Conferenza Episcopale Italiana”. Sono “state pure considerate - si sottolinea ancora - alcune questioni legate all’attuazione degli Accordi vigenti fra Santa Sede ed Italia” e c’è stato tempo anche per un un esame “dell’attuale quadro internazionale”, dalla “situazione in Medio Oriente” alle “prospettive di sviluppo spirituale, etico e sociale del continente europeo”. Le due parti, conclude la nota, “hanno ribadito la volontà di continuare la costruttiva collaborazione a livello bilaterale e nel contesto della comunità internazionale”.

 
L’udienza è iniziata alle 10.45 quando, con un leggero anticipo sull’orario del protocollo, il corteo di auto del premier è entrato in Vaticano attraverso l’Arco delle campane, sostando nel cortile di San Damaso. Sette le personalità di governo della delegazione italiana che accompagnavano Berlusconi, tra le quali i due sottosegretari alla Presidenza del Consiglio, Gianni Letta e Paolo Bonaiuti. Il Papa e il premier si sono incontrati poco dopo le 11, quando Benedetto XVI ha invitato Berlusconi al colloquio in privato nella sua biblioteca, durato una quarantina di minuti, al quale ha presenziato anche il sottosegretario Letta. Al termine - estendendo l’incontro e i saluti agli altri membri della delegazione italiana - si è svolto il tradizionale scambio dei regali: il Papa ha donato al presidente del Consiglio una una penna stilografica celebrativa dei 500 anni della Basilica di San Pietro e una litografia, mentre Berlusconi ha ricambiato con una croce pettorale d'oro, con pietre e smalti, preparata per l'occasione, avente tasselli decorativi connessi con la storia della Chiesa e dei Papi, come ha spiegato fra l’altro il premier al Pontefice. Infine, la delegazione ospite si è intrattenuta come da prassi con il cardinale segretario di Stato, Tarcisio Bertone, affiancato dal segretario per i Rapporti con gli Stati, l’arcivescovo Dominique Mamberti. Anche in questo caso, i colloqui si sono protratti per circa 40 minuti.

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Radio Vaticana, 5 giugno 2008

Il presidente del Consiglio Silvio Berlusconi spiega al microfono di Luca Collodi della Radio Vaticana e di Marco Bellizi dell’Osservatore Romano come sia possibile il dialogo tra Stato e Chiesa:

R. - Direi su tutti i temi, senza che ci siano limitazioni alcune. Quindi è possibile ogni dialogo su ogni argomento. La nostra Costituzione, la Costituzione italiana, è molto chiara a questo riguardo. Quindi, non ci possono essere preclusioni alla manifestazione di opinioni e di principi da parte di alcuno, e la Chiesa e le sue organizzazioni hanno tutto il diritto di esprimere le proprie valutazioni e lo Stato - lo Stato laico - poi esprimerà un suo giudizio e potrà servirsi e seguire queste valutazioni nella sua azione politica. Anche lo Stato, da parte sua, ha le sue forme di formulazione ed espressione della volontà che, in un regime democratico, avviene attraverso gli organi rappresentativi i quali hanno un potere legiferante e non c’è nessun dubbio che non ci siano limiti a questo potere, se non quelli - appunto - espressi nella Costituzione. E questo è il fondamento che legittima, appunto, la laicità dello Stato; e questo - come ho detto prima - non esclude però che tutte le forze che operano nella società abbiano il diritto di esprimersi in funzione delle proprie convinzioni, che sono politiche ma che sono anche religiose o culturali o di impostazione economica e sociale. Io ritengo che sarebbe una perdita significativa di libertà, per lo Stato, escludere o soffocare la manifestazione di queste convinzioni, direi di qualsiasi convinzione. E’ tipico proprio di ogni totalitarismo di sopprimerle, ed è un dato storico che i regimi totalitari incominciano proprio con il soffocare la libertà di espressione da parte delle istituzioni religiose. Io sono convinto che proprio per la sua millenaria esperienza, per il suo contatto con tutte le fasce sociali, a cominciare dalle fasce sociali più deboli, la Chiesa rappresenti una ricchezza per lo Stato. E lo Stato, che volendo essere e volendo restare laico, deve fuggire dal pericolo di diventare ideologico, di diventare settario e alla fine addirittura totalitario. Perciò, il dialogo che precede il rapporto tra Stato e Chiesa come organismi giuridici, è un dialogo assolutamente positivo che risiede nella natura stessa della società e dimostra la libertà e la pluralità della società.

 
D. - Presidente, passiamo ad un tema internazionale: il Vertice della FAO sull’emergenza alimentare sta terminando. Sono - siamo - tutti d’accordo nel combattere la fame nel mondo ma poi, quando si tratta di operare concretamente impegnando soldi ed energie, gli Stati un po’ si defilano. Qual è la sua posizione e quella dell’Italia?

 
R. - Io sono stato per qualche ora presidente dell’Assemblea dei 183 Paesi che sono venuti a Roma e ho fatto un intervento in apertura, molto breve, perché volevo inviare un messaggio molto conciso e preciso. Cioè: siamo arrivati al tempo dei fatti e non delle parole, perché la fame non può attendere, perché circa un miliardo di esseri umani certamente non comprende i giochi della grande politica, le logiche del mercato, le sottigliezze delle organizzazioni internazionali, ma hanno semplicemente fame e muoiono di fame. Perciò, il mio invito ai partecipanti del Congresso è stato questo: non dilungatevi sulle analisi storiche, sulle analisi accademiche. Trovate soluzioni concrete su cui impegnarvi, e decidete anche i tempi della loro realizzazione. Quindi, la lotta alla fame si divide oggi in due momenti: l’emergenza, dovuta al fatto che alcuni Paesi, che prima erano Paesi di auto-consumo, hanno incominciato, allontanandosi dalla povertà, a soddisfare i loro bisogni anche acquistando i beni alimentari all’estero, in testa a tutti la Cina e l’India, e la speculazione si è subito infilata in questo varco. Ora, per questo bisogna avere subito disponibilità finanziarie, bisogna attingere alle riserve disponibili per alleviare le situazioni più drammatiche, più disperate e bisogna che i Paesi più ricchi mettano a disposizione maggiori risorse per fare fronte a questa situazione. E a questo proposito io ho detto: ma non dobbiamo assistere senza fare nulla alla impennata dei prezzi! Se c’è qualcuno che deve pagare i prezzi in più, c’è anche qualcuno che incassa prezzi in più. E quindi, bisognerebbe chiedere agli Stati, dove ci sono i produttori che hanno queste utilità, di incassare questi utili e che il sovrapprezzo speculativo dei produttori venga destinato in parte ad aiuti immediati. E poi, anche, chiedendo contributi da parte delle Nazioni Unite ai Paesi produttori di petrolio che incassano ogni giorno degli utili straordinari. [...] E infine io, dando tra l’altro anche il buon esempio, perché abbiamo portato da 60 milioni a 190 milioni il nostro contributo per il 2008, ho detto che bisognerebbe che l’Europa - e di questo ho parlato con Zapatero che si è dichiarato d’accordo, con Sarkozy che si è dichiarato d’accordo - non calcolasse nei deficit, quando noi presentiamo i bilanci, le somme che i singoli Stati potrebbero destinare all’aiuto alimentare. E se questo accadesse - io ne parlerò nel prossimo Consiglio europeo - noi e tutti gli altri Paesi potremmo aumentare immediatamente i nostri aiuti. Ma poi, c’è il futuro, e il futuro si risolve soltanto con una maggiore formazione, con una più ampia messa a disposizione delle varie tecnologie, con il ricorso all’OGM in tutti i singoli Paesi, dove si deve arrivare ad una possibilità di sopperire autonomamente alle proprie esigenze alimentari. Cioè: il futuro non è che nell’auto-produzione di ciascun Paese. Per fare questo, c’è un grande ostacolo ed è che molti di questi Paesi sono Paesi ancora non democratici. E soltanto la democrazia può consentire la libertà dei singoli, e solo con la libertà i singoli possono mettere a frutto i loro talenti in ogni settore, quindi anche come imprenditori nell’agricoltura. E questo è il grande problema su cui dovrebbero ragionare ed unirsi tutte le democrazie liberali del mondo per sviluppare tutte le azioni possibili, affinché i Paesi che sono quelli più poveri, in cui esistono dittature e governi autocratici possano passare da questa situazione ad una situazione di democrazia. Soltanto con la democrazia mondiale, di tutti i Paesi, potremmo avere in futuro una pace mondiale che dia veramente, a tutti i cittadini del mondo, la possibilità di guardare al futuro senza angoscia.


 

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