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INCONTRO DEL PAPA CON NAPOLITANO (20 NOVEMBRE 2006)

Ascolta il servizio trasmesso da Radio Vaticana 

20 novembre 2006 - Radio Vaticana

LA LIBERTA’ RELIGIOSA NON PREGIUDICA GLI INTERESSI DELLO STATO: E’ QUANTO SOTTOLINEATO DA BENEDETTO XVI NELL’UDIENZA AL PRESIDENTE DELLA REPUBBLICA ITALIANA, GIORGIO NAPOLITANO, PER LA PRIMA VOLTA IN VATICANO. RIBADITA DA ENTRAMBE L’IMPORTANZA DELLA COOPERAZIONE TRA STATO E CHIESA PER IL BENE DELLA SOCIETA’ ITALIANA  

Un incontro per ribadire il legame tutto particolare che lega l’Italia al Successore di Pietro: con questo spirito si è svolta stamani in Vaticano la visita al Papa del presidente della Repubblica, Giorgio Napolitano. Il capo dello Stato, accompagnato dalla moglie Clio e dal seguito, ha incontrato anche il cardinale segretario di Stato, Tarcisio Bertone. Benedetto XVI ha ribadito che la libertà religiosa non pregiudica gli interessi dello Stato. 

 Dal canto suo, Napolitano ha espresso apprezzamento per la dimensione sociale e pubblica del fatto religioso. Entrambi hanno poi riaffermato l’importanza della collaborazione tra Chiesa e Stato per promuovere il bene integrale della persona. Il servizio di Alessandro Gisotti:  

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L’inno di Mameli, risuonato nel Cortile di San Damaso, ha segnato l’inizio della visita ufficiale del presidente della Repubblica italiana, Giorgio Napolitano a Benedetto XVI. Una visita al Palazzo Apostolico, durata circa due ore, che ha avuto quali momenti culminanti il colloquio privato, di circa 25 minuti, e soprattutto i discorsi del Papa e del capo dello Stato italiano, per la prima volta in Vaticano dalla sua elezione al Quirinale, lo scorso 10 maggio. Il Pontefice ha voluto subito ribadire la sua gratitudine al popolo italiano, che, ha detto, con “calore ed entusiasmo” lo sostiene fin dall’inizio della sua missione di Successore di Pietro. Parole corredate da un significativo augurio rivolto alla nazione italiana:  

“La Nazione italiana sappia avanzare sulla via dell'autentico progresso e possa offrire alla Comunità internazionale il suo prezioso contributo, promuovendo sempre quei valori umani e cristiani che sostanziano la sua storia, la sua cultura, il suo patrimonio ideale, giuridico e artistico, e che sono tuttora alla base dell’esistenza e dell’impegno dei suoi cittadini”.   

In questo sforzo, ha assicurato il Papa, “non mancherà, certo, il leale e generoso contributo dato dalla Chiesa cattolica, attraverso l’insegnamento dei suoi vescovi” che a breve incontrerà nella loro visita ad Limina. Citando la Gaudium et Spes, Benedetto XVI ha sottolineato che la comunità politica e la Chiesa, pur “indipendenti e autonome l’una dall’altra nel proprio campo” sono a servizio “della vocazione personale e sociale delle stesse persone umane”. Ecco allora l’importanza di una sana collaborazione tra di loro:  

“Chiesa e Stato, pur pienamente distinti, sono entrambi chiamati, secondo la loro rispettiva missione e con i propri fini e mezzi, a servire l’uomo, che è allo stesso tempo destinatario e partecipe della missione salvifica della Chiesa e cittadino dello Stato. E’ nell’uomo che queste due società si incontrano e collaborano per meglio promuoverne il bene integrale”.  

Un’impostazione, ha proseguito, che ha ispirato anche l’Accordo che apporta modificazioni al Concordato Lateranense. Ha così messo l’accento sulla dimensione religiosa della persona, la quale, secondo gli insegnamenti del Concilio Vaticano II, va rispettata e promossa dall’autorità umana. D’altro canto, ha avvertito, non si può ritenere garantito questo diritto semplicemente “quando non si fa violenza o non si interviene sulle convinzioni personali”. La libertà religiosa, è stato il suo richiamo, “è un diritto non solo del singolo, ma altresì della famiglia, dei gruppi religiosi e della stessa Chiesa”. Dunque, ha detto ancora, il potere civile deve creare “condizioni propizie allo sviluppo della vita religiosa”, nell’interesse stesso della società:  

“La libertà, che la Chiesa e i cristiani rivendicano, non pregiudica gli interessi dello Stato o di altri gruppi sociali e non mira ad una supremazia autoritaria su di essi, ma è piuttosto la condizione affinché, come ho detto durante il recente Convegno Nazionale Ecclesiale svoltosi a Verona, si possa espletare quel prezioso servizio che la Chiesa offre all’Italia e ad ogni Paese in cui essa è presente”.  

Tale servizio alla società, ha ribadito, si esprime nei riguardi dell’ambito civile e politico, giacché la Chiesa pur non intendendo essere un agente politico, ha tuttavia un “interesse profondo per il bene della comunità politica”. Quindi, ha messo l’accento sul ruolo dei fedeli laici:  

“Questo apporto specifico viene dato principalmente dai fedeli laici, i quali, agendo con piena responsabilità e facendo uso del diritto di partecipazione alla vita pubblica che hanno alla pari di tutti i cittadini, si impegnano con gli altri membri della società a costruire un giusto ordine nella società”.  

Il Pontefice ha aggiunto che quando i fedeli si impegnano a fronteggiare le grandi sfide attuali, come guerra, terrorismo, fame, povertà, ma anche la tutela della vita umana in tutte le sue fasi, “non agiscono per un loro interesse peculiare o in nome di principi percepibili unicamente da chi professa un determinato credo religioso”. Lo fanno, ha ribadito, “secondo le regole della convivenza democratica” “per il bene di tutta la società” e “in nome di valori che ogni persona di retto sentire può condividere”. Valori, ha rilevato il Papa, che per la gran parte sono proclamati dalla Costituzione italiana. Nel suo indirizzo d’omaggio, il presidente Napolitano ha ringraziato il Santo Padre per i suoi appelli di pace “risoluti e limpidi” e per la ferma denuncia del flagello della fame. Quindi, parlando dell’armonia dei rapporti tra Chiesa e Stato italiano, ha riconosciuto il ruolo straordinario della Chiesa per il bene della società italiana:  

“Crediamo profondamente nell'importanza di questa collaborazione, guardando alla tradizione di vicinanza, aiuto e solidarietà verso i bisognosi e i sofferenti che è propria della Chiesa - e per essa della Caritas, del volontariato cattolico, delle Parrocchie - e guardando anche a una comune missione educativa là dove sia ferito e lacerato il tessuto della coesione sociale, il senso delle istituzioni e della legalità, il costume civico, l'ordine morale. Conosciamo e apprezziamo, più in generale, la dimensione sociale e pubblica dei fatto religioso”.  

Il presidente ha inoltre affermato che la politica “non dovrebbe mai spogliarsi della sua componente ideale e spirituale, della parte etica e umanamente rispettabile della sua natura”. Guardando poi all’Italia, Napolitano ha auspicato “un clima più disteso, uno sforzo maggiore di ascolto e di dialogo”, per “favorire la ricerca di soluzioni valide” su quei problemi complessi dal sostegno alla famiglia, alla tutela della vita, alla libertà dell'educazione, “che suscitano l'attenzione e le preoccupazioni della Chiesa e del suo Pastore”. “Il nostro principale assillo – ha detto ancora Napolitano – è rinsaldare l'unità della Nazione e la coesione della società italiana”. Un compito per il quale, ha affermato, l’Italia sa di “poter contare” sulla “speciale sensibilità e sollecitudine” di Benedetto XVI. Volgendo poi il pensiero al Vecchio Continente, Napolitano si è detto convinto che l’Europa “unita” può fare molto “per la causa della pace e della giustizia nel mondo”. Un’Europa, è stato il suo auspicio, che parli “con una sola voce” riconoscendosi “in grandi valori condivisi, che riflettono il ruolo storico e la sempre viva lezione ideale del Cristianesimo”. Dopo i discorsi, pronunciati nella sala della Biblioteca, il Papa ha donato al capo dello Stato italiano un mosaico, assieme a una medaglia del II anno di Pontificato. Napolitano ha ricambiato con un bassorilievo in argento, intitolato “Pace”, opera dello scultore Antonio Nocera. 

Al termine dell’incontro con Benedetto XVI, il presidente Napolitano assieme al ministro degli Esteri, Massimo D’Alema, accompagnati dal cardinale segretario di Stato, Tarcisio Bertone hanno incontrato, nella Sala Regia i membri del corpo diplomatico accreditato presso la Santa Sede. Nel suo discorso, il cardinale Bertone ha sottolineato che anche l’impegno della diplomazia “è al servizio della missione spirituale” di “Colui che per divino mandato è il Padre comune non solo dei credenti, ma di tutti, perché tutti sono creature di Dio”. “Non a caso – ha sottolineato – anche chi non condivide la fede cristiana, guarda al Papa come al Portavoce delle supreme istanze morali, e ne ascolta i richiami al rispetto della dignità dell'uomo, alla promozione della pace e dello sviluppo e alla collaborazione sincera fra popoli, religioni e culture per un avvenire migliore della famiglia umana”.  

La mattina in Vaticano del presidente Giorgio Napolitano si è conclusa con una visita alla Basilica di San Pietro, dove il capo dello Stato italiano si è soffermato per alcuni momenti dinnanzi alla tomba dell’Apostolo Pietro. Prima del congedo, il corteo presidenziale ha ascoltato l’Inno pontificio, intonato dalla Banda musicale pontificia, sul sagrato della Basilica Vaticana.  

(Inno pontificio)

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In una nota, diramata a fine mattinata, dalla Sala Stampa vaticana si legge che durante i colloqui è stato ribadito che “nel rispetto del diritto alla libertà religiosa e dell’autonomia propria della comunità ecclesiale e civile, come pure della reciproca collaborazione, i cattolici italiani continueranno a dare il loro contributo a favore della dignità dell’uomo, a tutela della vita e della famiglia e per il bene comune della società”.  

Gli incontri, afferma ancora la nota della Sala Stampa, “hanno altresì permesso di prendere in considerazione diversi aspetti della vita internazionale, soffermandosi in particolare sulla delicata situazione in Medio Oriente, sulle prospettive del processo di integrazione europea e sui gravi problemi del Continente africano”. La Santa Sede e l’Italia, conclude la Sala Stampa, “continueranno a collaborare per un miglior funzionamento delle istituzioni internazionali”.  

 

DISCORSO DEL PAPA

- FONTE: VATICAN INFORMATION SERVICE -

Signor Presidente della Repubblica,

Le sono vivamente grato per questa Sua visita, della quale Ella oggi mi onora, e rivolgo il mio cordiale saluto a Lei e, attraverso di Lei, a tutto il Popolo italiano, i cui rappresentanti - nello scorso mese di maggio - L’hanno chiamata a ricoprire la suprema carica dello Stato. Desidero, in questa solenne circostanza, rinnovarLe personalmente le mie vive felicitazioni per l’alto incarico conferitoLe. Estendo il mio saluto anche agli illustri Membri della Delegazione che L'accompagna. Nello stesso tempo vorrei anche manifestare di nuovo, nei confronti di tutti gli Italiani, quella gratitudine che già ho avuto modo di esprimere durante la mia visita al Quirinale, il 24 giugno 2005. Essi, infatti, fin dalla mia elezione mi dimostrano quasi quotidianamente, con calore ed entusiasmo, i loro sentimenti di accoglienza, di attenzione e di sostegno spirituale nell’adempimento della mia missione. Del resto, in questa sentita vicinanza al Papa trova una significativa espressione quel particolare legame di fede e di storia, che da secoli lega l’Italia al Successore dell’apostolo Pietro, il quale ha in questo Paese, non senza disposizione della Divina Provvidenza, la sua sede. Per assicurare alla Santa Sede "l’assoluta e visibile indipendenza" e "garantirLe una sovranità indiscutibile pur nel campo internazionale", col Trattato Lateranense si è costituito lo Stato della Città del Vaticano. In forza di tale Trattato, la Repubblica italiana offre a diversi livelli e con diverse modalità un prezioso e diuturno contributo allo svolgimento della mia missione di Pastore della Chiesa universale. La visita in Vaticano del Capo dello Stato italiano mi è, pertanto, gradita occasione per far giungere il mio deferente pensiero a tutte le istanze dello Stato, ringraziandole per la loro fattiva collaborazione a vantaggio del ministero petrino e dell’opera della Santa Sede.

La Sua odierna visita, Signor Presidente, non è solo la felice conferma di una ormai pluridecennale tradizione di reciproche visite, scambiate fra il Successore di Pietro e la più alta Carica dello Stato italiano, ma riveste un importante significato, perché consente una particolare sosta di riflessione sulle ragioni profonde degli incontri che avvengono fra i rappresentanti della Chiesa e quelli dello Stato. Esse mi sembrano chiaramente esposte dal Concilio Vaticano II, che nella Costituzione pastorale "Gaudium et spes" afferma: "La comunità politica e la Chiesa sono indipendenti e autonome l’una dall’altra nel proprio campo. Tutte e due, anche se a titolo diverso, sono a servizio della vocazione personale e sociale delle stesse persone umane. Esse svolgeranno questo loro servizio a vantaggio di tutti in maniera tanto più efficace quanto meglio coltiveranno una sana collaborazione tra di loro, secondo modalità adatte alle circostanze di luogo e di tempo" (n. 76).

Si tratta di una visione condivisa anche dallo Stato italiano, che nella sua Costituzione afferma anzitutto che "lo Stato e la Chiesa cattolica sono, ciascuno nel proprio ordine, indipendenti e sovrani" e ribadisce poi che "i loro rapporti sono regolati dai Patti Lateranensi" (art. 7). Questa impostazione delle relazioni fra la Chiesa e lo Stato ha ispirato anche l’Accordo che apporta modificazioni al Concordato Lateranense, firmato dalla Santa Sede e dall’Italia il 18 febbraio 1984, nel quale sono state riaffermate sia la indipendenza e sovranità dello Stato e della Chiesa sia la "reciproca collaborazione per la promozione dell’uomo e il bene del Paese (art. 1). Mi associo volentieri all’auspicio formulato da Lei, Signor Presidente, all’inizio del Suo mandato, che questa collaborazione possa continuare a svilupparsi concretamente. Sì, Chiesa e Stato, pur pienamente distinti, sono entrambi chiamati, secondo la loro rispettiva missione e con i propri fini e mezzi, a servire l’uomo, che è allo stesso tempo destinatario e partecipe della missione salvifica della Chiesa e cittadino dello Stato. E’ nell’uomo che queste due società si incontrano e collaborano per meglio promuoverne il bene integrale.

Questa sollecitudine della comunità civile nei riguardi del bene dei cittadini non si può limitare ad alcune dimensioni della persona, quali la salute fisica, il benessere economico, la formazione intellettuale o le relazioni sociali. L’uomo si presenta di fronte allo Stato anche con la sua dimensione religiosa, che "consiste anzitutto in atti interni volontari e liberi, con i quali l'essere umano si dirige immediatamente verso Dio" (Dignitatis humanae, 3). Tali atti "non possono essere né comandati, né proibiti" dall’autorità umana, la quale, al contrario, è tenuta a rispettare e promuovere questa dimensione: come ha autorevolmente insegnato il Concilio Vaticano II a proposito del diritto alla libertà religiosa, nessuno può essere costretto "ad agire contro la sua coscienza" né si può "impedirgli di agire in conformità ad essa, soprattutto in campo religioso" (ibid.). Sarebbe però riduttivo ritenere che sia sufficientemente garantito il diritto di libertà religiosa, quando non si fa violenza o non si interviene sulle convinzioni personali o ci si limita a rispettare la manifestazione della fede che avviene nell’ambito del luogo di culto. Non si può infatti dimenticare che "la stessa natura sociale dell'essere umano esige che egli esprima esternamente gli atti interni di religione, comunichi con altri in materia religiosa e professi la propria religione in modo comunitario" (ibid.). La libertà religiosa è pertanto un diritto non solo del singolo, ma altresì della famiglia, dei gruppi religiosi e della stessa Chiesa (cfr Dignitatis humanae, 4-5.13) e l’esercizio di questo diritto ha un influsso sui molteplici ambiti e situazioni in cui il credente viene a trovarsi e ad operare. Un adeguato rispetto del diritto alla libertà religiosa implica, dunque, l’impegno del potere civile a "creare condizioni propizie allo sviluppo della vita religiosa, cosicché i cittadini siano realmente in grado di esercitare i loro diritti attinenti la religione e adempiere i rispettivi doveri, e la società goda dei beni di giustizia e di pace che provengono dalla fedeltà degli uomini verso Dio e verso la sua santa volontà" (Dignitatis humanae, 6).

Questi alti principi, proclamati dal Concilio Vaticano II, sono del resto patrimonio di molte società civili, compresa l’Italia. Essi sono, infatti, presenti sia nella Carta costituzionale italiana sia nei numerosi documenti internazionali che proclamano i diritti dell’uomo. Ed anche Lei, Signor Presidente, non ha mancato di richiamare opportunamente la necessità del riconoscimento da dare alla dimensione sociale e pubblica del fatto religioso. Il medesimo Concilio ricorda che, quando la società rispetta e promuove la dimensione religiosa dei suoi membri, essa riceve in cambio i "beni di giustizia e di pace che provengono dalla fedeltà degli uomini verso Dio e verso la sua santa volontà" (ibid.). La libertà, che la Chiesa e i cristiani rivendicano, non pregiudica gli interessi dello Stato o di altri gruppi sociali e non mira ad una supremazia autoritaria su di essi, ma è piuttosto la condizione affinché, come ho detto durante il recente Convegno Nazionale Ecclesiale svoltosi a Verona, si possa espletare quel prezioso servizio che la Chiesa offre all’Italia e ad ogni Paese in cui essa è presente. Tale servizio alla società, che consiste principalmente nel "dare risposte positive e convincenti alle attese e agli interrogativi della nostra gente" (cfr Discorso ai partecipanti al Convegno Nazionale Ecclesiale a Verona) offrendo alla loro vita la luce della fede, la forza della speranza e il calore della carità, si esprime anche nei riguardi dell’ambito civile e politico. Infatti, se è vero che per la sua natura e missione "la Chiesa non è e non intende essere un agente politico", tuttavia essa "ha un interesse profondo per il bene della comunità politica" (ibid.).

Questo apporto specifico viene dato principalmente dai fedeli laici, i quali, agendo con piena responsabilità e facendo uso del diritto di partecipazione alla vita pubblica, si impegnano con gli altri membri della società a "costruire un giusto ordine nella società" (ibid.). Nella loro azione, peraltro, essi poggiano sui "valori e principi antropologici ed etici radicati nella natura dell'essere umano" (ibid.), riconoscibili anche attraverso il retto uso della ragione. Così, quando s’impegnano con la parola e con l’azione a fronteggiare le grandi sfide attuali, rappresentate dalle guerre e dal terrorismo, dalla fame e dalla sete, dalla estrema povertà di tanti esseri umani, da alcune terribili epidemie, ma anche dalla tutela della vita umana in tutte le sue fasi, dal concepimento alla morte naturale, e dalla promozione della famiglia, fondata sul matrimonio e prima responsabile dell’educazione, non agiscono per un loro interesse peculiare o in nome di principi percepibili unicamente da chi professa un determinato credo religioso: lo fanno, invece, nel contesto e secondo le regole della convivenza democratica, per il bene di tutta la società e in nome di valori che ogni persona di retto sentire può condividere. Ne è prova il fatto che la gran parte dei valori, che ho menzionato, sono proclamati dalla Costituzione italiana, che quasi sessant’anni or sono venne elaborata da uomini di diverse posizioni ideali.

Signor Presidente, vorrei concludere queste riflessioni con l'augurio cordiale che la Nazione italiana sappia avanzare sulla via dell'autentico progresso e possa offrire alla Comunità internazionale il suo prezioso contributo, promuovendo sempre quei valori umani e cristiani che sostanziano la sua storia, la sua cultura, il suo patrimonio ideale, giuridico e artistico, e che sono tuttora alla base dell’esistenza e dell’impegno dei suoi cittadini. In questo sforzo non mancherà, certo, il leale e generoso contributo dato dalla Chiesa cattolica attraverso l’insegnamento dei suoi Vescovi, che fra breve incontrerò nella loro visita ad Limina Apostolorum, e grazie all’opera di tutti i fedeli.

Quest’augurio lo formulo anche nella preghiera, con la quale imploro da Dio onnipotente una particolare benedizione su questo nobile Paese, sui suoi abitanti e in particolare su coloro che ne reggono le sorti.

 

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