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DISCORSO
AI PARTECIPANTI AL CONGRESSO PER LA PASTORALE DEI
MIGRANTI |
Radio
Vaticana, 9 novembre 2009
Benedetto
XVI sugli immigrati: sono una risorsa non un problema per
i Paesi che li accolgono
Immigrati
considerati non un “problema” ma una “risorsa” e
“un’occasione propizia” di sviluppo, con i cristiani
in prima linea a testimoniare i valori dell’accoglienza
e della solidarietà. E’ la sostanza del discorso che
Benedetto XVI ha rivolto questa mattina ai partecipanti al
sesto Congresso mondiale per la Pastorale dei Migranti e
dei Rifugiati, ricevuti in udienza. Aperto in mattinata da
una Messa presieduta in San Pietro dal cardinale
segretario di Stato, Tarcisio Bertone, il Congresso
convocato dal competente dicastero vaticano - in programma
fino a giovedì prossimo - è incentrato sul tema “Una
risposta pastorale al fenomeno migratorio nell’era della
globalizzazione”. Il servizio di Alessandro De
Carolis:
Le affermazioni di Benedetto XVI sono spesso una
provocazione per Stati e governi, che tendono ad alzare
barriere legislative per limitare o scoraggiare i flussi
migratori. Perché invece - si è chiesto il Papa
all’udienza concessa ai congressisti, alla presenza tra
gli altri del presidente del Senato italiano, Renato
Schifani - “non considerare l’attuale fenomeno
mondiale migratorio come condizione favorevole per la
comprensione tra i popoli e per la costruzione della pace
e di uno sviluppo che interessi ogni nazione?”. Una
domanda in controtendenza che per l’appuntamento
organizzato dal Pontificio Consiglio per la Pastorale dei
Migranti - a cinque anni dall’Istruzione Erga migrantes
caritas Christi - diventa in questi giorni base di
verifica e di proposta pastorale. Con la globalizzazione
che stringe gli Stati in una rete, e con la crisi mondiale
che allarga invece “il divario economico” tra nazioni
ricche e povere, come si risponde al fenomeno migratorio?
Partendo - afferma Benedetto XVI - da una visione diversa,
incentrata sul valore della solidarietà e sugli altri
valori che ne derivano:
“Le migrazioni invitano a mettere in luce l’unità
della famiglia umana, il valore dell’accoglienza,
dell’ospitalità e dell’amore per il prossimo. Ciò va
però tradotto in gesti quotidiani di condivisione, di
compartecipazione e di sollecitudine verso gli altri,
specialmente verso i bisognosi (...) Ecco perché la
Chiesa invita i fedeli ad aprire il cuore ai migranti e
alle loro famiglie, sapendo che essi non sono solo un
‘problema’, ma costituiscono una ‘risorsa’ da
saper valorizzare opportunamente per il cammino
dell’umanità e per il suo autentico sviluppo”.
Lo scenario attuale è invece dominato da troppe storie
che raccontano di emigrazioni drammatiche. Di donne,
uomini, giovani e bambini che si affidano a un sogno di
riscatto per uscire da una vita di sola sopravvivenza, e
sovente nemmeno di essa:
“La crisi economica mondiale, con l’enorme
crescita della disoccupazione, riduce le possibilità di
impiego e aumenta il numero di coloro che non riescono a
trovare neppure un lavoro del tutto precario. Tanti si
vedono allora costretti ad abbandonare le proprie terre e
le loro comunità di origine; sono disposti ad accettare
lavori in condizioni per nulla consone alla dignità umana
con un inserimento faticoso nelle società di accoglienza
a causa della diversità di lingua, di cultura e degli
ordinamenti sociali”.
Il fenomeno migratorio, quindi, è e resta complesso,
riconosce Benedetto XVI. E tuttavia, ha insistito, “lo
sviluppo autentico riveste sempre un carattere
solidale”. Una speranza, quella della solidarietà, che
per chi la cerca si rivela spesso tradita:
“Oggi, molti migranti abbandonano il loro Paese
per sfuggire a condizioni di vita umanamente inaccettabili
senza però trovare altrove l’accoglienza che speravano.
Di fronte a situazioni così complesse, come non fermarsi
a riflettere sulle conseguenze di una società basata
fondamentalmente sul mero sviluppo materiale?
Nell’Enciclica Caritas in veritate notavo che vero
sviluppo è solo quello integrale, quello cioè che
interessa ogni uomo e tutto l’uomo (...) Ne consegue che
occorre dare risposte adeguate ai grandi cambiamenti
sociali in atto, avendo chiaro che non ci può essere uno
sviluppo effettivo se non si favorisce l’incontro tra i
popoli, il dialogo tra le culture e il rispetto delle
legittime differenze”.
DISCORSO
DEL SANTO PADRE BENEDETTO XVI
AI PARTECIPANTI AL VI CONGRESSO MONDIALE
PER LA PASTORALE DEI MIGRANTI E DEI RIFUGIATI
Sala Clementina
Lunedì 9 novembre 2009
Signori
Cardinali,
venerati Fratelli nell’Episcopato e nel Sacerdozio,
cari fratelli e sorelle!
Sono
lieto di accogliervi all’inizio del Congresso mondiale
della pastorale per i migranti e i rifugiati. Saluto in
primo luogo il Presidente del vostro Pontificio Consiglio,
Mons. Antonio Maria Vegliò, e lo ringrazio per le
cordiali espressioni con cui ha introdotto questo
incontro. Saluto il Segretario, i Membri, i Consultori e
gli Officiali del Pontificio
Consiglio della Pastorale per i Migranti e gli Itineranti.
Un deferente ossequio rivolgo all’Onorevole Renato
Schifani, Presidente del Senato della Repubblica. Saluto
tutti voi qui presenti. Ad ognuno va il mio apprezzamento
per l’impegno e la sollecitudine con cui operate in un
ambito sociale oggi tanto complesso e delicato, offrendo
sostegno a chi, per libera scelta o per costrizione,
lascia il proprio Paese d’origine ed emigra in altre
nazioni.
Il tema
del Convegno - “Una risposta al fenomeno migratorio
nell’era della globalizzazione” - evidenzia il
particolare contesto in cui si collocano le migrazioni
nella nostra epoca. Infatti, se il fenomeno migratorio è
antico quanto la storia dell’umanità, esso non aveva
mai assunto un rilievo così grande per consistenza e per
complessità di problematiche, come al giorno d’oggi.
Interessa ormai quasi tutti i Paesi del mondo e si
inserisce nel vasto processo della globalizzazione. Donne,
uomini, bambini, giovani e anziani, a milioni affrontano i
drammi dell’emigrazione talvolta per sopravvivere, più
che per cercare migliorate condizioni di vita per sé e
per i loro familiari. Si va infatti allargando sempre più
il divario economico fra Paesi poveri e quelli
industrializzati. La crisi economica mondiale, con
l’enorme crescita della disoccupazione, riduce le
possibilità di impiego e aumenta il numero di coloro che
non riescono a trovare neppure un lavoro del tutto
precario. Tanti si vedono allora costretti ad abbandonare
le proprie terre e le loro comunità di origine; sono
disposti ad accettare lavori in condizioni per nulla
consone alla dignità umana con un inserimento faticoso
nelle società di accoglienza a causa della diversità di
lingua, di cultura e degli ordinamenti sociali.
La
condizione dei migranti, ed ancor più quella dei
rifugiati, richiama alla mente, in un certo modo, la
vicenda dell’antico popolo biblico che, in fuga dalla
schiavitù dell’Egitto con il sogno nel cuore della
terra promessa, attraversò il Mar Rosso e, anziché
giungere subito alla meta desiderata, dovette affrontare
le asperità del deserto. Oggi, molti migranti abbandonano
il loro Paese per sfuggire a condizioni di vita umanamente
inaccettabili senza però trovare altrove l’accoglienza
che speravano. Di fronte a situazioni così complesse,
come non fermarsi a riflettere sulle conseguenze di una
società basata fondamentalmente sul mero sviluppo
materiale? Nell’Enciclica Caritas
in veritate notavo che vero sviluppo è solo
quello integrale, quello cioè che interessa ogni uomo e
tutto l’uomo.
Lo
sviluppo autentico riveste sempre un carattere solidale.
In effetti, in una società in via di globalizzazione, il
bene comune e l’impegno per esso – ho osservato ancora
nella Caritas
in veritate - non possono non assumere le
dimensioni dell’intera famiglia umana, vale a dire della
comunità dei popoli e delle Nazioni” (cfr n. 7). Anzi,
lo stesso processo di globalizzazione, secondo quanto
opportunamente ebbe a sottolineare il Servo di Dio Giovanni
Paolo II, può costituire un’occasione propizia per
promuovere lo sviluppo integrale, soltanto però “se le
differenze culturali vengono accolte come occasione di
incontro e di dialogo, e se la ripartizione disuguale
delle risorse mondiali provoca una nuova coscienza della
necessaria solidarietà che deve unire la famiglia
umana” (Messaggio
per la Giornata Mondiale del Migrante e del Rifugiato 1999,
in: Insegnamenti XXII, 2, [1999], 988). Ne consegue
che occorre dare risposte adeguate ai grandi cambiamenti
sociali in atto, avendo chiaro che non ci può essere uno
sviluppo effettivo se non si favorisce l’incontro tra i
popoli, il dialogo tra le culture e il rispetto delle
legittime differenze.
In questa
ottica, perché non considerare l’attuale fenomeno
mondiale migratorio come condizione favorevole per la
comprensione tra i popoli e per la costruzione della pace
e di uno sviluppo che interessi ogni Nazione? Proprio
questo ho voluto ricordare nel Messaggio
per la Giornata Mondiale del Migrante e del Rifugiato
nell’Anno giubilare Paolino: le migrazioni invitano
a mettere in luce l’unità della famiglia umana, il
valore dell’accoglienza, dell’ospitalità e
dell’amore per il prossimo. Ciò va però tradotto in
gesti quotidiani di condivisione, di compartecipazione e
di sollecitudine verso gli altri, specialmente verso i
bisognosi. Per essere accoglienti gli uni degli altri –
insegna san Paolo – i cristiani sanno di dover essere
disponibili all’ascolto della Parola di Dio, che chiama
a imitare Cristo e a restare uniti a Lui. Solo in tal modo
essi diventano solleciti nei confronti del prossimo e non
cedono mai alla tentazione del disprezzo e del rifiuto di
chi è diverso. Conformati a Cristo, ogni uomo e ogni
donna vengono visti come fratelli e sorelle, figli dello
stesso Padre. Un tale tesoro di fratellanza li rende
‘premurosi nell’ospitalità’, figlia primogenita
dell’agapê (cfr Insegnamenti IV, 2
[2008], 176-180).
Cari
fratelli e sorelle, fedele all’insegnamento di Gesù
ogni comunità cristiana non può non nutrire rispetto e
attenzione per tutti gli uomini, creati a immagine e
somiglianza di Dio e redenti dal sangue di Cristo, ancor
più quando si trovano in difficoltà. Ecco perché la
Chiesa invita i fedeli ad aprire il cuore ai migranti e
alle loro famiglie, sapendo che essi non sono solo un
“problema”, ma costituiscono una “risorsa” da
saper valorizzare opportunamente per il cammino
dell’umanità e per il suo autentico sviluppo. A
ciascuno di voi rinnovo il mio ringraziamento per il
servizio che rendete alla Chiesa e alla società, ed
invoco la materna protezione di Maria su ogni vostra
azione a favore dei migranti e dei rifugiati. Da parte mia
vi assicuro la preghiera, mentre volentieri benedico voi e
quanti fanno parte della grande famiglia dei migranti e
dei rifugiati.
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