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IL PAPA APRE IL SINODO (3 OTTOBRE 2005)

Ascolta il servizio trasmesso da Radio Vaticana

Radio Vaticana, 3.10.2005

IL PAPA INTRODUCE I LAVORI DEL SINODO SULL’EUCARISTIA E PARLA DI COLLEGIALITA’.  NELLA SUA RELAZIONE IL PATRIARCA ANGELO SCOLA INVITA A RISCOPRIRE L’EUCARISTIA E A TRADURLA ANCHE IN IMPEGNO SOCIALE

 

Benedetto XVI ha aperto oggi in Vaticano la 1a Congregazione Generale dell’XI Assemblea generale ordinaria  del Sinodo dei vescovi  sul tema “l’Eucaristia, fonte e culmine della vita e della missione della Chiesa”. Sinodo inaugurato solennemente ieri con una concelebrazione eucaristica presieduta dal Pontefice nella Basilica Vaticana. Stamane il Papa ha avviato i lavori con un commento alla lettura dell’Ora Terza, soffermandosi in particolare sul tema della collegialità. Ce ne parla Sergio Centofanti.  

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Il Papa parla a braccio commentando la Lettera di  San Paolo ai Corinzi proposta  dall’odierna Liturgia delle Ore: “Fratelli, state lieti, tendete alla perfezione, fatevi coraggio a vicenda, abbiate gli stessi sentimenti, vivete in pace e il Dio dell'amore e della pace sarà con voi”. Un testo che ha portato  il Pontefice a soffermarsi in particolare sul tema della correzione fraterna e quindi della collegialità. Nessuno di noi - ha detto – vede bene  se stesso e le sue mancanze. Anzi ci sono alcune lacune che non vogliamo neanche vedere. Per questo la correzione è un atto d’amore che tuttavia deve venire da un cuore umile che non si sente migliore dell’altro. Si tratta di un aiuto reciproco che diventa consolazione:  

“Consolare: non solo correggere, ma anche ‘consolare’; condividere le sofferenze dell’altro, aiutarlo nelle difficoltà ... Anche questo mi sembra un grande atto del vero affetto collegiale quandoe uno, in tante situazioni difficili che nascono oggi, nella nostra pastorale, si trova realmente un po’ disperato, non vede come può andare avanti ... In quel momento, ha bisogno della ‘consolazione’, che uno sia ‘con’ lui nella sua solitudine interiore, che faccia l’opera dello Spirito Santo, del ‘Consolatore, di dar coraggio, di portarci insieme, di appoggiarci insieme, aiutati dallo Spirito Santo stesso, che è il grande Paraclito, il Consolatore, il nostro avvocato che ci aiuta!”  

Il Papa ha invitato i padri sinodali a vivere con originalità la fede e nello stesso tempo condividendo il pensiero comune della Chiesa perché la fede non è un’invenzione di nessuno. Occorre cioè imparare a pensare come Cristo:  

“Quindi, possiamo avere la fede della Chiesa insieme, perché con questa fede entriamo nei pensieri, nei sentimenti del Signore. Pensare con i pensieri di Cristo. E possiamo farlo leggendo la Sacra Scrittura nella quale i pensieri di Cristo sono parola, i pensieri di Cristo parlano con noi. In questo senso, dovremmo praticare la ‘Lectio divina’, sentire nelle Scritture i pensieri di Cristo, imparare a pensare con Cristo, a pensare i pensieri di Cristo e così avere i sentimenti di Cristo, essere capaci di dare anche agli altri il pensiero di Cristo, i sentimenti di Cristo”.  

Portare agli altri i sentimenti di Cristo vuol dire portare anche la sua pace e la sua gioia:  pace e  gioia – ha detto Benedetto XVI -  che sussistono paradossalmente  anche nella tribolazione:  

“Se l’Amato, l’Amore è il più grande dono della mia vita, mi è vicino, se posso essere convinto che Colui che mi ama è vicino a me, anche in situazioni di tribolazione rimane nel fondo del cuore la gioia, più grande di tutte le sofferenze”.  

L’invito di San Paolo: “State lieti”, - ha affermato il Papa – è dunque un’esortazione ad accorgerci della presenza nascosta di Dio, che è sempre vicino a noi:  

“Per ognuno di noi, sono vere le parole dell’Apocalisse: “Io busso alla tua porta: ascoltami, aprimi!”. E’ quindi anche un invito ad essere sensibili a questa presenza del Signore che bussa alla mia porta. Non essere sordi a lui, perché i nostri orecchi, gli orecchi del nostro cuore sono pieni di tanto rumore del mondo che non possiamo sentire questa silenziosa presenza che bussa alla nostra porta. Riflettiamo nello stesso momento, se siamo realmente disponibili ad aprire le porte del nostro cuore, o forse questo cuore è pieno di tante altre cose che non c’è spazio per il Signore; che per il momento non abbiamo tempo per il Signore ... E così, insensibili, sordi alla Sua presenza, pieni di altre cose, non sentiamo l’essenziale: che Lui bussa alla porta, che è vicino, così vicina la vera gioia che è più forte di tutte le tristezze del mondo, della nostra vita. E preghiamo quindi…:“Signore, facci sensibili alla Tua presenza! Aiutaci a sentire, a non essere sordi! Aiutaci ad avere un cuore libero, aperto per te!”.

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MEDITAZIONE DEL PAPA PER L'APERTURA DEL SINODO DEI VESCOVI

- FONTE: VATICAN INFORMATION SERVICE -

 

Cari fratelli,

questo testo dell'Ora Terza di oggi implica cinque imperativi ed una promessa. Cerchiamo di capire un po' meglio che cosa l'Apostolo intende dirci con queste parole.

Il primo imperativo è molto frequente nelle Lettere di San Paolo, anzi si potrebbe dire è quasi il «cantus firmus» del suo pensiero: «gaudete».

In una vita così tormentata come era la sua, una vita piena di persecuzioni, di fame, di sofferenze di tutti i tipi, tuttavia una parola chiave rimane sempre presente: «gaudete».

Nasce qui la domanda: è possibile quasi comandare la gioia? La gioia, vorremmo dire, viene o non viene, ma non può essere imposta come un dovere. E qui ci aiuta pensare al testo più conosciuto sulla gioia delle Lettere paoline, quello della «Domenica Gaudete», nel cuore della Liturgia dell'Avvento: «gaudete, iterum dico gaudete quia Dominus propest».

Qui sentiamo il motivo del perché Paolo in tutte le sofferenze, in tutte le tribolazioni, poteva non solo dire agli altri «gaudete»: lo poteva dire perché in lui stesso la gioia era presente. «gaudete, Dominus enim prope est».

Se l'amato, l'amore, il più grande dono della mia vita, mi è vicino, se posso essere convinto che colui che mi ama è vicino a me, anche in situazioni di tribolazione, rimane nel fondo del cuore la gioia che è più grande di tutte le sofferenze.

L'apostolo può dire «gaudete» perché il Signore è vicino ad ognuno di noi. E così questo imperativo in realtà è un invito ad accorgersi della presenza del Signore vicino a noi. È, una sensibilizzazione per la presenza del Signore. L'Apostolo intende farci attenti a questa — nascosta ma molto reale — presenza di Cristo vicino ad ognuno di noi. Per ognuno di noi sono vere le parole dell'Apocalisse: io busso alla tua porta, ascoltami, aprimi.

È quindi anche un invito ad essere sensibili per questa presenza del Signore che bussa alla mia porta. Non essere sordi a Lui, perché le orecchie dei nostri cuori sono talmente piene di tanti rumori del mondo che non possiamo sentire questa silenziosa presenza che bussa alle nostre porte. Riflettiamo, nello stesso momento, se siamo realmente disponibili ad aprire le porte del nostro cuore; o forse questo cuore è pieno di tante altre cose che non c'è spazio per il Signore e per il momento non abbiamo tempo per il Signore. E così, insensibili, sordi alla sua presenza, pieni di altre cose, non sentiamo l'essenziale: Lui bussa alla porta, ci è vicino e così è vicina la vera gioia, che è più forte di tutte le tristezze del mondo, della nostra vita.

Preghiamo, quindi, nel contesto di questo primo imperativo: Signore facci sensibili alla Tua presenza, aiutaci a sentire, a non essere sordi a Te, aiutaci ad avere un cuore libero, aperto a Te.

Il secondo imperativo «perfecti estote», così come si legge nel testo latino, sembra coincidere con la parola riassuntiva del Sermone della Montagna: «perfecti estote sicut Pater vester caelestis perfectus est».

Questa parola ci invita ad essere ciò che siamo: immagini di Dio, esseri creati in relazione al Signore, «specchio» nel quale si riflette la luce del Signore. Non vivere il cristianesimo secondo la lettera, non sentire la Sacra Scrittura secondo la lettera è spesso difficile, storicamente discutibile, ma andare oltre la lettera, la realtà presente, verso il Signore che ci parla e così all’unione con Dio. Ma se vediamo il testo greco troviamo un altro verbo, «catartizesthe», e questa parola vuole dire rifare, riparare uno strumento, restituirlo alla piena funzionalità. L'esempio più frequente per gli apostoli è rifare una rete per i pescatori che non è più nella giusta situazione, che ha tante lacune da non servire più, rifare la rete così che possa di nuovo essere rete per la pesca, ritornare alla sua perfezione di strumento per questo lavoro. Un altro esempio: uno strumento musicale a corde che ha una corda rotta, quindi la musica non può essere suonata come dovrebbe. Così in questo imperativo la nostra anima appare come una rete apostolica che tuttavia spesso non funziona bene, perché è lacerata dalle nostre proprie intenzioni; o come uno strumento musicale nel quale purtroppo qualche corda è rotta, e quindi la musica di Dio che dovrebbe suonare dal profondo della nostra anima non può echeggiare bene. Rifare questo strumento, conoscere le lacerazioni, le distruzioni, le negligenze, quanto è trascurato, e cercare che questo strumento sia perfetto, sia completo perché serva a ciò per cui è creato dal Signore.

E così questo imperativo può essere anche un invito all'esame di coscienza regolare, per vedere come sta questo mio strumento, fino a quale punto è trascurato, non funziona più, per cercare di ritornare alla sua integrità. È anche un invito al Sacramento della Riconciliazione, nel quale Dio stesso rifà questo strumento e ci dà di nuovo la completezza, la perfezione, la funzionalità, affinché in quest'anima possa risuonare la lode di Dio.

Poi «exortamini invicem». La correzione fraterna è un'opera di misericordia. Nessuno di noi vede bene se stesso, vede bene le sue mancanze. E così è un atto di amore, per essere di complemento l'uno all'altro, per aiutarsi a vederci meglio, a correggerci. Penso che proprio una delle funzioni della collegialità è quella di aiutarci, nel senso anche dell'imperativo precedente, di conoscere le lacune che noi stessi non vogliamo vedere — «ab occultis meis munda me» dice il Salmo — di aiutarci perché diventiamo aperti e possiamo vedere queste cose.

Naturalmente, questa grande opera di misericordia, aiutarci gli uni con gli altri perché ciascuno possa realmente trovare la propria integrità, la propria funzionalità come strumento di Dio, esige molta umiltà e amore. Solo se viene da un cuore umile che non si pone al di sopra dell'altro, non si considera meglio dell'altro, ma solo umile strumento per aiutarsi reciprocamente. Solo se si sente questa profonda e vera umiltà, se si sente che queste parole vengono dall'amore comune, dall'affetto collegiale nel quale vogliamo insieme servire Dio, possiamo in questo senso aiutarci con un grande atto di amore. Anche qui il testo greco aggiunge qualche sfumatura, la parola greca è «paracaleisthe»; è la stessa radice dalla quale viene anche la parola «Paracletos, paraclesis», consolare. Non solo correggere, ma anche consolare, condividere le sofferenze dell'altro, aiutarlo nelle difficoltà. E anche questo mi sembra un grande atto di vero affetto collegiale. Nelle tante situazioni difficili che nascono oggi nella nostra pastorale, qualcuno si trova realmente un po' disperato, non vede come può andare avanti. In quel momento ha bisogno della consolazione, ha bisogno che qualcuno sia con lui nella sua solitudine interiore e compia l'opera dello Spirito Santo, del Consolatore: quella di dare coraggio, di portarci insieme, di appoggiarci insieme, aiutati dallo Spirito Santo stesso che è il grande Paraclito, il Consolatore, il nostro Avvocato che ci aiuta. Quindi è un invito a fare noi stessi «ad invicem» l'opera dello Spirito Santo Paraclito.

«Idem sapite»: sentiamo dietro la parola latina la parola «sapor», «sapore»: Abbiate lo stesso sapore per le cose, abbiate la stessa visione fondamentale della realtà, con tutte le differenze che non solo sono legittime ma anche necessarie, ma abbiate «eundem sapore», abbiate la stessa sensibilità. Il testo greco dice «froneite», la stessa cosa. Cioè abbiate lo stesso pensiero sostanzialmente. Come potremmo avere in sostanza un pensiero comune che ci aiuti a guidare insieme la Santa Chiesa se non condividendo insieme la fede che non è inventata da nessuno di noi, ma è la fede della Chiesa, il fondamento comune che ci porta, sul quale stiamo e lavoriamo? Quindi è un invito ad inserirci sempre di nuovo in questo pensiero comune, in questa fede che ci precede. «Non respicias peccata nostra sed fidem Ecclesiae tuae»: è la fede della Chiesa che il Signore cerca in noi e che è anche il perdono dei peccati. Avere questa stessa fede comune. Possiamo, dobbiamo vivere questa fede, ognuno nella sua originalità, ma sempre sapendo che questa fede ci precede. E dobbiamo comunicare a tutti gli altri la fede comune. Questo elemento ci fa passare già all'ultimo imperativo, che ci dà la pace profonda tra di noi.

E a questo punto possiamo pensare anche a «touto froneite», ad un altro testo della Lettera ai Filippesi, all'inizio del grande inno sul Signore, dove l'Apostolo ci dice: abbiate gli stessi sentimenti di Cristo, entrare nella «fronesis», nel «fronein», nel pensare di Cristo. Quindi possiamo avere la fede della Chiesa insieme, perché con questa fede entriamo nei pensieri, nei sentimenti del Signore. Pensare insieme con Cristo.

Questo è l'ultimo affondo di questo avvertimento dell'Apostolo: pensare con il pensiero di Cristo. E possiamo farlo leggendo la Sacra Scrittura nella quale i pensieri di Cristo sono Parola, parlano con noi. In questo senso dovremmo esercitare la «Lectio Divina», sentire nelle Scritture il pensiero di Cristo, imparare a pensare con Cristo, a pensare il pensiero di Cristo e così avere i sentimenti di Cristo, essere capaci di dare agli altri anche il pensiero di Cristo, i sentimenti di Cristo.

E così l'ultimo imperativo «pacem habete et eireneuete», è quasi il riassunto dei quattro imperativi precedenti, essendo così in unione con Dio che è la pace nostra, con Cristo che ci ha detto: «pacem dabo vobis». Siamo nella pace interiore, perché essere nel pensiero di Cristo unisce il nostro essere. Le difficoltà, i contrasti della nostra anima si uniscono, si è uniti all'originale, a quello di cui siamo immagine con il pensiero di Cristo. Così nasce la pace interiore e solo se siamo fondati su una profonda pace interiore possiamo essere persone della pace anche nel mondo, per gli altri.

Qui la domanda, questa promessa è condizionata dagli imperativi? Cioè solo nella misura nella quale noi possiamo realizzare gli imperativi, questo Dio della pace è con noi? Come è la relazione tra imperativo e promessa?

Io direi che è bilaterale, cioè la promessa precede gli imperativi e rende realizzabili gli imperativi e segue anche tale realizzazione degli imperativi. Cioè, prima di tutto quanto facciamo noi, il Dio dell'amore e della pace si è aperto a noi, è con noi. Nella Rivelazione cominciata nell'Antico Testamento Dio è venuto incontro a noi con il suo amore, con la sua pace.

E finalmente nell'Incarnazione si è fatto Dio con noi, Emmanuele, è con noi questo Dio della pace che si è fatto carne con la nostra carne, sangue del nostro sangue. È uomo con noi e abbraccia tutto l'essere umano. E nella crocifissione e nella discesa alla morte, totalmente si è fatto uno con noi, ci precede con il suo amore, abbraccia prima di tutto il nostro agire. E questa è la nostra grande consolazione. Dio ci precede. Ha già fatto tutto. Ci ha dato pace e perdono e amore. È con noi. E solo perché è con noi, perché nel Battesimo abbiamo ricevuto la sua grazia, nella Cresima lo Spirito Santo, nel Sacramento dell'Ordine abbiamo ricevuto la sua missione, possiamo adesso fare noi, cooperare con questa sua presenza che ci precede. Tutto questo nostro agire del quale parlano i cinque imperativi è un cooperare, un collaborare con il Dio della pace che è con noi.

Ma vale, dall'altra parte, nella misura nella quale noi realmente entriamo in questa presenza che ha donato, in questo dono già presente nel nostro essere. Cresce naturalmente la sua presenza, il suo essere con noi.

E preghiamo il Signore che ci insegni a collaborare con la sua precedente grazia e di essere così realmente sempre con noi. Amen!

 

 

 

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