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VISITA
ALLA PARROCCHIA DI SAN GIOVANNI DELLA CROCE (7
MARZO 2010) |
Radio
Vaticana, 7 marzo 2010
Benedetto
XVI nella parrocchia romana di San Giovanni della Croce:
non aspettate altri messaggi, fatevi voi stessi missionari
di Cristo
Superare
la “pigrizia spirituale” per essere quelle “pietre
vive” che sanno annunciare e radicare in ogni ambiente
quotidiano il messaggio di Gesù. E’ l’esortazione che
Benedetto XVI ha rivolto alla folla di fedeli della
parrocchia romana di San Giovanni della Croce, visitata
questa mattina. Il Papa vi ha presieduto la celebrazione
della Messa, alla presenza del cardinale vicario, Agostino
Vallini, e si è poi intrattenuto con i membri del
Consiglio parrocchiale, prima di rientrare in Vaticano. La
cronaca nel servizio di Alessandro De Carolis:
Al centro della Chiesa o nelle periferie della fede,
l’attendismo non può far parte del Dna di un cristiano.
E’ lui che deve vivere il Vangelo con dinamismo,
portarlo a chi non lo conosce, senza aspettare che siano
altri a portargli “altri messaggi” che però “non
conducono alla vita”. Con queste parole Benedetto XVI
tocca il cuore delle centinaia di fedeli che dalle prime
ore di questa mattina hanno affollato l’interno e
l’esterno della parrocchia romana di San Giovanni della
Croce a Colle Salario, pavesata a festa. Una chiesa
incastonata in un tessuto urbano di tremila famiglie, alle
quali ben presto si aggiungeranno altre di un nuovo
quartiere, affidate alla cura di don Enrico Gemma e dei
suoi collaboratori. E dunque una realtà, ha sollecitato
il Papa all’omelia, che ha bisogno della linfa vitale
dei laici, chiamati a essere “responsabili” e maturi
nella loro vocazione:
“Carissime famiglie cristiane, carissimi giovani
che abitate in questo quartiere e che frequentate la
parrocchia, lasciatevi sempre più coinvolgere dal
desiderio di annunciare a tutti il Vangelo di Gesù
Cristo. Non aspettate che altri vengano a portarvi altri
messaggi, che non conducono alla vita, ma fatevi voi
stessi missionari di Cristo per i fratelli, dove vivono,
lavorano, studiano o soltanto trascorrono il tempo libero.
Avviate anche qui una capillare e organica pastorale
vocazionale, fatta di educazione delle famiglie e dei
giovani alla preghiera e a vivere la vita come un dono che
proviene da Dio”.
(canto)
Benedetto XVI, con indosso i paramenti viola del tempo
di Quaresima, aveva fatto ingresso nella chiesa capitolina
verso le 9.30, dopo essersi intrattenuto diversi minuti a
salutare i molti fedeli assiepati in due ali al di fuori
del portone parrocchiale. E proprio la liturgia
quaresimale gli aveva suggerito una prima considerazione,
in particolare il brano del Vangelo che vede Gesù
commentare due tragici fatti di cronaca – l’esecuzione
di criminali e il crollo di una torre – per poi
provocare interiormente i discepoli sul significato della
conversione che salva, ha detto il Pontefice, da un altro
tipo di morte, “quella dell’anima”:
“In Quaresima, ciascuno di noi è invitato da Dio
a dare una svolta alla propria esistenza pensando e
vivendo secondo il Vangelo, correggendo qualcosa nel
proprio modo di pregare, di agire, di lavorare e nelle
relazioni con gli altri. Gesù ci rivolge questo appello
non con una severità fine a se stessa, ma proprio perché
è preoccupato del nostro bene, della nostra felicità,
della nostra salvezza. Da parte nostra, dobbiamo
rispondergli con un sincero sforzo interiore, chiedendogli
di farci capire in quali punti in particolare dobbiamo
convertirci”.
Il Papa ha apprezzato, della giovane comunità
parrocchiale, l’apertura da sempre manifestata ai
Movimenti ecclesiali, che ha consentito di maturare, ha
constatato, “una più ampia coscienza di Chiesa”. E si
è congratulato per il diffuso spirito di carità grazie
al quale, attraverso gruppi come la Caritas o quello di
Sant’Egidio, si provvede alle esigenze del territorio,
specie delle famiglie più povere. Uno spirito, ha
osservato Benedetto XVI, fiorito dai primi tempi della
parrocchia, nata nel 1989, quando la provvisorietà dei
pochi mezzi a disposizione ha reso più solida la fiducia
nella provvidenza e nei valori della fede:
“La mia visita desidera incoraggiarvi a realizzare
sempre meglio quella Chiesa di pietre vive che siete voi.
So che l’esperienza dei primi dodici anni ha segnato uno
stile di vita che tuttora permane. La mancanza di
strutture adeguate e di tradizioni consolidate vi ha
spinto, infatti, ad affidarvi alla forza della Parola di
Dio, che è stata lampada nel cammino e ha portato frutti
concreti di conversione, di partecipazione ai Sacramenti,
specie all’Eucaristia domenicale, e di servizio. Vi
esorto ora a fare di questa Chiesa un luogo in cui si
impara sempre meglio ad ascoltare il Signore che ci parla
nelle sacre Scritture”.
La festa riservata al Papa è proseguita al termine
della Messa, quando Benedetto XVI si è spostato in una
sala parrocchiale dove ha salutato i membri del Consiglio
parrocchiale:
“Cari fratelli e sorelle, di tutto cuore dico
grazie per questa bella esperienza pre-pasquale che mi
avete donato con questa domenica mattina (...)Vi prego di
continuare in questo senso, a costruire sempre la Chiesa
di pietre vive e così essere anche un centro di
irradiazione della Parola Dio nel nostro mondo che ha
talmente bisogno di questa Parola, della vita che viene da
Dio (….) Grazie per tutto il vostro lavoro, vi auguro
(…) ulteriori progressi spirituali (…) Grazie a tutti
voi, buona Pasqua!”.
Quindi, il congedo, passando ancora una volta per il
caldo abbraccio della folla che lo attendeva
all’esterno:
(acclamazioni
e applausi)
OMELIA
DEL SANTO PADRE BENEDETTO XVI
Cari
fratelli e sorelle!
"Convertitevi,
dice il Signore, il regno dei cieli è vicino"
abbiamo proclamato prima del Vangelo di questa terza
domenica di Quaresima, che ci presenta il tema
fondamentale di questo ‘tempo forte’ dell'anno
liturgico: l'invito alla conversione della nostra vita ed
a compiere degne opere di penitenza. Gesù, come abbiamo
ascoltato, evoca due episodi di cronaca: una repressione
brutale della polizia romana all’interno del tempio (cfr
Lc 13,1) e la tragedia dei diciotto morti per il
crollo della torre di Siloe (v. 4). La gente interpreta
questi fatti come una punizione divina per i peccati di
quelle vittime, e, ritenendosi giusta, si crede al riparo
da tali incidenti, pensando di non avere nulla da
convertire nella propria vita. Ma Gesù denuncia questo
atteggiamento come un’illusione: "Credete che quei
Galilei fossero più peccatori di tutti i Galilei, per
aver subito tale sorte? No, io vi dico, ma se non vi
convertite, perirete tutti allo stesso modo" (vv.
2-3). Ed invita a riflettere su quei fatti, per un
maggiore impegno nel cammino di conversione, perché è
proprio il chiudersi al Signore, il non percorrere la
strada della conversione di se stessi, che porta alla
morte, quella dell’anima. In Quaresima, ciascuno di noi
è invitato da Dio a dare una svolta alla propria
esistenza pensando e vivendo secondo il Vangelo,
correggendo qualcosa nel proprio modo di pregare, di
agire, di lavorare e nelle relazioni con gli altri. Gesù
ci rivolge questo appello non con una severità fine a se
stessa, ma proprio perché è preoccupato del nostro bene,
della nostra felicità, della nostra salvezza. Da parte
nostra, dobbiamo rispondergli con un sincero sforzo
interiore, chiedendogli di farci capire in quali punti in
particolare dobbiamo convertirci.
La
conclusione del brano evangelico riprende la prospettiva
della misericordia, mostrando la necessità e l’urgenza
del ritorno a Dio, di rinnovare la vita secondo Dio.
Riferendosi ad un uso del suo tempo, Gesù presenta la
parabola di un fico piantato in una vigna; questo fico,
però, risulta sterile, non dà frutti (cfr Lc
13,6-9). Il dialogo che si sviluppa tra il padrone e il
vignaiolo, manifesta, da una parte, la misericordia di
Dio, che ha pazienza e lascia all’uomo, a tutti noi, un
tempo per la conversione; e, dall’altra, la necessità
di avviare subito il cambiamento interiore ed esteriore
della vita per non perdere le occasioni che la
misericordia di Dio ci offre per superare la nostra
pigrizia spirituale e corrispondere all’amore di Dio con
il nostro amore filiale.
Anche San
Paolo, nel brano che abbiamo ascoltato, ci esorta a non
illuderci: non basta essere stati battezzati ed essere
nutriti alla stessa mensa eucaristica, se non si vive come
cristiani e non si è attenti ai segni del Signore (cfr 1
Cor 10,1-4).
Carissimi
Fratelli e Sorelle della Parrocchia di San Giovanni della
Croce! Sono molto lieto di essere in mezzo a voi, oggi,
per celebrare con voi il Giorno del Signore. Saluto
cordialmente il Cardinale Vicario, il Vescovo Ausiliare
del Settore, il vostro Parroco, don Enrico Gemma, che
ringrazio per le belle parole rivoltemi a nome di tutti
voi, e gli altri Sacerdoti che lo coadiuvano. Vorrei poi
estendere il mio pensiero a tutti gli abitanti del
quartiere, specialmente agli anziani, ai malati, alle
persone sole e in difficoltà. Tutti e ciascuno ricordo al
Signore in questa Santa Messa.
So che la
vostra Parrocchia è una comunità giovane. Infatti, ha
iniziato la sua attività pastorale nel 1989, per un
periodo di dodici anni in un locale provvisorio, e poi nel
nuovo complesso parrocchiale. Ora che avete un nuovo
edificio sacro, la mia visita desidera incoraggiarvi a
realizzare sempre meglio quella Chiesa di pietre vive che
siete voi. So che l’esperienza dei primi dodici anni ha
segnato uno stile di vita che tuttora permane. La mancanza
di strutture adeguate e di tradizioni consolidate vi ha
spinto, infatti, ad affidarvi alla forza della Parola di
Dio, che è stata lampada nel cammino e ha portato frutti
concreti di conversione, di partecipazione ai Sacramenti,
specie all’Eucaristia domenicale, e di servizio. Vi
esorto ora a fare di questa Chiesa un luogo in cui si
impara sempre meglio ad ascoltare il Signore che ci parla
nelle sacre Scritture. Queste rimangono sempre il centro
vivificante della Vostra comunità affinché diventi
scuola continua di vita cristiana, da cui parte ogni
attività pastorale.
La
costruzione del nuovo tempio parrocchiale vi ha spinto a
un corale impegno apostolico, con una particolare
attenzione al campo della catechesi e della liturgia. Mi
congratulo per gli sforzi pastorali che andate compiendo.
So che vari gruppi di fedeli si radunano per pregare,
formarsi alla scuola del Vangelo, partecipare ai
Sacramenti – soprattutto della Penitenza e
dell’Eucaristia – e vivere quella dimensione
essenziale per la vita cristiana che è la carità. Penso
con gratitudine a quanti contribuiscono a rendere più
vive e partecipate le celebrazioni liturgiche, ed ancora a
quanti, con la Caritas parrocchiale e il gruppo di
Sant’Egidio, cercano di andare incontro alle tante
esigenze del territorio, specialmente alle attese dei più
poveri e bisognosi. Penso, infine, a quanto andate
lodevolmente compiendo in favore delle famiglie,
dell’educazione cristiana dei figli e di quanti
frequentano l’Oratorio.
Sin dal
suo nascere, questa Parrocchia si è aperta ai Movimenti
ed alle nuove Comunità ecclesiali, maturando così una più
ampia coscienza di Chiesa e sperimentando nuove forme di
evangelizzazione. Vi esorto a proseguire con coraggio in
questa direzione, impegnandovi, però, a coinvolgere tutte
le realtà presenti in un progetto pastorale unitario. Ho
appreso con favore che la vostra comunità si propone di
promuovere, nel rispetto delle vocazioni e dei ruoli dei
consacrati e dei laici, la corresponsabilità di tutti i
membri del Popolo di Dio. Come ho già avuto modo di
ricordare, ciò esige un cambiamento di mentalità,
soprattutto nei confronti dei laici, "passando dal
considerarli «collaboratori» del clero a riconoscerli
realmente «corresponsabili» dell’essere e dell’agire
della Chiesa, favorendo così la promozione di un laicato
maturo ed impegnato" (cfr Discorso di apertura del
Convegno pastorale della Diocesi di Roma - 26 maggio
2009).
Carissime
famiglie cristiane, carissimi giovani che abitate in
questo quartiere e che frequentate la parrocchia,
lasciatevi sempre più coinvolgere dal desiderio di
annunciare a tutti il Vangelo di Gesù Cristo. Non
aspettate che altri vengano a portarvi altri messaggi, che
non conducono alla vita, ma fatevi voi stessi missionari
di Cristo per i fratelli, dove vivono, lavorano, studiano
o soltanto trascorrono il tempo libero. Avviate anche qui
una capillare e organica pastorale vocazionale, fatta di
educazione delle famiglie e dei giovani alla preghiera e a
vivere la vita come un dono che proviene da Dio.
Cari
fratelli e sorelle! Il tempo forte della Quaresima invita
ciascuno di noi a riconoscere il mistero di Dio, che si fa
presente nella nostra vita, come abbiamo ascoltato nella
prima lettura. Mosè vede nel deserto un roveto che arde,
ma non si consuma. In un primo momento, spinto dalla
curiosità, si avvicina per vedere questo avvenimento
misterioso quand’ecco che dal roveto una voce lo chiama,
dicendo: "Io sono il Dio di tuo padre, il Dio di
Abramo, il Dio di Isacco, il Dio di Giacobbe" (Es
3,6). Ed è proprio questo Dio che lo rimanda in Egitto
con l’incarico di condurre il popolo di Israele nella
terra promessa, domandando al faraone, nel Suo nome, la
liberazione di Israele. A questo punto, Mosè chiede a Dio
qual è il Suo nome, il nome con cui Dio mostra la Sua
particolare autorità, in modo da potersi presentare al
popolo e poi al faraone. La risposta di Dio può sembrare
strana; appare un rispondere e non rispondere. Egli dice
di sé semplicemente: "Io sono colui che sono!".
"Egli è", e questo deve bastare. Dio, quindi,
non ha rifiutato la richiesta di Mosè, manifesta il
proprio nome, creando così la possibilità
dell’invocazione, della chiamata, del rapporto.
Rivelando il suo nome Dio stabilisce una relazione tra sé
e noi. Si rende invocabile, entra in rapporto con noi e ci
dà la possibilità di stare in rapporto con lui. Ciò
significa che Egli si consegna, in qualche modo, al nostro
mondo umano, divenendo accessibile, quasi uno di noi.
Affronta il rischio della relazione, dell’essere con
noi. Ciò che ebbe inizio presso il roveto ardente nel
deserto si compie presso il roveto ardente della croce,
dove Dio, divenuto accessibile nel suo Figlio fatto uomo,
fatto realmente uno di noi, viene consegnato nelle nostre
mani e, in tal modo, realizza la liberazione dell’umanità.
Sul Golgota Dio, che durante la notte della fuga
dall’Egitto si è rivelato come Colui che libera dalla
schiavitù, si rivela come Colui che abbraccia ogni uomo
con la potenza salvifica della Croce e della Risurrezione
e lo libera dal peccato e dalla morte, lo accetta
nell’abbraccio del Suo amore.
Rimaniamo
nella contemplazione di questo mistero del nome di Dio per
comprendere meglio il mistero della Quaresima, e vivere
come singoli e come comunità in permanente conversione,
in modo da essere nel mondo costante epifania,
testimonianza del Dio vivente, che libera e salva per
amore. Amen.
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