Figlio
del castellano locale, nacque a Bleda,
vicino a Isola
di Santa
Sofia, nell'Appennino forlivese.
A lungo, dopo la sua morte, i luoghi della sua
nascita furono meta di pellegrinaggio.
Dopo
essere divenuto monaco cluniacense, venne nominato
prete cardinale di San Clemente da Papa
Gregorio VII attorno al 1076,
e consacrato Papa, in successione ad Urbano
II, il 19
agosto 1099.
Nella
lunga lotta contro gli imperatori sulla lotta
per le investiture, portò avanti con zelo la
politica Ildebrandina,
ma solo con parziale successo. Nel 1104 Pasquale
riuscì ad istigare il secondogenito
dell'imperatore che si ribellò contro il padre,
ma ben presto scopri che Enrico
V era ancor più insistente nel mantenere il
diritto di investitura, di quanto non lo fosse
stato Enrico
IV. La Dieta
imperiale di Magonza
invitò (gennaio 1106)
Pasquale a visitare la Germania
e appianare il problema, ma il Papa nel Concilio
di Guastalla
(ottobre 1106) rinnovò semplicemente la
proibizione all'investitura. Nello stesso anno
portò a termine la lotta per le investiture in Inghilterra,
nella quale Anselmo,
arcivescovo di Canterbury,
si era impegnato contro Re Enrico
I d'Inghilterra, mantenendo per sé il diritto
esclusivo di investire con l'anello e il bastone
vescovile, ma riconoscendo la nomina reale per i
benefici vacanti e i giuramenti di fedeltà dei
domini temporali. Pasquale si recò in Francia
alla fine del 1106 per cercare la mediazione di Filippo
I di Francia e del Principe Luigi nella lotta
imperiale, ma i suoi negoziati non diedero
risultati e fece ritorno in Italia
nel settembre del 1107.
Quando Enrico
V avanzò con un armata in Italia allo scopo
di essere incoronato, il Papa acconsentì ad un
accordo (febbraio 1111), in base ai termini del
quale la Chiesa doveva cedere tutti i possedimenti
e i diritti che aveva ricevuto dall'impero e del
regno d'Italia sin dai tempi di Carlomagno,
mentre Enrico da parte sua avrebbe rinunciato
all'investitura laica. I preparativi per
l'incoronazione vennero fatti per il 12
febbraio 1111,
ma i romani sorsero in rivolta contro l'accordo,
ed Enrico si ritirò portando con se il Papa e la
curia.
Dopo
sessantuno giorni di dura prigionia, Pasquale si
arrese e garantì l'investitura all'imperatore.
Enrico venne quindi incoronato in San Pietro il 13
aprile, e dopo aver preteso la promessa che
nessuna vendetta sarebbe stata tentata per quello
che era accaduto, si ritirò al di la delle Alpi.
Il partito Ildebrandino venne comunque incitato ad
agire; un concilio in Laterano
del marzo 1112
dichiarò nulle le concessioni estorte con la
violenza; un concilio tenuto a Vienna
in ottobre scomunicò l'imperatore e Pasquale ne
sancì le decisioni.
Nel
1113,
Papa Pasquale II riconobbe l'ordine dei Cavalieri
Ospitalieri di San Giovanni in Gerusalemme, il
più antico degli ordini religiosi cavallereschi.
Verso
la fine del pontificato ricominciarono i problemi
in Inghilterra, Pasquale si lamentò (1115)
che i concili venivano tenuti e i vescovi venivano
traslati, senza la sua autorizzazione, e minacciò
Enrico I con la scomunica.
Alla morte della Contessa Matilde,
che aveva lasciato tutti i suoi territori alla
Chiesa (1115), l'imperatore improvvisamente li
pretese come feudi
imperiali e costrinse il Papa a fuggire da Roma.
Pasquale ritornò dopo il ritiro dell'imperatore
all'inizio del 1118, ma morì nel giro di pochi
giorni il 21 gennaio di quell'anno.
Curiosità:
il fantasma di Nerone
Papa
Pasquale II era uomo particolarmente superstizioso,
ossessionato dai corvi che volteggiavano sul noce
secolare piantato nelle adiacenze della tomba dei Domizi
Enobarbi. Egli era terrorizzato dall'idea che
quei corvi fossero demoni in attesa della
reincarnazione dell'imperatore Nerone,
da secoli identificato come l'anticristo.
La
convinzione di Pasquale era nata dallo strampalato
sillogismo di alcuni autori cristiani (Vittorino, Commodiano
e Sulpicio
Severo) , che avevano messo in relazione il
passo 13-15
dell' Apocalisse
di Giovanni
"Bestia il cui numero è 666" con il
fatto che sommando il valore numerico delle
lettere che compongono le parole "Nerone
Cesare" in lingua ebraica si ottiene il
medesimo numero.
Per
nulla impressionato da tali sciocchezze, il
popolino di Roma
continuava, nella ricorrenza della morte (9
giugno), a portare fiori sulla tomba di Nerone;
l'imperatore che più aveva amato e maggiormente
rimpianto, nonostante che dalla sua scomparsa (68)
fosse ormai trascorso più d'un millennio.
Forse
per timore dei demoni o, più credibilmente, per
impedire l'omaggio popolare a colui che la Chiesa
aveva bollato come anticristo, papa Pasquale fece
radere al suolo il mausoleo, tagliare il noce e,
al loro posto, erigere una cappella, nucleo
originario di quella che oggi è la chiesa di Santa
Maria del Popolo, in Piazza
del Popolo a Roma.
Al
fine di placare il malcontento popolare per la
profanazione, venne diffusa la voce che i resti di
Nerone fossero stati traslati in un mausoleo sulla
via
Cassia, ben fuori dalle mura cittadine. Forse
le autorità speravano nella distanza per
scoraggiare l'annuale pellegrinaggio che, al
contrario, continuò. Tant'è che a tutt'oggi la
zona è denominata Tomba
di Nerone, sebbene l'epigrafe latina citi i
proprietari: Publio Vibio Mariano e la di lui
consorte Regina Massima.