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il servizio trasmesso da Radio Vaticana
Fonte,
Radio Vaticana, 29 giugno 2007
Nella Solennità
dei Santi Pietro e Paolo, il Papa impone il Pallio a 46
arcivescovi e rilancia l'impegno ecumenico. All’Angelus,
l’annuncio della visita a Napoli il 21 ottobre
Nella
Solennità dei Santi Apostoli Pietro e Paolo, Benedetto
XVI ha ribadito il suo impegno per ricercare la piena
comunione dei cristiani. Parole ancor più significative
per la presenza, alla solenne celebrazione nella Basilica
Vaticana, di una delegazione del Patriarca Ecumenico di
Costantinopoli Bartolomeo I. Nell’omelia, il Papa ha
messo l’accento sull’unicità di Gesù, che non è
solo un profeta, ma il Figlio di Dio. All’Angelus, poi,
il Pontefice ha ribadito l’importanza del cammino
ecumenico, ha rivolto un saluto speciale a Roma, nel
giorno in cui festeggia i suoi Patroni ed ha annunciato
che si recherà in visita pastorale a Napoli, il prossimo
21 ottobre. Il servizio di Alessandro Gisotti:
Nella professione di fede di Pietro, “possiamo
sentirci ed essere tutti una cosa sola, malgrado le
divisioni che nel corso dei secoli hanno lacerato l’unità
della Chiesa con conseguenze che perdurano tuttora”.
Nella Messa per la Solennità dei Santi Pietro e Paolo,
Benedetto XVI ha messo l’accento sulla ricerca della
“piena comunione”, sempre presente, ha detto, nella
volontà del Patriarca ecumenico di Costantinopoli e del
Vescovo di Roma. Il Papa, nella sua omelia, ha offerto ai
fedeli una riflessione appassionata sul significato della
confessione di Pietro, “momento decisivo del cammino dei
discepoli con Gesù”. Ed ha ribadito il valore
dell’attribuzione a Simone del soprannome Cefa, Pietra:
"Gesù afferma di voler edificare 'su questa
pietra' la sua Chiesa e, in questa prospettiva, conferisce
a Pietro il potere delle chiavi (cfr Mt 16,17-19). Da
questi racconti emerge chiaramente che la confessione di
Pietro è inseparabile dall’incarico pastorale a lui
affidato nei confronti del gregge di Cristo".
Tutti gli evangelisti, ha ricordato, sottolineano che
la confessione di Pietro avviene quando Gesù, dopo la
predicazione in Galilea, “si dirige risolutamente verso
Gerusalemme per portare a compimento, con la morte in
croce e la risurrezione, la sua missione salvifica”. I
discepoli sono coinvolti in questa decisione:
"Gesù li invita a fare una scelta che li
porterà a distinguersi dalla folla per diventare la
comunità dei credenti in Lui, la sua 'famiglia',
l’inizio della Chiesa. In effetti, ci sono due modi di
'vedere' e di 'conoscere' Gesù: uno – quello della
folla – più superficiale, l’altro – quello dei
discepoli – più penetrante e autentico. Con la duplice
domanda: 'Che cosa dice la gente – Che cosa dite voi di
me?', Gesù invita i discepoli a prendere coscienza di
questa diversa prospettiva".
La gente, ha proseguito, “pensa che Gesù sia una
profeta”. Questo “non è falso”, “ma non basta; è
inadeguato”. E’ necessario, ha avvertito, “andare in
profondità”, “riconoscere la singolarità della
persona di Gesù di Nazaret, la sua novità”.
"Anche oggi è così: molti accostano Gesù,
per così dire, dall’esterno. Grandi studiosi ne
riconoscono la statura spirituale e morale e l’influsso
sulla storia dell’umanità, paragonandolo a Buddha,
Confucio, Socrate e ad altri sapienti e grandi personaggi
della storia. Non giungono però a riconoscerlo nella sua
unicità".
Spesso, ha detto ancora, “Gesù è considerato anche
come uno dei grandi fondatori di religioni, da cui ognuno
può prendere qualcosa per formarsi una propria
convinzione”. Come allora, ha costatato, la gente “ha
opinioni diverse su Gesù” e come allora, anche a noi
Gesù ripete la sua domanda: “E voi, chi dite che io
sia?”. Ecco, allora, ha esortato Papa Benedetto, che
dobbiamo fare nostra la risposta di Pietro: “Tu sei il
Cristo, il Figlio del Dio vivente”. Ha, quindi, rivolto
il pensiero al rapporto personale tra Gesù e Pietro e
all’incarico conferitogli dal Signore che è proprio
radicato “nel rapporto personale che il Gesù storico
ebbe con il pescatore Simone”. A Pietro “affidò un
compito particolare, riconoscendo così in lui uno
speciale dono di fede da parte del Padre celeste”. Di
qui, l’unicità dell’esperienza di Simon Pietro:
"Il parallelismo tra Pietro e Paolo è
suggestivo, ma non può sminuire la portata del cammino
storico di Simone con il suo Maestro e Signore, che fin
dall’inizio gli attribuì la caratteristica di 'roccia'
su cui avrebbe edificato la sua nuova comunità, la
Chiesa".
Il Pontefice ha poi rammentato che, nei Vangeli
sinottici, la confessione di Pietro è sempre seguita
dall’annuncio da parte di Gesù della sua prossima
passione. Annuncio di fronte al quale, Pietro reagisce
“perché non riesce ancora a capire”. Eppure è un
elemento fondamentale su cui Gesù “insiste con
forza”. Si comprende, dunque, che “l’avvenimento
della Croce rivela il suo senso pieno soltanto se quest’uomo
che ha patito ed è morto in croce, era veramente il
figlio di Dio”. La via verso la gloria, ha proseguito,
è una “via stretta, un modo scandaloso per i discepoli
di ogni tempo, che inevitabilmente sono portati a pensare
secondo gli uomini e non secondo Dio”:
"Anche oggi, come ai tempi di Gesù, non basta
possedere la giusta confessione di fede: è necessario
sempre di nuovo imparare dal Signore il modo proprio in
cui egli è il Salvatore e la via sulla quale dobbiamo
seguirlo. Dobbiamo infatti riconoscere che, anche per il
credente, la Croce è sempre dura da accettare.
L’istinto spinge ad evitarla, e il tentatore induce a
pensare che sia più saggio preoccuparsi di salvare se
stessi piuttosto che perdere la propria vita per fedeltà
all’amore".
Per molti, ancora oggi, ha detto Benedetto XVI è
difficile accettare che Gesù “rivendichi per sé la
stessa autorità di Dio”. Gli stessi discepoli
“giunsero a poco a poco a capire che Egli era il
Messia”, la loro fede quindi si dovette adeguare
progressivamente. La nostra fede si presenta perciò come
“un pellegrinaggio che ha il suo momento sorgivo
nell’esperienza del Gesù storico, trova il suo
fondamento nel mistero pasquale, ma deve poi avanzare
ancora grazie all’azione dello Spirito Santo”.
Dopo l’omelia, si è svolta la suggestiva cerimonia
dell’imposizione - a 46 arcivescovi metropoliti - del
Pallio, la stola di lana bianca, simbolo della potestà
che, in comunione con la Chiesa di Roma, il metropolita
acquisisce nella propria provincia ecclesiastica.
Arcivescovi provenienti da tutto il mondo, espressione
dell’universalità della Chiesa. Tra loro gli italiani
Angelo Bagnasco, arcivescovo di Genova, Paolo Romeo,
arcivescovo di Palermo, e Calogero La Piana, arcivescovo
di Messina. E poi, tra gli altri, l’arcivescovo di San
Paolo, Odilo Scherer, di Toronto, Christopher Collins, di
Bombay, Oswald Gracias e di Bujumbura, Evariste Ngoyagoye.
I fedeli hanno pregato per il Papa, la Chiesa di Roma e
per il Patriarcato di Costantinopoli. E, ancora, per i
nuovi arcivescovi metropoliti, per gli uomini che soffrono
a causa dell’ingiustizia e della violenza e per i
missionari, testimoni del Vangelo per le vie del mondo.
La solenne celebrazione si è conclusa con la preghiera
del Papa al sepolcro di San Pietro, mentre l’assemblea
intonava il Tu es Petrus. All’Angelus, Benedetto XVI ha
ricordato l’indizione dell’Anno giubilare dedicato a
San Paolo ed ha auspicato che tale evento possa
“rinnovare il nostro entusiasmo missionario”, rendendo
più intense le relazioni con i fratelli dell’Oriente.
Quindi, ha rinnovato l’impegno ad agire convintamente
per “la causa dell’unità di tutti i discepoli di
Cristo”, per la piena comunione tra l’Oriente e
l’Occidente cristiani:
"I nostri incontri, le visite reciproche, i
dialoghi in corso non sono dunque dei semplici gesti di
cortesia, o tentativi per giungere a compromessi, ma il
segno di una comune volontà di fare il possibile perché
quanto prima possiamo giungere a quella piena comunione
implorata da Cristo nella sua preghiera al Padre dopo
l’Ultima Cena: ut unum sint”.
Poi, al momento dei saluti, Benedetto XVI ha rivolto un
pensiero speciale a Roma, alla sua città, come lo è di
ogni Successore di Pietro:
"Nella festa dei Santi Patroni di Roma, rivolgo
uno speciale augurio di pace e di cristiana prosperità a
questa Città e a tutti coloro che vi abitano. Incoraggio
in modo particolare i fedeli a comportarsi sempre in
maniera degna del Vangelo, per essere 'lievito' in ogni
ambiente di vita".
Infine, il Papa ha annunciato che si recherà a Napoli in
autunno:
"In questa importante ricorrenza sono inoltre
lieto di annunciare che, accogliendo l’invito
dell’arcivescovo, cardinale Crescenzio Sepe, domenica 21
ottobre mi recherò in visita pastorale a Napoli. Saluto
con affetto la cara comunità napoletana, che invito a
preparare l’incontro nella preghiera e nella carità
operosa".
OMELIA DEL
SANTO PADRE
Cari
fratelli e sorelle!
Ieri
pomeriggio mi sono recato nella Basilica di San Paolo
fuori le Mura, dove ho celebrato i Primi Vespri
dell’odierna Solennità dei Santi Apostoli Pietro e
Paolo. Accanto al sepolcro dell’Apostolo delle genti ho
reso omaggio alla sua memoria e ho annunciato l’Anno
Paolino che, in occasione del bimillenario della sua
nascita, si svolgerà dal 28 giugno 2008 al 29 giugno
2009. Stamani, secondo la tradizione, ci ritroviamo invece
presso il sepolcro di San Pietro. Sono presenti, per
ricevere il Pallio, gli Arcivescovi Metropoliti nominati
durante l’ultimo anno, ai quali va il mio speciale
saluto. E’ presente anche, inviata dal Patriarca
ecumenico di Costantinopoli Bartolomeo I, un’eminente
Delegazione, che accolgo con cordiale riconoscenza
ripensando allo scorso 30 novembre, quando mi trovavo a
Istanbul - Costantinopoli per la festa di Sant’Andrea.
Saluto il Metropolita greco ortodosso di Francia,
Emmanuel, il Metropolita di Sassima, Gennadios, e il
Diacono Andreas. Siate i benvenuti, cari fratelli. Ogni
anno la visita che reciprocamente ci rendiamo è segno che
la ricerca della piena comunione è sempre presente nella
volontà del Patriarca ecumenico e del Vescovo di Roma.
La festa
di oggi mi offre l’opportunità di tornare ancora una
volta a meditare sulla confessione di Pietro, momento
decisivo del cammino dei discepoli con Gesù. I Vangeli
sinottici lo collocano nei pressi di Cesarea di Filippo (cfr
Mt 16,13-20; Mc 8,27-30; Lc 9,18-22).
Giovanni, per parte sua, ci conserva un’altra
significativa confessione di Pietro, dopo il miracolo dei
pani e il discorso di Gesù nella sinagoga di Cafarnao (cfr
Gv 6,66-70). Matteo, nel testo appena proclamato,
ricorda l’attribuzione a Simone da parte di Gesù del
soprannome di Cefa, "Pietra". Gesù
afferma di voler edificare "su questa pietra" la
sua Chiesa e, in questa prospettiva, conferisce a Pietro
il potere delle chiavi (cfr Mt 16,17-19). Da questi
racconti emerge chiaramente che la confessione di Pietro
è inseparabile dall’incarico pastorale a lui affidato
nei confronti del gregge di Cristo.
Secondo
tutti gli Evangelisti, la confessione di Simone avviene in
un momento decisivo della vita di Gesù, quando, dopo la
predicazione in Galilea, Egli si dirige risolutamente
verso Gerusalemme per portare a compimento, con la morte
in croce e la risurrezione, la sua missione salvifica. I
discepoli sono coinvolti in questa decisione: Gesù li
invita a fare una scelta che li porterà a distinguersi
dalla folla per diventare la comunità dei credenti in
Lui, la sua "famiglia", l’inizio della Chiesa.
In effetti, ci sono due modi di "vedere" e di
"conoscere" Gesù: uno – quello della folla
– più superficiale, l’altro – quello dei discepoli
– più penetrante e autentico. Con la duplice domanda:
"Che cosa dice la gente – Che cosa dite voi di
me?", Gesù invita i discepoli a prendere coscienza
di questa diversa prospettiva. La gente pensa che Gesù
sia un profeta. Questo non è falso, ma non basta; è
inadeguato. Si tratta, in effetti, di andare in profondità,
di riconoscere la singolarità della persona di Gesù di
Nazaret, la sua novità. Anche oggi è così: molti
accostano Gesù, per così dire, dall’esterno. Grandi
studiosi ne riconoscono la statura spirituale e morale e
l’influsso sulla storia dell’umanità, paragonandolo a
Buddha, Confucio, Socrate e ad altri sapienti e grandi
personaggi della storia. Non giungono però a riconoscerlo
nella sua unicità. Viene in mente ciò che disse Gesù a
Filippo durante l’Ultima Cena: "Da tanto tempo sono
con voi e tu non mi hai conosciuto, Filippo?" (Gv
14,9). Spesso Gesù è considerato anche come uno dei
grandi fondatori di religioni, da cui ognuno può prendere
qualcosa per formarsi una propria convinzione. Come
allora, dunque, anche oggi la "gente" ha
opinioni diverse su Gesù. E come allora, anche a noi,
discepoli di oggi, Gesù ripete la sua domanda: "E
voi, chi dite che io sia?". Vogliamo fare nostra la
risposta di Pietro. Secondo il Vangelo di Marco Egli
disse: "Tu sei il Cristo" (8,29); in Luca
l’affermazione è: "Il Cristo di Dio" (9,20);
in Matteo suona: "Tu sei il Cristo, il Figlio del Dio
vivente" (16,16); infine in Giovanni: "Tu sei il
Santo di Dio" (6,69). Sono tutte risposte giuste,
valide anche per noi.
Soffermiamoci
in particolare sul testo di Matteo, riportato dalla
liturgia odierna. Secondo alcuni studiosi, la formula che
vi compare presuppone il contesto post-pasquale, e
addirittura sarebbe legata ad un’apparizione personale
di Gesù risorto a Pietro; un’apparizione analoga a
quella che ebbe Paolo sulla via di Damasco. In realtà,
l’incarico conferito dal Signore a Pietro è radicato
nel rapporto personale che il Gesù storico ebbe con il
pescatore Simone, a partire dal primo incontro con lui,
quando gli disse: "Tu sei Simone… ti chiamerai Cefa
(che vuol dire Pietro)" (Gv 1,42). Lo
sottolinea l’evangelista Giovanni, pescatore anche lui e
socio, col fratello Giacomo, dei due fratelli Simone e
Andrea. Il Gesù che, dopo la risurrezione chiamò Saulo,
è lo stesso che – ancora immerso nella storia - avvicinò,
dopo il battesimo nel Giordano, i quattro fratelli
pescatori, allora discepoli del Battista (cfr Gv 1,
35-42). Egli andò a cercarli sulla riva del lago di
Galilea, e li chiamò a seguirlo per essere
"pescatori di uomini" (cfr Mc 1,16-20). A
Pietro poi affidò un compito particolare, riconoscendo
così in lui uno speciale dono di fede da parte del Padre
celeste. Tutto questo, evidentemente, fu poi illuminato
dall’esperienza pasquale, ma rimanendo sempre fermamente
ancorato nelle vicende storiche precedenti la Pasqua. Il
parallelismo tra Pietro e Paolo è suggestivo, ma non può
sminuire la portata del cammino storico di Simone con il
suo Maestro e Signore, che fin dall’inizio gli attribuì
la caratteristica di "roccia" su cui avrebbe
edificato la sua nuova comunità, la Chiesa.
Nei
Vangeli sinottici la confessione di Pietro è sempre
seguita dall’annuncio da parte di Gesù della sua
prossima passione. Un annuncio di fronte al quale Pietro
reagisce, perché non riesce ancora a capire. Eppure si
tratta di un elemento fondamentale, su cui perciò Gesù
insiste con forza. Infatti, i titoli attribuiti a Lui da
Pietro – tu sei "il Cristo", "il Cristo
di Dio", "il Figlio del Dio vivente" – si
comprendono autenticamente solo alla luce del mistero
della sua morte e risurrezione. Ed è vero anche
l’inverso: l’avvenimento della Croce rivela il suo
senso pieno soltanto se "quest’uomo", che ha
patito ed è morto in croce, "era veramente Figlio di
Dio", per usare le parole pronunciate dal centurione
dinanzi al Crocifisso (cfr Mc 15,39). Questi testi
dicono chiaramente che l’integrità della fede cristiana
è data dalla confessione di Pietro, illuminata
dall’insegnamento di Gesù sulla sua "via"
verso la gloria, cioè sul suo modo assolutamente
singolare di essere il Messia e il Figlio di Dio. Una
"via" stretta, un "modo" scandaloso
per i discepoli di ogni tempo, che inevitabilmente sono
portati a pensare secondo gli uomini e non secondo Dio (cfr
Mt 16,23). Anche oggi, come ai tempi di Gesù, non
basta possedere la giusta confessione di fede: è
necessario sempre di nuovo imparare dal Signore il modo
proprio in cui egli è il Salvatore e la via sulla quale
dobbiamo seguirlo. Dobbiamo infatti riconoscere che, anche
per il credente, la Croce è sempre dura da accettare.
L’istinto spinge ad evitarla, e il tentatore induce a
pensare che sia più saggio preoccuparsi di salvare se
stessi piuttosto che perdere la propria vita per fedeltà
all’amore.
Che cosa
era difficile da accettare per la gente a cui Gesù
parlava? Che cosa continua ad esserlo anche per molta
gente di oggi? Difficile da accettare è il fatto che Egli
pretenda di essere non solo uno dei profeti, ma il Figlio
di Dio, e rivendichi per sé la stessa autorità di Dio.
Ascoltandolo predicare, vedendolo guarire i malati,
evangelizzare i piccoli e i poveri, riconciliare i
peccatori, i discepoli giunsero poco a poco a capire che
Egli era il Messia nel senso più alto del termine, vale a
dire non solo un uomo inviato da Dio, ma Dio stesso
fattosi uomo. Chiaramente, tutto questo era più grande di
loro, superava la loro capacità di comprendere. Potevano
esprimere la loro fede con i titoli della tradizione
giudaica: "Cristo", "Figlio di Dio",
"Signore". Ma per aderire veramente alla realtà,
quei titoli dovevano in qualche modo essere riscoperti
nella loro verità più profonda: Gesù stesso con la sua
vita ne ha rivelato il senso pieno, sempre sorprendente,
addirittura paradossale rispetto alle concezioni correnti.
E la fede dei discepoli ha dovuto adeguarsi
progressivamente. Essa ci si presenta come un
pellegrinaggio che ha il suo momento sorgivo
nell’esperienza del Gesù storico, trova il suo
fondamento nel mistero pasquale, ma deve poi avanzare
ancora grazie all’azione dello Spirito Santo. Tale è
stata anche la fede della Chiesa nel corso della storia,
tale è pure la fede di noi, cristiani di oggi. Saldamente
appoggiata sulla "roccia" di Pietro, è un
pellegrinaggio verso la pienezza di quella verità che il
Pescatore di Galilea professò con appassionata
convinzione: "Tu sei il Cristo, il Figlio del Dio
vivente" (Mt 16,16).
Nella
professione di fede di Pietro, cari fratelli e sorelle,
possiamo sentirci ed essere tutti una cosa sola, malgrado
le divisioni che nel corso dei secoli hanno lacerato
l’unità della Chiesa con conseguenze che perdurano
tuttora. Nel nome dei Santi Pietro e Paolo, rinnoviamo
oggi, insieme con i nostri Fratelli venuti da
Costantinopoli – che ancora ringrazio per la presenza a
questa nostra celebrazione –, l’impegno ad accogliere
fino in fondo il desiderio di Cristo, che ci vuole
pienamente uniti. Con gli Arcivescovi concelebranti
accogliamo il dono e la responsabilità della comunione
tra la Sede di Pietro e le Chiese Metropolitane affidate
alle loro cure pastorali. Ci guidi e ci accompagni sempre
con la sua intercessione la santa Madre di Dio: la sua
fede indefettibile, che sostenne la fede di Pietro e degli
altri Apostoli, continui a sostenere quella delle
generazioni cristiane: Regina degli Apostoli, prega per
noi!