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VIAGGIO
APOSTOLICO IN PORTOGALLO (11-14 MAGGIO 2010) |
Siate
profeti di giustizia e pace senza bavagli: così il Papa
ai vescovi portoghesi. I cristiani mostrino la bellezza
della fede
◊ La Chiesa
contemporanea ha bisogno di uomini, donne e giovani
coraggiosi, capaci di togliersi il bavaglio che una certa
cultura antireligiosa vorrebbe imporre e di mostrare la
bellezza della fede. Ha bisogno di sacerdoti che siano
“profeti di giustizia”, che non temano di difendere i
poveri e denunciare chi li opprime. Con un discorso di
particolare intensità, Benedetto XVI ha affidato gli
ultimi pensieri del suo soggiorno a Fatima ai circa 50
vescovi del Portogallo, che ieri sera lo hanno ascoltato
nell’incontro svoltosi alla Casa di “Nossa Senhora do
Carmo”. Il servizio di Alessandro De Carolis:
La fede in Dio è insidiata da altre “divinità”? I
cristiani siano i primi a mostrare il fascino di seguire
il Vangelo. “Signori di questo mondo” – politici o
intellettuali che siano – propongono una loro
monocultura che disprezza la religione? I cristiani
parlino di Dio “senza bavagli”. Il discorso con quale
Benedetto XVI si congeda da Fatima è come una sferzata
dello spirito, un condensato di cristianesimo adatto ai
tempi di oggi. Non a caso, il Papa lo rivolge e affida ai
vescovi del Portogallo, primi responsabili della Chiesa
sul posto. Ma alla vigoria magisteriale dei suoi pensieri,
il Pontefice fa precedere uno squarcio di intimità,
parole che confidano cosa significhi stare sul soglio di
Pietro:
“O Papa precisa de abrir-se cada vez mais…
Il Papa ha bisogno di aprirsi sempre di più al
mistero della Croce, abbracciandola quale unica speranza e
ultima via per guadagnare e radunare nel Crocifisso tutti
i suoi fratelli e sorelle in umanità. Obbedendo alla
Parola di Dio, egli è chiamato a vivere non per sé
stesso ma per la presenza di Dio nel mondo”.
Detto questo, Benedetto XVI si lancia in una disamina
che fotografa senza sofismi il non facile tempo della
Chiesa nell’epoca del secolarismo. Serve un colpo
d’ala, dice in sostanza. Mentre non servono, aggiunge
schietto, sedicenti cristiani vittime dell’imbarazzo di
esserlo:
“Há necessidade de verdadeiras testemunhas…
C’è bisogno di autentici testimoni di Gesù
Cristo, soprattutto in quegli ambienti umani dove il
silenzio della fede è più ampio e profondo: i politici,
gli intellettuali, i professionisti della comunicazione
che professano e promuovono una proposta monoculturale,
con disdegno per la dimensione religiosa e contemplativa
della vita. In tali ambiti non mancano credenti che si
vergognano e che danno una mano al secolarismo,
costruttore di barriere all’ispirazione cristiana”.
Dunque, elenca il Pontefice, spazio a una coraggiosa
tempra missionaria, a un “laicato maturo” che si
identifichi con la Chiesa e sia “solidale con la
complessa trasformazione del mondo”, e che soprattutto
sia libero da soggezioni:
“Mantende viva a dimensão profética…
Mantenete viva la dimensione profetica, senza
bavagli, nello scenario del mondo attuale, perché ‘la
parola di Dio non è incatenata!’ (...) Decisivo, però,
è riuscire ad inculcare in ogni agente evangelizzatore un
vero ardore di santità, consapevoli che il risultato
deriva soprattutto dall’unione con Cristo e
dall’azione del suo Spirito”.
E a questo punto, Benedetto XVI ribadisce una delle sue
convinzioni più profonde: la vita cristiana non è un
noioso elenco di regole. E contro questo abusato luogo
comune, il Papa oppone la freschezza della testimonianza,
la vera forza che converte. “Difficilmente” - afferma
- la fede cattolica...
“…poderá tocar os corações graças a simples
discursos…
...potrà toccare i cuori mediante semplici discorsi
o richiami morali e meno ancora attraverso generici
richiami ai valori cristiani. Il richiamo coraggioso e
integrale ai principi è essenziale e indispensabile;
tuttavia il semplice enunciato del messaggio non arriva
fino in fondo al cuore della persona, non tocca la sua
libertà, non cambia la vita. Ciò che affascina è
soprattutto l’incontro con persone credenti che,
mediante la loro fede, attirano verso la grazia di Cristo,
rendendo testimonianza di Lui”.
Per questo, il Papa ha ringraziato in particolare i
Movimenti ecclesiali. I carismi suscitati dallo Spirito
Santo, ha detto, hanno portato una “nuova primavera”
quando in tanti parlavano di “un inverno della
Chiesa”. Ai vescovi, Benedetto XVI ha chiesto di essere
garanti della “ecclesialità” di tali comunità,
eventualmente correggendone “con comprensione” i
percorsi di fede. Quindi, ha concluso spronando il clero
all’autenticità della vocazione. Ai vescovi chiede di
riscoprire la "paternità episcopale", perché
"per troppo tempo - nota - si è relegata in secondo
piano la responsabilità dell'autorità come servizio alla
crescita degli altri". E ai preti chiede di avere
“sentimenti di misericordia e di compassione” per
rispondere alle “gravi carenze sociali”. E seppure le
difficoltà adesso “si fanno sentire di più”, esse ha
incalzato:
“Não vos deixem esmorecer na lógica do dom…
Non vi facciano indebolire nella logica del dono.
Continui ben viva, nel Paese, la vostra testimonianza di
profeti della giustizia e della pace, difensori dei
diritti inalienabili della persona, unendo la vostra voce
a quella dei più deboli, che avete saggiamente motivato a
possedere voce propria, senza temere mai di alzare la voce
in favore degli oppressi, degli umiliati e dei
maltrattati”.
(Radio
Vaticana)
INCONTRO
CON I VESCOVI DEL PORTOGALLO
DISCORSO
DEL SANTO PADRE BENEDETTO XVI
Salone delle
Conferenze della Casa Nossa Senhora do Carmo - Fátima
Giovedì, 13 maggio 2010
Venerati
e cari Fratelli nell’Episcopato,
Rendo
grazie a Dio per l’occasione che mi offre di incontrarvi
tutti qui nel cuore spirituale del Portogallo, che è il
Santuario di Fatima, dove moltitudini di pellegrini
provenienti dai luoghi più vari della terra, cercano di
ritrovare o di rafforzare in sé stessi le certezze del
Cielo. Tra loro è venuto da Roma il Successore di Pietro,
accogliendo i ripetuti inviti ricevuti e mosso da un
debito di riconoscenza verso la Vergine Maria, la quale
proprio qui ha trasmesso ai suoi veggenti e pellegrini un
intenso amore per il Santo Padre che fruttifica in una
vigorosa schiera orante con Gesù alla guida: Pietro, «io
ho pregato per te, perché la tua fede non venga meno. E
tu, una volta convertito, conferma i tuoi fratelli» (Lc
22, 32).
Come
vedete, il Papa ha bisogno di aprirsi sempre di più al
mistero della Croce, abbracciandola quale unica speranza e
ultima via per guadagnare e radunare nel Crocifisso tutti
i suoi fratelli e sorelle in umanità. Obbedendo alla
Parola di Dio, egli è chiamato a vivere non per sé
stesso ma per la presenza di Dio nel mondo. Mi è di
conforto la determinazione con cui anche voi mi seguite da
vicino senza temere null’altro che la perdita della
salvezza eterna del vostro popolo, come bene dimostrano le
parole con cui Mons. Jorge Ortiga ha voluto salutare il
mio arrivo in mezzo a voi e testimoniare
l’incondizionata fedeltà dei Vescovi del Portogallo al
Successore di Pietro. Di cuore vi ringrazio. Grazie
inoltre per tutta la premura che avete avuto
nell’organizzazione di questa mia Visita. Dio vi
ricompensi, riversando in abbondanza su di voi e sulle
vostre diocesi lo Spirito Santo, affinché possiate, in un
cuor solo e un’anima sola, portare a termine l’impegno
pastorale che vi siete proposti, quello, cioè, di offrire
ad ogni fedele un’iniziazione cristiana esigente e
affascinante, che comunichi l’integrità della fede e
della spiritualità, radicata nel Vangelo e formatrice di
operatori liberi in mezzo alla vita pubblica.
In verità,
i tempi nei quali viviamo esigono un nuovo vigore
missionario dei cristiani, chiamati a formare un laicato
maturo, identificato con la Chiesa, solidale con la
complessa trasformazione del mondo. C’è bisogno di
autentici testimoni di Gesù Cristo, soprattutto in quegli
ambienti umani dove il silenzio della fede è più ampio e
profondo: i politici, gli intellettuali, i professionisti
della comunicazione che professano e promuovono una
proposta monoculturale, con disdegno per la dimensione
religiosa e contemplativa della vita. In tali ambiti non
mancano credenti che si vergognano e che danno una mano al
secolarismo, costruttore di barriere all’ispirazione
cristiana. Nel frattempo, amati Fratelli, quanti difendono
in tali ambienti, con coraggio, un vigoroso pensiero
cattolico, fedele al Magistero, continuino a ricevere il
vostro stimolo e la vostra parola illuminante, per vivere,
da fedeli laici, la libertà cristiana.
Mantenete
viva la dimensione profetica, senza bavagli, nello
scenario del mondo attuale, perché «la parola di Dio non
è incatenata!» (2Tm 2,9). Le persone invocano la
Buona Novella di Gesù Cristo, che dona senso alle loro
vite e salvaguarda la loro dignità. In qualità di primi
evangelizzatori, vi sarà utile conoscere e comprendere i
diversi fattori sociali e culturali, valutare le carenze
spirituali e programmare efficacemente le risorse
pastorali; decisivo, però, è riuscire ad inculcare in
ogni agente evangelizzatore un vero ardore di santità,
consapevoli che il risultato deriva soprattutto
dall’unione con Cristo e dall’azione del suo Spirito.
Infatti,
quando, nel sentire di molti, la fede cattolica non è più
patrimonio comune della società e, spesso, si vede come
un seme insidiato e offuscato da «divinità» e signori
di questo mondo, molto difficilmente essa potrà toccare i
cuori mediante semplici discorsi o richiami morali e meno
ancora attraverso generici richiami ai valori cristiani.
Il richiamo coraggioso e integrale ai principi è
essenziale e indispensabile; tuttavia il semplice
enunciato del messaggio non arriva fino in fondo al cuore
della persona, non tocca la sua libertà, non cambia la
vita. Ciò che affascina è soprattutto l’incontro con
persone credenti che, mediante la loro fede, attirano
verso la grazia di Cristo, rendendo testimonianza di Lui.
Mi vengono in mente queste parole del Papa Giovanni
Paolo II: «La Chiesa ha bisogno soprattutto di grandi
correnti, movimenti e testimonianze di santità fra i
“christifideles” perché è dalla santità che nasce
ogni autentico rinnovamento della Chiesa, ogni
arricchimento dell’intelligenza della fede e della
sequela cristiana, una ri-attualizzazione vitale e feconda
del cristianesimo nell’incontro con i bisogni degli
uomini, una rinnovata forma di presenza nel cuore
dell’esistenza umana e della cultura delle nazioni» (Discorso
per il XX della promulgazione del Decreto conciliare «Apostolicam
actuositatem», 18 novembre 1985). Qualcuno
potrebbe dire: «la Chiesa ha bisogno di grandi correnti,
movimenti e testimonianze di santità…, ma non ci sono!».
A questo
proposito, vi confesso la piacevole sorpresa che ho avuto
nel prendere contatto con i movimenti e le nuove comunità
ecclesiali. Osservandoli, ho avuto la gioia e la grazia di
vedere come, in un momento di fatica della Chiesa, in un
momento in cui si parlava di «inverno della Chiesa», lo
Spirito Santo creava una nuova primavera, facendo
svegliare nei giovani e negli adulti la gioia di essere
cristiani, di vivere nella Chiesa, che è il Corpo vivo di
Cristo. Grazie ai carismi, la radicalità del Vangelo, il
contenuto oggettivo della fede, il flusso vivo della sua
tradizione vengono comunicati in modo persuasivo e sono
accolti come esperienza personale, come adesione della
libertà all’evento presente di Cristo.
Condizione
necessaria, naturalmente, è che queste nuove realtà
vogliano vivere nella Chiesa comune, pur con spazi in
qualche modo riservati per la loro vita, così che questa
diventi poi feconda per tutti gli altri. I portatori di un
carisma particolare devono sentirsi fondamentalmente
responsabili della comunione, della fede comune della
Chiesa e devono sottomettersi alla guida dei Pastori. Sono
questi che devono garantire l’ecclesialità dei
movimenti. I Pastori non sono soltanto persone che
occupano una carica, ma essi stessi sono portatori di
carismi, sono responsabili per l’apertura della Chiesa
all’azione dello Spirito Santo. Noi, Vescovi, nel
sacramento, siamo unti dallo Spirito Santo e quindi il
sacramento ci garantisce anche l’apertura ai suoi doni.
Così, da una parte, dobbiamo sentire la responsabilità
di accogliere questi impulsi che sono doni per la Chiesa e
le conferiscono nuova vitalità, ma, dall’altra,
dobbiamo anche aiutare i movimenti a trovare la strada
giusta, facendo delle correzioni con comprensione –
quella comprensione spirituale e umana che sa unire guida,
riconoscenza e una certa apertura e disponibilità ad
accettare di imparare.
Iniziate
o confermate proprio in questo i presbiteri. Nell’Anno
sacerdotale che volge al termine, riscoprite, amati
Fratelli, la paternità episcopale soprattutto verso il
vostro clero. Per troppo tempo si è relegata in secondo
piano la responsabilità dell’autorità come servizio
alla crescita degli altri, e, prima di tutti, dei
sacerdoti. Questi sono chiamati a servire, nel loro
ministero pastorale, integrati in un’azione pastorale di
comunione o di insieme, come ci ricorda il Decreto
conciliare Presbyterorum
ordinis: «Nessun presbitero è quindi in
condizione di realizzare a fondo la propria missione se
agisce da solo e per proprio conto, senza unire le proprie
forze a quelle degli altri presbiteri, sotto la guida di
coloro che governano la Chiesa» (n. 7). Non si tratta di
ritornare al passato, né di un semplice ritorno alle
origini, ma di un ricupero del fervore delle origini,
della gioia dell’inizio dell’esperienza cristiana,
facendosi accompagnare da Cristo come i discepoli di
Emmaus nel giorno di Pasqua, lasciando che la sua parola
ci riscaldi il cuore, che il «pane spezzato» apra i
nostri occhi alla contemplazione del suo volto. Soltanto
così il fuoco della carità sarà ardente abbastanza da
spingere ogni fedele cristiano a diventare dispensatore di
luce e di vita nella Chiesa e tra gli uomini.
Prima di
concludere, vorrei chiedervi, nella vostra qualità di
presidenti e ministri della carità nella Chiesa, di
rinvigorire in voi stessi e intorno a voi i sentimenti di
misericordia e di compassione per essere in grado di
rispondere alle situazioni di gravi carenze sociali. Si
costituiscano organizzazioni e si perfezionino quelle già
esistenti, perché siano in grado di rispondere con
creatività ad ogni povertà, includendo quelle della
mancanza di senso della vita e dell’assenza di speranza.
È molto lodevole lo sforzo che fate per aiutare le
diocesi più bisognose, soprattutto dei Paesi lusofoni. Le
difficoltà, che adesso si fanno sentire di più, non vi
facciano indebolire nella logica del dono. Continui ben
viva, nel Paese, la vostra testimonianza di profeti della
giustizia e della pace, difensori dei diritti inalienabili
della persona, unendo la vostra voce a quella dei più
deboli, che avete saggiamente motivato a possedere voce
propria, senza temere mai di alzare la voce in favore
degli oppressi, degli umiliati e dei maltrattati.
Mentre vi
affido alla Madonna di Fatima, chiedendole di sostenervi
maternamente nelle sfide in cui siete impegnati, perché
siate promotori di una cultura e di una spiritualità di
carità e di pace, di speranza e di giustizia, di fede e
di servizio, di cuore vi imparto la mia Benedizione
Apostolica, estendendola ai vostri familiari e alle
comunità diocesane.
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