Scoprire Cristo nei poveri
attraverso l'elemosina fatta nel segreto e senza
vanagloria: così il Papa nel Messaggio per la Quaresima
Praticare l’elemosina con
generosità e nel segreto, imparando a riconoscere Cristo
nei poveri per giungere alle feste pasquali rinnovati
nello spirito: è quanto propone Benedetto XVI nel suo
Messaggio per la Quaresima di quest’anno che inizia il
prossimo 6 febbraio, Mercoledì delle Ceneri. Il Messaggio
prende il titolo da un passo della seconda Lettera di San
Paolo ai Corinzi: “Cristo si è fatto povero per voi”.
Ce ne parla Sergio Centofanti:
La Quaresima – scrive il Papa - “ci stimola a
riscoprire la misericordia di Dio perché diventiamo, a
nostra volta, più misericordiosi verso i fratelli”. E
quest’anno si sofferma sulla pratica dell’elemosina,
che – rileva – “rappresenta un modo concreto di
venire in aiuto a chi è nel bisogno e, al tempo stesso,
un esercizio ascetico per liberarsi dall’attaccamento ai
beni terreni” sulla scia di quanto dice Gesù: “Non
potete servire a Dio e al denaro” (Lc 16,13).
“Secondo l’insegnamento evangelico – ricorda il
Papa - noi non siamo proprietari bensì amministratori dei
beni che possediamo: essi quindi non vanno considerati
come esclusiva proprietà, ma come mezzi attraverso i
quali il Signore chiama ciascuno di noi a farsi tramite
della sua provvidenza verso il prossimo”. Per questo –
ribadisce - “prima ancora che un atto di carità” è
“un dovere di giustizia” soccorrere le tante
popolazioni che oggi nel mondo “carenti di tutto,
patiscono la fame”. Un dovere che diventa “grave”
responsabilità per i Paesi più ricchi a maggioranza
cristiana.
“Caratteristica tipica dell’elemosina cristiana”
– prosegue il Pontefice – è che “deve essere
nascosta”. Gesù ci dice inoltre “che non ci si deve
vantare delle proprie buone azioni, per non rischiare di
essere privati della ricompensa celeste” (cfr Mt 6,1-2).
“Tutto deve essere dunque compiuto a gloria di Dio e non
nostra”. “Nella moderna società dell’immagine –
nota Benedetto XVI - occorre vigilare attentamente, poiché
questa tentazione è ricorrente”.
“L’elemosina evangelica – precisa poi il
Messaggio pontificio - non è semplice filantropia”: cioè
non è un semplice atto di bontà umana, ma
“un’espressione concreta della carità, virtù
teologale”, che ha la sua origine in Dio e che ci
permette di operare “ad imitazione di Gesù Cristo”
che non ha donato qualcosa ma “tutto se stesso”. Il
Papa ringrazia Dio “per le tante persone che nel
silenzio, lontano dai riflettori della società mediatica,
compiono con questo spirito azioni generose di sostegno al
prossimo in difficoltà”. “A ben poco serve donare i
propri beni agli altri – aggiunge - se per questo il
cuore si gonfia di vanagloria”. “Ciò che dà valore
all’elemosina – infatti – è l’amore”. E “ogni
volta che per amore di Dio condividiamo i nostri beni con
il prossimo bisognoso, sperimentiamo che la pienezza di
vita viene dall’amore e tutto ci ritorna come
benedizione in forma di pace, di interiore soddisfazione e
di gioia. Il Padre celeste ricompensa le nostre elemosine
con la sua gioia”.
Il Papa affronta poi un altro effetto dell’elemosina:
come dice San Pietro “la carità copre una moltitudine
di peccati” (1 Pt 4,8). “Penso, in questo momento –
scrive il Pontefice - a quanti avvertono il peso del male
compiuto e, proprio per questo, si sentono lontani da Dio,
timorosi e quasi incapaci di ricorrere a Lui”. Ma
“l’elemosina, avvicinandoci agli altri, ci avvicina a
Dio” perchè ci fa "riconoscere nei poveri Cristo
stesso".
“L’elemosina – leggiamo ancora nel Messaggio -
educa alla generosità dell’amore. San Giuseppe
Benedetto Cottolengo soleva raccomandare: ‘Non contate
mai le monete che date, perché io dico sempre così: se
nel fare l’elemosina la mano sinistra non ha da sapere
ciò che fa la destra, anche la destra non ha da sapere ciò
che fa essa medesima'”. Di qui il commento: “quando
gratuitamente offre se stesso, il cristiano testimonia che
non è la ricchezza materiale a dettare le leggi
dell’esistenza, ma l’amore”.
L’elemosina – conclude il Papa – è in realtà un
“segno del dono più grande che possiamo offrire agli
altri … l’annuncio e la testimonianza di Cristo, nel
Cui nome c’è la vita vera”. Benedetto XVI invoca
infine Maria perché “aiuti i credenti a condurre il
‘combattimento spirituale’ della Quaresima armati
della preghiera, del digiuno e della pratica
dell’elemosina, per giungere alle celebrazioni delle
Feste pasquali rinnovati nello spirito”.
Radio Vaticana, 28 gennaio
2008
MESSAGGIO
DI BENEDETTO XVI
Cari
fratelli e sorelle!
1. Ogni
anno, la Quaresima ci offre una provvidenziale occasione
per approfondire il senso e il valore del nostro essere
cristiani, e ci stimola a riscoprire la misericordia di
Dio perché diventiamo, a nostra volta, più
misericordiosi verso i fratelli. Nel tempo quaresimale la
Chiesa si preoccupa di proporre alcuni specifici impegni
che accompagnino concretamente i fedeli in questo processo
di rinnovamento interiore: essi sono la preghiera,
il digiuno e l’elemosina. Quest’anno,
nel consueto Messaggio quaresimale, desidero soffermarmi a
riflettere sulla pratica dell’elemosina, che rappresenta
un modo concreto di venire in aiuto a chi è nel bisogno
e, al tempo stesso, un esercizio ascetico per liberarsi
dall’attaccamento ai beni terreni. Quanto sia forte la
suggestione delle ricchezze materiali, e quanto netta
debba essere la nostra decisione di non idolatrarle, lo
afferma Gesù in maniera perentoria: “Non potete servire
a Dio e al denaro” (Lc 16,13). L’elemosina ci
aiuta a vincere questa costante tentazione, educandoci a
venire incontro alle necessità del prossimo e a
condividere con gli altri quanto per bontà divina
possediamo. A questo mirano le collette speciali a favore
dei poveri, che in Quaresima vengono promosse in molte
parti del mondo. In tal modo, alla purificazione interiore
si aggiunge un gesto di comunione ecclesiale, secondo
quanto avveniva già nella Chiesa primitiva. San Paolo ne
parla nelle sue Lettere a proposito della colletta a
favore della comunità di Gerusalemme (cfr 2 Cor
8-9; Rm 15,25-27).
2. Secondo
l’insegnamento evangelico, noi non siamo proprietari
bensì amministratori dei beni che possediamo: essi quindi
non vanno considerati come esclusiva proprietà, ma come
mezzi attraverso i quali il Signore chiama ciascuno di noi
a farsi tramite della sua provvidenza verso il prossimo.
Come ricorda il Catechismo della Chiesa Cattolica, i
beni materiali rivestono una valenza sociale, secondo il
principio della loro destinazione universale (cfr n.
2404).
Nel
Vangelo è chiaro il monito di Gesù verso chi possiede e
utilizza solo per sé le ricchezze terrene. Di fronte alle
moltitudini che, carenti di tutto, patiscono la fame,
acquistano il tono di un forte rimprovero le parole di san
Giovanni: “Se uno ha ricchezze di questo mondo e vedendo
il proprio fratello in necessità gli chiude il proprio
cuore, come dimora in lui l’amore di Dio?” (1 Gv
3,17). Con maggiore eloquenza risuona il richiamo alla
condivisione nei Paesi la cui popolazione è composta in
maggioranza da cristiani, essendo ancor più grave la loro
responsabilità di fronte alle moltitudini che soffrono
nell’indigenza e nell’abbandono. Soccorrerle è un
dovere di giustizia prima ancora che un atto di carità.
3. Il
Vangelo pone in luce una caratteristica tipica
dell’elemosina cristiana: deve essere nascosta. “Non
sappia la tua sinistra ciò che fa la tua destra”, dice
Gesù, “perché la tua elemosina resti segreta” (Mt
6,3-4). E poco prima aveva detto che non ci si deve
vantare delle proprie buone azioni, per non rischiare di
essere privati della ricompensa celeste (cfr Mt
6,1-2). La preoccupazione del discepolo è che tutto vada
a maggior gloria di Dio. Gesù ammonisce: “Così
risplenda la vostra luce davanti agli uomini, perché
vedano le vostre opere buone e rendano gloria al Padre
vostro che è nei cieli” (Mt 5,16). Tutto deve
essere dunque compiuto a gloria di Dio e non nostra.
Questa consapevolezza accompagni, cari fratelli e sorelle,
ogni gesto di aiuto al prossimo evitando che si trasformi
in un mezzo per porre in evidenza noi stessi. Se nel
compiere una buona azione non abbiamo come fine la gloria
di Dio e il vero bene dei fratelli, ma miriamo piuttosto
ad un ritorno di interesse personale o semplicemente di
plauso, ci poniamo fuori dell’ottica evangelica. Nella
moderna società dell’immagine occorre vigilare
attentamente, poiché questa tentazione è ricorrente.
L’elemosina evangelica non è semplice filantropia: è
piuttosto un’espressione concreta della carità, virtù
teologale che esige l’interiore conversione all’amore
di Dio e dei fratelli, ad imitazione di Gesù Cristo, il
quale morendo in croce donò tutto se stesso per noi. Come
non ringraziare Dio per le tante persone che nel silenzio,
lontano dai riflettori della società mediatica, compiono
con questo spirito azioni generose di sostegno al prossimo
in difficoltà? A ben poco serve donare i propri beni agli
altri, se per questo il cuore si gonfia di vanagloria:
ecco perché non cerca un riconoscimento umano per le
opere di misericordia che compie chi sa che Dio “vede
nel segreto” e nel segreto ricompenserà.
4. Invitandoci
a considerare l’elemosina con uno sguardo più profondo,
che trascenda la dimensione puramente materiale, la
Scrittura ci insegna che c’è più gioia nel dare che
nel ricevere (cfr At 20,35). Quando agiamo con
amore esprimiamo la verità del nostro essere: siamo stati
infatti creati non per noi stessi, ma per Dio e per i
fratelli (cfr 2 Cor 5,15). Ogni volta che per amore
di Dio condividiamo i nostri beni con il prossimo
bisognoso, sperimentiamo che la pienezza di vita viene
dall’amore e tutto ci ritorna come benedizione in forma
di pace, di interiore soddisfazione e di gioia. Il Padre
celeste ricompensa le nostre elemosine con la sua gioia. E
c’è di più: san Pietro cita tra i frutti spirituali
dell’elemosina il perdono dei peccati. “La carità -
egli scrive - copre una moltitudine di peccati” (1 Pt
4,8). Come spesso ripete la liturgia quaresimale, Iddio
offre a noi peccatori la possibilità di essere perdonati.
Il fatto di condividere con i poveri ciò che possediamo
ci dispone a ricevere tale dono. Penso, in questo momento,
a quanti avvertono il peso del male compiuto e, proprio
per questo, si sentono lontani da Dio, timorosi e quasi
incapaci di ricorrere a Lui. L’elemosina, avvicinandoci
agli altri, ci avvicina a Dio e può diventare strumento
di autentica conversione e riconciliazione con Lui e con i
fratelli.
5. L’elemosina
educa alla generosità dell’amore. San Giuseppe
Benedetto Cottolengo soleva raccomandare: “Non contate
mai le monete che date, perché io dico sempre così: se
nel fare l’elemosina la mano sinistra non ha da sapere
ciò che fa la destra, anche la destra non ha da sapere ciò
che fa essa medesima” (Detti e pensieri,
Edilibri, n. 201). Al riguardo, è quanto mai
significativo l’episodio evangelico della vedova che,
nella sua miseria, getta nel tesoro del tempio “tutto
quanto aveva per vivere” (Mc 12,44). La sua
piccola e insignificante moneta diviene un simbolo
eloquente: questa vedova dona a Dio non del suo superfluo,
non tanto ciò che ha, ma quello che è. Tutta se stessa.
Questo
episodio commovente si trova inserito nella descrizione
dei giorni che precedono immediatamente la passione e
morte di Gesù, il quale, come nota san Paolo, si è fatto
povero per arricchirci della sua povertà (cfr 2 Cor
8,9); ha dato tutto se stesso per noi. La Quaresima, anche
attraverso la pratica dell’elemosina ci spinge a seguire
il suo esempio. Alla sua scuola possiamo imparare a fare
della nostra vita un dono totale; imitandolo riusciamo a
renderci disponibili, non tanto a dare qualcosa di ciò
che possediamo, bensì noi stessi. L’intero Vangelo non
si riassume forse nell’unico comandamento della carità?
La pratica quaresimale dell’elemosina diviene pertanto
un mezzo per approfondire la nostra vocazione cristiana.
Quando gratuitamente offre se stesso, il cristiano
testimonia che non è la ricchezza materiale a dettare le
leggi dell’esistenza, ma l’amore. Ciò che dà valore
all’elemosina è dunque l’amore, che ispira forme
diverse di dono, secondo le possibilità e le condizioni
di ciascuno.
6. Cari
fratelli e sorelle, la Quaresima ci invita ad
“allenarci” spiritualmente, anche mediante la pratica
dell’elemosina, per crescere nella carità e riconoscere
nei poveri Cristo stesso. Negli Atti degli Apostoli
si racconta che l’apostolo Pietro allo storpio che
chiedeva l’elemosina alla porta del tempio disse: “Non
possiedo né argento né oro, ma quello che ho te lo do:
nel nome di Gesù Cristo, il Nazareno, cammina” (At
3,6). Con l’elemosina regaliamo qualcosa di materiale,
segno del dono più grande che possiamo offrire agli altri
con l’annuncio e la testimonianza di Cristo, nel Cui
nome c’è la vita vera. Questo periodo sia pertanto
caratterizzato da uno sforzo personale e comunitario di
adesione a Cristo per essere testimoni del suo amore.
Maria, Madre e Serva fedele del Signore, aiuti i credenti
a condurre il “combattimento spirituale” della
Quaresima armati della preghiera, del digiuno e della
pratica dell’elemosina, per giungere alle celebrazioni
delle Feste pasquali rinnovati nello spirito. Con questi
voti imparto volentieri a tutti l’Apostolica
Benedizione.
Dal
Vaticano, 30 ottobre 2007
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