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Vaticana 4 febbraio 2010
Messaggio
del Papa per la Quaresima: l'uomo senza l'amore di Dio è
incapace di attuare la vera giustizia
◊
L’uomo non può attuare da solo la giustizia, deve
uscire dall’illusione dell’autosufficienza ed entrare
nella giustizia “più grande” che è quella
dell’amore, la giustizia operata da Cristo. E’ quanto
scrive Benedetto XVI nel Messaggio per la Quaresima che
inizierà il prossimo 17 febbraio, Mercoledì delle
Ceneri. Il messaggio, presentato oggi nella Sala Stampa
vaticana, si svolge sull’affermazione paolina: La
giustizia di Dio si è manifestata per mezzo della fede in
Cristo (cfr Rm 3,21-22). Ce ne parla Sergio Centofanti.
Il Papa si sofferma, innanzitutto, sul significato del
termine “giustizia”, che secondo la nota espressione
di Ulpiano, giurista romano del III secolo, vuol dire
“dare a ciascuno il suo”. Ma “ciò di cui l’uomo
ha più bisogno – nota - non può essergli garantito per
legge”. Sono certamente necessari i beni materiali – e
il Papa ribadisce una severa condanna dell’indifferenza
per la fame nel mondo - ma la giustizia “distributiva”
non rende all’essere umano tutto il “suo” che gli è
dovuto. “Come e più del pane”, infatti, l’uomo ha
bisogno di Dio, del suo amore gratuito. E con
Sant’Agostino ricorda che “non è giustizia
dell’uomo quella che sottrae l’uomo al vero Dio”.
In secondo luogo il Pontefice indica la “tentazione
permanente dell’uomo” - che era quella dei farisei -
di “individuare l’origine del male in una causa
esteriore”: in questa direzione – afferma - molte
delle moderne ideologie credono di realizzare la giustizia
rimuovendo semplicemente queste cause esteriori. Un modo
di pensare che definisce “ingenuo e miope”, perché
“l’ingiustizia, frutto del male, non ha radici
esclusivamente esterne; ha origine nel cuore umano, dove
si trovano i germi di una misteriosa connivenza col
male”. L’uomo, infatti – rileva - “avverte dentro
di sé una strana forza di gravità che lo porta a
ripiegarsi su se stesso, ad affermarsi sopra e contro gli
altri: è l’egoismo, conseguenza della colpa
originale”.
Nel terzo passaggio il Papa, spiegando come l’uomo
possa superare il suo egoismo, ricorda il senso della
giustizia secondo la sapienza ebraica: dare al povero, al
forestiero, all’orfano e alla vedova “per
l’israelita, non è altro che il contraccambio dovuto a
Dio, che ha avuto pietà della miseria del suo popolo …
Dio è attento al grido del misero e in risposta chiede di
essere ascoltato, chiede giustizia verso il povero ... Per
entrare nella giustizia è pertanto necessario uscire da
quell’illusione di auto-sufficienza, da quello stato
profondo di chiusura, che è l’origine stessa
dell’ingiustizia”: è necessaria una “liberazione
del cuore” che la sola Legge non è in grado di
realizzare.
“L’annuncio cristiano - sottolinea il Papa -
risponde positivamente alla sete di giustizia
dell’uomo”: infatti, la giustizia di Cristo “viene
dalla grazia, dove non è l’uomo che ripara, guarisce se
stesso e gli altri”, ma è “il gesto dell’amore di
Dio che si apre fino all’estremo, fino a far passare in
sé ‘la maledizione’ che spetta all’uomo, per
trasmettergli in cambio la ‘benedizione’ che spetta a
Dio”, secondo una giustizia, divina, “profondamente
diversa da quella umana”. “Di fronte alla giustizia
della Croce” – prosegue il Messaggio - ci si può
ribellare, “perché essa mette in evidenza che l’uomo
non è un essere autarchico”, ma ha bisogno di Dio
“per essere pienamente se stesso”. Convertirsi a
Cristo, allora, significa “uscire dall’illusione
dell’autosufficienza per scoprire e accettare” con
umiltà di essere poveri, di avere bisogno del perdono e
dell’amicizia di Dio.
“Grazie all’azione di Cristo – continua Benedetto
XVI - noi possiamo entrare nella giustizia ‘più
grande’, che è quella dell’amore (cfr Rm 13,8-10), la
giustizia di chi si sente sempre più debitore che
creditore, perché ha ricevuto più di quanto si possa
aspettare”. “Forte di questa esperienza – conclude
il Papa nel Messaggio per la Quaresima - il cristiano è
spinto a contribuire a formare società giuste, dove tutti
ricevono il necessario per vivere secondo la propria
dignità di uomini e dove la giustizia è vivificata
dall’amore”.
MESSAGGIO
DEL SANTO PADRE
BENEDETTO XVI
PER LA QUARESIMA 2010
La giustizia
di Dio si è manifestata
per mezzo della fede in Cristo (cfr Rm 3,21-22)
Cari
fratelli e sorelle,
ogni
anno, in occasione della Quaresima, la Chiesa ci invita a
una sincera revisione della nostra vita alla luce degli
insegnamenti evangelici. Quest’anno vorrei proporvi
alcune riflessioni sul vasto tema della giustizia,
partendo dall’affermazione paolina: La giustizia di
Dio si è manifestata per mezzo della fede in Cristo
(cfr Rm 3,21-22).
Giustizia:
“dare cuique suum”
Mi
soffermo in primo luogo sul significato del termine
“giustizia”, che nel linguaggio comune implica “dare
a ciascuno il suo - dare cuique suum”, secondo la
nota espressione di Ulpiano, giurista romano del III
secolo. In realtà, però, tale classica definizione non
precisa in che cosa consista quel “suo” da
assicurare a ciascuno. Ciò di cui l’uomo ha più
bisogno non può essergli garantito per legge. Per godere
di un’esistenza in pienezza, gli è necessario qualcosa
di più intimo che può essergli accordato solo
gratuitamente: potremmo dire che l’uomo vive di
quell’amore che solo Dio può comunicargli avendolo
creato a sua immagine e somiglianza. Sono certamente utili
e necessari i beni materiali – del resto Gesù stesso si
è preoccupato di guarire i malati, di sfamare le folle
che lo seguivano e di certo condanna l’indifferenza che
anche oggi costringe centinaia di milioni di essere umani
alla morte per mancanza di cibo, di acqua e di medicine -,
ma la giustizia “distributiva” non rende all’essere
umano tutto il “suo” che gli è dovuto. Come e più
del pane, egli ha infatti bisogno di Dio. Nota
sant’Agostino: se “la giustizia è la virtù che
distribuisce a ciascuno il suo... non è giustizia
dell’uomo quella che sottrae l’uomo al vero Dio” (De
civitate Dei, XIX, 21).
Da
dove viene l’ingiustizia?
L’evangelista
Marco riporta le seguenti parole di Gesù, che si
inseriscono nel dibattito di allora circa ciò che è puro
e ciò che è impuro: “Non c'è nulla fuori dell’uomo
che, entrando in lui, possa renderlo impuro. Ma sono le
cose che escono dall’uomo a renderlo impuro... Ciò che
esce dall’uomo è quello che rende impuro l’uomo. Dal
di dentro infatti, cioè dal cuore degli uomini, escono i
propositi di male” (Mc 7,14-15.20-21). Al di là
della questione immediata relativa al cibo, possiamo
scorgere nella reazione dei farisei una tentazione
permanente dell’uomo: quella di individuare l’origine
del male in una causa esteriore. Molte delle moderne
ideologie hanno, a ben vedere, questo presupposto: poiché
l’ingiustizia viene “da fuori”, affinché regni la
giustizia è sufficiente rimuovere le cause esteriori che
ne impediscono l’attuazione. Questo modo di pensare -
ammonisce Gesù - è ingenuo e miope. L’ingiustizia,
frutto del male, non ha radici esclusivamente esterne; ha
origine nel cuore umano, dove si trovano i germi di una
misteriosa connivenza col male. Lo riconosce amaramente il
Salmista: “Ecco, nella colpa io sono nato, nel peccato
mi ha concepito mia madre” (Sal 51,7). Sì,
l’uomo è reso fragile da una spinta profonda, che lo
mortifica nella capacità di entrare in comunione con
l’altro. Aperto per natura al libero flusso della
condivisione, avverte dentro di sé una strana forza di
gravità che lo porta a ripiegarsi su se stesso, ad
affermarsi sopra e contro gli altri: è
l’egoismo, conseguenza della colpa originale. Adamo ed
Eva, sedotti dalla menzogna di Satana, afferrando il
misterioso frutto contro il comando divino, hanno
sostituito alla logica del confidare nell’Amore quella
del sospetto e della competizione; alla logica del
ricevere, dell’attendere fiducioso dall’Altro, quella
ansiosa dell’afferrare e del fare da sé (cfr Gen
3,1-6), sperimentando come risultato un senso di
inquietudine e di incertezza. Come può l’uomo liberarsi
da questa spinta egoistica e aprirsi all’amore?
Giustizia
e Sedaqah
Nel cuore
della saggezza di Israele troviamo un legame profondo tra
fede nel Dio che “solleva dalla polvere il debole” (Sal
113,7) e giustizia verso il prossimo. La parola
stessa con cui in ebraico si indica la virtù della
giustizia, sedaqah, ben lo esprime. Sedaqah infatti
significa, da una parte, accettazione piena della volontà
del Dio di Israele; dall’altra, equità nei confronti
del prossimo (cfr Es 20,12-17), in modo speciale
del povero, del forestiero, dell’orfano e della vedova
(cfr Dt 10,18-19). Ma i due significati sono
legati, perché il dare al povero, per l’israelita, non
è altro che il contraccambio dovuto a Dio, che ha avuto
pietà della miseria del suo popolo. Non a caso il dono
delle tavole della Legge a Mosè, sul monte Sinai, avviene
dopo il passaggio del Mar Rosso. L’ascolto della Legge,
cioè, presuppone la fede nel Dio che per primo ha
‘ascoltato il lamento’ del suo popolo ed è “sceso
per liberarlo dal potere dell’Egitto” (cfr Es
3,8). Dio è attento al grido del misero e in risposta
chiede di essere ascoltato: chiede giustizia verso il
povero (cfr Sir 4,4-5.8-9), il forestiero (cfr Es
22,20), lo schiavo (cfr Dt 15,12-18). Per
entrare nella giustizia è pertanto necessario uscire da
quell’illusione di auto-sufficienza, da quello stato
profondo di chiusura, che è l’origine stessa
dell’ingiustizia. Occorre, in altre parole, un
“esodo” più profondo di quello che Dio ha operato con
Mosè, una liberazione del cuore, che la sola parola della
Legge è impotente a realizzare. C’è dunque per
l’uomo speranza di giustizia?
Cristo,
giustizia di Dio
L’annuncio
cristiano risponde positivamente alla sete di giustizia
dell’uomo, come afferma l’apostolo Paolo nella Lettera
ai Romani: “Ora invece, indipendentemente dalla
Legge, si è manifestata la giustizia di Dio... per mezzo
della fede in Gesù Cristo, per tutti quelli che credono.
Infatti non c’è differenza, perché tutti hanno peccato
e sono privi della gloria di Dio, ma sono giustificati
gratuitamente per la sua grazia, per mezzo della
redenzione che è in Cristo Gesù. E’ lui che Dio ha
stabilito apertamente come strumento di espiazione, per
mezzo della fede, nel suo sangue” (3,21-25).
Quale è
dunque la giustizia di Cristo? E’ anzitutto la giustizia
che viene dalla grazia, dove non è l’uomo che ripara,
guarisce se stesso e gli altri. Il fatto che
l’“espiazione” avvenga nel “sangue” di Gesù
significa che non sono i sacrifici dell’uomo a liberarlo
dal peso delle colpe, ma il gesto dell’amore di Dio che
si apre fino all’estremo, fino a far passare in sé
“la maledizione” che spetta all’uomo, per
trasmettergli in cambio la “benedizione” che spetta a
Dio (cfr Gal 3,13-14). Ma ciò solleva subito
un’obiezione: quale giustizia vi è là dove il giusto
muore per il colpevole e il colpevole riceve in cambio la
benedizione che spetta al giusto? Ciascuno non viene così
a ricevere il contrario del “suo”? In realtà, qui si
dischiude la giustizia divina, profondamente diversa da
quella umana. Dio ha pagato per noi nel suo Figlio il
prezzo del riscatto, un prezzo davvero esorbitante. Di
fronte alla giustizia della Croce l’uomo si può
ribellare, perché essa mette in evidenza che l’uomo non
è un essere autarchico, ma ha bisogno di un Altro per
essere pienamente se stesso. Convertirsi a Cristo, credere
al Vangelo, significa in fondo proprio questo: uscire
dall’illusione dell’autosufficienza per scoprire e
accettare la propria indigenza - indigenza degli altri e
di Dio, esigenza del suo perdono e della sua amicizia.
Si
capisce allora come la fede sia tutt’altro che un fatto
naturale, comodo, ovvio: occorre umiltà per accettare di
aver bisogno che un Altro mi liberi del “mio”, per
darmi gratuitamente il “suo”. Ciò avviene
particolarmente nei sacramenti della Penitenza e
dell’Eucaristia. Grazie all’azione di Cristo, noi
possiamo entrare nella giustizia “più grande”, che è
quella dell’amore (cfr Rm 13,8-10), la giustizia
di chi si sente in ogni caso sempre più debitore che
creditore, perché ha ricevuto più di quanto si possa
aspettare.
Proprio
forte di questa esperienza, il cristiano è spinto a
contribuire a formare società giuste, dove tutti ricevono
il necessario per vivere secondo la propria dignità di
uomini e dove la giustizia è vivificata dall’amore.
Cari
fratelli e sorelle, la Quaresima culmina nel Triduo
Pasquale, nel quale anche quest’anno celebreremo la
giustizia divina, che è pienezza di carità, di dono, di
salvezza. Che questo tempo penitenziale sia per ogni
cristiano tempo di autentica conversione e d’intensa
conoscenza del mistero di Cristo, venuto a compiere ogni
giustizia. Con tali sentimenti, imparto di cuore a tutti
l’Apostolica Benedizione.
Dal
Vaticano, 30 ottobre 2009
BENEDICTUS PP. XVI
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