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VISITA
AL QUIRINALE (4 OTTOBRE 2008)
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Ascolta
il servizio trasmesso da Radio Vaticana
Radio
Vaticana 4 ottobre 2008
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Benedetto
XVI in visita al Quirinale conferma l'importanza
della cooperazione tra Santa Sede e Italia: la
Chiesa non prevarica nessuno, ma vuole collaborare
per il bene comune nel rispetto della
"vicendevole sovranità"
La
Chiesa non farà mai mancare il sostegno al bene
comune dell’Italia, ma si aspetta anche rispetto
per la sua azione pastorale, senza per questo
chiedere privilegi né ledere la libertà di
alcuno. Con questi pensieri, Benedetto XVI ha
concluso il suo intervento di questa mattina al
Quirinale, nel corso della visita al presidente
della Repubblica italiana, Giorgio Napolitano. Il
Papa ha ribadito l’importanza della
collaborazione tra Santa Sede e Stato, nel
riconoscimento delle reciproche “sovranità”.
La cronaca della visita nel servizio di Alessandro
De Carolis:
“Simbolica casa di tutti gli italiani” e,
in un’epoca nemmeno troppo lontana, sede di
“tante liete e di alcuni tristi pagine di storia
del Papato”. Nel varcare per la seconda volta la
soglia del Quirinale - la prima era stata nel
2005, accolto da Carlo Azeglio Ciampi - Benedetto
XVI ha fatto correre il pensiero ai decenni della
cosiddetta “questione romana”, ovvero a
quando, tra il 1870 e il 1929, l’antico palazzo
dei Papi “diventò - ha osservato - quasi un
segno di contraddizione” tra l’Italia, che
“anelava a comporsi in uno Stato unitario”, e
la Santa Sede “preoccupata di conservare la
propria indipendenza a garanzia della propria
missione universale”. Un excursus storico che ha
permesso al Papa di porre subito in risalto,
all’inizio del suo intervento e una volta di più,
come nella città di Roma convivano
“pacificamente” e collaborino
“fruttuosamente lo Stato Italiano e la Sede
Apostolica”:
“Anche questa mia visita sta a confermare
che il Quirinale e il Vaticano non sono colli che
si ignorano o si fronteggiano astiosamente; sono
piuttosto luoghi che simboleggiano il vicendevole
rispetto della sovranità dello Stato e della
Chiesa, pronti a cooperare insieme per promuovere
e servire il bene integrale della persona umana e
il pacifico svolgimento della convivenza
sociale”.
(onori militari - inni nazionali)
Accompagnato, fra gli altri, dal cardinale
segretario di Stato, Tarcisio Bertone, e dal
cardinale vicario, Agostino Vallini, Benedetto XVI
aveva fatto il suo ingresso al Quirinale verso le
11, seguendo un percorso e un protocollo
suggestivi in una Roma passata, in pochi minuti,
da sole a grandine a nuove nubi. Scortato dai
Corazzieri in motocicletta del Quirinale fino a
Piazza Venezia - dove a porgergli il saluto è
stato il sindaco di Roma, Gianni Alemanno - di lì
il corteo papale ha proseguito verso il Quirinale
affiancato da uno squadrone di Corazzieri a
cavallo, mentre sul Torrino del palazzo
presidenziale la bandiera vaticana sventolava
accanto al tricolore italiano. Dopo gli onori
militari e il saluto alle autorità istituzionali
radunate del Salone degli Arazzi, il presidente
Napolitano e il Pontefice si sono trattenuti a
colloquio in privato per oltre mezz’ora nello
Studio della Vetrata. Successivamente, salutati i
presidenti emeriti, è stata la volta dei discorsi
ufficiali nel Salone delle Feste.
Prendendo spunto da San Francesco, del quale si
celebra oggi la festa, Benedetto XVI ha notato che
in questa figura che “attrae credenti e non
credenti, possiamo scorgere l’immagine di quella
che è la perenne missione della Chiesa, pure nel
suo rapporto con la società civile. La Chiesa,
nell’epoca attuale di profonde e spesso sofferte
mutazioni - ha proseguito - continua a proporre a
tutti il messaggio di salvezza del Vangelo e si
impegna a contribuire all’edificazione di una
società fondata sulla verità e la libertà, sul
rispetto della vita e della dignità umana, sulla
giustizia e sulla solidarietà sociale”. E
dunque, ha affermato:
“Per portare a compimento questa sua
missione, la Chiesa ovunque e sempre deve poter
godere del diritto di libertà religiosa,
considerato in tutta la sua ampiezza.
All’Assemblea delle Nazioni Unite, in quest’anno
che commemora il 60.mo della Dichiarazione
Universale dei Diritti dell’Uomo, ho voluto
ribadire che ‘non si può limitare la piena
garanzia della libertà religiosa al libero
esercizio del culto; al contrario, deve esser
tenuta in giusta considerazione la dimensione
pubblica della religione e quindi la possibilità
dei credenti di fare la loro parte nella
costruzione dell’ordine sociale’”.
Per far questo, tuttavia, “la Chiesa non si
propone mire di potere, né pretende privilegi o
aspira a posizioni di vantaggio economico e
sociale”, ha ripetuto Benedetto XVI con le
stesse parole pronunciate lo scorso anno, toccando
uno dei punti più delicati del rapporto tra
cattolici e società civile:
“Non vi è ragione di temere una
prevaricazione ai danni della libertà da parte
della Chiesa e dei suoi membri, i quali peraltro
si attendono che venga loro riconosciuta la libertà
di non tradire la propria coscienza illuminata dal
Vangelo”.
Da parte della Chiesa, ha assicurato il Papa:
“I Pastori e i fedeli continueranno a dare
il loro importante contributo per costruire, anche
in questi momenti di incertezza economica e
sociale, il bene comune del Paese, come pure
dell’Europa e dell’intera famiglia umana,
prestando particolare attenzione verso i poveri e
gli emarginati, i giovani in cerca di occupazione
e chi è senza lavoro, le famiglie e gli anziani
che con fatica e impegno hanno costruito il nostro
presente e meritano per questo la gratitudine di
tutti”.
In precedenza, il presidente Napolitano aveva
parlato di “sintonia” con la visione di
Benedetto XVI circa la necessità di lavorare a un
progresso umano e civile nel segno del “rispetto
della dignità umana, in tutte le sue forme e in
tutti i luoghi”, stigmatizzando per contrasto
l’allarme per le “nuove manifestazioni
preoccupanti” di discriminazione razziale emerse
di recenti in vari Paesi:
“E’ dunque rispetto a rischi e fenomeni
di oscuramento di valori fondamentali, quello
della dignità umana insieme ad altri, che noi
sentiamo di trovarci di fronte - come Ella ha
detto – a ‘un’emergenza educativa’ anche
nel nostro Paese. Superare quell’emergenza è
nostra comune responsabilità, su diversi terreni,
se siamo convinti che si debba suscitare nel mondo
d’oggi una grande ripresa di tensione ideale e
morale”.
Benedetto XVI ha replicato in modo analogo
mostrando “l’urgenza” del problema educativo
che, ha detto, non può prescindere “dai perenni
valori dell’umanesimo cristiano”:
“La formazione dei giovani è, pertanto,
impresa nella quale anche la Chiesa si sente
coinvolta, insieme con la famiglia e la scuola.
Essa infatti è ben consapevole dell’importanza
che l’educazione riveste nell’apprendimento
della libertà autentica, presupposto necessario
per un positivo servizio al bene comune. Solo un
serio impegno educativo permetterà di costruire
una società solidale, realmente animata dal senso
della legalità”.
Infine, ancora gli inni e il picchetto militare
a salutare il congedo di Benedetto XVI che verso
le 12.30 ha lasciato il Quirinale per rientrare in
Vaticano, salutato lungo la strada da migliaia di
persone.
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VISITA UFFICIALE
DEL SANTO PADRE
AL PRESIDENTE DELLA REPUBBLICA ITALIANA
S.E. IL SIGNOR GIORGIO NAPOLITANO
DISCORSO
DEL SANTO PADRE BENEDETTO XVI
Palazzo del
Quirinale,
Sabato, 4 ottobre 2008
Signor
Presidente,
è con
vero piacere che varco nuovamente la soglia di questo
palazzo, dove sono stato accolto per la prima volta a
poche settimane dall’inizio del mio ministero di Vescovo
di Roma e di Pastore della Chiesa universale. Entro in
questa Sua residenza ufficiale, Signor Presidente,
simbolica casa di tutti gli italiani, con memore
gratitudine per la cortese visita che Ella ha voluto
rendermi nel novembre 2006 in Vaticano, subito dopo la Sua
elezione alla Suprema Magistratura della Repubblica
Italiana. L’odierna circostanza mi è propizia per
rinnovarLe i sentimenti della mia riconoscenza anche per
il non dimenticato, e quanto mai gradito, dono del concerto
musicale di alto valore artistico, che Ella ha voluto
offrirmi il 24 aprile scorso. E’ pertanto con viva
gratitudine che porgo a Lei, Signor Presidente, alla Sua
gentile consorte e a tutti coloro che sono qui convenuti
il mio deferente e cordiale saluto. Questo mio saluto è
diretto in modo speciale alle distinte Autorità preposte
alla guida dello Stato italiano, alle illustri Personalità
qui presenti, e si estende all’intero Popolo d’Italia,
a me molto caro, erede di una secolare tradizione di
civiltà e di valori cristiani.
Questa
mia visita, la visita del Romano Pontefice al Quirinale,
non è solo un atto che si inserisce nel contesto delle
molteplici relazioni fra la Santa Sede e l’Italia, ma
assume, potremmo dire, un valore ben più profondo e
simbolico. Qui, infatti, vari miei Predecessori vissero e
da qui governarono la Chiesa universale per oltre due
secoli, sperimentando anche prove e persecuzioni, come fu
per i Pontefici Pio VI e Pio VII, entrambi strappati con
violenza alla loro sede episcopale e trascinati in esilio.
Il Quirinale, che nel corso dei secoli è stato testimone
di tante liete e di alcune tristi pagine di storia del
Papato, conserva molti segni della promozione dell’arte
e della cultura da parte dei Sommi Pontefici.
In un
certo momento della storia questo palazzo diventò quasi
un segno di contraddizione, quando, da una parte,
l’Italia anelava a comporsi in uno Stato unitario e,
dall’altra, la Santa Sede era preoccupata di conservare
la propria indipendenza a garanzia della propria missione
universale. Un contrasto durato alcuni decenni, che fu
causa di sofferenza per coloro che sinceramente amavano e
la Patria e la Chiesa. Mi riferisco alla complessa
"questione romana", composta in modo definitivo
e irrevocabile da parte della Santa Sede con la firma dei
Patti Lateranensi, l’11 febbraio del 1929. Sul finire
del 1939, a dieci anni dal Trattato Lateranense, avvenne
la prima visita compiuta da un Pontefice al Quirinale dopo
il 1870. In quella circostanza, il mio venerato
Predecessore, il Servo di Dio Pio XII, del quale
ricordiamo in questo mese il 50° della morte, così ebbe
ad esprimersi con immagini quasi poetiche: "Il
Vaticano e il Quirinale, che il Tevere divide, sono
riuniti dal vincolo della pace coi ricordi della religione
dei padri e degli avi. Le onde tiberine hanno travolto e
sepolto nei gorghi del Tirreno i torbidi flutti del
passato e fatto rifiorire le sue sponde dei rami
d’olivo" (Discorso del 28 dicembre 1939).
Davvero
si può oggi affermare con soddisfazione che nella città
di Roma convivono pacificamente e collaborano
fruttuosamente lo Stato Italiano e la Sede Apostolica.
Anche questa mia visita sta a confermare che il Quirinale
e il Vaticano non sono colli che si ignorano o si
fronteggiano astiosamente; sono piuttosto luoghi che
simboleggiano il vicendevole rispetto della sovranità
dello Stato e della Chiesa, pronti a cooperare insieme per
promuovere e servire il bene integrale della persona umana
e il pacifico svolgimento della convivenza sociale. E’
questa – mi piace ribadirlo - una positiva realtà
verificabile quasi quotidianamente a diversi livelli, e
alla quale anche altri Stati possono guardare per trarne
utili insegnamenti.
Signor
Presidente, l’odierna mia visita ha luogo nel giorno in
cui l’Italia celebra con grande solennità il suo
speciale Protettore, San Francesco d’Assisi. Fra
l’altro, proprio a San Francesco Pio XI fece riferimento
nell’annunciare la firma dei Patti Lateranensi e
soprattutto la costituzione dello Stato della Città del
Vaticano: per quel Pontefice la nuova realtà sovrana era,
come per il Poverello, "quel tanto di corpo che
bastava per tenersi unita l’anima" (Discorso
dell’11 febbraio 1929). Insieme a Santa Caterina da
Siena, San Francesco fu proposto dai Vescovi italiani e
confermato dal Servo di Dio Pio XII come celeste Patrono
d’Italia (cfr Litt. ap. Licet commissa del 18
giugno 1939; AAS XXXI [1939], 256-257). Alla
protezione di questo grande santo ed illustre italiano
Papa Pacelli volle affidare le sorti dell’Italia, in un
momento in cui minacce di guerra si addensavano
sull’Europa, coinvolgendo drammaticamente anche il
vostro "bel Paese".
La scelta
di San Francesco come Patrono d’Italia trae, pertanto,
le sue ragioni dalla profonda corrispondenza fra la
personalità e l’azione del Poverello d’Assisi e la
nobile Nazione italiana. Come ebbe a ricordare il Servo di
Dio Giovanni Paolo II nella sua visita al Quirinale,
compiuta in questo stesso giorno del 1985,
"difficilmente si potrebbe trovare un’altra figura
che incarni in sé in modo altrettanto ricco e armonioso
le caratteristiche proprie del genio italico".
"In un tempo in cui l’affermarsi dei liberi Comuni
andava suscitando fermenti di rinnovamento sociale,
economico e politico, che sommuovevano dalle fondamenta il
vecchio mondo feudale, - continuava Papa Wojtyła -
Francesco seppe elevarsi tra le fazioni in lotta,
predicando il Vangelo della pace e dell’amore, in piena
fedeltà alla Chiesa di cui si sentiva figlio, e in totale
adesione al popolo, di cui si riconosceva parte" (Discorso
del 4 ottobre 1985).
In
questo Santo, la cui figura attrae credenti e non
credenti, possiamo scorgere l’immagine di quella che è
la perenne missione della Chiesa, pure nel suo rapporto
con la società civile. La Chiesa, nell’epoca attuale di
profonde e spesso sofferte mutazioni, continua a proporre
a tutti il messaggio di salvezza del Vangelo e si impegna
a contribuire all’edificazione di una società fondata
sulla verità e la libertà, sul rispetto della vita e
della dignità umana, sulla giustizia e sulla solidarietà
sociale. Dunque, come ho ricordato in altre circostanze,
"la Chiesa non si propone mire di potere, né
pretende privilegi o aspira a posizioni di vantaggio
economico e sociale. Suo solo scopo è servire l’uomo,
ispirandosi, come norma suprema di condotta, alle parole e
all’esempio di Gesù Cristo che «passò beneficando e
risanando tutti» (At 10,38)" (Discorso
del 4 ottobre 2007).
Per
portare a compimento questa sua missione, la Chiesa
ovunque e sempre deve poter godere del diritto di libertà
religiosa, considerato in tutta la sua ampiezza.
All’Assemblea delle Nazioni Unite, in quest’anno che
commemora il 60° della Dichiarazione Universale dei
Diritti dell’Uomo, ho voluto ribadire che "non
si può limitare la piena garanzia della libertà
religiosa al libero esercizio del culto; al contrario,
deve esser tenuta in giusta considerazione la dimensione
pubblica della religione e quindi la possibilità dei
credenti di fare la loro parte nella costruzione
dell’ordine sociale" (Discorso
del 18 aprile 2008). Questo contributo
all’edificazione della società la Chiesa lo offre in
maniera pluriforme, essendo un corpo con molte membra, una
realtà al tempo stesso spirituale e visibile, nella quale
i membri hanno vocazioni, compiti e ruoli diversificati.
Particolare responsabilità essa avverte nei confronti
delle nuove generazioni: con urgenza, infatti, emerge oggi
il problema dell’educazione, chiave indispensabile per
consentire l’accesso ad un futuro ispirato ai perenni
valori dell’umanesimo cristiano. La formazione dei
giovani è, pertanto, impresa nella quale anche la Chiesa
si sente coinvolta, insieme con la famiglia e la scuola.
Essa infatti è ben consapevole dell’importanza che
l’educazione riveste nell’apprendimento della libertà
autentica, presupposto necessario per un positivo servizio
al bene comune. Solo un serio impegno educativo permetterà
di costruire una società solidale, realmente animata dal
senso della legalità.
Signor
Presidente, mi piace qui rinnovare l’auspicio che le
comunità cristiane e le molteplici realtà ecclesiali
italiane sappiano formare le persone, in modo speciale i
giovani, anche come cittadini responsabili ed impegnati
nella vita civile. Sono certo che i Pastori e i fedeli
continueranno a dare il loro importante contributo per
costruire, anche in questi momenti di incertezza economica
e sociale, il bene comune del Paese, come pure
dell’Europa e dell’intera famiglia umana, prestando
particolare attenzione verso i poveri e gli emarginati, i
giovani in cerca di occupazione e chi è senza lavoro, le
famiglie e gli anziani che con fatica e impegno hanno
costruito il nostro presente e meritano per questo la
gratitudine di tutti. Mi auguro altresì che l’apporto
della Comunità cattolica venga da tutti accolto con lo
stesso spirito di disponibilità con il quale viene
offerto. Non vi è ragione di temere una prevaricazione ai
danni della libertà da parte della Chiesa e dei suoi
membri, i quali peraltro si attendono che venga loro
riconosciuta la libertà di non tradire la propria
coscienza illuminata dal Vangelo. Ciò sarà ancor più
agevole se mai verrà dimenticato che tutte le componenti
della società devono impegnarsi, con rispetto reciproco,
a conseguire nella comunità quel vero bene dell’uomo di
cui i cuori e le menti della gente italiana, nutriti da
venti secoli di cultura impregnata di Cristianesimo, sono
ben consapevoli.
Signor
Presidente, da questo luogo così significativo, voglio
rinnovare l’espressione del mio affetto, anzi della mia
predilezione per questa amata Nazione. Per Lei e per tutti
gli italiani e le italiane assicuro la mia preghiera,
invocando la materna protezione di Maria, venerata con
tanta devozione in ogni angolo della Penisola e delle
Isole, dal nord al sud, come ho modo di costatare anche in
occasione delle mie visite pastorali. Nel congedarmi,
faccio mia l’esortazione che con accenti poetici il
Beato Giovanni XXIII, pellegrino ad Assisi alla vigilia
del Concilio Vaticano II, indirizzò all’Italia:
"Tu, Italia diletta, alle cui sponde venne a fermarsi
la barca di Pietro - e per questo motivo, primieramente,
da tutti i lidi vengono a te, che sai accoglierle con
sommo rispetto e amore, le genti tutte dell'universo -
possa tu custodire il testamento sacro, che ti impegna in
faccia al cielo e alla terra" (Discorso
del 4 ottobre 1962).
Iddio
protegga e benedica l’Italia e tutti i suoi abitanti!
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