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UDIENZA AL RABBINO CAPO DI ROMA (16 GENNAIO 2006)

Ascolta il servizio trasmesso da Radio Vaticana

Radio Vaticana, 16 gennaio 2006

LA CHIESA CATTOLICA VI E’ VICINA E AMICA: COSI’ IL PAPA HA ACCOLTO IN UDIENZA IL RABBINO CAPO DI ROMA, RICCARDO DI SEGNI, CHE HA INVITATO BENEDETTO XVI ALLA SINAGOGA CAPITOLINA, NEL VENTENNALE DELLA VISITA DI GIOVANNI PAOLO II 

Fratelli carissimi e amati, con i quali la Chiesa intende collaborare in amicizia per portare al mondo, e soprattutto ai giovani giustizia e carità. Con queste parole, Benedetto XVI ha accolto questa mattina in udienza il rabbino capo di Roma, Riccardo Di Segni, il quale ha invitato il Papa a visitare la sinagoga quando nel prossimo aprile essa celebrerà i 20 anni dalla visita di Giovanni Paolo II. Il servizio di Alessandro De Carolis.  

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“A voi è vicina la Chiesa cattolica e vi è amica. Sì, noi vi amiamo e non possiamo non amarvi, a causa dei Padri: per essi voi siete a noi carissimi e prediletti fratelli”. 

La “grande gioia” che ha animato Benedetto XVI per l’incontro con il capo della comunità ebraica di Roma ha preso a prestito dalle strofe dell’Esodo le parole più adatte ad esprimerla: “L’Eterno è la mia forza e il mio canto, a Lui devo la mia salvezza”. Un cantico che parla di liberazione dai nemici: avversari dai quali, ha ricordato il Papa fin dall’inizio, più volte il popolo ebraico è stato liberato grazie all’intervento divino, che lo ha sorretto “nei secoli dell’antisemitismo, nei momenti drammatici della Shoah”. Con la comunità ebraica di Roma - più “anziana” di circa 180 anni rispetto ai primi cristiani dell’Urbe - i cattolici hanno col tempo imparato a costruire vincoli di amicizia, in particolare negli ultimi decenni: 

“Dopo il Concilio Vaticano II, è andata crescendo questa stima e reciproca fiducia. Si sono sviluppati contatti sempre più fraterni e cordiali, intensificatisi lungo il pontificato del venerato mio Predecessore Giovanni Paolo II”.  

Un pensiero, questo, pienamente condiviso dal rabbino di Roma, che nel suo indirizzo di saluto a Benedetto XVI aveva definito quello di Papa Wojtyla il contributo maggiormente “decisivo” allo sviluppo dei rapporti tra le due comunità. Il Pontefice ha proseguito: “Oggi i cristiani sono consapevoli che, insieme con voi, abbiamo la responsabilità di cooperare al bene di tutti i popoli, nella giustizia e nella pace, nella verità e nella libertà”: 

“Alla luce di questa comune missione non possiamo non denunciare e combattere con decisione l’odio e le incomprensioni, le ingiustizie e le violenze che continuano a seminare preoccupazioni nell’animo degli uomini e delle donne di buona volontà. In tale contesto, come non essere addolorati e preoccupati per le rinnovate manifestazioni di antisemitismo che talora si registrano?”

In quest’ottica, il rabbino  Di Segni, tracciando  la storia dei rapporti tra ebrei e cristiani di Roma, ha proiettato verso il futuro l’importanza di questa solidarietà: 

“La Roma ebraica e la Roma cristiana che si incontrano, si rispettano, convivono in pace, collaborano ma rimangono ciascuna fedele a se stessa, sono un esempio per il mondo travagliato di conflitti, spesso sostenuti da visioni religiose esasperate”. 

Una conclusione che ha visto Benedetto XVI pienamente concorde:  

“Insieme possiamo collaborare nel trasmettere la fiaccola del Decalogo e della speranza alle giovani generazioni”. 

Il rabbino capo di Roma ha poi voluto riconfermare questa comunanza di vedute con un nuovo invito da parte della sinagoga di Roma, sulla scorta di quel primo gesto che cambiò la storia del dialogo ebreo-cristiano, il 13 aprile 1986: 

“Questo è un anno di importanti anniversari. Sono stati ricordati da poco i 40 anni della Nostra Aetate. Tra poco, ad aprile, saranno compiuti i 20 anni della storica visita del suo  predecessore alla sinagoga di  Roma.  Un evento unico ma nulla impedisce, anzi, saremmo molto onorati, che fosse ripetuto dal nuovo Papa, che è sempre da noi il benvenuto”.

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DISCORSO DEL PAPA

- FONTE: VATICAN INFORMATION SERVICE -

Illustre Rabbino Capo,
cari amici, Shalom!

«L’Eterno è la mia forza e il mio canto, a Lui devo la salvezza» (Esodo 15,2): così cantò Mosè con i figli d’Israele, quando il Signore salvò il suo popolo attraverso il mare. Allo stesso modo cantò Isaia: «Ecco, Dio è la mia salvezza, io confiderò e non temerò mai, perché mia forza e mio canto è il Signore; egli è stato la mia salvezza» (12,2). La vostra visita mi arreca grande gioia, e mi spinge a rinnovare con voi questo medesimo cantico di gratitudine per la salvezza ottenuta. Il popolo di Israele è stato liberato varie volte dalle mani dei nemici, e nei secoli dell’antisemitismo, nei momenti drammatici della Shoà, la mano dell’Onnipotente lo ha sorretto e guidato. Sempre la predilezione del Dio dell’Alleanza lo ha accompagnato, dandogli forza per superare le prove. Di questa amorevole attenzione divina può rendere testimonianza anche la vostra comunità ebraica, presente nella città di Roma da oltre duemila anni.

A voi è vicina la Chiesa cattolica e vi è amica. Sì, noi vi amiamo e non possiamo non amarvi, a causa dei Padri: per essi voi siete a noi carissimi e prediletti fratelli (cfr Rm 11,28b). Dopo il Concilio Vaticano II, è andata crescendo questa stima e reciproca fiducia. Si sono sviluppati contatti sempre più fraterni e cordiali, intensificatisi lungo il pontificato del venerato mio Predecessore Giovanni Paolo II.

In Cristo noi partecipiamo della vostra stessa eredità dei Padri, per servire l’Onnipotente «sotto uno stesso giogo» (Sof 3,9), innestati sull’unico tronco santo (cfr Is 6,13; Rm 11,16) del Popolo di Dio. Ciò rende noi cristiani consapevoli che, insieme con voi, abbiamo la responsabilità di cooperare al bene di tutti i popoli, nella giustizia e nella pace, nella verità e nella libertà, nella santità e nell’amore. Alla luce di questa comune missione non possiamo non denunciare e combattere con decisione l’odio e le incomprensioni, le ingiustizie e le violenze che continuano a seminare preoccupazioni nell’animo degli uomini e delle donne di buona volontà. In tale contesto, come non essere addolorati e preoccupati per le rinnovate manifestazioni di antisemitismo che talora si registrano?

Distinto Signor Rabbino Capo, da poco Le è stata affidata la guida spirituale della comunità ebraica romana; Ella ha assunto tale responsabilità ricco della sua esperienza di studioso e di medico, che ha condiviso gioie e sofferenze di tante gente. Formulo di cuore fervidi voti augurali per la sua missione e Le assicuro la stima e la cordiale amicizia mia e dei miei collaboratori. Sono, poi, tante le urgenze e le sfide, a Roma e nel mondo, che ci sollecitano ad unire le nostre mani e i nostri cuori in concrete iniziative di solidarietà, di tzedek (giustizia) e di tzedekah (carità). Insieme possiamo collaborare nel trasmettere la fiaccola del Decalogo e della speranza alle giovani generazioni.

L’Eterno vegli su di Lei e sull’intera comunità ebraica di Roma! In questa singolare circostanza faccio mia la preghiera di Papa Clemente I, invocando le benedizioni del Cielo su voi tutti: «Dona la concordia e la pace a tutti gli abitanti della terra, come le hai date ai nostri padri, quando t’invocavano piamente nella fede e nella verità» (Ai Corinzi 60,4). Shalom!

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