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Capitolo XVI - La celebrazione dei divini Offici durante le ore del giorno
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"Sette volte al giorno ti ho lodato", dice il profeta.
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Questo sacro numero di sette sarà adempiuto da noi, se assolveremo i doveri del nostro servizio alle Lodi, a Prima, a Terza, a Sesta, a Nona, a Vespro e Compieta,
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perché proprio di queste ore diurne il profeta ha detto: "Sette volte al giorno ti ho lodato".
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Infatti nelle Vigilie notturne lo stesso profeta dice: "Nel mezzo della notte mi alzavo per lodarti".
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Dunque in queste ore innalziamo lodi al nostro Creatore "per le opere della sua giustizia" e cioè alle lodi, a Prima, a Terza, a Sesta, a Nona, a Vespro e a Compieta e di notte alziamoci per celebrare la sua grandezza.
Capitolo XVII - Salmi delle ore del giorno
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Abbiamo già stabilito l'ordine della salmodia per l'Ufficio notturno e per le Lodi; adesso provvediamo per le altre Ore.
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All'ora di Prima si dicano tre salmi separatamente, ciascuno con il proprio Gloria
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e l'inno della stessa Ora segua il versetto Deus in adiutorium prima di iniziare i salmi.
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Finiti i tre salmi, si reciti una sola lezione, il versetto, il Kyrie eleison e le preci finali.
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A Terza, a sesta e a Nona si celebri l'Ufficio secondo lo stesso ordine e cioè il versetto iniziale, gli inni delle rispettive Ore, tre salmi, la lezione, il versetto, il Kyrie eleison e le preci finali.
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Se la comunità fosse numerosa, si salmeggi con le antifone, altrimenti si recitino i salmi tutti di seguito.
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L'Ufficio del Vespro comprenda quattro salmi con le antifone,
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dopo i quali si reciti la lezione, quindi il responsorio, l'inno, il versetto, il cantico del Vangelo, il Kyrie e il Pater, a cui segue il congedo.
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Compieta, infine, consista in tre salmi di seguito, senza antifona,
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ai quali segua l'inno della medesima ora, una sola lezione, il versetto, il Kyrie eleison e la benedizione con cui si conclude.
Capitolo XVIII - L'ordine dei salmi nelle ore del giorno
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Prima di tutto si dica il versetto: "O Dio, vieni in mio soccorso; Signore, affrettati ad aiutarmi", il Gloria e poi l'inno di ciascuna Ora.
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A Prima della domenica si dicano quattro strofe del salmo 118;
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alle altre Ore, cioè a Terza, Sesta e Nona, si dicano tre strofe per volta dello stesso salmo.
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A Prima del lunedì si recitino tre salmi e cioè il salmo 1, il 2 e il 6;
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e così nei giorni successivi fino alla domenica si dicano di seguito tre salmi fino al 19, in modo però che il 9 e il 17 si dividano in due.
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Così le vigilie domenicali cominceranno sempre con il salmo 20.
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A Terza, Sesta e Nona del lunedì si dicano le ultime nove strofe del salmo 118, tre per ciascuna Ora.
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Esaurito questo salmo in due giorni, cioè alla domenica e al lunedì,
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a Terza, Sesta e Nona del martedì si recitino rispettivamente tre salmi dal 119 al 127, cioè in tutto nove salmi.
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Questi vengano sempre ripetuti allo stesso modo nelle medesime Ore fino alla domenica, lasciando però invariati gli inni, le lezioni e i versetti per tutte le Ore della settimana,
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in modo che alla domenica si cominci sempre dal salmo 118.
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Il Vespro poi si celebri ogni giorno con il canto di quattro salmi,
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dal 109 fino al 147;
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eccettuando quelli che sono riservati alle altre Ore, cioè i salmi 117-127, 133 e 142,
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tutti gli altri si dicano a Vespro.
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E poiché vengono a mancare tre salmi, si dividano i più lunghi del gruppo indicato, ossia il 138, il 143 e il 144.
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Il 116, invece, che è il più breve, venga unito al 115.
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Stabilito così l'ordine della salmodia vespertina, tutto il resto, cioè la lezione, il responsorio, l'inno, il versetto e il cantico, si dica come abbiamo disposto sopra.
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A Compieta, infine, si ripetano tutti i giorni gli stessi salmi e cioè il 4, il 90 e il 133.
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Una volta fissato l'ordine della salmodia di tutti i salmi rimanenti vengano distribuiti in parti uguali nei sette Uffici notturni,
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dividendo quelli più lunghi e assegnandone dodici per notte.
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Ci teniamo però ad avvertire che, se qualcuno non trovasse conveniente tale distribuzione dei salmi, li disponga pure come meglio crede,
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purché badi bene di fare in modo che in tutta la settimana si reciti l'intero salterio di centocinquanta salmi e con l'Ufficio vigiliare della domenica si ricominci sempre da capo.
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Infatti i monaci, che in una settimana salmeggiano meno dell'intero salterio con i cantici consueti, danno prova di grande indolenza e fiacchezza nel servizio a cui sono consacrati,
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dato che dei nostri padri si legge che in un sol giorno adempivano con slancio e fervore quanto è augurabile che noi tiepidi riusciamo a eseguire in una settimana.
Capitolo XIX - La partecipazione interiore all'Ufficio divino
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Sappiamo per fede che Dio è presente dappertutto e che "gli occhi del Signore guardano in ogni luogo i buoni e i cattivi",
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ma dobbiamo crederlo con assoluta certezza e senza la minima esitazione, quando prendiamo parte all'Ufficio divino.
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Perciò ricordiamoci sempre di quello che dice il profeta: "Servite il Signore nel timore"
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e ancora: "Lodatelo degnamente"
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e ancora: " Ti canterò alla presenza degli angeli".
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Consideriamo dunque come bisogna comportarsi alla presenza di Dio e dei suoi Angeli
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e partecipiamo alla salmodia in modo tale che l'intima disposizione dell'animo si armonizzi con la nostra voce.
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Capitolo XX - La riverenza nella preghiera
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Se quando dobbiamo chiedere un favore a qualche personaggio, osiamo farlo solo con soggezione e rispetto,
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quanto più dobbiamo rivolgere la nostra supplica a Dio, Signore di tutte le cose, con profonda umiltà e sincera devozione.
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Bisogna inoltre sapere che non saremo esauditi per le nostre parole, ma per la purezza del cuore e la compunzione che strappa le lacrime.
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Perciò la preghiera dev'essere breve e pura, a meno che non venga prolungata dall'ardore e dall'ispirazione della grazia divina.
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Ma quella che si fa in comune sia brevissima e quando il superiore dà il segno, si alzino tutti insieme.
Capitolo XXI - I decani del monastero
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Se la comunità è abbastanza numerosa, si scelgano in essa alcuni monaci di buon esempio e di santa vita per costituirli decani;
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essi vigileranno premurosamente, secondo le leggi di Dio e gli ordini dell'abate sui gruppi di dieci fratelli affidati alle loro rispettive cure.
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Come decani devono essere eletti quei monaci con i quali l'abate possa tranquillamente condividere i suoi pesi
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e in tale scelta non bisogna tener conto dell'ordine di anzianità, ma regolarsi solo in considerazione della condotta esemplare e della scienza delle cose di Dio.
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Se poi fra questi decani ce ne fosse qualcuno che, montato un po' in superbia, dovesse essere ripreso, sia rimproverato una prima, una seconda e una terza volta e, se non vorrà correggersi,
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venga sostituito con un altro veramente degno.
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La stessa cosa stabiliamo per il priore.
Capitolo XXII - Il dormitorio dei monaci
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Ciascun monaco dorma in un letto proprio
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e ne riceva la fornitura conforme alle consuetudini monastiche e secondo quanto disporrà l'abate.
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Se è possibile dormano tutti nello stesso locale, ma se il numero rilevante non lo permette, riposino a dieci o venti per ambiente insieme con gli anziani incaricati della sorveglianza.
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Nel dormitorio rimanga sempre accesa una lampada fino al mattino.
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Dormano vestiti, con ai fianchi semplici cinture o corde, senza portare coltelli appesi al lato mentre riposano, per non ferirsi nel sonno.
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Così i monaci siano sempre pronti e, appena dato il segnale, alzandosi senza indugio si affrettino a prevenirsi vicendevolmente per l'Ufficio divino, ma sempre con la massima gravità e modestia.
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I più giovani non abbiano i letti vicini, ma alternati con quelli dei più anziani.
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Quando poi si alzano per l'Ufficio divino, si esortino garbatamente a vicenda per prevenire le scuse degli assonnati.
Capitolo XXIII - La scomunica per le colpe
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Se qualche fratello si dimostrerà ribelle o disobbediente o superbo o mormoratore, o assumerà un atteggiamento di ostilità e di disprezzo nei confronti di qualche punto della santa Regola o degli ordini dei superiori,
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questi lo rimproverino una prima e una seconda volta in segreto, secondo il precetto del Signore.
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Se non si migliorerà, venga ripreso pubblicamente di fronte a tutti.
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Ma nel caso che anche questo provvedimento si dimostri inefficace, sia scomunicato, purché sia in grado di valutare la portata di una tale punizione.
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Se invece difetta di una sufficiente sensibilità, sia sottoposto al castigo corporale.
Capitolo XXIV - La misura della scomunica
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La scomunica e, in genere, la punizione disciplinare dev'essere proporzionata alla gravità della colpa
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e ciò è di competenza dell'abate.
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Però il monaco che avrà commesso mancanze meno gravi sia escluso dalla mensa comune.
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Il trattamento inflitto a chi viene escluso dalla mensa è il seguente: in coro non intoni salmo, né antifona, né reciti lezioni fino a quando non avrà riparato alle sue mancanze;
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mangi da solo dopo la comunità,
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sicché se, per esempio, i monaci pranzano all'ora di Sesta, egli mangi a Nona; se pranzano a Nona, egli a Vespro,
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fino a quando avrà ottenuto il perdono con una conveniente riparazione.
Capitolo XXV - Le colpe più gravi
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Il monaco colpevole di mancanze più gravi sia invece sospeso oltre che dalla mensa anche dal coro.
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Nessuno lo avvicini per fargli compagnia o parlare di qualsiasi cosa.
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Attenda da solo al lavoro che gli sarà assegnato e rimanga nel lutto della penitenza, consapevole della terribile sentenza dell'apostolo che dice:
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"Costui è stato consegnato alla morte della carne, perché la sua anima sia salva nel giorno del Signore".
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Prenda il suo cibo da solo nella quantità e nell'ora che l'abate giudicherà più conveniente per lui;
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non sia benedetto da chi lo incontra e non si benedica neppure il cibo che gli viene dato.
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Capitolo XXVI - Rapporti dei confratelli con gli scomunicati
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Se qualche monaco oserà avvicinare in qualche modo un fratello scomunicato, o parlare con lui, o inviargli un messaggio, senza l'autorizzazione dell'abate,
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incorra nella medesima punizione.
Capitolo XXVII - La sollecitudine dell'abate per gli scomunicati
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L'abate deve prendersi cura dei colpevoli con la massima sollecitudine, perché "non sono i sani che hanno bisogno del medico, ma i malati".
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Perciò deve agire come un medico sapiente, inviando in qualità di amici fidati dei monaci anziani e prudenti
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che quasi inavvertitamente confortino il fratello vacillante e lo spingano a un'umile riparazione, incoraggiandolo perché "non sia sommerso da eccessiva tristezza",
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in altre parole "gli usi maggiore carità", come dice l'Apostolo "e tutti preghino per lui".
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Bisogna che l'abate sia molto vigilante e si impegni premurosamente con tutta l'accortezza e la diligenza di cui è capace per non perdere nessuna delle pecorelle a lui affidate.
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Sia pienamente cosciente di essersi assunto il compito di curare anime inferme e non di dover esercitare il dominio sulle sane
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e consideri con timore il severo oracolo del profeta per bocca del quale il Signore dice: "Ciò che vedevate pingue lo prendevate; ciò invece che era debole lo gettavate via".
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Imiti piuttosto la misericordia del buon Pastore che, lasciate sui monti le novantanove pecore, andò alla ricerca dell'unica che si era smarrita
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ed ebbe tanta compassione della sua debolezza che si degnò di caricarsela sulle sue sacre spalle e riportarla così all'ovile.
Capitolo XXVIII - La procedura nei confronti degli ostinati
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Se un monaco, già ripreso più volte per una qualsiasi colpa, non si correggerà neppure dopo la scomunica, si ricorra a una punizione ancor più severa e cioè al castigo corporale.
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Ma se neppure così si emenderà o - non sia mai! - montato in superbia pretenderà persino di difendere il suo operato, l'abate si regoli come un medico provetto,
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ossia, dopo aver usato i linimenti e gli unguenti delle esortazioni, i medicamenti delle Scritture divine e, infine, la cauterizzazione della scomunica e le piaghe delle verghe,
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vedendo che la sua opera non serve a nulla, si affidi al rimedio più efficace e cioè alla preghiera sua e di tutta la comunità
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per ottenere dal Signore che tutto può la salvezza del fratello.
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Se, però, nemmeno questo tentativo servirà a guarirlo, l'abate, metta mano al ferro del chirurgo, secondo quanto dice l'apostolo: "Togliete di mezzo a voi quel malvagio"
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e ancora: "Se l'infedele vuole andarsene, vada pure",
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perché una pecora infetta non debba contagiare tutto il gregge.
Capitolo XXIX - La riammissione dei fratelli che hanno lasciato il monastero
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Il monaco, che, dopo aver lasciato per propria colpa il monastero, volesse ritornarvi, prometta anzitutto di correggersi definitivamente dalla colpa per la quale è uscito
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e a questa condizione sia ricevuto all'ultimo posto per provare la sua umiltà.
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Se poi uscisse di nuovo sia riammesso fino alla terza volta, ma sappia che in seguito gli sarà negata ogni possibilità di ritorno.
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Capitolo XXX - La correzione dei ragazzi
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Ogni età e intelligenza dev'essere trattata in modo adeguato.
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Perciò i bambini e gli adolescenti e quelli che non sono in grado di comprendere la gravità della scomunica,
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quando commettono qualche colpa siano puniti con gravi digiuni o repressi con castighi corporali, perché si correggano.
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