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Capitolo XLVI - La riparazione per le altre mancanze
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Se, mentre è impegnato in un qualsiasi lavoro in cucina, in dispensa, nel proprio servizio, nel forno, nell'orto, in qualche attività o si trova in un altro luogo qualunque, un monaco commette uno sbaglio,
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rompe o perde un oggetto o incorre comunque in una mancanza
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e non si presenta subito all'abate e alla comunità per riparare spontaneamente e confessare la propria colpa,
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sarà sottoposto a una punizione più severa, quando il fatto verrà reso noto da altri.
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Ma se il movente segreto del peccato fosse nascosto nell'intimo della coscienza, lo manifesti solo all'abate o a qualche monaco anziano,
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che sappia curare le miserie proprie e altrui senza svelarle e renderle di pubblico dominio.
Capitolo XLVII - Il segnale per l'Ufficio divino
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Bisogna che l'abate si assuma personalmente il compito di dare il segnale per l'Ufficio divino, oppure lo affidi a un monaco diligente in modo che tutto avvenga regolarmente nelle ore fissate.
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L'intonazione dei salmi e delle antifone, secondo l'ordine prestabilito, spetta, dopo l'abate, ai monaci appositamente designati.
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E nessuno si permetta di cantare o di leggere all'infuori di chi è capace di farlo in maniera da edificare i suoi ascoltatori;
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inoltre questo compito dev'essere svolto con umiltà, gravità e reverenza e solo dietro incarico dell'abate.
Capitolo XLVIII - Il lavoro quotidiano
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L'ozio è nemico dell'anima, perciò i monaci devono dedicarsi al lavoro in determinate ore e in altre, pure prestabilite, allo studio della parola di Dio.
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Quindi pensiamo di regolare gli orari di queste due attività fondamentali nel modo seguente:
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da Pasqua fino al 14 settembre, al mattino verso le 5 quando escono da Prima, lavorino secondo le varie necessità fino alle 9;
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dalle 9 fino all'ora di Sesta si dedichino allo studio della parola di Dio.
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Dopo l'Ufficio di Sesta e il pranzo, quando si alzano da tavola, riposino nei rispettivi letti in assoluto silenzio e, se eventualmente qualcuno volesse leggere per proprio conto, lo faccia in modo da non disturbare gli altri.
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Si celebri Nona con un po' di anticipo, verso le 14, e poi tutti riprendano il lavoro assegnato dall'obbedienza fino all'ora di Vespro.
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Ma se le esigenze locali o la povertà richiedono che essi si occupino personalmente della raccolta dei prodotti agricoli, non se ne lamentino,
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perché i monaci sono veramente tali, quando vivono del lavoro delle proprie mani come i nostri padri e gli Apostoli.
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Tutto però si svolga con discrezione, in considerazione dei più deboli.
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Dal 14 settembre, poi, fino al principio della Quaresima, si applichino allo studio fino alle 9,
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quando celebreranno l'ora di Terza, dopo la quale tutti saranno impegnati nei rispettivi lavori fino a Nona, e cioè alle 14.
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Al primo segnale di Nona, ciascuno interrompa il proprio lavoro per essere pronto al suono del secondo segnale.
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Dopo il pranzo si dedichino alla lettura personale o allo studio dei salmi.
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Durante la Quaresima leggano dall'alba fino alle 9 inoltrate e poi lavorino in conformità agli ordini ricevuti fino verso le 4 pomeridiane.
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In quei giorni di Quaresima ciascuno riceva un libro dalla biblioteca e lo legga ordinatamente da cima a fondo.
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I suddetti libri devono essere distribuiti all'inizio della Quaresima.
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E per prima cosa bisognerà incaricare uno o due monaci anziani di fare il giro del monastero nelle ore in cui i fratelli sono occupati nello studio,
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per vedere se per caso ci sia qualche monaco indolente, che, invece di dedicarsi allo studio, perda, tempo oziando e chiacchierando e quindi, oltre a essere improduttivo per sé, distragga anche gli altri.
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Se si trovasse - non sia mai! - un fratello che si comporta in questo modo, sia rimproverato una prima e una seconda volta,
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ma se non si corregge, gli si infligga una punizione prevista dalla Regola, in modo da incutere anche negli altri un salutare timore.
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Non è neppure permesso che un monaco si trovi con un altro fuori del tempo stabilito.
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Anche alla domenica si dedichino tutti allo studio della parola di Dio, a eccezione di quelli destinati ai vari servizi.
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Ma se ci fosse qualcuno tanto negligente e fannullone da non volere o poter studiare o leggere, gli si dia qualche lavoro da fare, perché non rimanga in ozio.
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Infine ai monaci infermi o cagionevoli si assegni un lavoro o un'attività che non li lasci nell'inazione e nello stesso tempo non li sfinisca per l'eccessiva fatica, spingendoli ad andarsene,
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poiché l'abate ha il dovere di tener conto della loro debolezza.
Capitolo XLIX - La quaresima dei monaci
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Anche se è vero che la vita del monaco deve avere sempre un carattere quaresimale,
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visto che questa virtù è soltanto di pochi, insistiamo particolarmente perché almeno durante la Quaresima ognuno vigili con gran fervore sulla purezza della propria vita,
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profittando di quei santi giorni per cancellare tutte le negligenze degli altri periodi dell'anno.
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E questo si realizza degnamente, astenendosi da ogni peccato e dedicandosi con impegno alla preghiera accompagnata da lacrime di pentimento, allo studio della parola di Dio, alla compunzione del cuore e al digiuno.
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Perciò durante la Quaresima aggiungiamo un supplemento al dovere ordinario del nostro servizio, come, per es., preghiere particolari, astinenza nel mangiare o nel bere,
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in modo che ognuno di noi possa di propria iniziativa offrire a Dio "con la gioia dello Spirito Santo" qualche cosa di più di quanto deve già per la sua professione monastica;
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si privi cioè di un po' di cibo, di vino o di sonno, mortifichi la propria inclinazione alle chiacchiere e allo scherzo e attenda la santa Pasqua con l'animo fremente di gioioso desiderio.
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Ma anche ciò che ciascuno vuole offrire personalmente a Dio dev'essere prima sottoposto umilmente all'abate e poi compiuto con la sua benedizione e approvazione,
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perché tutto quello che si fa senza il permesso dell'abate sarà considerato come presunzione e vanità, anziché come merito.
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Perciò si deve far tutto con l'autorizzazione dell'abate.
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Capitolo L - I monaci che lavorano lontano o sono in viaggio
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I fratelli, che lavorano molto lontano e non possono essere presenti in coro nell'ora fissata per l'Ufficio divino,
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se l'impossibilità in cui si trovano è stata effettivamente accettata dall'abate,
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recitino pure l'Ufficio divino sul posto di lavoro, mettendosi in ginocchio per la reverenza dovuta a Dio.
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Così pure quelli, che sono mandati in viaggio, non lascino passare le ore stabilite per l'Ufficio, ma lo recitino come meglio possono e non trascurino l'adempimento del dovere inerente al loro sacro servizio.
Capitolo LI - I monaci che si recano nelle vicinanze
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Il monaco, che viene mandato fuori per qualche commissione e conta di tornare in monastero nella stessa giornata, non si permetta di mangiare fuori, anche se viene pregato con insistenza da qualsiasi persona,
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a meno che l'abate non gliene abbia dato il permesso.
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Se contravverrà a questa prescrizione, sarà scomunicato.
Capitolo LII - La chiesa del monastero
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La chiesa sia quello che dice il suo nome, quindi in essa non si faccia né si riponga altro.
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Alla fine dell'Ufficio divino escano tutti in perfetto silenzio e con grande rispetto per Dio,
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in modo che, se un monaco volesse rimanere a pregare. privatamente, non sia impedito dall'indiscrezione altrui.
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Se, però, anche in un altro momento qualcuno desidera pregare per proprio conto, entri senz'altro e preghi, non a voce alta, ma con lacrime e intimo ardore.
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Perciò, come abbiamo detto, chi non intende dedicarsi all'orazione si guardi bene dal trattenersi in chiesa dopo la celebrazione del divino Ufficio, per evitare che altri siano disturbati dalla sua presenza.
Capitolo LIII - L'accoglienza degli ospiti
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Tutti gli ospiti che giungono in monastero siano ricevuti come Cristo, poiché un giorno egli dirà: "Sono stato ospite e mi avete accolto"
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e a tutti si renda il debito onore, ma in modo particolare ai nostri confratelli e ai pellegrini.
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Quindi, appena viene annunciato l'arrivo di un ospite, il superiore e i monaci gli vadano incontro, manifestandogli in tutti i modi il loro amore;
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per prima cosa preghino insieme e poi entrino in comunione con lui, scambiandosi la pace.
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Questo bacio di pace non dev'essere offerto prima della preghiera per evitare le illusioni diaboliche.
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Nel saluto medesimo si dimostri già una profonda umiltà verso gli ospiti in arrivo o in partenza,
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adorando in loro, con il capo chino o il corpo prostrato a terra, lo stesso Cristo, che così viene accolto nella comunità.
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Dopo questo primo ricevimento, gli ospiti siano condotti a pregare e poi il superiore o un monaco da lui designato si siedano insieme con loro.
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Si legga all'ospite un passo della sacra Scrittura, per sua edificazione, e poi gli si usino tutte le attenzioni che può ispirare un fraterno e rispettoso senso di umanità.
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Se non è uno dei giorni in cui il digiuno non può essere violato, il superiore rompa pure il suo digiuno per far compagnia all'ospite,
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mentre i fratelli continuino a digiunare come al solito.
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L'abate versi personalmente l'acqua sulle mani degli ospiti per la consueta lavanda;
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lui stesso, poi, e tutta la comunità lavino i piedi a ciascuno degli ospiti
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e al termine di questo fraterno servizio dicano il versetto: "Abbiamo ricevuto la tua misericordia, o Dio, nel mezzo del tuo Tempio".
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Specialmente i poveri e i pellegrini siano accolti con tutto il riguardo e la premura possibile, perché è proprio in loro che si riceve Cristo in modo tutto particolare e, d'altra parte, l'imponenza dei ricchi incute rispetto già di per sé.
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La cucina dell'abate e degli ospiti sia a parte, per evitare che i monaci siano disturbati dall'arrivo improvviso degli ospiti, che non mancano mai in monastero.
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Il servizio di questa cucina sia affidato annualmente a due fratelli, che sappiano svolgerlo come si deve.
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A costoro si diano anche degli aiuti, se ce n'è bisogno, perché servano senza mormorare, ma, a loro volta, quando hanno meno da fare, vadano a lavorare dove li manda l'obbedienza.
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E non solo in questo caso, ma nei confronti di tutti i fratelli impegnati in qualche particolare servizio del monastero, si segua un tale principio
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e cioè che, se occorre, si concedano loro degli aiuti, mentre, una volta terminato il proprio lavoro, essi devono tenersi disponibili per qualsiasi ordine.
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Così pure la foresteria, ossia il locale destinato agli ospiti, sia affidata a un monaco pieno di timor di Dio:
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in essa ci siano dei letti forniti di tutto il necessario e la casa di Dio sia governata con saggezza da persone sagge.
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Nessuno, poi, a meno che ne abbia ricevuto l'incarico, prenda contatto o si intrattenga con gli ospiti,
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ma se qualcuno li incontra o li vede, dopo averli salutati umilmente come abbiamo detto e aver chiesta la benedizione, passi oltre, dichiarando di non avere il permesso di parlare con gli ospiti.
Capitolo LIV - La distribuzione delle lettere e dei regali destinati ai singoli monaci
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Senza il consenso dell'abate nessun monaco può ricevere dai suoi parenti o da qualunque altra persona lettere, oggetti di devozione o altri piccoli regali e neanche farne a sua volta o scambiarli con i confratelli.
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E anche se i parenti gli mandassero qualche dono, non si permetta di accettarlo, senza averne prima informato l'abate.
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Ma questi, anche nel caso che dia il suo consenso per ricevere il dono, può sempre assegnarlo a chi vuole
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e il monaco a cui era destinato non deve farsi di questo un motivo di afflizione, per non dare occasione al diavolo.
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Se poi qualcuno si provasse a comportarsi diversamente, sia sottoposto ai castighi dalla Regola.
Capitolo LV - Gli abiti e le calzature dei monaci
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Bisogna dare ai monaci degli abiti adatti alle condizioni e al clima della località in cui abitano,
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perché nelle zone fredde si ha maggiore necessità di coprirsi e in quelle calde di meno:
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il giudizio al riguardo è di competenza dell'abate.
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Comunque riteniamo che nei climi temperati bastino per ciascun monaco una tonaca e una cocolla,
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quest'ultima di lana pesante per l'inverno e leggera o lisa per l'estate;
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inoltre lo scapolare per il lavoro e come calzature, scarpe e calze.
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Quanto al colore e alla qualità di tutti questi indumenti, i monaci non devono attribuirvi eccessiva importanza, accontentandosi di quello che si può trovare sul posto ed è più a buon mercato.
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L'abate però stia attento alla misura degli abiti, in modo che non siano troppo corti, ma della taglia di chi li indossa.
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I monaci che ricevono gli indumenti nuovi, restituiscano i vecchi, che devono essere riposti nel guardaroba per poi distribuirli ai poveri.
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Infatti a ogni monaco bastano due cocolle e due tonache per potersi cambiare la notte e per lavarle;
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il di più è superfluo e dev'essere eliminato.
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Anche le calze e qualsiasi altro oggetto usato dev'essere restituito, quando ne viene assegnato uno nuovo.
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I monaci, che sono mandati in viaggio, ricevano dal guardaroba gli indumenti occorrenti, che restituiranno poi lavati al ritorno.
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Anche le cocolle e le tonache per il viaggio siano un po' migliori di quelle portate usualmente; gli interessati le prendano in consegna dal guardaroba, quando partono, e le restituiscano al ritorno.
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Per la fornitura dei letti poi bastino un pagliericcio, una coperta di grossa tela, un coltrone e un cuscino di paglia o di crine.
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I letti, però, devono essere frequentemente ispezionati dall'abate, per vedere se non ci sia nascosta qualche piccola proprietà personale.
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E se si scoprisse qualcuno in possesso di un oggetto che non ha ricevuto dall'abate, sia sottoposto a una gravissima punizione.
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Ma, per strappare fin dalle radici questo vizio della proprietà, l'abate distribuisca tutto il necessario
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e cioè: cocolla, tonaca, calze, scarpe, cintura, coltello, ago, fazzoletti e il necessario per scrivere, in modo da togliere ogni pretesto di bisogno.
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In questo, però, deve sempre tener presente quanto è detto negli Atti degli Apostoli e cioè che "Si dava a ciascuno secondo le sue necessità".
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Quindi prenda in considerazione le particolari esigenze dei più deboli, anziché la malevolenza degli invidiosi.
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Comunque, in tutte le sue decisioni si ricordi del giudizio di Dio.
Capitolo LVI - La mensa dell'abate
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L'abate mangi sempre in compagnia degli ospiti e dei pellegrini.
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Ma quando gli ospiti sono pochi, può chiamare alla sua mensa i monaci che vuole.
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Sarà bene tuttavia lasciare uno o due monaci anziani con la comunità per il mantenimento della disciplina.
Capitolo LVII - I monaci che praticano un'arte o un mestiere
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Se in monastero ci sono dei fratelli esperti in un'arte o in un mestiere, li esercitino con la massima umiltà, purché l'abate lo permetta.
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Ma se qualcuno di loro monta in superbia, perché gli sembra di portare qualche utile al monastero,
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sia tolto dal suo lavoro e non gli sia più concesso di occuparsene, a meno che rientri in se stesso, umiliandosi, e l'abate non glielo permetta di nuovo.
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Se poi si deve vendere qualche prodotto del lavoro di questi monaci, coloro, che sono stati incaricati di trattare l'affare, si guardino bene da qualsiasi disonestà.
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Si ricordino sempre di Anania e Safira, per non correre il rischio che la morte, subita da quelli nel corpo,
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colpisca le anime loro e di tutte le persone, che hanno comunque defraudato le sostanze del monastero.
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Però nei prezzi dei suddetti prodotti non deve mai insinuarsi l'avarizia,
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ma bisogna sempre venderli un po' più a buon mercato dei secolari
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"affinché in ogni cosa sia glorificato Dio".
Capitolo LVIII - Norme per l'accettazione dei fratelli
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Quando si presenta un aspirante alla vita monastica, non bisogna accettarlo con troppa facilità,
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ma, come dice l'Apostolo: "Provate gli spiriti per vedere se vengono da Dio".
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Quindi, se insiste per entrare e per tre o quattro giorni dimostra di saper sopportare con pazienza i rifiuti poco lusinghieri e tutte le altre difficoltà opposte al suo ingresso, perseverando nella sua richiesta,
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sia pure accolto e ospitato per qualche giorno nella foresteria.
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Ma poi si trasferisca nel locale destinato ai novizi, perché vi ricevano la loro formazione, vi mangino e vi dormano.
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Ad essi venga inoltre preposto un monaco anziano, capace di conquistare le anime, con l'incarico di osservarli molto attentamente.
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In primo luogo bisogna accertarsi se il novizio cerca veramente Dio, se ama l'Ufficio divino, l'obbedienza e persino le inevitabili contrarietà della vita comune.
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Gli si prospetti tutta la durezza e l'asperità del cammino che conduce a Dio.
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Se darà sicure prove di voler perseverare nella sua stabilità, dopo due mesi gli si legga per intero questa Regola
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e gli si dica: "Ecco la legge sotto la quale vuoi militare; se ti senti di poterla osservare, entra; altrimenti, va' pure via liberamente".
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Se persisterà ancora nel suo proposito, sia ricondotto nel suddetto locale dei novizi e si metta la sua pazienza alla prova in tutti i modi possibili.
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Passati sei mesi, gli si legga di nuovo la Regola, perché prenda coscienza dell'impegno che sta per assumersi.
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E se continua a perseverare, dopo altri quattro mesi, gli si legga ancora una volta la stessa Regola.
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Se allora, dopo aver seriamente riflettuto, prometterà di essere fedele in tutto e di obbedire a ogni comando, sia pure accolto nella comunità,
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ma sappia che anche l'autorità della Regola gli vieta da quel giorno di uscire dal monastero
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e di sottrarsi al giogo della disciplina monastica che, in una così prolungata deliberazione, ha avuto la possibilità di accettare o rifiutare liberamente.
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Al momento dell'ammissione faccia in coro, davanti a tutta la comunità, solenne promessa di stabilità, conversione continua e obbedienza,
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al cospetto di Dio e di tutti i suoi santi, in modo da essere pienamente consapevole che, se un giorno dovesse comportarsi diversamente, sarà condannato da Colui del quale si fa giuoco.
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Di tale promessa stenda un documento sotto forma di domanda, rivolta ai Santi, le cui reliquie sono conservate nella chiesa, e all'abate presente.
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Scriva di suo pugno il suddetto documento o, se non è capace, lo faccia scrivere da un altro, dietro sua esplicita richiesta, e lo firmi con un segno, deponendolo poi sull'altare con le proprie mani.
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Una volta depositato il documento sull'altare, il novizio intoni subito il versetto: "Accoglimi, Signore, secondo la tua promessa e vivrò; e non deludermi nella mia speranza".
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Tutta la comunità ripeta per tre volte lo stesso versetto, aggiungendovi alla fine il Gloria.
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Poi il novizio si prostri ai piedi di ciascuno dei fratelli per chiedergli di pregare per lui e da quel giorno sia considerato come un membro della comunità.
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Se possiede dei beni materiali, li distribuisca in precedenza ai poveri o li doni al monastero con un atto ufficiale senza riservare per sé la minima proprietà,
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ben sapendo che da quel giorno in poi non sarà più padrone neanche del proprio corpo.
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Quindi, subito dopo, sia spogliato in coro delle vesti che indossa e rivestito dell'abito monastico.
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Ma gli indumenti di cui si è spogliato devono essere conservati nel guardaroba,
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in modo che, se in seguito dovesse - Dio non voglia!- cedere alla suggestione diabolica e lasciare il monastero, sia mandato via senza l'abito monastico.
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Non gli si restituisca invece la domanda che l'abate ha ritirato dall'altare, ma sia conservata in monastero.
Capitolo LIX - I piccoli oblati
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Se qualche persona facoltosa volesse offrire il proprio figlio a Dio nel monastero e il ragazzo è ancora piccino, i genitori stendano la domanda di cui abbiamo parlato nel capitolo precedente
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e l'avvolgano nella tovaglia dell'altare insieme con l'oblazione della Messa e la mano del bimbo, offrendolo in questo modo.
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Per quanto riguarda poi i loro beni, o nella domanda suddetta promettano di non dargli mai nulla, né direttamente né per interposta persona, né in qualsiasi altro modo, e neanche di dargli mai l'occasione di procurarsi qualche sostanza,
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oppure, se non intendono regolarsi secondo questa prassi e desiderano offrire qualche cosa al monastero per la salute dell'anima loro,
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facciano donazione dei beni che vogliono regalare al monastero, riservandosene, se credono, l'usufrutto.
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Così si precludano tutte le vie, in modo da non lasciare al ragazzo alcun miraggio da cui possa esser tratto in inganno e - Dio non voglia! - in perdizione, come ci ha insegnato l'esperienza.
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La stessa procedura seguano anche i meno abbienti.
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Quanto a coloro che non possiedono proprio nulla, facciano semplicemente la domanda e offrano il loro figlioletto con l'oblazione della Messa, alla presenza di testimoni.
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Capitolo LX - I sacerdoti aspiranti alla vita monastica
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Se qualche sacerdote chiede di essere ammesso nel monastero, non bisogna affrettarsi troppo ad accogliere la sua richiesta.
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Ma se continua a insistere in questa preghiera, sappia che dovrà osservare tutta la disciplina della Regola,
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senza la minima attenuazione, in modo che gli si possa dire con la Scrittura: "Amico, che sei venuto a fare?".
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Gli si conceda tuttavia di prender posto dopo l'abate, di dare la benedizione e di recitare le preci finali, purché l'abate disponga così;
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altrimenti non pretenda assolutamente nulla, anzi sia per tutti un esempio di umiltà, ben sapendo di essere soggetto alla disciplina della Regola.
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E se per caso nella comunità si dovesse trattare dell'assegnazione delle cariche o di qualche altro affare,
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occupi il posto che gli spetta corrispondentemente al suo ingresso in monastero e non quello che gli è stato concesso in considerazione della sua dignità sacerdotale.
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Se poi qualche chierico, spinto dallo stesso desiderio, volesse essere aggregato alla comunità, sia assegnato a un posto di un certo riguardo,
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ma sempre a condizione che prometta anche lui l'osservanza della Regola e la propria stabilità.
Capitolo LXI - L'accoglienza dei monaci forestieri
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Se un monaco forestiero, giunto di lontano, vuole abitare nel monastero in qualità di ospite
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e si dimostra soddisfatto delle consuetudini locali,
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accontentandosi con semplicità di quello che trova, senza disturbare la comunità con le sue pretese, sia accolto per tutto il tempo che desidera.
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Nel caso poi che egli rilevi qualche inconveniente o dia qualche suggerimento, l'abate si chieda se il Signore non lo abbia mandato proprio per questo.
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E se in seguito vorrà fissare la sua stabilità nel monastero, non si opponga un rifiuto a questa sua richiesta, tanto più che durante la sua permanenza si è avuto modo di studiarne il comportamento.
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Se però, quando era ospite si è dimostrato pieno di pretese e di difetti, non solo non dev'essere aggregato alla comunità,
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ma bisogna dirgli garbatamente di andarsene per evitare che le sue miserie contagino anche gli altri.
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Invece, se non merita di essere allontanato, non sia accolto e incorporato nella comunità solo nel caso che ne faccia domanda,
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ma sia addirittura invitato a rimanere, perché gli altri possano trarre profitto dal suo esempio
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e perché dappertutto si serve il medesimo Signore e si milita sotto lo stesso Re.
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Anzi, se l'abate lo ritiene degno, può anche assegnargli un posto un po' elevato.
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E non solamente un monaco, ma anche coloro che appartengono all'ordine sacerdotale o al chiericato, l'abate può destinare a un posto superiore a quello corrispondente al loro ingresso in monastero, se ha notato che la condotta lo merita.
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Si guardi però sempre dall'ammettere stabilmente nella sua comunità un monaco proveniente da un monastero conosciuto, senza il consenso e le lettere commendatizie del suo abate,
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perché sta scritto: "Non fare agli altri quello che non vuoi che sia fatto a te".
Capitolo LXII - I sacerdoti del monastero
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Se un abate desidera che uno dei suoi monaci sia ordinato sacerdote o diacono per il servizio della comunità scelga in essa un fratello degno di esercitare tali funzioni.
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Ma il monaco ordinato si guardi dalla vanità e dalla superbia
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e non creda di poter fare altro che quello che gli ordina l'abate, tenendo sempre presente che d'ora in poi dovrà essere maggiormente sottomesso alla disciplina.
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Né col pretesto del sacerdozio trascuri l'obbedienza alla Regola o la disciplina, ma anzi progredisca sempre più nelle vie di Dio.
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Conservi sempre il posto che gli spetta in corrispondenza del suo ingresso in monastero,
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tranne che per il ministero dell'altare, oppure nel caso che la scelta della comunità o la volontà dell'abate l'abbiano promosso in considerazione della sua vita esemplare.
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Sappia però che deve osservare la disciplina prestabilita per i decani e i superiori.
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Se avrà la presunzione di agire diversamente, non sia più trattato come un sacerdote, ma come un ribelle.
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E nell'eventualità che, dopo essere stato ammonito non si correggesse, si chiami a testimonio anche il vescovo.
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Ma se neanche allora si emendasse e le sue colpe diventassero sempre più evidenti, sia espulso dal monastero,
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purché però sia stato così ostinato da non volersi sottomettere e obbedire alla Regola.
Capitolo LXIII - L'ordine della comunità
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Nella comunità ognuno conservi il posto che gli spetta secondo la data del suo ingresso o l'esemplarità della sua condotta o la volontà dell'abate.
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Bisogna però che quest'ultimo non metta lo scompiglio nel gregge che gli è stato affidato, prendendo delle disposizioni ingiuste come se esercitasse un potere assoluto,
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ma pensi sempre che dovrà rendere conto a Dio di tutte le sue decisioni e azioni.
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Dunque i monaci si succedano nel bacio di pace e nella comunione, nell'intonare i salmi e nei posti in coro, secondo l'ordine stabilito dall'abate o a essi spettante.
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E in nessuna occasione l'età costituisca un criterio distintivo o pregiudizievole per stabilire i posti,
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perché Samuele e Daniele, quando erano ancora fanciulli, giudicarono gli anziani.
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Quindi, a eccezione di quelli che, come abbiamo già detto, l'abate avrà promosso per ragioni superiori o degradato per motivi fondati, tutti gli altri occupino sempre i posti determinati dalla data del rispettivo ingresso,
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in modo che il monaco, arrivato - per esempio - in monastero alle 9, sappia di essere più giovane di quello arrivato alle 8, quale che sia la sua età e dignità.
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Per quanto riguarda i ragazzi, invece, si osservi in tutto e per tutto la relativa disciplina.
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I più giovani, dunque, trattino con riguardo i più anziani, che a loro volta li ricambino con amore.
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Anche quando si chiamano tra loro, nessuno si permetta di rivolgersi all'altro con il solo nome,
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ma gli anziani diano ai giovani l'appellativo di "fratello" e i giovani usino per gli anziani quello di "reverendo padre", come espressione del loro rispetto filiale.
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L'abate poi sia chiamato "signore" e "abate", non perché si sia arrogato da sé un tale titolo, ma in onore e per amore di Cristo del quale sappiamo per fede che egli fa le veci.
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Da parte sua, però, rifletta sull'onore che gli viene tributato e se ne dimostri degno.
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Dovunque i fratelli si incontrano, il più giovane chieda la benedizione al più anziano;
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quando passa un monaco anziano, il più giovane si alzi e gli ceda il posto, guardandosi bene dal rimettersi a sedere prima che l'anziano glielo permetta,
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in modo che si realizzi quanto è scritto: "Prevenitevi a vicenda nel rendervi onore".
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I ragazzi più piccoli e i giovanetti occupino in coro e in refettorio i posti loro spettanti secondo la Regola:
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ma fuori di lì siano sorvegliati e tenuti dappertutto sotto la disciplina, finché non avranno raggiunto un età più matura.
Capitolo LXIV - L'elezione dell'abate
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Nell'elezione dell'abate bisogna seguire il principio di scegliere il monaco che tutta la comunità ha designato concordemente nel timore di Dio, oppure quello prescelto con un criterio più saggio da una parte sia pur piccola di essa.
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Il futuro abate dev'essere scelto in base alla vita esemplare e alla scienza soprannaturale, anche se fosse l'ultimo della comunità.
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Se invece, - non sia mai! - la comunità eleggesse, sia pure di comune accordo, una persona consenziente ai suoi abusi,
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e il vescovo della diocesi o gli abati o i fedeli delle vicinanze ne venissero comunque a conoscenza
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devono impedire in tutti i modi che il complotto di quegli sciagurati abbia il sopravvento e nominare un degno ministro della casa di Dio,
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ben sapendo che ne riceveranno una grande ricompensa, mentre invece sarebbero colpevoli, se non se ne curassero.
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Il nuovo eletto, poi, pensi sempre al carico che si è addossato e a chi dovrà rendere conto del suo governo
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e sia consapevole che il suo dovere è di aiutare, piuttosto che di comandare.
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Bisogna quindi che sia esperto nella legge di Dio per possedere la conoscenza e la materia da cui trarre "cose nuove e antiche", intemerato, sobrio, comprensivo
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e faccia "trionfare la misericordia sulla giustizia", in modo da meritare un giorno lo stesso trattamento per sé.
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Detesti i vizi, ma ami i suoi monaci.
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Nelle stesse correzioni agisca con prudenza per evitare che, volendo raschiare troppo la ruggine, si rompa il vaso:
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diffidi sempre della propria fragilità e si ricordi che "non bisogna spezzare la canna già incrinata".
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Con questo non intendiamo che l'abate debba permettere ai difetti di allignare, ma che li sradichi - come abbiamo già detto - con prudenza e carità, nel modo che gli sembrerà più conveniente per ciascuno,
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e cerchi di essere più amato che temuto.
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Non sia turbolento e ansioso, né esagerato e ostinato, né invidioso e sospettoso, perché così non avrebbe mai pace;
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negli stessi ordini sia previdente e riflessivo e, tanto se il suo comando riguarda il campo spirituale, quanto se si riferisce a un interesse temporale, proceda con discernimento e moderazione,
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tenendo presente la discrezione del santo patriarca Giacobbe, che diceva: "Se affaticherò troppo i miei greggi, moriranno tutti in un giorno".
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Seguendo questo e altri esempi di quella discrezione che è la madre di tutte le virtù, disponga ogni cosa in modo da stimolare le generose aspirazioni dei forti, senza scoraggiare i deboli.
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E soprattutto osservi e faccia osservare integramente la presente Regola
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per potersi sentir dire dal Signore, al termine della sua onesta gestione, le parole udite dal servo fedele, che a tempo debito distribuì il frumento ai suoi compagni:
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"In verità vi dico: - dichiara Gesù - gli diede potere su tutti i suoi beni".
Capitolo LXV - Il priore del monastero
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Accade spesso che la nomina del priore dia origine a gravi scandali,
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perché alcuni, gonfiati da un maligno spirito di superbia e convinti di essere altrettanti abati, si attribuiscono indebitamente un potere assoluto, fomentando litigi, creando divisioni nelle comunità,
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specialmente in quei monasteri nei quali il priore viene nominato dallo stesso vescovo o dagli stessi abati a cui spetta l'elezione dell'abate.
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E' facile rendersi conto dell'assurdità di una simile procedura, con cui si dà motivo al priore di insuperbirsi fin dal primo momento della sua nomina,
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perché la considerazione di questo stato di cose può insinuare in lui l'idea di non essere più soggetto all'autorità dell'abate.
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"Tu pure - dirà a se stesso - sei stato nominato da quelli che hanno eletto l'abate".
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Di qui nascono invidie, liti, maldicenze, rivalità, divisioni e disordini di ogni genere,
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per cui, mentre l'abate e il priore sono in disaccordo, le loro anime vengono necessariamente a trovarsi in pericolo a motivo di questo contrasto
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e i loro sudditi, parteggiando per l'uno o per l'altro, vanno in perdizione.
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La responsabilità di questa perniciosa situazione ricade principalmente sugli autori di tanto disordine.
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Quindi, per la tutela della pace e della carità ci è sembrato necessario far dipendere l'ordinamento del monastero unicamente dalla volontà del suo abate.
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E, se è possibile, tutte le attività del monastero siano regolate - come abbiamo già stabilito in precedenza - per mezzo di decani, secondo quanto disporrà l'abate,
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in modo che, ripartendo l'autorità fra varie persone, non si dia motivo a uno solo di insuperbirsi.
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Ma se le condizioni locali lo esigono o la comunità lo chiede umilmente e con ragioni fondate e l'abate lo giudica opportuno,
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nomini egli stesso priore quel monaco che avrà scelto con il consiglio di fratelli timorati di Dio.
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Il priore, da parte sua, esegua con reverenza gli ordini del suo abate e non faccia nulla contro la volontà o le disposizioni di lui,
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perché quanto più è stato elevato al di sopra degli altri, tanto maggior impegno deve dimostrare nell'osservanza delle prescrizioni della Regola.
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Se poi questo priore si rivelerà pieno di difetti o, lusingato dalla vanità, monterà in superbia o darà prova manifesta di disprezzare la santa Regola, sia ammonito a voce per quattro volte,
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ma, nel caso che non si corregga, si prenda nei suoi confronti il provvedimento disciplinare previsto dalla Regola.
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Se neppure così si ravvederà, sia deposto dalla carica di priore e sostituito da un altro che ne sia degno.
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E se in seguito non intenderà starsene quieto e sottomesso in comunità, sia addirittura espulso dal monastero.
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Ma l'abate, da parte sua, si ricordi sempre che un giorno dovrà rendere conto a Dio di tutte le sue decisioni, per evitare che la fiamma dell'invidia e della gelosia gli divori l'anima.
Capitolo LXVI - I portinai del monastero
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Alla porta del monastero sia destinato un monaco anziano e assennato, che sappia ricevere e riportare le commissioni e sia abbastanza maturo da non disperdersi, andando in giro a destra e a sinistra.
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Questo portinaio deve avere la sua residenza presso la porta, in modo che le persone che arrivano trovino sempre un monaco pronto a rispondere.
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Quindi, appena qualcuno bussa o un povero chiede la carità, risponda: "Deo gratias!" Oppure: "Benedicite!"
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e con tutta la delicatezza che ispira il timor di Dio venga incontro alle richieste del nuovo arrivato, dimostrando una grande premura e un'ardente carità.
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Lo stesso portinaio, se ha bisogno di aiuto, sia coadiuvato da un fratello più giovane.
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Il monastero, poi, dev'essere possibilmente organizzato in modo che al suo interno si trovi tutto l'occorrente, ossia l'acqua, il mulino, l'orto e i vari laboratori,
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per togliere ai monaci ogni necessità di girellare fuori, il che non giova affatto alle loro anime.
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Infine vogliamo che questa Regola sia letta spesso in comunità, perché nessuno possa giustificarsi con il pretesto dell'ignoranza.
Capitolo LXVII - I monaci mandati in viaggio
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I monaci, che sono mandati in viaggio, si raccomandino alle preghiere di tutti i confratelli e dell'abate;
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e nell'orazione conclusiva dell'Ufficio divino si ricordino sempre tutti gli assenti.
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Quelli, poi, che rientrano, nel giorno stesso del loro ritorno si prostrino in coro al termine di tutte le Ore canoniche,
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implorando dalla comunità una preghiera per riparare le mancanze eventualmente commesse durante il viaggio, guardando o ascoltando qualcosa di male o perdendosi in chiacchiere.
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E nessuno si permetta di riferire ad altri quello che ha visto o udito fuori del monastero, perché questo sarebbe veramente rovinoso.
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Se poi qualcuno si provasse a farlo, sia sottoposto al castigo previsto dalla Regola.
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Allo stesso modo sia punito chi osasse oltrepassare i confini del monastero o andare in qualunque luogo o fare qualsiasi cosa, sia pur minima, senza il consenso dell'abate.
Capitolo LXVIII - Le
obbedienze impossibili
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Anche se a un monaco viene imposta un'obbedienza molto gravosa, o addirittura impossibile a eseguirsi, il comando del superiore dev'essere accolto da lui con assoluta sottomissione e soprannaturale obbedienza.
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Ma se proprio si accorgesse che si tratta di un carico, il cui peso è decisamente superiore alle sue forze, esponga al superiore i motivi della sua impossibilità con molta calma e senso di opportunità,
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senza assumere un atteggiamento arrogante, riluttante o contestatore.
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Se poi, dopo questa schietta e umile dichiarazione, l'abate restasse fermo nella sua convinzione, insistendo nel comando, il monaco sia pur certo che per lui è bene così
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e obbedisca per amore di Dio, confidando nel Suo aiuto.
Capitolo LXIX - Divieto di arrogarsi le difese dei confratelli
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Bisogna evitare in tutti i modi che per qualsiasi motivo un monaco si provi a difendere un altro o ad assumerne in certo modo la protezione,
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anche se ci fosse tra loro un qualsiasi vincolo di parentela.
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I monaci si guardino assolutamente da un simile abuso, che può costituire una pericolosissima occasione di disordini o di scandali.
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Se qualcuno trasgredisse queste norme, sia punito con la massima severità.
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Capitolo LXX - Divieto di arrogarsi la riprensione dei confratelli
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Nel monastero si deve sopprimere decisamente ogni occasione di arbitri e di soprusi;
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perciò dichiariamo che non è permesso ad alcuno di infliggere la scomunica o un castigo corporale a un confratello, senza l'autorizzazione dell'abate.
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I colpevoli di tale trasgressione siano rimproverati alla presenza dell'intera comunità, affinché anche gli altri ne abbiano timore.
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I ragazzi, però, rimangano fino a quindici anni sotto la disciplina e l'oculata vigilanza di tutti,
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ma sempre con grande moderazione e buon senso.
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Chi poi si arrogasse una qualsiasi autorità sugli adulti, senza il comando dell'abate, o si inquietasse irragionevolmente con i ragazzi, sia sottoposto alla punizione prevista dalla Regola,
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perché sta scritto: "Non fare agli altri ciò che non vuoi sia fatto a te".
Capitolo LXXI - L'obbedienza fraterna
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La virtù dell'obbedienza non dev'essere solo esercitata da tutti nei confronti dell'abate, ma bisogna anche che i fratelli si obbediscano tra loro,
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nella piena consapevolezza che è proprio per questa via dell'obbedienza che andranno a Dio.
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Dunque, dopo aver dato l'assoluta precedenza al comando dell'abate o dei superiori da lui designati, a cui non permettiamo che si preferiscano ordini privati,
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per il resto i più giovani obbediscano ai confratelli più anziani con la massima carità e premura.
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Se qualcuno dà prova di un carattere litigioso sia debitamente corretto.
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Se poi un monaco viene comunque rimproverato dall'abate o da qualsiasi anziano per un qualunque motivo
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o si accorge semplicemente che un anziano è sdegnato o anche leggermente alterato nei suoi riguardi,
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si inginocchi subito dinanzi a lui, senza la minima esitazione, e rimanga così per riparare, finché la benedizione dell'altro non sani quel lieve dissenso.
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Se qualcuno si rifiutasse altezzosamente di farlo, sia sottoposto a un castigo corporale e, se si ostina in questo atteggiamento di ribellione, sia scacciato dal monastero.
Capitolo LXXII - Il buon zelo dei monaci
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Come c'è un cattivo zelo, pieno di amarezza, che separa da Dio e porta all'inferno,
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così ce n'è uno buono, che allontana dal peccato e conduce a Dio e alla vita eterna.
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Ed è proprio in quest'ultimo che i monaci devono esercitarsi con la più ardente carità
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e cioè: si prevengano l'un l'altro nel rendersi onore;
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sopportino con grandissima pazienza le rispettive miserie fisiche e morali;
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gareggino nell'obbedirsi scambievolmente;
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nessuno cerchi il proprio vantaggio, ma piuttosto ciò che giudica utile per gli altri;
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si portino a vicenda un amore fraterno e scevro da ogni egoismo;
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temano filialmente Dio;
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amino il loro abate con sincera e umile carità;
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non antepongano assolutamente nulla a Cristo,
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che ci conduca tutti insieme alla vita eterna.
Capitolo LXXIII - La modesta portata di questa regola
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Abbiamo abbozzato questa Regola con l'intenzione che, mediante la sua osservanza nei nostri monasteri, riusciamo almeno a dar prova di possedere una certa rettitudine di costumi e di essere ai primordi della vita monastica.
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Del resto, chi aspira alla pienezza di quella vita dispone degli insegnamenti dei santi Padri, il cui adempimento conduce all'apice della perfezione.
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C'è infatti una pagina, anzi una parola, dell'antico o del nuovo Testamento, che non costituisca una norma esattissima per la vita umana?.
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O esiste un'opera dei padri della Chiesa che non mostri chiaramente la via più rapida e diretta per raggiungere l'unione con il nostro Creatore?
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E le Conferenze, le Istituzioni e le Vite dei Padri, come anche la Regola del nostro santo padre Basilio,
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che altro sono per i monaci fervorosi e obbedienti se non mezzi per praticare la virtù?
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Ma per noi, svogliati, inosservanti e negligenti, ciò è motivo di vergogna e di confusione.
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Chiunque tu sia, dunque, che con sollecitudine e ardore ti dirigi verso la patria celeste, metti in pratica con l'aiuto di Cristo questa modestissima Regola, abbozzata come una semplice introduzione,
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e con la grazia di Dio giungerai finalmente a quelle più alte cime di scienza e di virtù, di cui abbiamo parlato sopra. Amen.
Fine della Regola
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