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"LA CHIESA, ISRAELE E LE RELIGIONI DEL MONDO" (JOSEPH RATZINGER)

 

"La Chiesa, Israele e le religioni del mondo", pubblicato in Germania nel 1998 e in Italia nel 2000 per i tipi delle Edizioni San Paolo, ha un premessa datata Roma, Avvento 1997.
Nelle prime righe vi si afferma: "I mutamenti epocali verificatisi nell'anno 1989 hanno portato a un cambiamento di temi anche all'interno della teologia.
La teologia della liberazione, politicamente intesa, aveva dato ai problemi della redenzione e della speranza del mondo, per lungo tempo trascurati, una forma nuova, per l'appunto politica, attribuendo così alla politica un compito che essa non poteva assolvere.


Nella ricerca della pace, della giustizia e della salvaguardia del creato alcuni temi fondamentali della teologia della liberazione hanno mantenuto la loro attualità, ma in un'ottica più modesta e collocati in un contesto diverso. Questo contesto differente è dato soprattutto dal dialogo fra le religioni del mondo, che con il progredire dell'incontro e della compenetrazione delle culture è ormai divenuto una necessità interna." Il quarto capitolo è in particolare dedicato al 'dialogo delle religioni' ed eccone qui di seguito uno stralcio intitolato 'la questione dell'unità nella diversità': "IL PROBLEMA dell'ecumenismo delle religioni si pone oggi nel contesto di un mondo che, se da un lato si fa sempre più piccolo, divenendo sempre più un unico spazio comune della storia umana, dall'altro è sconvolto da guerre, diviso da tensioni crescenti tra i poveri e ricchi e, infine, minacciato dall'abuso del potere della tecnica di intervenire su aspetti essenziali dell'ambiente.


A partire da questa triplice minaccia si è venuta formando una nuova scala di valori morali, che cerca di definire il compito essenziale dell'umanità in questo momento della storia mediante il trinomio pace-giustizia-rispetto del creato. Religione e morale non sono identiche, ma sono comunque indissolubilmente legate tra loro. È chiaro quindi che in quest'ora, in cui l'umanità ha acquisito la possibilità dell'autodistruzione e della distruzione del proprio pianeta, le religioni sono coinvolte nella comune responsabilità di vincere questa tentazione. Esse vengono valutate in modo particolare in base a questa scala di valori, che appare sempre più come il loro compito comune e, di conseguenza, anche la formula della loro conciliazione.


Hans Küng, facendosi portavoce di molti, ha proposto lo slogan "Nessuna pace nel mondo senza pace tra le religioni", dichiarando in tal modo la pace religiosa, l'ecumenismo delle religioni, compito primario di tutte le comunità religiose.
Ora, però, la domanda che si pone è: come può accadere ciò? Come è possibile l'incontro nella diversità delle religioni e fra i contrasti che proprio oggi assumono spesso forme violente? Che tipo di unità può mai esserci? In quale misura si può almeno tentare di perseguirla? Se ci si sforza di riconoscere degli elementi di contatto nella varietà sconcertante delle religioni mondiali, si può anzitutto distinguere le religioni etniche dalle religioni universali, benché, certamente, anche le religioni etniche siano caratterizzate da modelli fondamentali comuni che, a loro volta, sono in modo diverso legati alle grandi tendenze delle religioni universali.


Di conseguenza, tra i due ambiti esiste una sorta di continuo passaggio che in questa sede non possiamo illustrare, ma che ci dà il diritto di concentrare la nostra riflessione sul tema dell'ecumenismo riferito anzitutto alle religioni universali. In esse, allo stato attuale della ricerca, possiamo distinguere due tipi fondamentali, che J.-A. Cuttat ha cercato di caratterizzare con i concetti di "interiorità" e "trascendenza" e che qui, a partire dal loro centro concreto e anche dall'atto centrale del loro culto, mi permetto di contrapporre, certamente con una qualche semplificazione, come tipo teistico e tipo mistico.


Per l'ecumenismo delle religioni, se queste diagnosi sono corrette, si offrono due vie: si può tentare di accogliere il modello teistico in quello mistico, considerando quindi il modello mistico come il più ampio, in cui anche l'eredità teistica può trovare posto, oppure si può tentare di percorrere la via opposta. Oggi è entrata in campo una terza alternativa, che vorrei definire "pragmatica": tutte le religioni dovrebbero rinunciare all'interminabile controversia sulla verità e riconoscere la loro vera essenza, la loro effettiva finalità spirituale, nell'ortoprassi, la cui via, ancora una volta, appare chiaramente tracciata dalle sfide del tempo presente.


L'ortoprassi potrebbe in fondo consistere sono nel servizio alla pace, alla giustizia e alla salvaguardia del creato. Le religioni potrebbero conservare tutti i loro credi, forme e riti, ma finalizzati a questa giusta prassi: "Le riconoscerete dai loro frutti". Potrebbero quindi tutte mantenere le proprie consuetudini; ogni controversia diverrebbe superflua ed esse diventerebbero tutte una cosa sola nella modalità richiesta dalle sfide del momento."

 

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