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UDIENZA
AI GIUDICI DELLA ROTA ROMANA (28/01/2006) |
Ascolta il servizio trasmesso da Radio Vaticana
Radio Vaticana,
28 gennaio 2006
BENEDETTO
XVI AI GIUDICI DELLA ROTA ROMANA: TEMPI RAGIONEVOLI PER I
PROCESSI DI NULLITA’ MATRIMONIALE, CHE DEVONO CONCILIARE
NELLA VERITA’ LE ESIGENZE DELLE NORME CON LA
SENSIBILITA’ PASTORALE
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Stabilire
l’eventuale nullità di un matrimonio deve essere
un processo che – in “tempi ragionevoli” –
cerchi sempre di unire al bene delle persone
coinvolte l’amore per la verità, senza
tralasciare mai lo sforzo della riconciliazione.
Sono alcuni dei punti del primo discorso rivolto da
Benedetto XVI ai giudici della Rota Romana, ricevuti
all’inizio del loro Anno giudiziario. Il servizio
di Alessandro De Carolis. |
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Uno
strumento “per rendere servizio alla verità”, per
ristabilire “con tempestività” una visione di
giustizia, e non per rendere più complicato, o
addirittura litigioso, il dissidio che ha condotto due
coniugi davanti ai giudici della Rota Romana. Benedetto
XVI pone subito alla base della sua riflessione sui
processi di nullità matrimoniale un elemento caro al suo
Pontificato: l’“amore per la verità”. E’ su
questo piano, dice con chiarezza, che va trovato il
“punto d’incontro” tra le esigenze del diritto e
quelle della persona, ferma restando l’indissolubilità
del matrimonio cristiano. E’ solo una “pretesa
contrapposizione”, allora, quella che opporrebbe la
sensibilità pastorale di alcuni vescovi alla legislazione
canonica che stabilendo il riconoscimento o meno del
vincolo matrimoniale tra due persone, ne condiziona anche
la possibilità di accostarsi o meno alla Comunione.
Un
nodo nevralgico che Benedetto XVI ha toccato ribadendo
l’importanza dell’Istruzione canonica Dignitas
connubii. Da un lato, ha osservato, sembrerebbe che i
padri che hanno preso parte al Sinodo sull’Eucaristia
dello scorso ottobre “abbiano invitato i tribunali
ecclesiastici ad adoperarsi affinché i fedeli non
canonicamente sposati possano regolarizzare la loro
situazione matrimoniale e riaccostarsi al banchetto
eucaristico”. Dall’altra parte, ha aggiunto, “la
legislazione canonica e la recente Istruzione
sembrerebbero invece porre dei limiti a tale spinta
pastorale”, come se in sostanza le “formalità
giuridiche” del processo fossero più rilevanti “della
finalità pastorali”:
“Il
processo canonico di nullità del matrimonio costituisce
essenzialmente uno strumento per accertare la verità sul
vincolo coniugale. Il suo scopo costitutivo non è quindi
di complicare inutilmente la vita ai fedeli né tanto meno
di esacerbarne la litigiosità, ma solo di rendere un
servizio alla verità (…) Il processo, proprio nella sua
struttura essenziale, è istituto di giustizia e di
pace”.
Dunque,
ha continuato Benedetto XVI, “il ricorso alla via
processuale, nel cercare di determinare ciò che è
giusto, non solo non mira ad acuire i conflitti, ma a
renderli più umani, trovando soluzioni oggettivamente
adeguate alle esigenze della giustizia”. Per ottenere
tali risultati, ha affermato il Papa, occorre quindi che i
giudici della Rota Romana assicurino “l’oggettività,
la tempestività e l’efficacia” delle loro decisioni.
Ricordando, ha puntualizzato, che “nessun processo è a
rigore contro l’altra parte, come se si trattasse
di infliggerle un danno ingiusto”:
“L’obiettivo
non è di togliere un bene a nessuno, bensì di stabilire
e tutelare l’appartenenza dei beni alle persone e alle
istituzioni. A questa considerazione, valida per ogni
processo, nell’ipotesi di nullità matrimoniale se ne
aggiunge un’altra più specifica. Qui non vi è alcun
bene conteso tra le parti, che debba essere attribuito
all’una o all’altra. L’oggetto del processo è
invece dichiarare la verità circa la validità o
l’invalidità di un concreto matrimonio, vale a dire
circa una realtà che fonda l’istituto della famiglia e
che interessa in massima misura la Chiesa e la società
civile”.
E
qui il Papa, spostando la riflessione dalla giusta
applicazione delle norme alla dimensione pastorale, ha
stigmatizzato come la ricerca della verità
“sull’indissolubilità del matrimonio” sia talvolta
piegata alle esigenze dei singoli per un distorto senso
della solidarietà:
“Può
avvenire infatti che la carità pastorale sia a volte
contaminata da atteggiamenti compiacenti verso le persone.
Questi atteggiamenti possono sembrare pastorali, ma in
realtà non rispondono al bene delle persone e della
stessa comunità ecclesiale. (…) Oggi purtroppo ci è
dato di constatare che questa verità è talvolta oscurata
nella coscienza dei cristiani e delle persone di buona
volontà. Proprio per questo motivo è ingannevole il
servizio che si può offrire ai fedeli e ai coniugi non
cristiani in difficoltà rafforzando in loro, magari solo
implicitamente, la tendenza a dimenticare
l’indissolubilità della propria unione. In tal modo,
l’eventuale intervento dell’istituzione ecclesiastica
nelle cause di nullità rischia di apparire quale mera
presa d’atto di un fallimento”.
“La
verità cercata nei processi di nullità matrimoniale - ha
ripetuto ancora Benedetto XVI - non è tuttavia una verità
astratta, avulsa dal bene delle persone”:
“È
pertanto assai importante che la sua dichiarazione arrivi
in tempi ragionevoli. La Provvidenza divina sa certo
trarre il bene dal male, anche quando le istituzioni
ecclesiastiche trascurassero il loro dovere o
commettessero degli errori. Ma è un obbligo grave quello
di rendere l’operato istituzionale della Chiesa nei
tribunali sempre più vicino ai fedeli. Inoltre, la
sensibilità pastorale deve portare a cercare di prevenire
le nullità matrimoniali in sede di ammissione alle nozze
e ad adoperarsi affinché i coniugi risolvano i loro
eventuali problemi e trovino la via della
riconciliazione”.
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DISCORSO
DEL PAPA
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FONTE: VATICAN INFORMATION SERVICE -
Illustri
Giudici, Officiali e Collaboratori
del
Tribunale Apostolico della Rota Romana!
E’
passato quasi un anno dall’ultimo incontro del vostro
Tribunale con il mio amato predecessore Giovanni Paolo II.
Fu l’ultimo di una lunga serie. Dell’immensa eredità
che egli ci ha lasciato anche in materia di diritto
canonico, vorrei oggi particolarmente segnalare
l’Istruzione Dignitas connubii, sulla procedura
da seguire nelle cause di nullità matrimoniale. Con essa
si è inteso stendere una sorta di vademecum, che
non solo raccoglie le norme vigenti in questa materia, ma
le arricchisce con ulteriori disposizioni, necessarie per
la corretta applicazione delle prime. Il maggior
contributo di questa Istruzione, che auspico venga
applicata integralmente dagli operatori dei tribunali
ecclesiastici, consiste nell’indicare in che misura e
modo devono essere applicate nelle cause di nullità
matrimoniale le norme contenute nei canoni relativi al
giudizio contenzioso ordinario, in osservanza delle norme
speciali dettate per le cause sullo stato delle persone e
per quelle di bene pubblico.
Come ben
sapete, l’attenzione dedicata ai processi di nullità
matrimoniale trascende sempre più l’ambito degli
specialisti. Le sentenze ecclesiastiche in questa materia,
infatti, incidono sulla possibilità o meno di ricevere la
Comunione eucaristica da parte di non pochi fedeli.
Proprio quest’aspetto, così decisivo dal punto di vista
della vita cristiana, spiega perché l’argomento della
nullità matrimoniale sia emerso ripetutamente anche
durante il recente Sinodo sull’Eucaristia. Potrebbe
sembrare a prima vista che la preoccupazione pastorale
riflessa nei lavori del Sinodo e lo spirito delle norme
giuridiche raccolte nella Dignitas connubii
divergano profondamente tra di loro, fin quasi a
contrapporsi. Da una parte, parrebbe che i Padri sinodali
abbiano invitato i tribunali ecclesiastici ad adoperarsi
affinché i fedeli non canonicamente sposati possano al più
presto regolarizzare la loro situazione matrimoniale e
riaccostarsi al banchetto eucaristico. Dall’altra parte,
invece, la legislazione canonica e la recente Istruzione
sembrerebbero, invece, porre dei limiti a tale spinta
pastorale, come se la preoccupazione principale fosse
quella di espletare le formalità giuridiche previste, con
il rischio di dimenticare la finalità pastorale del
processo. Dietro a questa impostazione si cela una pretesa
contrapposizione tra diritto e pastorale in genere. Non
intendo ora riprendere approfonditamente la questione, già
trattata da Giovanni Paolo II a più riprese, soprattutto
nell’allocuzione alla Rota Romana del 1990 (cfr AAS,
82 [1990], pp. 872-877). In questo primo incontro con voi
preferisco concentrarmi piuttosto su ciò che rappresenta
il fondamentale punto di incontro tra diritto e pastorale:
l’amore per la verità. Con questa affermazione,
peraltro, mi ricollego idealmente a quanto lo stesso mio
venerato Predecessore vi ha detto, proprio
nell’allocuzione dell’anno scorso (cfr AAS, 97
[2005], pp. 164-166).
Il
processo canonico di nullità del matrimonio costituisce
essenzialmente uno strumento per accertare la verità sul
vincolo coniugale. Il suo scopo costitutivo non è quindi
di complicare inutilmente la vita ai fedeli né tanto meno
di esacerbarne la litigiosità, ma solo di rendere un
servizio alla verità. L’istituto del processo in
generale, del resto, non è di per sé un mezzo per
soddisfare un interesse qualsiasi, bensì uno strumento
qualificato per ottemperare al dovere di giustizia di dare
a ciascuno il suo. Il processo, proprio nella sua
struttura essenziale, è istituto di giustizia e di pace.
In effetti, lo scopo del processo è la dichiarazione
della verità da parte di un terzo imparziale, dopo che è
stata offerta alle parti pari opportunità di addurre
argomentazioni e prove entro un adeguato spazio di
discussione. Questo scambio di pareri è normalmente
necessario, affinché il giudice possa conoscere la verità
e, di conseguenza, decidere la causa secondo giustizia.
Ogni sistema processuale deve tendere, quindi, ad
assicurare l’oggettività, la tempestività e
l’efficacia delle decisioni dei giudici.
Di
fondamentale importanza, anche in questa materia, è il
rapporto tra ragione e fede. Se il processo risponde alla
retta ragione, non può meravigliare il fatto che la
Chiesa abbia adottato l’istituto processuale per
risolvere questioni intraecclesiali d’indole giuridica.
Si è andata consolidando così una tradizione ormai
plurisecolare, che si conserva fino ai giorni nostri nei
tribunali ecclesiastici di tutto il mondo. Conviene tener
presente, inoltre, che il diritto canonico ha contribuito
in maniera assai rilevante, all’epoca del diritto
classico medioevale, a perfezionare la configurazione
dello stesso istituto processuale. La sua applicazione
nella Chiesa concerne anzitutto i casi in cui, essendo la
materia del contendere disponibile, le parti potrebbero
raggiungere un accordo che risolverebbe la lite, ma per
vari motivi ciò non avviene. Il ricorso alla via
processuale, nel cercare di determinare ciò che è
giusto, non solo non mira ad acuire i conflitti, ma a
renderli più umani, trovando soluzioni oggettivamente
adeguate alle esigenze della giustizia. Naturalmente
questa soluzione da sola non basta, poiché le persone
hanno bisogno di amore, ma, quando risulta inevitabile,
rappresenta un passo significativo nella giusta direzione.
I processi, poi, possono vertere anche su materie che
esulano dalla capacità di disporre delle parti, nella
misura in cui interessano i diritti dell’intera comunità
ecclesiale. Proprio in questo ambito si pone il processo
dichiarativo della nullità di un matrimonio: il
matrimonio infatti, nella sua duplice dimensione naturale
e sacramentale, non è un bene disponibile da parte dei
coniugi né, attesa la sua indole sociale e pubblica, è
possibile ipotizzare una qualche forma di
autodichiarazione.
A questo
punto viene da sé la seconda osservazione. Nessun
processo è a rigore contro l’altra parte, come
se si trattasse di infliggerle un danno ingiusto.
L’obiettivo non è di togliere un bene a nessuno, bensì
di stabilire e tutelare l’appartenenza dei beni alle
persone e alle istituzioni. A questa considerazione,
valida per ogni processo, nell’ipotesi di nullità
matrimoniale se ne aggiunge un’altra più specifica. Qui
non vi è alcun bene conteso tra le parti, che debba
essere attribuito all’una o all’altra. L’oggetto del
processo è invece dichiarare la verità circa la validità
o l’invalidità di un concreto matrimonio, vale a dire
circa una realtà che fonda l’istituto della famiglia e
che interessa in massima misura la Chiesa e la società
civile. Di conseguenza si può affermare che in questo
genere di processi il destinatario della richiesta di
dichiarazione è la Chiesa stessa. Attesa la naturale
presunzione di validità del matrimonio formalmente
contratto, il mio predecessore, Benedetto XIV, insigne
canonista, ideò e rese obbligatoria la partecipazione del
difensore del vincolo a detti processi (cfr Cost. ap. Dei
miseratione, 3 novembre 1741). In tal modo viene
garantita maggiormente la dialettica processuale, volta ad
accertare la verità.
Il
criterio della ricerca della verità, come ci guida a
comprendere la dialettica del processo, così può
servirci per cogliere l’altro aspetto della questione:
il suo valore pastorale, che non può essere separato
dall’amore alla verità. Può avvenire infatti che la
carità pastorale sia a volte contaminata da atteggiamenti
compiacenti verso le persone. Questi atteggiamenti possono
sembrare pastorali, ma in realtà non rispondono al bene
delle persone e della stessa comunità ecclesiale;
evitando il confronto con la verità che salva, essi
possono addirittura risultare controproducenti rispetto
all’incontro salvifico di ognuno con Cristo. Il
principio dell’indissolubilità del matrimonio,
riaffermato da Giovanni Paolo II con forza in questa sede
(cfr i discorsi del 21 gennaio 2000, in AAS, 92
[2000], pp. 350-355; e del 28 gennaio 2002, in AAS,
94 [2002], pp. 340-346), appartiene all’integrità del
mistero cristiano. Oggi purtroppo ci è dato di constatare
che questa verità è talvolta oscurata nella coscienza
dei cristiani e delle persone di buona volontà. Proprio
per questo motivo è ingannevole il servizio che si può
offrire ai fedeli e ai coniugi non cristiani in difficoltà
rafforzando in loro, magari solo implicitamente, la
tendenza a dimenticare l’indissolubilità della propria
unione. In tal modo, l’eventuale intervento
dell’istituzione ecclesiastica nelle cause di nullità
rischia di apparire quale mera presa d’atto di un
fallimento.
La verità
cercata nei processi di nullità matrimoniale non è
tuttavia una verità astratta, avulsa dal bene delle
persone. È una verità che si integra nell’itinerario
umano e cristiano di ogni fedele. È pertanto assai
importante che la sua dichiarazione arrivi in tempi
ragionevoli. La Provvidenza divina sa certo trarre il bene
dal male, anche quando le istituzioni ecclesiastiche
trascurassero il loro dovere o commettessero degli errori.
Ma è un obbligo grave quello di rendere l’operato
istituzionale della Chiesa nei tribunali sempre più
vicino ai fedeli. Inoltre, la sensibilità pastorale deve
portare a cercare di prevenire le nullità matrimoniali in
sede di ammissione alle nozze e ad adoperarsi affinché i
coniugi risolvano i loro eventuali problemi e trovino la
via della riconciliazione. La stessa sensibilità
pastorale dinanzi alle situazioni reali delle persone deve
però portare a salvaguardare la verità e ad applicare le
norme previste per tutelarla nel processo.
Mi auguro
che queste riflessioni giovino a far comprendere meglio
come l’amore alla verità raccordi l’istituzione del
processo canonico di nullità matrimoniale con
l’autentico senso pastorale che deve animare tali
processi. In questa chiave di lettura, l’Istruzione Dignitas
connubii e le preoccupazioni emerse nell’ultimo
Sinodo si rivelano del tutto convergenti. Carissimi,
attuare quest’armonia è il compito arduo ed
affascinante per il cui discreto svolgimento la comunità
ecclesiale vi è tanto grata. Con il cordiale auspicio che
la vostra attività giudiziale contribuisca al bene di
tutti coloro che si rivolgono a voi e li favorisca
nell’incontro personale con la Verità che è Cristo,
con riconoscenza ed affetto vi benedico.
©
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