UDIENZA
AL TRIBUNALE DELLA ROTA ROMANA (27/01/2007)
|
Ascolta
il servizio trasmesso da Radio Vaticana
Fonte,
Radio Vaticana, 27 gennaio 2007
IL
RELATIVISMO ETICO COLPEVOLE DELL’ATTUALE CRISI SUL SENSO
DEL MATRIMONIO, CHE CONTAGIA ANCHE MOLTI FEDELI. BENEDETTO
XVI ESORTA I GIUDICI DELLA
ROTA ROMANA A DIFENDERE LA SUPERIORE “VERITA” DEL
VINCOLO CONIUGALE CRISTIANO, EVITANDO DISTORSIONI E
COMPIACENZE NEL RICONOSCIMENTO DELLA NULLITA’
MATRIMONIALE
|

|
Il
matrimonio, così come pensato da Dio, possiede una sua
verità più alta e più forte del pensiero umano. E tale
verità va compresa e difesa specialmente in un’epoca
come la nostra in cui il relativismo etico e il
positivismo giuridico, unito a una concezione
“libertaria dell’esperienza sessuale”, tendono a
considerare il vincolo coniugale una mera sovrastruttura
senza più il carattere dell’indissolubilità.
|
Sono
alcuni dei concetti espressi stamattina da Benedetto XVI
nell’udienza concessa ai membri della Rota Romana, per
l’inaugurazione dell’anno giudiziario. Il servizio di
Alessandro De Carolis.
**********
Il
senso del matrimonio è in “crisi”, perché il
relativismo etico oggi diffuso anche tra molti credenti
porta a snaturare la “verità” che è insita
nell’unione coniugale: unione che rivela il “potente
legame stabilito da Dio” nel rapporto uomo-donna e che
dunque non può essere né soggetta al solo libero
arbitrio delle persone né alla volubilità dei sentimenti
umani, né tanto meno può essere “manipolata” a
piacimento dalla giurisprudenza, nei casi di nullità
matrimoniale, pensando con ciò di agire per il bene delle
persone.
Con
un discorso ampio e articolato, Benedetto XVI ha
riflettuto sul ruolo cui è chiamato il tribunale della
Rota Romana, nell’udienza concessa questa mattina agli
officiali, ai prelati uditori e ai collaboratori rotali,
guidati dal loro decano, mons. Antoni Stankiewicz.
Prendendo spunto dalle cause di nullità matrimoniale che,
come ha ricordato nel suo indirizzo di saluto al Papa il
decano, “sono le più ricorrenti nella Rota”,
Benedetto XVI ha stigmatizzato un rischio di tipo
giuridico figlio della diffusa mentalità secolarizzata.
il rischio è che, in una causa di nullità matrimoniale,
la “verità processuale” perda di vista la “verità
del matrimonio”:
“L’espressione
“verità del matrimonio” perde però rilevanza
esistenziale in un contesto culturale segnato dal
relativismo e dal positivismo giuridico, che considerano
il matrimonio come una mera formalizzazione sociale dei
legami affettivi. Di conseguenza, esso non solo diventa
contingente come lo possono essere i sentimenti umani, ma
si presenta come una sovrastruttura legale che la volontà
umana potrebbe manipolare a piacimento, privandola perfino
della sua indole eterosessuale”.
Questa
crisi di senso del matrimonio, ha proseguito il Pontefice,
“si fa sentire anche nel modo di pensare di non pochi
fedeli” e gli “effetti pratici”
si avvertono “in modo particolarmente intenso
nell’ambito del matrimonio e della famiglia”. E qui
Benedetto XVI non ha nascosto che una certa idea che non
considera più indissolubile il vincolo matrimoniale si è
“diffusa anche in certi ambienti ecclesiali”, in nome
di un malriposto senso di solidarietà verso i cosiddetti
“cristiani normali”. In nome di questa idea, si
vorrebbe una “regolarizzazione canonica” anche per le
persone in “situazione matrimoniale irregolare” e
questo, ha contestato il Papa, “indipendentemente dalla
validità o nullità del loro matrimonio,
indipendentemente cioè dalla ‘verità’ circa la loro
condizione personale:
“La
via della dichiarazione di nullità matrimoniale viene di
fatto considerata uno strumento giuridico per raggiungere
tale obiettivo, secondo una logica in cui il diritto
diventa la formalizzazione delle pretese soggettive”.
Invece,
ha ripetuto Benedetto XVI, nel solco del magistero dei
suoi predecessori, il matrimonio possiede “una sua verità,
alla cui scoperta e al cui approfondimento concorrono
armonicamente ragione e fede”. “Ogni matrimonio è
certamente frutto del libero consenso dell’uomo e della
donna”, ha affermato il Papa, ma la loro libertà
traduce la capacità che hanno di unire per sempre quelle
dimensioni naturali di mascolinità e femminilità create
da Dio nel suo disegno della creazione e della redenzione.
“Di
fronte alla relativizzazione soggettivistica e libertaria
dell’esperienza sessuale, la tradizione della Chiesa
afferma con chiarezza l’indole naturalmente giuridica
del matrimonio, cioè la sua appartenenza per natura
all’ambito della giustizia nelle relazioni
interpersonali (...)
Amore e diritto possono così unirsi fino al punto da far
sì che marito e moglie si
debbano a vicenda l’amore che spontaneamente
si vogliono: l’amore è in essi il frutto del
loro libero volere il bene dell’altro e dei figli; il
che, del resto, è anche esigenza dell’amore verso il
proprio vero bene”.
Benedetto
XVI ha terminato il suo intervento riaffermando
l’importanza del contributo dei tribunali ecclesiastici
al “superamento della crisi sul senso del matrimonio.
“Rimanendo fedeli al vostro compito - ha concluso - fate
sì che la vostra azione s’inserisca armonicamente in
una globale riscoperta della bellezza di quella ‘verità
sul matrimonio’ – la verità del ‘principio’ –
che Gesù ci ha pienamente insegnato e che lo Spirito
Santo ci ricorda continuamente nell’oggi della
Chiesa”.
**********
DISCORSO
DI SUA SANTITÀ BENEDETTO XVI
Carissimi
Prelati Uditori, Officiali e Collaboratori del Tribunale
della Rota Romana!
Sono
particolarmente lieto di incontrarmi nuovamente con voi in
occasione dell’inaugurazione dell’anno giudiziario.
Saluto cordialmente il Collegio dei Prelati Uditori, ad
iniziare dal Decano, Mons. Antoni Stankiewicz, che
ringrazio per le parole con le quali ha introdotto questo
nostro incontro. Saluto poi gli Officiali, gli avvocati e
gli altri collaboratori di codesto Tribunale, come pure i
membri dello Studio rotale e tutti i presenti. Colgo
volentieri l’occasione per rinnovarvi l’espressione
della mia stima e per ribadire, al tempo stesso, la
rilevanza del vostro ministero ecclesiale in un settore
tanto vitale qual è l’attività giudiziaria. Ho ben
presente il prezioso lavoro che siete chiamati a svolgere
con diligenza e scrupolo a nome e per mandato di questa
Sede Apostolica. Il vostro delicato compito di servizio
alla verità nella giustizia è sostenuto dalle insigni
tradizioni di codesto Tribunale, al cui rispetto ciascuno
di voi deve sentirsi personalmente impegnato.
L’anno
scorso, nel mio primo incontro con voi, ho cercato di
esplorare le vie per superare l’apparente
contrapposizione tra l’istituto del processo di nullità
matrimoniale e il genuino senso pastorale. In tale
prospettiva, emergeva l’amore alla verità quale punto
di convergenza tra ricerca processuale e servizio
pastorale alle persone. Non dobbiamo però dimenticare che
nelle cause di nullità matrimoniale la verità
processuale presuppone la "verità del
matrimonio" stesso. L’espressione "verità del
matrimonio" perde però rilevanza esistenziale in un
contesto culturale segnato dal relativismo e dal
positivismo giuridico, che considerano il matrimonio come
una mera formalizzazione sociale dei legami affettivi. Di
conseguenza, esso non solo diventa contingente come lo
possono essere i sentimenti umani, ma si presenta come una
sovrastruttura legale che la volontà umana potrebbe
manipolare a piacimento, privandola perfino della sua
indole eterosessuale.
Questa
crisi di senso del matrimonio si fa sentire anche nel modo
di pensare di non pochi fedeli. Gli effetti pratici di
quella che ho chiamato "ermeneutica della
discontinuità e della rottura" circa
l’insegnamento del Concilio Vaticano Il (cfr Discorso
alla Curia Romana, 22 dicembre 2005) si
avvertono in modo particolarmente intenso nell’ambito
del matrimonio e della famiglia. Infatti, ad alcuni sembra
che la dottrina conciliare sul matrimonio, e concretamente
la descrizione di questo istituto come "intima
communitas vitae et amoris" (Cost. past. Gaudium
et spes, n. 48), debba portare a negare
l’esistenza di un vincolo coniugale indissolubile, perché
si tratterebbe di un «ideale» al quale non possono
essere "obbligati" i "cristiani
normali". Di fatto, si è diffusa anche in certi
ambienti ecclesiali la convinzione secondo cui il bene
pastorale delle persone in situazione matrimoniale
irregolare esigerebbe una sorta di loro regolarizzazione
canonica, indipendentemente dalla validità o nullità del
loro matrimonio, indipendentemente cioè dalla "verità"
circa la loro condizione personale. La via della
dichiarazione di nullità matrimoniale viene di fatto
considerata uno strumento giuridico per raggiungere tale
obiettivo, secondo una logica in cui il diritto diventa la
formalizzazione delle pretese soggettive. Al riguardo, va
innanzitutto sottolineato che il Concilio descrive
certamente il matrimonio come intima communitas vitae
et amoris, ma tale comunità viene determinata,
seguendo la tradizione della Chiesa, da un insieme di
principi di diritto divino, che fissano il suo vero senso
antropologico permanente (cfr. ibid.).
Poi, in
fedele continuità ermeneutica con il Concilio, si è
mosso il magistero di Paolo VI e di Giovanni Paolo II,
come anche l’opera legislativa dei Codici tanto latino
quanto orientale. Da tali Istanze infatti è stato portato
avanti, anche a riguardo della dottrina e della disciplina
matrimoniale, lo sforzo della "riforma" o del
"rinnovamento nella continuità" (cfr Discorso
alla Curia Romana, cit.). Questo sforzo si è
sviluppato poggiando sull'indiscusso presupposto che il
matrimonio abbia una sua verità, alla cui scoperta e al
cui approfondimento concorrono armonicamente ragione e
fede, cioè la conoscenza umana, illuminata dalla Parola
di Dio, sulla realtà sessualmente differenziata
dell’uomo e della donna, con le loro profonde esigenze
di complementarietà, di donazione definitiva e di
esclusività.
La verità
antropologica e salvifica del matrimonio - anche nella
sua dimensione giuridica - viene presentata già nella
Sacra Scrittura. La risposta di Gesù a quei farisei che
gli chiedevano il suo parere circa la liceità del ripudio
è ben nota: "Non avete letto che il Creatore da
principio li creò maschio e femmina e disse: Per
questo l’uomo lascerà suo padre e sua madre e si
unirà a sua moglie e i due saranno una carne sola?
Così che non sono più due, ma una carne sola.
Quello dunque che Dio ha congiunto, l’uomo non lo
separi" (Mt 19,4-6). Le citazioni della Genesi
(1,27; 2,24) ripropongono la verità matrimoniale del
"principio", quella verità la cui pienezza si
trova in rapporto all’unione di Cristo con la Chiesa (cfr
Ef 5, 30-31), e che è stata oggetto di così ampie
e profonde riflessioni da parte del Papa Giovanni Paolo II
nei suoi cicli di catechesi sull’amore umano nel disegno
divino. A partire da questa unità duale della coppia
umana si può elaborare un’autentica antropologia
giuridica del matrimonio. In tal senso, sono
particolarmente illuminanti le parole conclusive di Gesù:
"Quello dunque che Dio ha congiunto, l’uomo non lo
separi". Ogni matrimonio è certamente frutto del
libero consenso dell’uomo e della donna, ma la loro
libertà traduce in atto la capacità naturale inerente
alla loro mascolinità e femminilità. L’unione avviene
in virtù del disegno di Dio stesso, che li ha creati
maschio e femmina e dà loro il potere di unire per sempre
quelle dimensioni naturali e complementari delle loro
persone. L’indissolubilità del matrimonio non deriva
dall’impegno definitivo dei contraenti, ma è intrinseca
alla natura del "potente legame stabilito dal
Creatore" (Giovanni Paolo II, Catechesi del 21
novembre 1979, n. 2). I contraenti si devono impegnare
definitivamente proprio perché il matrimonio è tale nel
disegno della creazione e della redenzione. E la
giuridicità essenziale del matrimonio risiede proprio in
questo legame, che per l’uomo e la donna rappresenta
un’esigenza di giustizia e di amore a cui, per il loro
bene e per quello di tutti, essi non si possono sottrarre
senza contraddire ciò che Dio stesso ha fatto in loro.
Occorre
approfondire quest’aspetto, non solo in considerazione
del vostro ruolo di canonisti, ma anche perché la
comprensione complessiva dell’istituto matrimoniale non
può non includere anche la chiarezza circa la sua
dimensione giuridica. Tuttavia, le concezioni circa la
natura di tale rapporto possono divergere in maniera
radicale. Per il positivismo, la giuridicità del rapporto
coniugale sarebbe unicamente il risultato
dell’applicazione di una norma umana formalmente valida
ed efficace. In questo modo, la realtà umana della vita e
dell’amore coniugale rimane estrinseca all’istituzione
«giuridica» del matrimonio. Si crea uno iato tra diritto
ed esistenza umana che nega radicalmente la possibilità
di una fondazione antropologica del diritto.
Del tutto
diversa è la via tradizionale della Chiesa nella
comprensione della dimensione giuridica dell’unione
coniugale, sulla scia degli insegnamenti di Gesù, degli
Apostoli e dei Santi Padri. Sant’Agostino, ad esempio,
citando San Paolo afferma con forza: "Cui fidei
[coniugali] tantum iuris tribuit Apostolus, ut eam
potestatem appellaret, dicens: Mulier non habet
potestatem corporis sui, sed vir; similiter autem et vir
non habet potestatem corporis sui, sed mulier (1
Cor 7,4)" (De bono coniugali, 4,4). San
Paolo che così profondamente espone nella Lettera agli
Efesini il "mystérion mega" dell’amore
coniugale in rapporto all’unione di Cristo con la Chiesa
(5,22-31), non esita ad applicare al matrimonio i termini
più forti del diritto per designare il vincolo giuridico
con cui sono uniti i coniugi fra loro, nella loro
dimensione sessuale. Così pure, per Sant’Agostino, la
giuridicità è essenziale in ciascuno dei tre beni (proles,
fides, sacramentum), che costituiscono i
cardini della sua esposizione dottrinale sul matrimonio.
Di fronte
alla relativizzazione soggettivistica e libertaria
dell’esperienza sessuale, la tradizione della Chiesa
afferma con chiarezza l’indole naturalmente giuridica
del matrimonio, cioè la sua appartenenza per natura
all’ambito della giustizia nelle relazioni
interpersonali. In quest’ottica, il diritto
s’intreccia davvero con la vita e con l’amore come un
suo intrinseco dover essere. Perciò, come ho scritto
nella mia prima Enciclica, "in un orientamento
fondato nella creazione, l’eros rimanda l’uomo
al matrimonio, a un legame caratterizzato da unicità e
definitività; così, e solo così, si realizza la sua
intima destinazione" (Deus caritas est, 11).
Amore e diritto possono così unirsi fino al punto da far
sì che marito e moglie si debbano a vicenda
l’amore che spontaneamente si vogliono: l’amore
è in essi il frutto del loro libero volere il bene
dell’altro e dei figli; il che, del resto, è anche
esigenza dell’amore verso il proprio vero bene.
L’intero
operato della Chiesa e dei fedeli in campo familiare deve
fondarsi su questa verità circa il matrimonio e la sua
intrinseca dimensione giuridica. Ciò nonostante, come
ricordavo prima, la mentalità relativistica, in forme più
o meno aperte o subdole, può insinuarsi anche nella
comunità ecclesiale. Voi siete ben consapevoli
dell’attualità di questo rischio, che si manifesta a
volte in una distorta interpretazione delle norme
canoniche vigenti. A questa tendenza occorre reagire con
coraggio e fiducia, applicando costantemente l’ermeneutica
del rinnovamento nella continuità e non lasciandosi
sedurre da vie interpretative che implicano una rottura
con la tradizione della Chiesa. Queste vie si allontanano
dalla vera essenza del matrimonio nonché dalla sua
intrinseca dimensione giuridica e, sotto svariati nomi più
o meno attraenti, cercano di dissimulare una
contraffazione della realtà coniugale. Si arriva così a
sostenere che niente sarebbe giusto o ingiusto nelle
relazioni di coppia, ma unicamente rispondente o no alla
realizzazione delle aspirazioni soggettive di ciascuna
delle parti. In quest’ottica l’idea del
"matrimonio in facto esse" oscilla
tra relazione meramente fattuale e facciata
giuridico-positivistica, trascurando la sua essenza di
vincolo intrinseco di giustizia tra le persone dell’uomo
e della donna.
Il
contributo dei tribunali ecclesiastici al superamento
della crisi di senso sul matrimonio, nella Chiesa e nella
società civile, potrebbe sembrare ad alcuni piuttosto
secondario e di retroguardia. Tuttavia, proprio perché il
matrimonio ha una dimensione intrinsecamente giuridica,
l’essere saggi e convinti servitori della giustizia in
questo delicato ed importantissimo campo ha un valore di
testimonianza molto significativo e di grande sostegno per
tutti. Voi, cari Prelati Uditori, siete impegnati su un
fronte nel quale la responsabilità per la verità si fa
sentire in modo speciale ai nostri tempi. Rimanendo fedeli
al vostro compito, fate sì che la vostra azione
s’inserisca armonicamente in una globale riscoperta
della bellezza di quella "verità sul
matrimonio" – la verità del "principio"
– che Gesù ci ha pienamente insegnato e che lo Spirito
Santo ci ricorda continuamente nell’oggi della Chiesa.
Sono
queste, cari Prelati Uditori, Officiali e Collaboratori,
le considerazioni che mi premeva proporre alla vostra
attenzione, nella certezza di trovare in voi giudici e
magistrati pronti a condividere e a fare propria una
dottrina di tanta importanza e gravità. Esprimo a tutti e
a ciascuno in particolare il mio compiacimento, nella
piena fiducia che il Tribunale Apostolico della Rota
Romana, efficace e autorevole manifestazione della
sapienza giuridica della Chiesa, continuerà a svolgere
con coerenza il proprio non facile munus a servizio
del disegno divino perseguito dal Creatore e dal Redentore
mediante l’istituzione matrimoniale. Invocando la divina
assistenza sulla vostra fatica, di cuore imparto a tutti
una speciale Benedizione Apostolica.
©
Copyright 2006 - Libreria Editrice Vaticana
|
|