UDIENZA AD LIMINA AI VESCOVI DEL RWANDA (16 MAGGIO 2005) |
Fonte: Radio Vaticana
I VESCOVI DEL RWANDA A ROMA IN VISITA AD LIMINA PER PRESENTARE A BENEDETTO XVI L’IMPEGNO PASTORALE DI RINASCITA DI UN PAESE CHE NON HA DIMENTICATO IL GENOCIDIO DEL ‘94
Da ieri mattina, in Vaticano, i vescovi rwandesi hanno iniziato la loro visita ad Limina. E’ una Conferenza episcopale ricostruita quella che si presenta per la prima volta davanti a Benedetto XVI, dopo la pagina nera del genocidio che ne aveva decimato i ranghi. Giovedì scorso, incontrando il clero romano, il Papa aveva definito l’Africa “un continente di grandissime possibilità e grandissima generosità della sua gente”. Ed è su queste qualità - e sulla fede dei cattolici che
rappresentano oltre il 60% del Paese – che puntano oggi i vescovi rwandesi, per restituire la serenità ad una nazione che ha bisogno ancora oggi, per decifrarne la fisionomia e intuirne il futuro, di ritornare ai giorni che ne hanno condizionato per sempre le vicende recenti. Il servizio di Alessandro De Carolis:
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C’è una data-spartiacque che permette di capire la storia del Rwanda. Il 6 aprile 1994, l’aereo sul quale sta viaggiando il presidente Juvénal Habyarimana viene abbattuto. Il presidente muore e con lui perde la vita anche Cyprien Ntaryamira, presidente del Burundi, a bordo dell’aereo. Da quel momento, il Rwanda che c’era prima, pur travagliato da una violenta instabilità, sparisce, polverizzato da 100 giorni di massacri. Hutu contro tutsi, due etnie rivali da sempre, i primi in stragrande maggioranza ma per molti anni sudditi dei secondi. Sotto l’azione degli estremisti
hutu, il Paese viene travolto dal gorgo di un eccidio, il cui simbolo di morte è la lama del machete e una fossa comune come agghiacciante epilogo. Tre mesi dopo, circa 800 mila uomini, donne e bambini tutsi – e hutu moderati - non esistono più. Altri tre milioni sono scappati. Il tutto sotto gli occhi miopi del mondo – l’ONU, come i singoli governi - che assistono con colpevole inerzia a quell’allucinante e pianificata follia, senza trovare il modo di abbozzare un’iniziativa. Anche la Chiesa locale vive un prima e un dopo.
Il genocidio quasi la annienta, strappandole quattro vescovi, 103 sacerdoti, 65 religiose, 47 fratelli. Giovanni Paolo II è sgomento, lancia appelli a ripetizione. “Basta col sangue” esclama a gran voce durante il Regina Coeli del 15 maggio ’94. “Tutti – dice - dovranno rispondere dei loro crimini davanti alla storia e,a anzitutto, davanti a Dio”. Il 9 giugno, in un messaggio ai vescovi e ai fedeli del Rwanda, Papa Wojtyla si dice “profondamente sconvolto” dall’“orrore” della morte del presidente della Conferenza
episcopale locale, il vescovo Thaddée Nsengiyumva, e di altri due vescovi, oltre che di altri membri della comunità ecclesiale. “Supplico tutti gli abitanti del Rwanda, così come i responsabili delle nazioni che possono dare il loro aiuto, di fare tutto il possibile affinché si aprano le vie della concordia e della ricostruzione del Paese così gravemente colpito”.
Nel luglio del ‘94, il Fronte patriottico rwandese, di marca tutsi, riesce a compattarsi e riconquistare la leadership. Il genocidio si ferma, ma l’eredità è pesantissima. Oltre ai morti, si contano 14 mila vedove e 300 mila orfani. Il Paese inizia a fare i conti con se stesso. A novembre di quello stesso anno, le Nazioni Unite istituiscono a Arusha, in Tanzania, un Tribunale penale internazionale per processare i responsabili dei massacri. Ma è una giustizia lenta e le autorità rwandesi decidono di provvedere da sole. Nel 2001, sorgono 11 mila tribunali tradizionali (i
cosiddetti “Gacaca”), ciascuno composto di 19 membri eletti per acclamazione popolare.
Davanti a loro un compito immane, per un giudizio che oltrepassa il mero atto processuale e arriva direttamente alle coscienze, alla capacità di saper imboccare la via della riconciliazione. “Dopo che il Paese è stato per anni in balia dell’odio e della violenza”, disse Giovanni Paolo II il 13 dicembre 2002 al nuovo ambasciatore rwandese presso la Santa Sede, solo “favorendo l’unità nazionale nel rispetto delle sensibilità e delle opinioni”, si potrà consentire “alle generazioni presenti e future di imparare nuovamente a vivere come fratelli, in un Paese
riconciliato e prospero”. Un saldo con il passato che si annuncia lento, giacché si calcola che almeno 115 mila persone siano in attesa di giudizio e che addirittura un milione potrebbero finire sotto processo, secondo una dichiarazione rilasciata lo scorso gennaio alla Reuters da un alto funzionario della Giustizia rwandese. Ed è dunque qui, nei gangli di una società in cui l’odio e la vendetta sono ancora sentimenti vivi, che anche l’attuale Chiesa del Rwanda ha scelto di operare – si legge nei documenti episcopali - con una “pastorale di riconciliazione” diretta a ricucire le ferite e a porre le basi per la pace.
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Radio Vaticana, Alessandro Gisotti, 17 maggio 2005
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