In
mattinata si è svolto l’incontro con i
sacerdoti e i diaconi permanenti nel Duomo
di Frisinga e subito dopo la cerimonia di
congedo all’aeroporto di Monaco. Il
servizio di Paolo Ondarza:
**********
Gioia
e commozione hanno accompagnato quest’ultimo
giorno di Benedetto XVI nella sua patria,
la Baviera.
Il
Papa ha voluto lasciare un ultimo messaggio
alla Germania, prima di partire per Roma,
centrando la sua riflessione sul tema del
lavoro, proprio oggi nel 25.mo anniversario
dalla pubblicazione dell’Enciclica Laborem
exercens di Giovanni Paolo II. Il Pontefice
ha affidato questo testo, “non privo di
valore profetico” alla sua terra “nella
certezza – ha detto – che da una sua
applicazione concreta possono derivare
grandi vantaggi anche per l’odierna
situazione sociale della Germania”. “Il
lavoro – ha continuato, citando
l’Enciclica - è un “bene
dell’uomo”, con esso “l’uomo non
solo trasforma la natura adattandola alle
proprie necessità, ma anche realizza se
stesso come uomo ed anzi, in un certo senso,
diventa più uomo”.
Benedetto XVI ha ringraziato
la Baviera
per il viaggio appena concluso:
Ich
habe bemerken können, wie viele Menschen in
Bayern …
“Ho
potuto rendermi conto di quante persone, in
Baviera, anche oggi si sforzano di camminare
sulle strade di Dio in comunione con i loro
Pastori, impegnandosi a rendere
testimonianza della loro fede nell’attuale
mondo secolarizzato. Grazie alla
infaticabile dedizione degli organizzatori,
tutto ha potuto svolgersi nell’ordine e
nella tranquillità”.
Acclamato
dal coro “Benedikt! Benedikt!”, il Papa
ha aggiunto: “Sono stati giorni intensi,
ovunque ho visto un’accoglienza piena di
premure e attenzioni, che mi hanno
intimamente toccato”.
Salutato
dal presidente federale Edmund Stoiber con
un “Arrivederci”, Benedetto XVI ha
lasciato la sua terra con le parole
dell’inno bavarese:
Gott
mir dir, du Land der Bayern, deutsche Erde,
Vaterland!...
“Dio
sia con te, Paese dei Bavaresi, terra
tedesca, Patria! / Sopra i tuoi vasti
territori riposi la sua mano benedicente! /
Egli protegga la tua campagna e gli edifici
delle tue città / e conservi a te i colori
del suo cielo bianco e azzurro!”.
In
mattinata il Papa ha incontrato sacerdoti e
diaconi nel Duomo di Frisinga. Qui egli fu
ordinato sacerdote il 29 giugno 1951.
Presenti all’incontro anche alcuni
confratelli che quel giorno con lui dissero
il loro “sì” a Dio. Il Papa ha sorpreso
tutti parlando a braccio: “Ho
portato un lungo testo, – ha detto – ma
non lo leggerò, lo avete già stampato,
potrete leggerlo quando sarò partito”.
Quindi ha toccato il tema delle vocazioni a
partire dalla carenza di sacerdoti nella
Chiesa. Citando le parole di Cristo: “La
messe è molta, ma gli operai sono pochi”,
il Papa ha indicato l’importanza di
“pregare il padrone della messe”, Dio.
L’invito di Gesù infatti è chiaro – ha
detto – Egli non ha dato il compito di
andare a chiamare volontari o organizzare
campagne di management per reclutare nuove
leve”. Cristo ha chiesto di pregare.
“Dobbiamo pregare Dio, chiedere: ‘Dai,
sveglia il cuore degli uomini!’. Dobbiamo
pregare il padrone della messe affinché
susciti un profondo sì nel cuore degli
uomini”. Anche l’efficacia dell’azione
pastorale dipende dalla preghiera- ha
aggiunto - altrimenti il servizio diventa
vuoto attivismo”. Benedetto XVI ha
illustrato due virtù fondamentali per un
sacerdote, tra loro in equilibrio: lo zelo e
l’umiltà. Lo zelo che spinge ad andare
verso i fratelli bisognosi, ad essere
apostoli di Gesù Cristo; l’umiltà che
induce al riconoscimento dei propri limiti,
affinché lo zelo non ci distrugga. E’
vero, tante cose andrebbero fatte – ha
commentato - questo vale per i sacerdoti, ma
anche per il Papa: “Anch’io dovrei fare
tante cose, ma ho poche forze. Tutto il
resto devo lasciarlo a Dio”. Quindi
Benedetto XVI ha rivolto a Dio la preghiera:
“Tu lo sai,
la Chiesa
è Tua. Sarai tu a regalarci i collaboratori
per
la Tua
opera. Laddove non arriviamo noi, ci sei Tu.
Solo se ristorati, solo se riceviamo prima
da Dio – ha continuato – possiamo
servire realmente gli altri”. “Solo così
capiamo che celebrare
la Messa
non è un mestiere, ma richiede intima
partecipazione interiore. Solo così
comprendiamo che l’Eucarestia non è un
obbligo, è un alimento spirituale”.
Infine ha aggiunto: Chi crede non è mai
solo: non siamo soli, siamo amici di Cristo.
Il sacerdote non è solo, fa parte del
presbiterio, uniti al vescovo e agli altri
presbiteri. Dobbiamo viverlo davvero questo
insieme e donarlo a chi è solo, a chi è
nel dubbio. Questo essere insieme allora si
trasmetterà agli altri come legame con Gesù
Cristo.
Sono
state giornate di intensa attività
pastorale quelle trascorse da Benedetto XVI,
ma anche di ritorno alle origini, di intensi
ricordi. Ieri il Papa ha visitato il
cimitero di Ziegetsdorf a Ratisbona, poi si
è ritirato nella sua casa a Pentling. In
serata congedandosi dall’abitazione in cui
ha vissuto negli anni della docenza
universitaria, rivolto ai suoi concittadini
ha detto:
Vergelt’s
Gott für die Nachbarschaft, die ich hier
empfangen …
“Dio
vi ripaghi per il vicinato che ho ricevuto
qui, per la cordialità del saluto, che
potevo percepire veramente con il cuore, con
gli occhi e con tutti i sensi: Qui sono a
casa. Qui rimango anche radicato. Nello
spirito siamo sempre insieme. Ringrazio Dio
per questa giornata benedetta, ringrazio voi
tutti per il buon vicinato e vi auguro un
tempo benedetto”.
Il
Papa è partito.
La Baviera
lo ha accompagnato per sei giorni con un
sole splendente. Dopo che l’aereo ha
lasciato l’aeroporto di Monaco, il cielo
si è velato di bianco, ma non ha occultato
il sole. Quasi una manifestazione della
malinconia diffusa tra i bavaresi, unita
alla speranza alimentata da un saluto: “A
tutti un cordiale arrivederci!”
Allen
ein herzliches ‘Auf Wiedersehen’!
Dalla
Baviera, Paolo Ondarza, Radio Vaticana.
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Per
un bilancio del viaggio del Papa in Baviera
ascoltiamo il nostro direttore padre
Federico Lombardi, al microfono di Sergio
Centofanti:
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R.
– Direi che questo viaggio è riuscito nel
modo migliore possibile ed ha risposto
perfettamente alle attese sia per quanto
riguarda il Papa, sia per quanto riguarda la
Chiesa locale e la gente della Baviera. Il
clima dell’accoglienza è stato
meraviglioso e, naturalmente è andato
crescendo di calore con i
giorni, come avviene in tutti i
viaggi del Papa. Benedetto XVI era
evidentemente molto soddisfatto, in certi
momenti anche intensamente commosso. Il
fatto che abbia fatto, del tutto
spontaneamente, a braccio, l’omelia in
questo ultimo incontro nella Cattedrale di
Frisinga dimostra che anche per lui c’è
stato un crescendo di gioia.
D.
– Anche in questo viaggio Benedetto XVI
non ha mai fatto elenchi di “no”. “La
fede – dice – non è un cumulo di
proibizioni, è un’opzione posività”…
R.
– Sì, certamente. E’ stato un messaggio
estremamente incoraggiante e incoraggiante
soprattutto per la Chiesa locale, che
certamente vive in un tempo in cui la società
è in via di secolarizzazione e quindi
l’annuncio della fede non è semplice.
Incoraggiamento, questo, che il Papa ha dato
ai sacerdoti, ai diaconi, a tutti gli
operatori pastorali, ai credenti, facendo
vedere la loro presenza – diciamo –
attiva e viva nella società di oggi ed
incoraggiandola. E’ stato veramente un
punto molto, molto importante. Diverse
persone della Chiesa locale mi hanno detto,
in questi giorni, che avrà una efficacia
molto grande anche in seguito. Del resto il
tema stesso del viaggio - “Chi crede non
è mai solo” - voleva andare proprio in
questa direzione; voleva far vedere la
bellezza e la ricchezza della comunione nel
credere, comunione con Dio anzitutto, ma
anche poi con tutta la comunità dei
credenti, e le possibilità di dialogo, di
servizio, di arricchimento per la comunità
umana intera, che vengono dalla fede viva.
D.
– Il Papa è tornato a parlare di ragione
e di ragionevolezza della fede contro tutti
gli integralisti e gli irrazionalismi sia
religiosi che culturali. La fede invece - ha
detto – propone un autentico illuminismo
...
R.
– Sì, sembra che questo si stia
manifestando, con il tempo, anche uno dei
temi guida di questo pontificato, del
magistero di Benedetto XVI. Il rapporto
armonico tra fede e ragione è come qualcosa
che fonda il grande servizio che anche la
fede può svolgere per la civiltà umana nel
momento in cui attraversa, ma anche in
generale. La fede e la ragione si
arricchiscono a vicenda. Abbiamo notato come
anche in certi passaggi dei suoi discorsi,
il Papa ha fatto presente come anche la
fede, la retta idea di Dio, vada custodita
dalle sue corruzioni. E in questo certamente
anche la ragione diventa attiva
all’interno del mondo della fede, aiuta
moltissimo. Allo stesso tempo la fede
impedisce che la ragione si autolimiti nei
sui interessi, nei suoi obiettivi ed anche
nel suo campo di azione e quindi diventi
povera e incapace di guidare l’umanità di
fronte ai grandi interrogativi di sempre e
di fronte ai grandi problemi anche etici di
oggi.
D.
– Che dire dal punto di vista del
significato ecumenico del viaggio?
R.
– Il viaggio ha avuto un suo momento
ecumenico particolarmente importante: i
Vespri nella Cattedrale di Regensburg.
Diciamo, però, che tutto il viaggio ha
avuto un significato ecumenico, in quanto ha
avuto un importante concentrazione sulla
fede in Dio: in quale Dio? Il Dio di Gesù
Cristo, il Dio che si è rivelato in Gesù
Cristo, il Dio che è amore. Questi sono
fondamenti assolutamente comuni della fede
cristiana. L’annuncio, quindi, di
Benedetto XVI è stato in larghissima parte
un annuncio assolutamente condivisibile da
tutte le Chiese e le confessioni cristiane.
D.
– Infine, cosa resta nel cuore di questo
viaggio del Papa in Baviera?
R.
– Io credo che rimanga, per il Papa, una
grande gioia di aver riattinto forza,
slancio alle sue radici di fede; per la
Chiesa locale un grande incoraggiamento e
per la Chiesa tedesca e la cultura tedesca
un grande contributo di riflessione. Una
riflessione che si può poi allargare a
tutta la cultura europea, sull’importanza
del retto dialogo tra fede e ragione per il
bene della società moderna e, guardando poi
a tutto il mondo, per la possibilità di
dialogo con le altre culture, come ha messo
bene in rilievo il Papa, che sentono il
religioso come profondamente importante e
che quindi possono entrare in dialogo con
noi molto più fruttuosamente, se pure noi
viviamo una cultura rispettosa della
dimensione religiosa nell’integralità
della persona e della cultura umana.
**********
DISCORSO
DEL SANTO PADRE AI SACERDOTI DI FRISINGA
Venerati
Fratelli nell’Episcopato e nel Sacerdozio,
cari Diaconi permanenti!
È questo l’ultimo incontro in programma,
prima del congedo da questa amata Terra
bavarese, e sono molto lieto che esso si
svolga con voi, Sacerdoti e Diaconi
permanenti, pietre vive e scelte della
Chiesa. Rivolgo un fraterno saluto al
Cardinale Friedrich Wetter per le calorose
espressioni con cui ha interpretato i
sentimenti di tutti voi qui presenti: grazie
di cuore! Se qui, in questa magnifica
cattedrale di Freising, vago con lo sguardo,
tornano alla mia mente tanti ricordi di
tutti quegli anni in cui il mio cammino
verso il sacerdozio e poi l'esercizio del
ministero furono collegati con questo luogo.
E se penso alle generazioni di fedeli che
nel corso della storia, fin dall'arrivo dei
primi missionari, hanno impresso a questo
Paese l’orientamento cristiano che lo
distingue, trasmettendo a noi il tesoro
della fede, sale dal mio cuore un vivo
rendimento di grazie a Dio. Il “Padrone
della messe”, nel corso dei secoli, non ha
fatto mai mancare a questa terra gli
“operai”, i ministri della Parola e
dell’Altare, mediante i quali Egli stesso
ha voluto guidare e nutrire i nostri
antenati sulle strade del tempo verso la
patria celeste. Oggi tocca a noi, cari
Fratelli, compiere questo servizio, e sono
lieto di stare ora con voi come Vescovo di
Roma, per incoraggiarvi con affetto a non
stancarvi mai, ma a proseguire con fiducia
nel ministero che vi è stato affidato.
Abbiamo ascoltato il testo biblico tratto
dal capitolo nono del Vangelo di Matteo (vv.
35-38). In esso si può percepire il
manifestarsi di un atteggiamento interiore
di Gesù che ci interessa da vicino. È un
atteggiamento che caratterizza, per la verità,
tutta la sua vita pubblica. Qui si esprime
attraverso un’immagine di tipo agricolo.
Con uno sguardo che parte dal cuore, Gesù
riconosce nella gente intorno a sé la
“messe” di Dio Padre, pronta per essere
raccolta; ed è una messe abbondante: “la
messe è molta”, Egli dice (v. 37; cfr
anche Lc 10,2). Ritroviamo lo stesso tipo di
sguardo anche nel Vangelo di Giovanni, al
capitolo quarto, là dove, dopo il dialogo
con la Samaritana, Gesù si rivolge ai
discepoli dicendo: “Levate i vostri occhi
e guardate i campi che già biondeggiano per
la mietitura” (v. 35). Cristo vede il
mondo come il “campo di Dio” (cfr Mt
13,38-43), in cui va maturando un ricco
raccolto e c’è bisogno di mietitori. Una
simile prospettiva si intravede anche nel
Vangelo di Marco (4,26-29). L'atteggiamento
principale di Gesù che traspare in tutti
questi pronunciamenti è un ottimismo di
fondo, basato sulla fiducia nella potenza
del Padre, il “Padrone della messe” (Mt
9,38). Questa fiducia di Gesù diventa per
noi motivo di speranza, considerando la
capacità che Egli ha di scorgere, oltre il
velo delle apparenze, l’azione misteriosa
ma irresistibile del Padre. Il seme della
Parola di Dio è sempre fecondo. Per questo,
la messe di Dio cresce, anche se ciò non
appare evidente ad un occhio semplicemente
umano.
La vita del sacerdote, la natura stessa
della sua vocazione e del suo ministero, sta
tutta all’interno di questa prospettiva
che Gesù ci ha rivelato. È la prospettiva
che spinse Lui a percorrere le città e i
villaggi, insegnando nelle sinagoghe,
predicando il vangelo del Regno e curando i
malati (cfr Mt 9,35). Come il seminatore
della parabola, Egli ha sparso con generosità
apparentemente eccessiva il seme, parte del
quale è caduto anche sulla strada, nel
terreno sassoso o fra le spine (cfr Mt
13,3-8). In realtà, era una generosità che
poggiava sulla fiducia nella potenza del
Padre, capace di trasformare il terreno
sassoso o spinoso in terreno fertile. Anche
il sacerdote deve farsi permeare da questa
fiducia nella forza della Grazia, essendo
stato lui stesso un terreno che aveva avuto
bisogno di essere prima dissodato dal
Seminatore divino per diventare capace di
accogliere il seme e di lasciarlo sviluppare
fino a produrre una risposta piena e matura:
la risposta di un “Eccomi” pronunciato
nell’Ordinazione e rinnovato poi di giorno
in giorno, in comunione con Cristo, nella
celebrazione del Sacrificio eucaristico. La
progressiva assimilazione dei sentimenti del
suo Maestro porterà il sacerdote a
condividerne lo sguardo pieno di fiducia.
Entrando sempre più profondamente nella
logica di Gesù, egli imparerà a guardare
alla gente che lo circonda come alla
“messe di Dio”, pronta per essere
raccolta nei granai del Cielo (cfr Mt
13,30). La grazia opererà per suo mezzo ed
egli diventerà così suscitatore di
risposte sincere e generose alla chiamata di
Dio.
Occorre, però, sempre tener presente quello
che dice il nostro testo biblico: è “il
Padrone della messe” a “mandare” gli
operai nella sua messe (Mt 9,38). Gesù ai
suoi discepoli non ha dato il compito di
andare a chiamare altri volontari o di
organizzare campagne promozionali per
raccogliere nuove adesioni, ma di
“pregare” Dio. Che significa questo?
Forse che la pastorale vocazionale deve
limitarsi alla preghiera? Naturalmente no.
“Pregare il padrone della messe” vuol
dire qualcosa di più profondo: solo
rimanendo in intima comunione con il Padrone
della messe, solo vivendo, per così dire,
immersi nel suo “Cuore”, che è pieno di
amore e di compassione per l’umanità, si
può coinvolgere altri operai nel lavoro per
il Regno di Dio. Non ci si muove dunque
all’interno di una logica di numeri e di
efficienza, ma di gratuità e di dono. Ci si
muove entro la logica del chicco di grano
che porta frutto proprio nel momento in cui
scompare nel terreno e muore.
Gli “operai” della messe di Dio sono
coloro che sanno mettersi sulle orme di
Cristo. Ciò suppone il distacco da sé e la
“sintonizzazione” piena con la volontà
di Lui. E’ un impegno non facile perché
urta contro la “forza di gravità” a noi
connaturale, che ci porta a convergere sul
nostro io. Tale forza la vinciamo soltanto
se intraprendiamo un cammino pasquale di
morte e di risurrezione. In questo cammino
Cristo non solo ci ha preceduto, ma ci
accompagna, anzi ci viene incontro, come una
volta andò incontro a Simon Pietro, quando
questi, volendo andare verso di Lui sulle
acque, cominciò ad affondare (cfr Mt
14,28-31). Finché Pietro seppe tenere il
suo sguardo fisso in quello di Gesù, egli
poté camminare sulle acque agitate del lago
di Galilea restando, per così dire, nel
campo gravitazionale della sua Grazia.
Quando però distolse i suoi occhi da Lui,
si accorse della violenza del vento,
s'impaurì e cominciò ad affondare. Gesù
gli fece allora sperimentare la forza della
sua mano salvatrice, anticipando in certo
modo quello che sarebbe stato l’ultimo e
definitivo salvataggio dell’Apostolo: la
sua “risurrezione” dopo
l’“affondamento” del rinnegamento.
Attraverso questo cammino pasquale il
discepolo diventa un vero testimone del
Signore.
E qual è il compito del testimone? In che
cosa consiste il suo servizio? Sant’Agostino
ha cercato di spiegare l’essenza del
compito del ministro ordinato mediante due
definizioni che sono diventate classiche.
Egli lo qualifica innanzitutto come
“servus Christi” (cfr Sermo Guelf. 9,4;
Ep. 130; Ep. 228,2 ecc.) Ora, nel termine
“servo” è implicito un concetto di
relazione: il servo è tale in rapporto ad
un padrone. Qualificare il sacerdote
“servus Christi” significa sottolineare
che la sua esistenza ha un’essenziale
“connotazione relazionale”: in ogni sua
fibra egli è relativo a Cristo. Questo non
toglie nulla al suo riferimento alla comunità,
ne costituisce anzi il fondamento: proprio
perché “servo di Cristo”, egli è “in
nome di Lui, servo dei suoi servi”
(intestazione dell’Ep. 217 a Vitale; cfr
anche De pecc. mer. et rem. III; Ep. 130;
Sermo Guelf. 32,3 ecc.). In virtù del
carattere sacramentale, ricevuto
nell’Ordinazione, egli appartiene a Cristo
e ne condivide la dedizione senza riserve al
“corpo” della Chiesa. Questo dato
ontologico del ministero sacerdotale, che
giunge fin nell’essere dell’interessato,
crea in lui i presupposti di una radicalità
del servire che nell’ambito profano non
sarebbe immaginabile. L’altra definizione
su cui Agostino ritorna spesso per
qualificare il ministro ordinato è quella
di “vox Christi”. Egli sviluppa la
riflessione su questo tema meditando sulla
figura di Giovanni Battista (cfr Serm. 288;
293,3; Serm. Dolbeau 3, ecc.). Il Precursore
di Gesù definisce se stesso una semplice
“voce” mandata ad annunziare Cristo che
è la “Parola”; anche il ministro –
osserva Agostino - ha il compito di essere
“vox Verbi” (cfr Serm. 46,30-32),
“praedicator Verbi” (cfr Serm.
71,13/22), “Verbi prolator” (cfr En. in
ps. 134,1; Serm. 23,1, ecc.). E’ una
tematica che in Agostino ritorna spesso; in
essa emerge ancora una volta la
“connotazione relazionale” del ministro:
come “voce” egli è relativo alla
“Parola” che è Cristo. Si rivelano qui
la grandezza e l’umiltà del ministero
ordinato. Come Giovanni Battista, il
sacerdote e il diacono non sono che i
precursori, i servitori della Parola. Al
centro non stanno loro ma Cristo, di cui
essi devono essere “voce” con tutta la
loro esistenza.
Proprio da questa riflessione scaturisce la
risposta ad una domanda che ogni pastore
d'anime responsabile non può non porsi,
soprattutto nella situazione attuale di
crescente carenza di sacerdoti: come
conservare l’unità interiore
nell’attivismo a volte logorante del
ministero? L’approccio alla soluzione di
questo problema sta nell’intima comunione
con Cristo, il cui cibo era fare la volontà
del Padre (cfr Gv 4,34). È importante che
il rapporto ontologico con Cristo, donato
nell'Ordinazione, diventi vivo nella
coscienza e quindi nell’agire: tutto ciò
che faccio, lo faccio in comunione con Lui.
Proprio facendolo sono con Lui. Quanto vi è
di molteplice e, visto dall’esterno,
addirittura di contrapposto nelle mie
attività, si trova unificato a livello di
motivazione di fondo: è tutto un essere con
Cristo, un agire come strumento in comunione
con Lui. Da ciò emerge una nuova visione
dell’ascesi sacerdotale. Essa non è da
collocare accanto all’agire pastorale come
un peso aggiuntivo, un altro compito che
sovraccarica ulteriormente la mia giornata.
Nell’azione stessa io apprendo a
superarmi, a donare la mia vita con serenità;
nella delusione e nell’insuccesso imparo a
rinunciare, ad accettare il dolore, a
distaccarmi da me stesso. Nella gioia della
riuscita apprendo la gratitudine.
Nell’amministrazione dei sacramenti li
ricevo interiormente io stesso… Questa
ascesi del servizio, il servizio stesso come
la vera ascesi della mia vita, è
senz’altro un motivo molto importante che
richiede però sempre di nuovo un
riordinamento interiore dell’agire a
partire dall’essere.
Anche se il sacerdote cerca di vivere il
servizio come ascesi e l’agire
sacramentale come incontro personale con
Cristo, avrà tuttavia bisogno di momenti
per prendere fiato, affinché questo
orientamento interiore possa effettivamente
diventare reale. Gesù stesso, quando i suoi
discepoli tornarono dal loro primo invio
missionario, li invitò dicendo: “Venite
in disparte, in un luogo solitario, e
riposatevi un po’” (Mc 6,31). Il
generoso spendersi per gli altri non é
possibile senza la disciplina e il costante
ricupero di una vera interiorità piena di
fede. L’efficacia dell’azione pastorale
dipende, in definitiva, dalla preghiera;
altrimenti il servizio diventa vuoto
attivismo. Perciò il tempo dell’incontro
immediato con Dio nella preghiera a buona
ragione può essere qualificato come la
priorità pastorale per eccellenza: è il
respiro dell’anima, senza il quale il
sacerdote necessariamente resta “senza
fiato”, privo dell’“ossigeno”
dell’ottimismo e della gioia, di cui
abbisogna per lasciarsi mandare, giorno per
giorno, come operaio nella messe del
Signore. Amen!