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VISITA
A SAN GIOVANNI ROTONDO (21 GIUGNO 2009) |
OMELIA
DEL SANTO PADRE BENEDETTO XVI
Sagrato della
Chiesa di San Pio da Pietrelcina
Domenica, 21 giugno
2009
Cari
fratelli e sorelle!
Nel cuore
del mio pellegrinaggio in questo luogo, dove tutto parla
della vita e della santità di Padre
Pio da Pietrelcina, ho la gioia di celebrare per voi e
con voi l'Eucaristia, mistero che ha costituito il centro
di tutta la sua esistenza: l'origine della sua vocazione,
la forza della sua testimonianza, la consacrazione del suo
sacrificio. Con grande affetto saluto tutti voi, qui
convenuti numerosi, e quanti sono con noi collegati
mediante la radio e la televisione. Saluto, in primo
luogo, l'Arcivescovo Domenico Umberto D'Ambrosio, che,
dopo anni di fedele servizio a questa Comunità diocesana,
si appresta ad assumere la cura dell'Arcidiocesi di Lecce.
Lo ringrazio cordialmente anche perché si è fatto
interprete dei vostri sentimenti. Saluto gli altri Vescovi
concelebranti. Un saluto speciale rivolgo ai Frati
Cappuccini con il Ministro Generale, Fra Mauro Jöhri, il
Definitorio Generale, il Ministro Provinciale, il Padre
Guardiano del Convento, il Rettore del Santuario e la
Fraternità Cappuccina di San Giovanni Rotondo. Saluto
inoltre con riconoscenza quanti offrono il loro contributo
nel servizio del Santuario e delle opere annesse; saluto
le Autorità civili e militari; saluto i sacerdoti, i
diaconi, gli altri religiosi e religiose e tutti i fedeli.
Un pensiero affettuoso indirizzo a quanti sono nella Casa
Sollievo della Sofferenza, alle persone sole e a tutti gli
abitanti di questa vostra Città.
Abbiamo
appena ascoltato il Vangelo della tempesta sedata, al
quale è stato accostato un breve ma incisivo testo del Libro
di Giobbe, in cui Dio si rivela come il Signore del
mare. Gesù minaccia il vento e ordina al mare di
calmarsi, lo interpella come se esso si identificasse con
il potere diabolico. In effetti, secondo quanto ci dicono
la prima Lettura e il Salmo 106/107, il mare nella Bibbia
è considerato un elemento minaccioso, caotico,
potenzialmente distruttivo, che solo Dio, il Creatore, può
dominare, governare e tacitare.
C'è però
un'altra forza - una forza positiva - che muove il mondo,
capace di trasformare e rinnovare le creature: la forza
dell'"amore del Cristo", (2 Cor 5, 14) -
come la chiama san Paolo nella Seconda Lettera ai
Corinzi -: non quindi essenzialmente una forza
cosmica, bensì divina, trascendente. Agisce anche sul
cosmo ma, in se stesso, l'amore di Cristo è un potere
"altro", e questa sua alterità trascendente, il
Signore l'ha manifestata nella sua Pasqua, nella
"santità" della "via" da Lui scelta
per liberarci dal dominio del male, come era avvenuto per
l'esodo dall'Egitto, quando aveva fatto uscire gli Ebrei
attraverso le acque del Mar Rosso. "O Dio - esclama
il salmista -, santa è la tua via... Sul mare la tua via,
/ i tuoi sentieri sulle grandi acque" (Sal
77/76, 14.20). Nel mistero pasquale, Gesù è passato
attraverso l'abisso della morte, poiché Dio ha voluto così
rinnovare l'universo: mediante la morte e risurrezione del
suo Figlio "morto per tutti", perché tutti
possano vivere "per colui che è morto e risorto per
loro" (2 Cor 5, 16), e non vivano solo per se
stessi.
Il gesto
solenne di calmare il mare in tempesta è chiaramente
segno della signoria di Cristo sulle potenze negative e
induce a pensare alla sua divinità: "Chi è dunque
costui - si domandano stupiti e intimoriti i discepoli -,
che anche il vento e il mare gli obbediscono?" (Mc
4, 41). La loro non è ancora fede salda, si sta formando;
è un misto di paura e di fiducia; l'abbandono confidente
di Gesù al Padre è invece totale e puro. Perciò, per
questo potere dell'amore, Egli può dormire durante la
tempesta, completamente sicuro nelle braccia di Dio. Ma
verrà il momento in cui anche Gesù proverà paura e
angoscia: quando verrà la sua ora, sentirà su di sé
tutto il peso dei peccati dell'umanità, come un'onda di
piena che sta per rovesciarsi su di Lui. Quella sì, sarà
una tempesta terribile, non cosmica, ma spirituale. Sarà
l'ultimo, estremo assalto del male contro il Figlio di
Dio.
Ma in
quell'ora Gesù non dubitò del potere di Dio Padre e
della sua vicinanza, anche se dovette sperimentare
pienamente la distanza dell'odio dall'amore, della
menzogna dalla verità, del peccato dalla grazia.
Sperimentò questo dramma in se stesso in maniera
lacerante, specialmente nel Getsemani, prima dell'arresto,
e poi durante tutta la passione, fino alla morte in croce.
In quell'ora, Gesù da una parte fu un tutt'uno con il
Padre, pienamente abbandonato a Lui; dall'altra, in
quanto solidale con i peccatori, fu come separato e si
sentì come abbandonato da Lui.
Alcuni
Santi hanno vissuto intensamente e personalmente questa
esperienza di Gesù. Padre
Pio da Pietrelcina è uno di loro. Un uomo semplice,
di origini umili, "afferrato da Cristo" (Fil
3, 12) - come scrive di sé l'apostolo Paolo - per farne
uno strumento eletto del potere perenne della sua Croce:
potere di amore per le anime, di perdono e di
riconciliazione, di paternità spirituale, di solidarietà
fattiva con i sofferenti. Le stigmate, che lo segnarono
nel corpo, lo unirono intimamente al Crocifisso-Risorto.
Autentico seguace di san Francesco d'Assisi, fece propria,
come il Poverello, l'esperienza dell'apostolo Paolo, così
come egli la descrive nelle sue Lettere: "Sono stato
crocifisso con Cristo, e non vivo più io, ma Cristo vive
in me" (Gal 2, 20); oppure: "In noi
agisce la morte, in voi la vita" (2 Cor 5,
12). Questo non significa alienazione, perdita della
personalità: Dio non annulla mai l'umano, ma lo trasforma
con il suo Spirito e lo orienta al servizio del suo
disegno di salvezza. Padre Pio conservò i propri doni
naturali, e anche il proprio temperamento, ma offrì ogni
cosa a Dio, che ha potuto servirsene liberamente per
prolungare l'opera di Cristo: annunciare il Vangelo,
rimettere i peccati e guarire i malati nel corpo e nello
spirito.
Come è
stato per Gesù, la vera lotta, il combattimento radicale
Padre Pio ha dovuto sostenerli non contro nemici terreni,
bensì contro lo spirito del male (cfr. Ef 6, 12).
Le più grandi "tempeste" che lo minacciavano
erano gli assalti del diavolo, dai quali egli si difese
con "l'armatura di Dio", con "lo scudo
della fede" e "la spada dello Spirito, che è la
parola di Dio" (Ef 6, 11.16.17). Rimanendo
unito a Gesù, egli ha avuto sempre di mira la profondità
del dramma umano, e per questo si è offerto e ha offerto
le sue tante sofferenze, ed ha saputo spendersi per la
cura ed il sollievo dei malati, segno privilegiato della
misericordia di Dio, del suo Regno che viene, anzi, che è
già nel mondo, della vittoria dell'amore e della vita sul
peccato e sulla morte. Guidare le anime e alleviare la
sofferenza: così si può riassumere la missione di san
Pio da Pietrelcina, come ebbe a dire di lui anche il
servo di Dio, il Papa Paolo VI: "Era un uomo di
preghiera e di sofferenza" (Ai Padri Capitolari
Cappuccini, 20 febbraio 1971).
Cari
amici, Frati Minori Cappuccini, membri dei Gruppi di
preghiera e fedeli tutti di San Giovanni Rotondo, voi
siete gli eredi di Padre Pio e l'eredità che vi ha
lasciato è la santità. In una sua lettera scrive:
"Sembra che Gesù non abbia altra cura per le mani se
non quella di santificare l'anima vostra" (Epist.
II, p. 155). Questa era sempre la sua prima
preoccupazione, la sua ansia sacerdotale e paterna: che le
persone ritornassero a Dio, che potessero sperimentare la
sua misericordia e, interiormente rinnovate, riscoprissero
la bellezza e la gioia di essere cristiani, di vivere in
comunione con Gesù, di appartenere alla sua Chiesa e
praticare il Vangelo. Padre Pio attirava sulla via della
santità con la sua stessa testimonianza, indicando con
l'esempio il "binario" che ad essa conduce: la
preghiera e la carità.
Prima di
tutto la preghiera. Come tutti i grandi uomini di
Dio, Padre Pio era diventato lui stesso preghiera, anima e
corpo. Le sue giornate erano un rosario vissuto, cioè una
continua meditazione e assimilazione dei misteri di Cristo
in unione spirituale con la Vergine Maria. Si spiega così
la singolare compresenza in lui di doni soprannaturali e
di concretezza umana.
E tutto
aveva il suo culmine nella celebrazione della santa Messa:
lì egli si univa pienamente al Signore morto e risorto.
Dalla preghiera, come da fonte sempre viva, sgorgava la carità.
L'amore che egli portava nel cuore e trasmetteva agli
altri era pieno di tenerezza, sempre attento alle
situazioni reali delle persone e delle famiglie.
Specialmente verso i malati e i sofferenti nutriva la
predilezione del Cuore di Cristo, e proprio da questa ha
preso origine e forma il progetto di una grande opera
dedicata al "sollievo della sofferenza". Non si
può capire né interpretare adeguatamente tale
istituzione se la si scinde dalla sua fonte ispiratrice,
che è la carità evangelica, animata a sua volta dalla
preghiera.
Tutto
questo, carissimi, Padre Pio ripropone oggi alla nostra
attenzione. I rischi dell'attivismo e della
secolarizzazione sono sempre presenti; perciò la mia
visita ha anche lo scopo di confermarvi nella fedeltà
alla missione ereditata dal vostro amatissimo Padre. Molti
di voi, religiosi, religiose e laici, siete talmente presi
dalle mille incombenze richieste dal servizio ai
pellegrini, oppure ai malati nell'ospedale, da correre il
rischio di trascurare la cosa veramente necessaria:
ascoltare Cristo per compiere la volontà di Dio. Quando
vi accorgete che siete vicini a correre questo rischio,
guardate a Padre Pio: al suo esempio, alle sue sofferenze;
e invocate la sua intercessione, perché vi ottenga dal
Signore la luce e la forza di cui avete bisogno per
proseguire la sua stessa missione intrisa di amore per Dio
e di carità fraterna. E dal cielo continui egli ad
esercitare quella squisita paternità spirituale che lo ha
contraddistinto durante l'esistenza terrena; continui ad
accompagnare i suoi confratelli, i suoi figli spirituali e
l'intera opera che ha iniziato. Insieme a san Francesco, e
alla Madonna, che ha tanto amato e fatto amare in questo
mondo, vegli su voi tutti e sempre vi protegga. Ed allora,
anche nelle tempeste che possono alzarsi improvvise,
potrete sperimentare il soffio dello Spirito Santo che è
più forte di ogni vento contrario e spinge la barca della
Chiesa ed ognuno di noi. Ecco perché dobbiamo vivere
sempre nella serenità e coltivare nel cuore la gioia
rendendo grazie al Signore. "Il suo amore è per
sempre" (Salmo resp.). Amen!
©
Copyright 2009 - Libreria Editrice Vaticana
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BENEDETTO XVI
ANGELUS
Sagrato della
Chiesa di San Pio da Pietrelcina
Domenica, 21 giugno
2009
Cari
fratelli e sorelle,
al
termine di questa
solenne Celebrazione, vi invito a recitare con me
-come ogni domenica - la preghiera mariana dell'Angelus.
Ma qui, nel santuario di san
Pio da Pietrelcina, ci sembra di sentire la sua stessa
voce, che ci esorta a rivolgerci con cuore di figli alla
Vergine Santa: "Amate la Madonna e fatela
amare". Così egli ripeteva a tutti, e più delle
parole valeva la testimonianza esemplare della sua
profonda devozione alla Madre celeste. Battezzato nella
chiesa di Santa Maria degli Angeli di Pietrelcina col nome
di Francesco, come il Poverello di Assisi nutrì sempre
per la Vergine un amore tenerissimo. La Provvidenza lo
condusse poi qui, a San Giovanni Rotondo, presso il
Santuario di Santa Maria delle Grazie, dove è rimasto
fino alla morte e dove riposano le sue spoglie mortali.
Tutta la sua vita e il suo apostolato si sono svolti
dunque sotto lo sguardo materno della Madonna e con la
potenza della sua intercessione. Anche la Casa Sollievo
della Sofferenza egli la considerava opera di Maria,
"Salute dei malati". Pertanto, cari amici,
sull'esempio di Padre Pio, anch'io oggi voglio affidarvi
tutti alla materna protezione della Madre di Dio. In modo
particolare la invoco per la comunità dei Frati
Cappuccini, per i malati dell'Ospedale e per quanti con
amore se ne prendono cura, come pure per i Gruppi di
Preghiera che portano avanti in Italia e nel mondo la
consegna spirituale del Santo fondatore.
All'intercessione
della Madonna e di san Pio da Pietrelcina vorrei affidare
in modo speciale l'Anno
Sacerdotale, che
ho inaugurato venerdì scorso, Solennità del Sacro Cuore
di Gesù. Sia esso un'occasione privilegiata per porre
in luce il valore della missione e della santità dei
sacerdoti al servizio della Chiesa e dell'umanità del
terzo millennio!
Preghiamo
quest'oggi anche per la situazione difficile e talora
drammatica dei rifugiati. Si è celebrata proprio ieri la
Giornata Mondiale del Rifugiato, promossa dalle Nazioni
Unite. Molte sono le persone che cercano rifugio in altri
Paesi fuggendo da situazioni di guerra, persecuzione e
calamità, e la loro accoglienza pone non poche difficoltà,
ma è tuttavia doverosa. Voglia Iddio che, con l'impegno
di tutti, si riesca il più possibile a rimuovere le cause
di un fenomeno tanto triste.
Con
grande affetto saluto tutti i pellegrini qui convenuti.
Esprimo la mia riconoscenza alle Autorità civili e a
quanti hanno collaborato alla preparazione della mia
visita. Grazie di cuore! A tutti ripeto: camminate sulla
via che Padre
Pio vi ha indicato, la via della santità secondo il
Vangelo del nostro Signore Gesù Cristo. Su questa via vi
precederà sempre la Vergine Maria, e con mano materna vi
guiderà alla patria celeste.

Dopo
l'Angelus:
In
Polonia si celebra oggi il millennio del martirio di san
Bruno di Querfurt, perciò ho un messaggio per i fedeli
polacchi.
Z San
Giovanni Rotondo, z Sanktuarium swietego Ojca Pio z
Pietrelciny, pozdrawiam serdecznie Polaków, a szczególnie
uczestników uroczystosci milenijnych ku czci swietego
Brunona z Kwerfurtu, meczennika, którzy dzisiaj w Gizycku
dziekuja Bogu za dar wiary przyniesiony przez tego
wielkiego Misjonarza. Niech jego starania o dobre relacje
miedzy narodami owocuja duchem zgody i bliskosci oraz
gorliwoscia serc w gloszeniu Ewangelii. Z serca wszystkim
blogoslawie.
[Da
San Giovanni Rotondo, presso il Santuario di San Pio da
Pietrelcina, saluto cordialmente i Polacchi,
particolarmente i partecipanti al millenario del martirio
di san Bruno di Querfurt che oggi, a Gizycko, ringraziano
Dio per il dono della fede portata da questo grande
Missionario. Che il suo sforzo in favore dei buoni
rapporti tra le nazioni fruttifichi nella loro concordia e
nello zelo per l'annuncio del Vangelo. Tutti vi benedico
di cuore.]
©
Copyright 2009 - Libreria Editrice Vaticana
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INCONTRO CON
GLI AMMALATI,
IL PERSONALE MEDICO E I DIRIGENTI DELL'OSPEDALE
DISCORSO
DEL SANTO PADRE BENEDETTO XVI
Ingresso
monumentale della Casa Sollievo della Sofferenza
Domenica, 21 giugno 2009
Cari
fratelli e sorelle,
cari ammalati,
in questa
mia visita a San Giovanni Rotondo, non poteva mancare una
sosta nella Casa Sollievo della Sofferenza, ideata e
voluta da san
Pio da Pietrelcina quale "luogo di preghiera e di
scienza dove il genere umano si ritrovi in Cristo
Crocifisso come un solo gregge con un solo pastore".
Proprio per questo volle affidarla al sostegno materiale e
soprattutto spirituale dei Gruppi di Preghiera, che qui
hanno il centro della loro missione al servizio della
Chiesa. Padre
Pio voleva che in questa attrezzata struttura
sanitaria si potesse toccare con mano che l'impegno della
scienza nel curare il malato non deve mai disgiungersi da
una filiale fiducia verso Dio, infinitamente tenero e
misericordioso. Inaugurandola, il 5 maggio del 1956, la
definì "creatura della Provvidenza" e parlava
di questa istituzione come di "un seme deposto da Dio
sulla terra, che Egli riscalderà con i raggi del suo
amore".
Eccomi,
dunque, tra voi per ringraziare Iddio per il bene che, da
più di cinquant'anni, fedeli alle direttive di un umile
Frate Cappuccino, voi fate in questa "Casa Sollievo
della Sofferenza", con riconosciuti risultati sul
piano scientifico e medico. Non mi è purtroppo possibile,
come pur desidererei, visitarne ogni padiglione e salutare
uno ad uno i degenti insieme a coloro che di essi si
prendono cura. Mi preme però far giungere a ciascuno -
malati, medici, familiari, operatori sanitari e pastorali
- una parola di paterno conforto e di incoraggiamento a
proseguire insieme quest'opera evangelica a sollievo della
vita sofferente, valorizzando ogni risorsa per il bene
umano e spirituale degli ammalati e dei loro familiari.
Con
questi sentimenti, saluto cordialmente voi tutti, a
cominciare da voi, fratelli e sorelle che siete provati
dalla malattia. Saluto poi i medici, gli infermieri e il
personale sanitario ed amministrativo. Saluto voi,
venerati Padri Cappuccini, che, come Cappellani,
proseguite l'apostolato del vostro santo Confratello.
Saluto i Presuli e, in primo luogo, l'Arcivescovo Domenico
Umberto D'Ambrosio, già Pastore di questa Diocesi e ora
chiamato a guidare la comunità arcidiocesana di Lecce;
gli sono grato per le parole che mi ha voluto indirizzare
a vostro nome. Saluto poi, il Direttore Generale
dell'Ospedale, il Dottor Domenico Crupi, e il
rappresentante degli ammalati, e sono riconoscente per le
gentili e cordiali espressioni che essi mi hanno poc'anzi
rivolto, permettendomi di meglio conoscere quanto qui
viene compiuto e lo spirito con cui voi lo realizzate.
Ogni volta che si entra in un luogo di cura, il pensiero
va naturalmente al mistero della malattia e del dolore,
alla speranza della guarigione e al valore inestimabile
della salute, di cui ci si rende conto spesso soltanto
allorché essa viene a mancare. Negli ospedali si tocca
con mano la preziosità della nostra esistenza, ma anche
la sua fragilità. Seguendo l'esempio di Gesù, che
percorreva tutta la Galilea, "curando ogni sorta di
malattie e di infermità nel popolo" (Mt 4,
23), la Chiesa, fin dalle sue origini, mossa dallo Spirito
Santo, ha considerato un proprio dovere e privilegio stare
accanto a chi soffre, coltivando un'attenzione
preferenziale per i malati.
La
malattia, che si manifesta in tante forme e colpisce in
modi diversi, suscita inquietanti domande: Perché
soffriamo? Può ritenersi positiva l'esperienza del
dolore? Chi ci può liberare dalla sofferenza e dalla
morte? Interrogativi esistenziali, che restano umanamente
il più delle volte senza risposta, dato che il soffrire
costituisce un enigma imperscrutabile alla ragione. La
sofferenza fa parte del mistero stesso della persona
umana. È quanto ho sottolineato nell'Enciclica Spe
salvi, notando che "essa deriva, da una
parte, dalla nostra finitezza, dall'altra, dalla massa di
colpa che, nel corso della storia si è accumulata e anche
nel presente cresce in modo inarrestabile". Ed ho
aggiunto che "certamente bisogna fare tutto il
possibile per diminuire la sofferenza... ma eliminarla
completamente dal mondo non sta nelle nostre possibilità
semplicemente perché... nessuno di noi è in grado di
eliminare il potere del male... continuamente fonte di
sofferenza" (cfr. n. 36).
Chi può
eliminare il potere del male è solo Dio. Proprio per il
fatto che Gesù Cristo è venuto nel mondo per rivelarci
il disegno divino della nostra salvezza, la fede ci aiuta
a penetrare il senso di tutto l'umano e quindi anche del
soffrire. Esiste, quindi, un'intima relazione fra la Croce
di Gesù - simbolo del supremo dolore e prezzo della
nostra vera libertà - e il nostro dolore, che si
trasforma e si sublima quando è vissuto nella
consapevolezza della vicinanza e della solidarietà di
Dio. Padre
Pio aveva intuito tale profonda verità e, nel primo
anniversario dell'inaugurazione di quest'Opera, ebbe a
dire che in essa "il sofferente deve vivere l'amore
di Dio per mezzo della saggia accettazione dei suoi
dolori, della serena meditazione del suo destino a
Lui" (Discorso del 5 maggio 1957). Annotava
ancora che nella Casa Sollievo "ricoverati, medici,
sacerdoti saranno riserve di amore, che tanto più sarà
abbondante in uno, tanto più si comunicherà agli
altri" (ibid.).
Essere
"riserve di amore": Ecco, cari fratelli e
sorelle, la missione che questa sera il nostro Santo
richiama a voi, che a vario titolo formate la grande
famiglia di questa Casa Sollievo della Sofferenza. Il
Signore vi aiuti a realizzare il progetto avviato da Padre
Pio con l'apporto di tutti: dei medici e dei
ricercatori scientifici, degli operatori sanitari e dei
collaboratori dei vari uffici, dei volontari e dei
benefattori, dei Frati Cappuccini e degli altri Sacerdoti.
Senza dimenticare i gruppi di preghiera che,
"affiancati alla Casa del Sollievo, sono le posizioni
avanzate di questa Cittadella della carità, vivai di
fede, focolai d'amore" (Padre Pio, Discorso
del 5 maggio 1966). Su tutti e ciascuno invoco
l'intercessione di Padre
Pio e la materna protezione di Maria, Salute dei
malati. Grazie ancora per la vostra accoglienza e, mentre
assicuro la mia preghiera per ciascuno di voi, di cuore
tutti vi benedico.
©
Copyright 2009 - Libreria Editrice Vaticana
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DISCORSO
DEL SANTO PADRE BENEDETTO XVI
Chiesa di San
Pio da Pietrelcina
Domenica, 21 giugno 2009
Cari
sacerdoti,
cari religiosi e religiose,
cari giovani,
con
questo nostro incontro si chiude il mio pellegrinaggio a
San Giovanni Rotondo. Sono grato all'Arcivescovo di Lecce,
Amministratore Apostolico di questa Diocesi, Mons.
Domenico Umberto D'Ambrosio, e al Padre Mauro Jöhri,
Ministro Generale dei Frati Minori Cappuccini, per le
parole di cordiale benvenuto che mi hanno rivolto a nome
vostro. Il mio saluto si volge ora a voi, cari sacerdoti,
che siete ogni giorno impegnati al servizio del popolo di
Dio come guide sagge e assidui operai nella vigna del
Signore. Saluto con affetto anche le care persone
consacrate, chiamate ad offrire una testimonianza di
totale dedizione a Cristo mediante la fedele pratica dei
consigli evangelici. Un pensiero speciale per voi, cari
Frati Cappuccini, che curate con amore questa oasi di
spiritualità e di solidarietà evangelica, accogliendo
pellegrini e devoti richiamati dalla viva memoria del
vostro santo confratello Padre
Pio da Pietrelcina. Grazie di cuore per questo
prezioso servizio che rendete alla Chiesa e alle anime che
qui riscoprono la bellezza della fede e il calore della
tenerezza divina. Saluto voi, cari giovani, ai quali il
Papa guarda con fiducia come al futuro della Chiesa e
della società. Qui, a San Giovanni Rotondo, tutto parla
della santità di un umile frate e zelante sacerdote, che
questa sera, invita anche noi ad aprire il cuore alla
misericordia di Dio; ci esorta ad essere santi, cioè
sinceri e veri amici di Gesù. E grazie delle parole dei
vostri giovani rappresentanti.
Cari
sacerdoti, proprio l'altro
ieri, solennità del Sacro Cuore di Gesù e Giornata di
santità sacerdotale, abbiamo iniziato l'Anno
Sacerdotale, durante il quale ricorderemo con
venerazione ed affetto il 150 anniversario della morte di
san Giovanni Maria Vianney, il santo Curato d'Ars. Nella
lettera che ho scritto per l'occasione, ho voluto
sottolineare quanto sia importante la santità dei
sacerdoti per la vita e la missione della Chiesa. Come il
Curato d'Ars, anche Padre
Pio ci ricorda la dignità e la responsabilità del
ministero sacerdotale. Chi non restava colpito dal fervore
con cui egli riviveva la Passione di Cristo in ogni
celebrazione eucaristica? Dall'amore per l'Eucaristia
scaturiva in lui come nel Curato d'Ars una totale
disponibilità all'accoglienza dei fedeli, soprattutto dei
peccatori. Inoltre, se san Giovanni Maria Vianney, in
un'epoca tormentata e difficile, cercò in ogni modo, di
far riscoprire ai suoi parrocchiani il significato e la
bellezza della penitenza sacramentale, per il santo Frate
del Gargano, la cura delle anime e la conversione dei
peccatori furono un anelito che lo consumò fino alla
morte. Quante persone hanno cambiato vita grazie al suo
paziente ministero sacerdotale; quante lunghe ore egli
trascorreva in confessionale! Come per il Curato d'Ars, è
proprio il ministero di confessore a costituire il maggior
titolo di gloria e il tratto distintivo di questo santo
Cappuccino. Come allora non renderci conto dell'importanza
di partecipare devotamente alla celebrazione eucaristica e
di accostarsi frequentemente al sacramento della
Confessione? In particolare, il sacramento della Penitenza
va ancor più valorizzato, e i sacerdoti non dovrebbero
mai rassegnarsi a vedere deserti i loro confessionali né
limitarsi a constatare la disaffezione dei fedeli per
questa straordinaria fonte di serenità e di pace.
C'è poi
un altro grande insegnamento che possiamo trarre dalla
vita di Padre
Pio: il valore e la necessità della preghiera.
A chi gli chiedeva un parere sulla sua persona, egli
soleva rispondere: "Non sono che un povero
frate che prega". Ed effettivamente pregava
sempre e dovunque con umiltà, fiducia e perseveranza.
Ecco allora un punto fondamentale non solo per la
spiritualità del sacerdote, ma anche per quella di ogni
cristiano, ed ancor più per la vostra, cari religiosi e
religiose, scelti per seguire più da vicino Cristo
mediante la pratica dei voti di povertà, castità e
obbedienza. Talora si può essere presi da un certo
scoraggiamento dinanzi all'affievolimento e persino
all'abbandono della fede, che si registra nelle nostre
società secolarizzate. Sicuramente occorre trovare nuovi
canali per comunicare la verità evangelica agli uomini e
alle donne del nostro tempo, ma poiché il contenuto
essenziale dell'annuncio cristiano resta sempre lo stesso,
è necessario tornare alla sua sorgente originaria, a Gesù
Cristo che è "lo stesso ieri e oggi e sempre" (Eb,
13, 8). La vicenda umana e spirituale di Padre
Pio insegna che solo un'anima intimamente unita al
Crocifisso riesce a trasmettere anche ai lontani la gioia
e la ricchezza del Vangelo.
All'amore
per Cristo è inevitabilmente unito l'amore per la sua
Chiesa, guidata ed animata dalla potenza dello Spirito
Santo, nella quale ognuno di noi ha un ruolo e una
missione da compiere. Cari sacerdoti, cari religiosi e
religiose, diversi sono i compiti che vi sono affidati e i
carismi dei quali siete interpreti, ma unico sia sempre lo
spirito con cui realizzarli, perché la vostra presenza e
la vostra azione all'interno del popolo cristiano,
diventino eloquente testimonianza del primato di Dio nella
vostra esistenza. Non era forse proprio questo ciò che
tutti percepivano in san Pio da Pietrelcina?
Permettete
ora che rivolga una parola speciale ai giovani, che vedo
così numerosi ed entusiasti. Cari amici, grazie per la
vostra accoglienza calorosa e per i fervidi sentimenti di
cui si sono fatti interpreti i vostri rappresentanti. Ho
notato che il piano pastorale della vostra Diocesi, per il
triennio 2007-2010, dedica molta attenzione alla missione
nei confronti della gioventù e della famiglia e sono
certo che dall'itinerario di ascolto, di confronto, di
dialogo e di verifica nel quale siete impegnati,
scaturiranno una sempre maggiore cura delle famiglie e un
puntuale ascolto delle reali attese delle nuove
generazioni. Ho presente i problemi che vi assillano, cari
ragazzi e ragazze, e rischiano di soffocare gli entusiasmi
tipici della vostra giovinezza. Tra questi, in
particolare, cito il fenomeno della disoccupazione, che
interessa in maniera drammatica non pochi giovani e
ragazze del Mezzogiorno d'Italia. Non perdetevi d'animo!
Siate "giovani dal cuore grande", come vi è
stato ripetuto spesso quest'anno a partire dalla Missione
Diocesana Giovani, animata e guidata dal Seminario
Regionale di Molfetta nel settembre scorso. La Chiesa non
vi abbandona. Voi non abbandonate la Chiesa! C'è bisogno
del vostro apporto per costruire comunità cristiane vive,
e società più giuste e aperte alla speranza. E se volete
avere il "cuore grande", mettetevi alla scuola
di Gesù. Proprio l'altro giorno abbiamo contemplato il
suo Cuore grande e colmo di amore per l'umanità. Mai Egli
vi abbandonerà o tradirà la vostra fiducia, mai vi
condurrà per sentieri sbagliati. Come Padre
Pio, anche voi siate fedeli amici del Signore Gesù,
intrattenendo con Lui un quotidiano rapporto mediante la
preghiera e l'ascolto della sua Parola, l'assidua pratica
dei Sacramenti e l'appartenenza cordiale alla sua
famiglia, che è la Chiesa.
Questo
deve essere alla base del programma di vita di ciascuno di
voi, cari giovani, come pure di voi, cari sacerdoti e di
voi, cari religiosi e religiose. Per ciascuno e ciascuna
assicuro la mia preghiera, mentre imploro la materna
protezione di Santa Maria delle Grazie, che veglia su di
voi dal suo Santuario nella cui cripta riposano le spoglie
di Padre
Pio. Di cuore vi ringrazio, ancora una volta, per la
vostra accoglienza e vi benedico tutti, insieme alle
vostre famiglie, comunità, parrocchie e all'intera vostra
Diocesi.
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