DISCORSO
AI SEMINARISTI (5 marzo 2011)
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Vaticana 5 marzo 2011
Il
Papa ai seminaristi per la Festa della Madonna della
Fiducia: l'amore cristiano è vincolo che libera
“L’unità
della Chiesa non è data da uno stampo imposto
dall’esterno, ma è frutto di una concordia, di un
comune impegno di comportarsi come Gesù, in forza del suo
spirito”. Così il Papa ieri sera nella visita al
Seminario Romano Maggiore alla vigilia della Festa della
Madonna della Fiducia, Patrona dell’Istituto. Durante
l’incontro Benedetto XVI ha tenuto una lectio divina a
tutti i seminaristi della Diocesi di Roma incentrata su un
brano della lettera di San Paolo agli Efesini. Il servizio
è di Paolo Ondarza:
(canto)
“L’amore cristiano è un vincolo che libera”, lo
testimoniava San Paolo “prigioniero” a motivo del
Signore e lo ha ricordato Benedetto XVI ai seminaristi
della diocesi di Roma. “Un vincolo con il quale ci
leghiamo sia gli uni agli altri, sia con Dio. “Non una
catena che ferisce o dà crampi alle mani, ma le lascia
libere. Conservare l’unità dello spirito – ha
proseguito – comporta “improntare il proprio
comportamento all’umiltà, dolcezza e magnanimità di
Gesù Cristo nella Passione. “Bisogna avere mani e cuore
legati da quel vincolo d’amore che Lui stesso ha
accettato per noi facendosi nostro servo”:
“L’unità della Chiesa non è data da uno
‘stampo’ imposto dall’esterno, ma è il frutto di
una concordia, di un comune impegno di comportarsi come
Gesù, in forza del suo Spirito".
C’è dunque un impegno che rinnova il dono del
Battesimo. La Grazia di questo sacramento, infatti, non
produce automaticamente una vita coerente, ma necessita di
una collaborazione fatta di volontà e impegno
perseverante. “Un impegno che costa e comporta un prezzo
da pagare di persona”. Ciascuno è chiamato
personalmente e deve rispondere personalmente. E’ questa
la vocazione che tutti abbiamo ricevuto: chiamata ad
essere di Cristo e a vivere in Lui. Dio – ha proseguito
il Papa – instaura con ognuno una relazione:
“…ognuno è chiamato con il nome suo. Dio è così
grande che ha tempo per ciascuno di noi, conosce me,
conosce ognuno di noi con il nome, personalmente. È una
chiamata personale per ognuno di noi… Dio, il Signore,
ha chiamato me, chiama me, mi conosce, aspetta la mia
risposta…”.
La chiamata è sì individuale, ma anche ecclesiale.
Chiamata a vivere nel corpo della Chiesa, nella realtà
concreta del seminario o della parrocchia. E anche quando
questo corpo non ci piace – ha detto il Santo Padre –
la Chiesa resta vincolo che unisce a Cristo:
“…proprio così siamo in comunione con Cristo,
accettando questa corporeità della sua Chiesa, dello
Spirito che si incarna nel corpo”.
Dio ci chiama dunque ad inserirci in una comunità, ad
essere membra del corpo:
“Dobbiamo anche tenere presente che è molto bello
essere in una compagnia, camminare in una grande compagnia
di tutti i secoli, avere amici in cielo e in terra,
sentire la bellezza di questo corpo, essere felici che il
Signore ci ha chiamati in un corpo e ci ha dato amici in
tutte le parti del mondo".
Ma senza il soffio dello Spirito Santo la vocazione
cristiana non si spiega, perde la sua linfa vitale. Ecco
perché - ha aggiunto Benedetto XVI citando Santa Teresa
di Gesù Bambino - la chiamata di ogni cristiano è un
Mistero trinitario: il mistero dell’incontro con Gesù,
mediante il quale Dio Padre ci chiama alla comunione con Sé
e per questo ci vuole donare il suo Spirito.
Rivolto ai seminaristi Benedetto XVI ha indicato gli
Apostoli e la Vergine Maria come modello di risposta alla
chiamata. Ai primi Cristo disse: “Venite e Vedrete”.
Alla Vergine si presentò nell’Annunciazione e ottenne
la risposta: “Eccomi”:
“La vita cristiana comincia con una chiamata e
rimane sempre una risposta fino alla fine”.
“Essere sacerdoti implica umiltà – ha aggiunto –
conformarsi a Cristo:
“Imitare il Dio che scende fino a me, che è così
grande che si fa mio amico, soffre per me, è morto per
me. Questa è l’umiltà da imparare”.
Palpabile l’entusiasmo della comunità del Seminario
che ha salutato il Successore di Pietro con applausi e
cori.
(applausi)
Al termine della celebrazione la cena con i membri
della comunità del Seminario Romano.
DISCORSO
DEL PAPA
Cari
fratelli e sorelle,
sono
molto felice di essere, almeno una volta all’anno, qui,
con i miei seminaristi, con i giovani che sono in cammino
verso il sacerdozio e saranno il futuro presbiterio di
Roma. Sono felice che questo succeda ogni anno nel giorno
della Madonna della Fiducia, della Madre che ci accompagna
con il suo amore giorno per giorno e ci dà la fiducia di
andare avanti verso Cristo. "Nell’unità dello
Spirito" è il tema che guida le vostre riflessioni
durante questo anno formativo. È un’espressione che si
trova proprio nel passo della Lettera agli Efesini
che ci è stato proposto, là dove san Paolo esorta i
membri di quella comunità a "conservare l’unità
dello spirito" (4,3). Questo testo apre la seconda
parte della Lettera agli Efesini, la cosiddetta
parte parenetica, esortativa e comincia con la parola
"parakalo", "vi esorto". Ma è
la stessa parola che sta anche nel termine "Paraklitos",
quindi è un’esortazione nella luce, nella forza dello
Spirito Santo. L’esortazione dell’Apostolo si basa sul
mistero di salvezza, che aveva presentato nei primi tre
capitoli. Infatti, il nostro brano inizia con la parola
"dunque": "Io dunque…vi
esorto…" (v. 1). Il comportamento dei cristiani è
la conseguenza del dono, la realizzazione di quanto ci è
donato ogni giorno. E, tuttavia, se è semplicemente
realizzazione del dono datoci, non si tratta di un effetto
automatico, perché con Dio siamo sempre nella realtà
della libertà e perciò - poiché la risposta, anche la
realizzazione del dono è libertà - l’Apostolo deve
richiamarlo, non può darlo per scontato. Il Battesimo, lo
sappiamo, non produce automaticamente una vita coerente:
questa è frutto della volontà e dell’impegno
perseverante di collaborare con il dono, con la Grazia
ricevuta. E questo impegno costa, c’è un prezzo da
pagare di persona. Forse per questo san Paolo fa
riferimento proprio qui alla sua attuale condizione:
"Io dunque, prigioniero a motivo del Signore,
vi esorto…" (ibid.). Seguire Cristo
significa condividere la sua Passione, la sua Croce,
seguirlo fino in fondo, e questa partecipazione alla sorte
del Maestro unisce profondamente a Lui e rafforza
l’autorevolezza dell’esortazione dell’Apostolo.
Ora
entriamo nel vivo della nostra meditazione, incontrando
una parola che ci colpisce in modo particolare: la parola
"chiamata", "vocazione". San Paolo
scrive: "comportatevi in maniera degna della chiamata,
della klesis che avete ricevuto" (ibid.).
E la ripeterà poco dopo, affermando che "…una sola
è la speranza alla quale siete stati chiamati,
quella della vostra vocazione" (v. 4). Qui, in
questo caso, si tratta della vocazione comune a tutti i
cristiani, cioè della vocazione battesimale: la chiamata
ad essere di Cristo e a vivere in Lui, nel suo corpo.
Dentro questa parola è inscritta un’esperienza, risuona
l’eco dell’esperienza dei primi discepoli, quella che
conosciamo dai Vangeli: quando Gesù passò sulla riva del
lago di Galilea, e chiamò Simone e Andrea, poi Giacomo e
Giovanni (cfr Mc 1,16-20). E prima ancora, presso
il fiume Giordano, dopo il battesimo, quando, accorgendosi
che Andrea e l’altro discepolo lo seguivano, disse loro:
"Venite e vedrete" (Gv 1,39). La vita
cristiana comincia con una chiamata e rimane sempre una
risposta, fino alla fine. E ciò sia nella dimensione del
credere, sia in quella dell’agire: tanto la fede quanto
il comportamento del cristiano sono corrispondenza alla
grazia della vocazione.
Ho
parlato della chiamata dei primi apostoli, ma pensiamo con
la parola "chiamata" soprattutto alla Madre di
ogni chiamata, a Maria Santissima, l’eletta, la Chiamata
per eccellenza. L’icona dell’Annunciazione a Maria
rappresenta ben di più di quel particolare episodio
evangelico, per quanto fondamentale: contiene tutto il
mistero di Maria, tutta la sua storia, il suo essere; e al
tempo stesso parla della Chiesa, della sua essenza di
sempre; come pure di ogni singolo credente in Cristo, di
ogni anima cristiana chiamata.
A questo
punto dobbiamo tenere presente che non parliamo di persone
del passato. Dio, il Signore, ha chiamato ognuno di noi,
ognuno è chiamato con il nome suo. Dio è così grande
che ha tempo per ciascuno di noi, conosce me, conosce
ognuno di noi per nome, personalmente. È una chiamata
personale per ognuno di noi. Penso che dobbiamo meditare
diverse volte questo mistero: Dio, il Signore, ha chiamato
me, chiama me, mi conosce, aspetta la mia risposta come
aspettava la risposta di Maria, aspettava la risposta
degli Apostoli. Dio mi chiama: questo fatto dovrebbe farci
attenti alla voce di Dio, attenti alla sua Parola, alla
sua chiamata per me, per rispondere, per realizzare questa
parte della storia della salvezza per la quale ha chiamato
me. In questo testo, poi, San Paolo ci indica qualche
elemento concreto di questa risposta con quattro parole:
"umiltà", "dolcezza",
"magnanimità", "sopportandovi a vicenda
nell’amore". Forse possiamo meditare brevemente
queste parole nelle quali si esprime il cammino cristiano.
Ritorneremo poi alla fine, ancora una volta, su questo.
"Umiltà":
la parola greca è "tapeinophrosyne", la
stessa parola che san Paolo usa nella Lettera ai
Filippesi quando parla del Signore, che era Dio e si
è umiliato, si è fatto "tapeinos", è
sceso fino al farsi creatura, fino al farsi uomo, fino
all’obbedienza della Croce (cfr Fil 2,7-8). Umiltà,
quindi, non è una parola qualunque, una qualche modestia,
qualcosa… ma è una parola cristologica. Imitare il Dio
che scende fino a me, che è così grande che si fa mio
amico, soffre per me, è morto per me. Questa è l’umiltà
da imparare, l’umiltà di Dio. Vuol dire che dobbiamo
vederci sempre nella luce di Dio; così, nello stesso
tempo, possiamo conoscere la grandezza di essere una
persona amata da Dio, ma anche la nostra piccolezza, la
nostra povertà, e così comportarci giustamente, non come
padroni, ma come servi. Come dice san Paolo: "Noi non
intendiamo fare da padroni sulla vostra fede; siamo invece
i collaboratori della vostra gioia" (2Cor
1,24). Essere sacerdote, ancora più che l’essere
cristiano, implica questa umiltà.
"Dolcezza":
nel testo greco qui sta la parola "praütes",
la stessa parola che appare nelle Beatitudini: "Beati
i miti perché avranno in eredità la terra" (Mt
5,5,). E nel Libro dei Numeri, il quarto libro di
Mosé, troviamo l’affermazione che Mosé era l’uomo più
mite del mondo (cfr 12,3) e, in questo senso, era una
prefigurazione di Cristo, di Gesù, che dice di sé:
"Io sono mite e umile di cuore" (Mt
11,29). Anche questa parola, quindi, "mite",
"dolcezza", è una parola cristologica e implica
di nuovo questo imitare Cristo. Perché nel Battesimo
siamo conformati a Cristo, quindi dobbiamo conformarci a
Cristo, trovare questo spirito dell’essere miti, senza
violenza, di convincere con l’amore e con la bontà.
"Magnanimità",
"makrothymia" vuol dire la generosità
del cuore, non essere minimalisti che danno solo ciò che
è strettamente necessario: diamo noi stessi con tutto
quello che possiamo, e cresciamo anche noi nella
magnanimità.
"Sopportandovi
nell’amore": è un compito di ogni giorno
sopportarsi l’un l’altro nella propria alterità, e
proprio sopportandoci con umiltà, imparare il vero amore.
E adesso
facciamo un passo avanti. Dopo questa parola della
chiamata, segue la dimensione ecclesiale. Abbiamo parlato
adesso della vocazione come di una chiamata molto
personale: Dio chiama me, conosce me, aspetta la mia
risposta personale. Ma, nello stesso tempo, la chiamata di
Dio è una chiamata in comunità, è una chiamata
ecclesiale, Dio ci chiama in una comunità. E’ vero che
in questo brano che stiamo meditando non c’è la parola
"ekklesia", la parola "Chiesa",
ma appare tanto più la realtà. San Paolo parla di uno
Spirito e un corpo. Lo Spirito si crea il corpo e ci
unisce come un unico corpo. E poi parla dell’unità,
parla della catena dell’essere, del vincolo della pace.
E con questa parola accenna alla parola
"prigioniero" dell’inizio: è sempre la stessa
parola, "io sono in catene", "catene ti
terranno", ma dietro sta la grande catena invisibile,
liberante dell’amore. Noi siamo in questo vincolo della
pace che è la Chiesa, è il grande vincolo che ci unisce
con Cristo. Forse dobbiamo anche meditare personalmente su
questo punto: siamo chiamati personalmente, ma siamo
chiamati in un corpo. E questo non è una cosa astratta,
ma molto reale.
In questo
momento, il Seminario è il corpo nel quale si realizza
concretamente l’essere in un cammino comune. Poi sarà
la parrocchia: accettare, sopportare, animare tutta la
parrocchia, le persone, quelle simpatiche e quelle non
simpatiche, inserirsi in questo corpo. Corpo: la Chiesa è
corpo, quindi ha strutture, ha anche realmente un diritto
e qualche volta non è così semplice inserirsi. Certo,
vogliamo la relazione personale con Dio, però il corpo
spesso non ci piace. Ma proprio così siamo in comunione
con Cristo: accettando questa corporeità della sua
Chiesa, dello Spirito, che si incarna nel corpo.
E
dall’altra parte, spesso forse sentiamo il problema, la
difficoltà di questa comunità, cominciando dalla comunità
concreta del Seminario fino alla grande comunità della
Chiesa, con le sue istituzioni. Dobbiamo anche tenere
presente che è molto bello essere in una compagnia,
camminare in una grande compagnia di tutti i secoli, avere
amici in Cielo e in terra, e sentire la bellezza di questo
corpo, essere felici che il Signore ci ha chiamati in un
corpo e ci ha dato amici in tutte le parti del mondo.
Ho detto
che la parola "ekklesia" non c’è qui,
ma c’è la parola "corpo", la parola
"spirito", la parola "vincolo" e sette
volte, in questo piccolo brano, ritorna la parola
"uno". Così sentiamo come sta a cuore
all’Apostolo l’unità della Chiesa. E finisce con una
"scala di unità", fino all’Unità: Uno è
Dio, il Dio di tutti. Dio è Uno e l’unicità di Dio si
esprime nella nostra comunione, perché Dio è il Padre,
il Creatore di tutti noi e perciò tutti siamo fratelli,
tutti siamo un corpo e l’unità di Dio è la condizione,
è la creazione anche della fraternità umana, della pace.
Quindi, meditiamo anche questo mistero dell’unità e
l’importanza di cercare sempre l’unità nella
comunione dell’unico Cristo, dell’unico Dio.
Ora
possiamo fare un ulteriore passo avanti. Se ci domandiamo
qual è il senso profondo di questo uso della parola
"chiamata", vediamo che essa è una delle porte
che si aprono sul mistero trinitario. Finora abbiamo
parlato del mistero della Chiesa, dell’unico Dio, ma
appare anche il mistero trinitario. Gesù è il mediatore
della chiamata del Padre che avviene nello Spirito Santo.
La vocazione cristiana non può che avere una forma
trinitaria, sia a livello di singola persona, sia a
livello di comunità ecclesiale. Il mistero della Chiesa
è tutto animato dal dinamismo dello Spirito Santo, che è
un dinamismo vocazionale in senso ampio e perenne, a
partire da Abramo, che per primo ascoltò la chiamata di
Dio e rispose con la fede e con l’azione (cfr Gen
12,1-3); fino all’"eccomi" di Maria, riflesso
perfetto di quello del Figlio di Dio, nel momento in cui
accoglie dal Padre la chiamata a venire nel mondo (cfr Eb
10,5-7). Così, nel "cuore" della Chiesa –
come direbbe santa Teresa di Gesù Bambino – la chiamata
di ogni singolo cristiano è un mistero trinitario: il
mistero dell’incontro con Gesù, con la Parola fatta
carne, mediante la quale Dio Padre ci chiama alla
comunione con Sé e per questo ci vuole donare il suo
Santo Spirito, ed è proprio grazie allo Spirito che noi
possiamo rispondere a Gesù e al Padre in modo autentico,
all’interno di una relazione reale, filiale. Senza il
soffio dello Spirito Santo la vocazione cristiana
semplicemente non si spiega, perde la sua linfa vitale.
E
finalmente l’ultimo passaggio. La forma dell’unità
secondo lo Spirito richiede, come avevo detto,
l’imitazione di Gesù, la conformazione a Lui nella
concretezza dei suoi comportamenti. Scrive l’Apostolo,
come abbiamo meditato: "Con ogni umiltà, dolcezza e
magnanimità, sopportandovi a vicenda nell’amore",
e poi aggiunge che l’unità dello spirito va conservata
"per mezzo del vincolo della pace" (Ef
4,2-3).
L’unità
della Chiesa non è data da uno "stampo" imposto
dall’esterno, ma è il frutto di una concordia, di un
comune impegno di comportarsi come Gesù, in forza del suo
Spirito. C’è un commento di san Giovanni Crisostomo a
questo passo che è molto bello. Crisostomo commenta
l’immagine del "vincolo", il "vincolo
della pace", e dice: "E’ bello questo vincolo,
con cui ci leghiamo insieme sia gli uni con gli altri sia
con Dio. Non è una catena che ferisce. Non dà crampi
alle mani, le lascia libere, dà loro ampio spazio e un
coraggio più grande" (Omelie sull’Epistola agli
Efesini 9, 4, 1-3). Troviamo qui il paradosso
evangelico: l’amore cristiano è un vincolo, come
abbiamo detto, ma un vincolo che libera! L’immagine del
vincolo, come vi ho detto, ci riporta alla situazione di
san Paolo, che è "prigioniero", è "in
vincolo". L’Apostolo è in catene a motivo del
Signore, come Gesù stesso, si è fatto schiavo per
liberarci. Per conservare l’unità dello spirito occorre
improntare il proprio comportamento a quella umiltà,
dolcezza e magnanimità che Gesù ha testimoniato nella
sua passione; bisogna avere le mani e il cuore legati da
quel vincolo d’amore che Lui stesso ha accettato per
noi, facendosi nostro servo. Questo è il "vincolo
della pace". E dice ancora san Giovanni Crisostomo,
nello stesso commento: "Legatevi ai vostri fratelli,
quelli così legati insieme nell’amore sopportano tutto
con facilità… Così egli vuole che siamo legati gli uni
agli altri, non solo per essere in pace, non solo per
essere amici, ma per essere tutti uno, un’anima
sola" (ibid.).
Il testo
paolino del quale abbiamo meditato alcuni elementi, è
molto ricco. Ho potuto portare a voi solo alcuni spunti,
che affido alla vostra meditazione. E preghiamo la Vergine
Maria, la Madonna della Fiducia, perché ci aiuti a
camminare con gioia nell’unità dello Spirito. Grazie!
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