Testo dell'omelia
Commento
Ascolta l'omelia di inaugurazione
NOI NON SIAMO SOLI. LA CHIESA E’ VIVA, LA CHIESA E’ GIOVANE: NEL SEGNO DELLA SPERANZA, BENEDETTO XVI INIZIA IL SUO MINISTERO PETRINO. LA MESSA SOLENNE DI INIZIO PONTIFICATO, SEGUITA IN PIAZZA SAN PIETRO DA OLTRE 300 MILA FEDELI
- Servizio di Alessandro Gisotti -
Un giorno luminoso per la Chiesa e per il mondo: nell’abbraccio emozionante dei fedeli, Benedetto XVI ha iniziato il suo Ministero di Pastore universale della Chiesa cattolica. Almeno 350 mila persone si sono raccolte in piazza San Pietro e via della Conciliazione per seguire la Messa di inizio Pontificato, celebrata dal Papa sul sagrato della Basilica Vaticana. Tanti i tedeschi, venuti dalla terra patria di Benedetto XVI per vedere ed ascoltare Papa Jospeh Ratzinger. Durante la celebrazione, il momento solenne dell’imposizione del Pallio Petrino e la consegna dell’Anello del Pescatore. Al termine della
Messa, bagno di folla per il Santo Padre, che a bordo di una autovettura scoperta ha percorso piazza San Pietro. Il servizio di Alessandro Gisotti:
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La Chiesa è viva, la Chiesa è giovane, noi non siamo soli: con queste parole che infondono speranza, che aprono i cuori dei fedeli di tutto il mondo, Benedetto XVI inizia il suo ministero di Pastore universale. La celebrazione eucaristica con il quale il Papa comincia ufficialmente il suo servizio sottolinea, in particolare, lo stretto legame tra San Pietro e il suo Successore, tra il vescovo di Roma e il martirio dell’Apostolo. Ecco allora che prima della Messa - concelebrata assieme a circa 150 cardinali - Benedetto XVI, con i
Patriarchi delle Chiese Orientali, sosta in preghiera ed incensa la Tomba di Pietro, laddove egli ha confessato con il sangue la sua fede in Cristo.
Sono passati pochi minuti dopo le 10: gremita e festosa, ornata da 20 mila fiori, piazza San Pietro accoglie Benedetto XVI. Sul sagrato - con i cardinali, i vescovi, i rappresentanti delle altre religioni e i Capi di Stato – c’è anche il fratello del Papa, don Georg Ratzinger. Dalla Loggia della Basilica, sotto lo stemma del Pontificato, pende l’arazzo della pesca miracolosa, in cui è raffigurato il dialogo di Gesù con Pietro. Le Letture richiamano a Cristo, pietra scartata che è diventata testata d’angolo della Chiesa e a Pietro
chiamato a esserne il “fondamento roccioso”.
Il Vangelo di Giovanni ci mostra Gesù che chiede a Pietro se lo ama e sia pronto a pascere le sue pecorelle. Una domanda ripetuta per tre volte, seguita dall’esortazione: “Seguimi”. Dopo la lettura, il momento forte, solenne e suggestivo dell’imposizione del Pallio e della consegna dell’Anello del Pescatore, le due insegne episcopali petrine. Il Pallio, intessuto della lana di agnelli e di pecore, reca impresse cinque croci rosse, raffiguranti le piaghe del Signore e tre spille, uno per ogni chiodo della Crocifissione. E’ il
cardinale protodiacono Jorge Arturo Medina Estevez ad imporlo sulle spalle del Papa. Quindi, il cardinale vice decano Angelo Sodano consegna a Benedetto XVI l’Anello del Pescatore, con l’immagine del principe degli Apostoli, sigillo che autentica la fede e rappresenta il compito affidato a Pietro di confermare i suoi fratelli.
Al canto del “Tu es Petrus”, una rappresentanza di 12 persone presta obbedienza al Pontefice: tra loro 3 cardinali, capi dei tre ordini, e ancora religiosi e laici. Poi, poco dopo le 11, il momento tanto atteso: l’omelia di Benedetto XVI. Il Pontefice dedica le sue prime parole all’amato predecessore Giovanni Paolo II. Nonostante ci siamo sentiti abbandonati dopo la sua dipartita, sottolinea, noi non siamo soli. Egli stesso “varcava la soglia verso la vita”, ma non compiva questo passo da solo. “Chi crede, non è mai solo –
ha detto – non lo è nella vita e neanche nella morte”. E così nel Conclave: vescovi di diverse culture e Paesi hanno trovato il Successore di Pietro, sapendo di non essere soli, ma “condotti e guidati dagli amici di Dio”:
“Ed ora, in questo momento, io debole servitore di Dio devo assumere questo compito inaudito, che realmente supera ogni capacità umana. Come posso fare questo? Come sarò in grado di farlo? Voi tutti, cari amici, avete appena invocato l'intera schiera dei santi, rappresentata da alcuni dei grandi nomi della storia di Dio con gli uomini. In tal modo, anche in me si ravviva questa consapevolezza: non sono solo. Non devo portare da solo ciò che in realtà non potrei mai portare da solo. La schiera dei santi di
Dio mi protegge, mi sostiene e mi porta. E la Vostra preghiera, cari amici, la Vostra indulgenza, il Vostro amore, la Vostra fede e la Vostra speranza mi accompagnano”.
“Noi tutti siamo la comunità dei Santi”, aggiunge Benedetto XVI, evidenziando come la Chiesa sia viva, perché “Cristo è vivo, perché egli è veramente risorto”:
“Sì, la Chiesa è viva - questa è la meravigliosa esperienza di questi giorni. Proprio nei tristi giorni della malattia e della morte del Papa questo si è manifestato in modo meraviglioso ai nostri occhi: che la Chiesa è viva. E la Chiesa è giovane. Essa porta in sé il futuro del mondo e perciò mostra anche a ciascuno di noi la via verso il futuro”.
La Chiesa è viva, ripete il Santo Padre, che ha salutato con gioia e gratitudine quanti radunati in piazza San Pietro, rivolgendosi a tutti, credenti e non credenti. Un pensiero particolare viene rivolto al popolo ebraico a cui, afferma, “siamo legati da un grande patrimonio spirituale comune, che affonda le sue radici nelle irrevocabili promesse di Dio”. Benedetto XVI spiega con quale spirito si appresti ad intraprendere il ministero di Pastore universale della Chiesa:
“Il mio vero programma di governo è quello di non fare la mia volontà, di non perseguire mie idee, ma di mettermi in ascolto, con tutta quanta la Chiesa, della parola e della volontà del Signore e lasciarmi guidare da Lui, cosicché sia Egli stesso a guidare la Chiesa in questa ora della nostra storia”.
Il Pontefice si sofferma così sul significato delle insegne petrine. L’antichissimo segno del Pallio, constata, è un’immagine del “giogo di Cristo”, che il vescovo di Roma prende su di sè. La lana con cui è intessuto il Pallio rappresenta la pecorella smarrita che il pastore mette sulle sue spalle e “conduce alle acque della vita”. Tutti noi, avverte, siamo pecorelle smarrite:
“L’umanità – noi tutti - è la pecora smarrita che, nel deserto, non trova più la strada. Il Figlio di Dio non tollera questo; Egli non può abbandonare l’umanità in una simile miserevole condizione. Balza in piedi, abbandona la gloria del cielo, per ritrovare la pecorella e inseguirla, fin sulla croce. La carica sulle sue spalle, porta la nostra umanità, porta noi stessi – Egli è il buon pastore, che offre la sua vita per le pecore”.
Benedetto XVI mette l’accento sulla missione del pastore nel mondo di oggi, contrassegnato da molteplici forme di deserto:
“La santa inquietudine di Cristo deve animare il pastore: per lui non è indifferente che tante persone vivano nel deserto. E vi sono tante forme di deserto. Vi è il deserto della povertà, il deserto della fame e della sete, vi è il deserto dell’abbandono, della solitudine, dell’amore distrutto. Vi è il deserto dell’oscurità di Dio, dello svuotamento delle anime senza più coscienza della dignità e del cammino dell’uomo. I deserti esteriori si moltiplicano nel mondo, perché i deserti interiori
sono diventati così ampi. Perciò i tesori della terra non sono più al servizio dell’edificazione del giardino di Dio, nel quale tutti possano vivere, ma sono asserviti alle potenze dello sfruttamento e della distruzione”.
La Chiesa nel suo insieme, è la sua esortazione, deve “mettersi in cammino, per condurre gli uomini fuori dal deserto, verso il luogo della vita”, verso il Signore, che “ci dona la vita, la vita in pienezza”. Il Papa, “Servo dei Servi di Dio”, ribadisce che la forza dell’amore, non il potere, vince sul male:
“Non è il potere che redime, ma l’amore! Questo è il segno di Dio: Egli stesso è amore. Quante volte noi desidereremmo che Dio si mostrasse più forte. Che Egli colpisse duramente, sconfiggesse il male e creasse un mondo migliore. Tutte le ideologie del potere si giustificano così, giustificano la distruzione di ciò che si opporrebbe al progresso e alla liberazione dell’umanità. Noi soffriamo per la pazienza di Dio. E nondimeno abbiamo tutti bisogno della sua pazienza. Il Dio, che è divenuto agnello, ci dice che il mondo viene salvato dal Crocifisso e non dai
crocifissori. Il mondo è redento dalla pazienza di Dio e distrutto dall’impazienza degli uomini”.
Una delle caratteristiche fondamentali del pastore, aggiunge Benedetto XVI, deve essere quella di amare gli uomini che gli sono stati affidati. “Pasci le mie pecore, dice Cristo a Pietro, ed a me in questo momento”, ribadisce il Santo Padre e chiede a tutti i fedeli di pregare affinché possa imparare “sempre più ad amare il Signore”:
“Pregate per me, perché io impari ad amare sempre più il suo gregge – voi, la Santa Chiesa, ciascuno di voi singolarmente e voi tutti insieme. Pregate per me, perché io non fugga, per paura, davanti ai lupi”.
Benedetto XVI parla poi del significato dell’Anello del Pescatore. Come fu per Pietro, avverte, “anche oggi viene detto alla Chiesa e ai Successori degli Apostoli di prendere il largo nel mare della storia e di gettare le reti per conquistare gli uomini al Vangelo, a Dio, a Cristo, alla vera vita”.
“Noi esistiamo per mostrare Dio agli uomini. E solo laddove si vede Dio, comincia veramente la vita. Solo quando incontriamo in Cristo il Dio vivente, noi conosciamo che cosa è la vita. Non siamo il prodotto casuale e senza senso dell’evoluzione. Ciascuno di noi è il frutto di un pensiero di Dio. Ciascuno di noi è voluto, ciascuno è amato, ciascuno è necessario. Non vi è niente di più bello che essere raggiunti, sorpresi dal Vangelo, da Cristo. Non vi è niente di più bello che conoscere Lui e comunicare agli altri l’amicizia con lui”.
Il Pontefice rileva come nelle immagini del pastore e del pescatore emerga in modo esplicito la “chiamata all’unità”. Bisogna perciò fare tutto il possibile “per percorrere la via verso l’unità” promessa dal Signore. “Fa’ che siamo un solo pastore ed un solo gregge! - è l’invocazione di Benedetto XVI - Non permettere che la tua rete si strappi ed aiutaci ad essere servitori dell’unità!” Il Santo Padre torna poi con la memoria al 22 ottobre del 1978, quando Giovanni Paolo II iniziò il suo ministero, torna a quel “Non abbiate paura”, scolpito nei
cuori di tutti i fedeli:
“Il Papa parlava ai forti, ai potenti del mondo, i quali avevano paura che Cristo potesse portar via qualcosa del loro potere, se lo avessero lasciato entrare e concesso la libertà alla fede. Sì, egli avrebbe certamente portato via loro qualcosa: il dominio della corruzione, dello stravolgimento del diritto, dell’arbitrio. Ma non avrebbe portato via nulla di ciò che appartiene alla libertà dell’uomo, alla sua dignità, all’edificazione di una società giusta”.
“Chi fa entrare Cristo non perde nulla”, è il richiamo di Benedetto XVI. Solo nell’amicizia con Cristo, “si dischiudono realmente le grandi potenzialità della condizione umana”. Il Papa ribadisce il valore salvifico di questa amicizia:
“Solo in quest’amicizia noi sperimentiamo ciò che è bello e ciò che libera. Così, oggi, io vorrei, con grande forza e grande convinzione, a partire dall’esperienza di una lunga vita personale, dire a voi, cari giovani: non abbiate paura di Cristo! Egli non toglie nulla, e dona tutto. Chi si dona a lui, riceve il centuplo. Sì, aprite, spalancate le porte a Cristo – e troverete la vera vita”.
E’ la conclusione dell’omelia, scandita da ben 37 scrosci di applausi dei fedeli. Interruzioni spesso accompagnate da Benedetto XVI con un gesto di saluto della mano. I fedeli pregano per il Santo Padre, affinché serva la Chiesa e sia “coraggioso testimone del Vangelo”, ma anche per i responsabili delle nazioni e quanti soffrono o “lottano smarriti nella vita”. Tra le lingue utilizzate nelle preghiere anche l’arabo e il cinese, segno dell’universalità della Chiesa.
Dopo la recita del Regina Coeli, il Padre riceve il caloroso abbraccio dei suoi figli: sulle note di Bach, Papa Benedetto XVI percorre, per una decina di minuti, piazza San Pietro a bordo di una camionetta, mentre le campane suonano a distesa. Il Santo Padre è in piedi, saluta la folla. Alle ovazioni dei fedeli, risponde con un sorriso, quel dolce sorriso che il mondo ha già imparato ad amare
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Alessandro Gisotti, Radio Vaticana, 24 aprile 2005