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VISITA
ALLA SINAGOGA DI ROMA |
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Radio
Vaticana, 17 gennaio 2010
Storica
visita di Benedetto XVI alla Sinagoga di Roma: ebrei e
cristiani insieme, in un cammino irrevocabile di amicizia,
per testimoniare al mondo l'unico Dio
Storica
visita di Benedetto XVI, oggi, alla Sinagoga di Roma a
quasi 24 anni da quella di Giovanni Paolo II. Nella
Giornata del dialogo tra cattolici ed ebrei, che in Italia
compie 20 anni, il Papa ha ribadito che il cammino di
amicizia tra le due comunità è irrevocabile: ebrei e
cristiani – ha detto – in virtù delle loro radici
comuni e pur nelle differenze, sono chiamati a
testimoniare insieme l’unico Dio e il Decalogo, grande
codice etico per tutta l’umanità. Anche il rabbino capo
della Comunità Ebraica di Roma, Riccardo Di Segni, ha
sottolineato che, malgrado problemi aperti e
incomprensioni, sono gli obiettivi comuni che devono
essere messi in primo piano. Il servizio di Sergio
Centofanti.
(Canto)
Il coro della Sinagoga intona il Salmo 133: “Ecco,
com’è bello e com’è dolce che i fratelli vivano
insieme!”. Grande clima di amicizia e cordialità in
questa storica visita di Benedetto XVI alla Sinagoga di
Roma, pur nella sottolineatura di visioni differenti. Il
presidente della comunità ebraica di Roma, Riccardo
Pacifici, parla di un evento che lascerà un segno
profondo nelle relazioni fra il mondo ebraico e quello
cristiano, ma non manca di fare un riferimento ai presunti
silenzi di Pio XII di fronte alla Shoàh. Anche il Papa
rievoca il dramma sconvolgente della Shoàh, vertice
dell’odio che nasce quando l’uomo dimentica il
creatore: il regime nazista voleva annientare gli ebrei:
“Purtroppo,
molti rimasero indifferenti, ma molti, anche fra i
Cattolici italiani, sostenuti dalla fede e
dall’insegnamento cristiano, reagirono con coraggio,
aprendo le braccia per soccorrere gli Ebrei braccati e
fuggiaschi, a rischio spesso della propria vita, e
meritando una gratitudine perenne. Anche la Sede
Apostolica svolse un’azione di soccorso, spesso nascosta
e discreta”.
E
il rabbino capo della Comunità Ebraica di Roma, Riccardo
Di Segni, ha sottolineato che “malgrado una storia
drammatica, i problemi aperti e le incomprensioni, sono le
visioni condivise e gli obiettivi comuni che devono essere
messi in primo piano”:
“L'immagine di rispetto e di amicizia che emana da
questo incontro deve essere un esempio per tutti coloro
che ci osservano. Ma amicizia e fratellanza non devono
essere esclusivi e oppositori nei confronti di altri. In
particolare di tutti coloro che si riconoscono nell'eredità
spirituale di Abramo. Ebrei, Cristiani e Musulmani sono
chiamati senza esclusioni a questa responsabilità di
pace”.
Il Papa, da parte sua, ribadisce la irrevocabilità del
cammino di amicizia tra ebrei e cattolici intrapreso col
Concilio Vaticano II. Ripete tra gli applausi le parole di
Giovanni Paolo II in Terra Santa nel 2000 allorché ha
domandato perdono per le sofferenze inflitte agli ebrei
nella storia:
“La Chiesa non ha mancato di deplorare le mancanze
di suoi figli e sue figlie, chiedendo perdono per tutto ciò
che ha potuto favorire in qualche modo le piaghe
dell’antisemitismo e dell’antigiudaismo. Possano
queste piaghe essere sanate per sempre!”
Quindi ricorda le radici comuni e la permanente validità
del Decalogo, per ebrei e cristiani, ma anche per i non
credenti, quale grande codice etico per tutta l’umanità
. Indica tre campi di collaborazione tra le due comunità
a partire dai Dieci Comandamenti. Innanzitutto il
riconoscimento dell’unico Dio contro la tentazione di
costruirsi altri idoli:
“Nel nostro mondo molti non conoscono Dio o lo
ritengono superfluo, senza rilevanza per la vita; sono
stati fabbricati così altri e nuovi dei a cui l’uomo si
inchina. Risvegliare nella nostra società l’apertura
alla dimensione trascendente, testimoniare l’unico Dio
è un servizio prezioso che Ebrei e Cristiani possono e
devono offrire assieme”.
Il secondo campo di collaborazione è la protezione
della vita, contro ogni ingiustizia e sopruso,
riconoscendo il valore di ogni persona umana, creata a
immagine e somiglianza di Dio:
“Quante volte, in ogni parte della terra, vicina e
lontana, vengono ancora calpestati la dignità, la libertà,
i diritti dell’essere umano! Testimoniare insieme il
valore supremo della vita contro ogni egoismo, è offrire
un importante apporto per un mondo in cui regni la
giustizia e la pace, lo ‘shalom’ auspicato dai
legislatori, dai profeti e dai sapienti di Israele”.
E infine la promozione della santità della famiglia,
cellula essenziale della società, ricordando che tutti i
comandamenti si riassumono nell’amore di Dio e nella
misericordia verso il prossimo:
“In questa direzione possiamo compiere passi
insieme, consapevoli delle differenze che vi sono tra noi,
ma anche del fatto che se riusciremo ad unire i nostri
cuori e le nostre mani per rispondere alla chiamata del
Signore, la sua luce si farà più vicina per illuminare
tutti i popoli della terra”.
Il Papa infine invoca dal
Signore il dono prezioso della pace in tutto il mondo,
soprattutto in Terra Santa e nel Medio Oriente.
DISCORSO
DEL PONTEFICE
"Il
Signore ha fatto grandi cose per loro"
Grandi cose ha fatto il Signore per noi:
eravamo pieni di gioia" (Sal 126)
"Ecco,
com’è bello e com’è dolce
che i fratelli vivano insieme!" (Sal 133)
Signor
Rabbino Capo della Comunità Ebraica di Roma,
Signor Presidente dell’Unione delle Comunità Ebraiche
Italiane,
Signor Presidente della Comunità Ebraica di Roma
Signori Rabbini,
Distinte Autorità,
Cari amici e fratelli,
1.
All’inizio dell’incontro nel Tempio Maggiore degli
Ebrei di Roma, i Salmi che abbiamo ascoltato ci
suggeriscono l’atteggiamento spirituale più autentico
per vivere questo particolare e lieto momento di grazia:
la lode al Signore, che ha fatto grandi cose per noi, ci
ha qui raccolti con il suo Hèsed, l’amore
misericordioso, e il ringraziamento per averci fatto il
dono di ritrovarci assieme a rendere più saldi i legami
che ci uniscono e continuare a percorrere la strada della
riconciliazione e della fraternità. Desidero esprimere
innanzitutto viva gratitudine a Lei, Rabbino Capo, Dottor
Riccardo Di Segni, per l’invito rivoltomi e per le
significative parole che mi ha indirizzato. Ringrazio poi
i Presidenti dell’Unione delle Comunità Ebraiche
Italiane, Avvocato Renzo Gattegna, e della Comunità
Ebraica di Roma, Signor Riccardo Pacifici, per le
espressioni cortesi che hanno voluto rivolgermi. Il mio
pensiero va alle Autorità e a tutti i presenti e si
estende, in modo particolare, alla Comunità ebraica
romana e a quanti hanno collaborato per rendere possibile
il momento di incontro e di amicizia, che stiamo vivendo.
Venendo
tra voi per la prima volta da cristiano e da Papa, il mio
venerato Predecessore Giovanni Paolo II, quasi
ventiquattro anni fa, intese offrire un deciso contributo
al consolidamento dei buoni rapporti tra le nostre comunità,
per superare ogni incomprensione e pregiudizio. Questa mia
visita si inserisce nel cammino tracciato, per confermarlo
e rafforzarlo. Con sentimenti di viva cordialità mi trovo
in mezzo a voi per manifestarvi la stima e l’affetto che
il Vescovo e la Chiesa di Roma, come pure l’intera
Chiesa Cattolica, nutrono verso questa Comunità e le
Comunità ebraiche sparse nel mondo.
2. La
dottrina del Concilio Vaticano II ha rappresentato per i
Cattolici un punto fermo a cui riferirsi costantemente
nell’atteggiamento e nei rapporti con il popolo ebraico,
segnando una nuova e significativa tappa. L’evento
conciliare ha dato un decisivo impulso all’impegno di
percorrere un cammino irrevocabile di dialogo, di
fraternità e di amicizia, cammino che si è approfondito
e sviluppato in questi quarant’anni con passi e gesti
importanti e significativi, tra i quali desidero
menzionare nuovamente la storica visita in questo luogo
del mio Venerabile Predecessore, il 13 aprile 1986, i
numerosi incontri che egli ha avuto con Esponenti ebrei,
anche durante i Viaggi Apostolici internazionali, il
pellegrinaggio giubilare in Terra Santa nell’anno 2000,
i documenti della Santa Sede che, dopo la Dichiarazione Nostra
Aetate, hanno offerto preziosi orientamenti per un
positivo sviluppo nei rapporti tra Cattolici ed Ebrei.
Anche io, in questi anni di Pontificato, ho voluto
mostrare la mia vicinanza e il mio affetto verso il popolo
dell’Alleanza. Conservo ben vivo nel mio cuore tutti i
momenti del pellegrinaggio che ho avuto la gioia di
realizzare in Terra Santa, nel maggio dello scorso anno,
come pure i tanti incontri con Comunità e Organizzazioni
ebraiche, in particolare quelli nelle Sinagoghe a Colonia
e a New York.
Inoltre,
la Chiesa non ha mancato di deplorare le mancanze di suoi
figli e sue figlie, chiedendo perdono per tutto ciò che
ha potuto favorire in qualche modo le piaghe
dell’antisemitismo e dell’antigiudaismo (cfr
Commissione per i Rapporti Religiosi con l’Ebraismo, Noi
Ricordiamo: una riflessione sulla Shoah, 16 marzo
1998). Possano queste piaghe essere sanate per sempre!
Torna alla mente l’accorata preghiera al Muro del Tempio
in Gerusalemme del Papa Giovanni Paolo II, il 26 marzo
2000, che risuona vera e sincera nel profondo del nostro
cuore: "Dio dei nostri padri, tu hai scelto Abramo
e la sua discendenza perché il tuo Nome sia portato ai
popoli: noi siamo profondamente addolorati per il
comportamento di quanti, nel corso della storia, li hanno
fatti soffrire, essi che sono tuoi figli, e domandandotene
perdono, vogliamo impegnarci a vivere una fraternità
autentica con il popolo dell’Alleanza".
3. Il
passare del tempo ci permette di riconoscere nel ventesimo
secolo un’epoca davvero tragica per l’umanità: guerre
sanguinose che hanno seminato distruzione, morte e dolore
come mai era avvenuto prima; ideologie terribili che hanno
avuto alla loro radice l’idolatria dell’uomo, della
razza, dello stato e che hanno portato ancora una volta il
fratello ad uccidere il fratello. Il dramma singolare e
sconvolgente della Shoah rappresenta, in qualche
modo, il vertice di un cammino di odio che nasce quando
l’uomo dimentica il suo Creatore e mette se stesso al
centro dell’universo. Come dissi nella visita del 28
maggio 2006 al campo di concentramento di Auschwitz,
ancora profondamente impressa nella mia memoria, "i
potentati del Terzo Reich volevano schiacciare il popolo
ebraico nella sua totalità" e, in fondo, "con
l’annientamento di questo popolo, intendevano uccidere
quel Dio che chiamò Abramo, che parlando sul Sinai stabilì
i criteri orientativi dell’umanità che restano validi
in eterno" (Discorso al campo di
Auschwitz-Birkenau: Insegnamenti di Benedetto XVI, II,
1[2006], p. 727).
In questo
luogo, come non ricordare gli Ebrei romani che vennero
strappati da queste case, davanti a questi muri, e con
orrendo strazio vennero uccisi ad Auschwitz? Come è
possibile dimenticare i loro volti, i loro nomi, le
lacrime, la disperazione di uomini, donne e bambini? Lo
sterminio del popolo dell’Alleanza di Mosè, prima
annunciato, poi sistematicamente programmato e realizzato
nell’Europa sotto il dominio nazista, raggiunse in quel
giorno tragicamente anche Roma. Purtroppo, molti rimasero
indifferenti, ma molti, anche fra i Cattolici italiani,
sostenuti dalla fede e dall’insegnamento cristiano,
reagirono con coraggio, aprendo le braccia per soccorrere
gli Ebrei braccati e fuggiaschi, a rischio spesso della
propria vita, e meritando una gratitudine perenne. Anche
la Sede Apostolica svolse un’azione di soccorso, spesso
nascosta e discreta.
La
memoria di questi avvenimenti deve spingerci a rafforzare
i legami che ci uniscono perché crescano sempre di più
la comprensione, il rispetto e l’accoglienza.
4. La
nostra vicinanza e fraternità spirituali trovano nella
Sacra Bibbia – in ebraico Sifre Qodesh o
"Libri di Santità" – il fondamento più
solido e perenne, in base al quale veniamo costantemente
posti davanti alle nostre radici comuni, alla storia e al
ricco patrimonio spirituale che condividiamo. E’
scrutando il suo stesso mistero che la Chiesa, Popolo di
Dio della Nuova Alleanza, scopre il proprio profondo
legame con gli Ebrei, scelti dal Signore primi fra tutti
ad accogliere la sua parola (cfr Catechismo della
Chiesa Cattolica, 839). "A differenza delle altre
religioni non cristiane, la fede ebraica è già risposta
alla rivelazione di Dio nella Antica Alleanza. E’ al
popolo ebraico che appartengono ‘l’adozione a figli,
la gloria, le alleanze, la legislazione, il culto, le
promesse, i patriarchi; da essi proviene Cristo secondo la
carne’ (Rm 9,4-5) perché ‘i doni e la chiamata
di Dio sono irrevocabili!’ (Rm 11,29)" (Ibid.).
5.
Numerose possono essere le implicazioni che derivano dalla
comune eredità tratta dalla Legge e dai Profeti. Vorrei
ricordarne alcune: innanzitutto, la solidarietà che lega
la Chiesa e il popolo ebraico "a livello della loro
stessa identità" spirituale e che offre ai Cristiani
l’opportunità di promuovere "un rinnovato rispetto
per l’interpretazione ebraica dell’Antico
Testamento" (cfr Pontificia Commissione Biblica, Il
popolo ebraico e le sue Sacre Scritture nella Bibbia
cristiana, 2001, pp. 12 e 55); la centralità del
Decalogo come comune messaggio etico di valore perenne per
Israele, la Chiesa, i non credenti e l’intera umanità;
l’impegno per preparare o realizzare il Regno
dell’Altissimo nella "cura del creato"
affidato da Dio all’uomo perché lo coltivi e lo
custodisca responsabilmente (cfr Gen 2,15).
6. In
particolare il Decalogo – le "Dieci
Parole" o Dieci Comandamenti (cfr Es 20,1-17; Dt
5,1-21) – che proviene dalla Torah di Mosè,
costituisce la fiaccola dell’etica, della speranza e del
dialogo, stella polare della fede e della morale del
popolo di Dio, e illumina e guida anche il cammino dei
Cristiani. Esso costituisce un faro e una norma di vita
nella giustizia e nell’amore, un "grande
codice" etico per tutta l’umanità. Le "Dieci
Parole" gettano luce sul bene e il male, sul vero e
il falso, sul giusto e l’ingiusto, anche secondo i
criteri della coscienza retta di ogni persona umana. Gesù
stesso lo ha ripetuto più volte, sottolineando che è
necessario un impegno operoso sulla via dei Comandamenti:
"Se vuoi entrare nella vita, osserva i
Comandamenti" (Mt 19,17). In questa
prospettiva, sono vari i campi di collaborazione e di
testimonianza. Vorrei ricordarne tre particolarmente
importanti per il nostro tempo.
Le
"Dieci Parole" chiedono di riconoscere l’unico
Signore, contro la tentazione di costruirsi altri idoli,
di farsi vitelli d’oro. Nel nostro mondo molti non
conoscono Dio o lo ritengono superfluo, senza rilevanza
per la vita; sono stati fabbricati così altri e nuovi dei
a cui l’uomo si inchina. Risvegliare nella nostra società
l’apertura alla dimensione trascendente, testimoniare
l’unico Dio è un servizio prezioso che Ebrei e
Cristiani possono offrire assieme.
Le
"Dieci Parole" chiedono il rispetto, la
protezione della vita, contro ogni ingiustizia e sopruso,
riconoscendo il valore di ogni persona umana, creata a
immagine e somiglianza di Dio. Quante volte, in ogni parte
della terra, vicina e lontana, vengono ancora calpestati
la dignità, la libertà, i diritti dell’essere umano!
Testimoniare insieme il valore supremo della vita contro
ogni egoismo, è offrire un importante apporto per un
mondo in cui regni la giustizia e la pace, lo "shalom"
auspicato dai legislatori, dai profeti e dai sapienti di
Israele.
Le
"Dieci Parole" chiedono di conservare e
promuovere la santità della famiglia, in cui il "sì"
personale e reciproco, fedele e definitivo dell’uomo e
della donna, dischiude lo spazio per il futuro, per
l’autentica umanità di ciascuno, e si apre, al tempo
stesso, al dono di una nuova vita. Testimoniare che la
famiglia continua ad essere la cellula essenziale della
società e il contesto di base in cui si imparano e si
esercitano le virtù umane è un prezioso servizio da
offrire per la costruzione di un mondo dal volto più
umano.
7. Come
insegna Mosè nello Shemà (cfr. Dt 6,5; Lv
19,34) – e Gesù riafferma nel Vangelo (cfr. Mc
12,19-31), tutti i comandamenti si riassumono nell’amore
di Dio e nella misericordia verso il prossimo. Tale Regola
impegna Ebrei e Cristiani ad esercitare, nel nostro tempo,
una generosità speciale verso i poveri, le donne, i
bambini, gli stranieri, i malati, i deboli, i bisognosi.
Nella tradizione ebraica c’è un mirabile detto dei
Padri d’Israele: "Simone il Giusto era solito dire:
Il mondo si fonda su tre cose: la Torah, il culto e gli
atti di misericordia" (Aboth 1,2). Con
l’esercizio della giustizia e della misericordia, Ebrei
e Cristiani sono chiamati ad annunciare e a dare
testimonianza al Regno dell’Altissimo che viene, e per
il quale preghiamo e operiamo ogni giorno nella speranza.
8. In
questa direzione possiamo compiere passi insieme,
consapevoli delle differenze che vi sono tra noi, ma anche
del fatto che se riusciremo ad unire i nostri cuori e le
nostre mani per rispondere alla chiamata del Signore, la
sua luce si farà più vicina per illuminare tutti i
popoli della terra. I passi compiuti in questi
quarant’anni dal Comitato Internazionale congiunto
cattolico-ebraico e, in anni più recenti, dalla
Commissione Mista della Santa Sede e del Gran Rabbinato
d’Israele, sono un segno della comune volontà di
continuare un dialogo aperto e sincero. Proprio domani la
Commissione Mista terrà qui a Roma il suo IX incontro su
"L’insegnamento cattolico ed ebraico sul creato e
l’ambiente"; auguriamo loro un proficuo dialogo su
un tema tanto importante e attuale.
9.
Cristiani ed Ebrei hanno una grande parte di patrimonio
spirituale in comune, pregano lo stesso Signore, hanno le
stesse radici, ma rimangono spesso sconosciuti l’uno
all’altro. Spetta a noi, in risposta alla chiamata di
Dio, lavorare affinché rimanga sempre aperto lo spazio
del dialogo, del reciproco rispetto, della crescita
nell’amicizia, della comune testimonianza di fronte alle
sfide del nostro tempo, che ci invitano a collaborare per
il bene dell’umanità in questo mondo creato da Dio,
l’Onnipotente e il Misericordioso.
10.
Infine un pensiero particolare per questa nostra Città di
Roma, dove, da circa due millenni, convivono, come disse
il Papa Giovanni Paolo II, la Comunità cattolica con il
suo Vescovo e la Comunità ebraica con il suo Rabbino
Capo; questo vivere assieme possa essere animato da un
crescente amore fraterno, che si esprima anche in una
cooperazione sempre più stretta per offrire un valido
contributo nella soluzione dei problemi e delle difficoltà
da affrontare.
Invoco
dal Signore il dono prezioso della pace in tutto il mondo,
soprattutto in Terra Santa. Nel mio pellegrinaggio del
maggio scorso, a Gerusalemme, presso il Muro del Tempio,
ho chiesto a Colui che può tutto: "manda la tua pace
in Terra Santa, nel Medio Oriente, in tutta la famiglia
umana; muovi i cuori di quanti invocano il tuo nome, perché
percorrano umilmente il cammino della giustizia e della
compassione" (Preghiera al Muro Occidentale di
Gerusalemme, 12 maggio 2009).
Nuovamente
elevo a Lui il ringraziamento e la lode per questo nostro
incontro, chiedendo che Egli rafforzi la nostra fraternità
e renda più salda la nostra intesa.
["Genti
tutte, lodate il Signore,
popoli tutti, cantate la sua lode,
perché forte è il suo amore per noi
e la fedeltà del Signore dura per sempre".
Alleluia" (Sal 117)]
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