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CAPPELLA
PAPALE PER LA CONCLUSIONE DEL SINODO (26 OTTOBRE 2008)
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Ascolta
il servizio trasmesso da Radio Vaticana
Radio
Vaticana 26 ottobre 2008
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Il
Papa ha presieduto in San Pietro la Messa
conclusiva del Sinodo. Il pensiero ai
vescovi cinesi e l’annuncio del viaggio
in Africa
Con
una solenne celebrazione eucaristica
presieduta da Benedetto XVI nella Basilica
Vaticana, si sono conclusi stamani i
lavori del Sinodo dei Vescovi sulla Parola
di Dio. Al centro dell’omelia del Papa,
un pensiero speciale per i presuli della
Cina continentale e l’annuncio del
viaggio apostolico in Africa a marzo 2009.
All’Angelus, poi, il Santo Padre ha
rivolto un appello per la pace dei
cristiani in India e in Iraq e per la
libertà religiosa in tutto il mondo. Il
servizio di Isabella Piro:
(canto)
L’Asia e l’Africa: le parole del
Santo Padre hanno unito idealmente questi
due Continenti, al centro della sua
omelia. Dopo aver ringraziato tutti i
partecipanti al Sinodo appena concluso,
dimostrando gratitudine per la loro
“costante dedizione” e per
“l’arricchente esperienza” che hanno
portato in aula, Benedetto XVI ha rivolto
un pensiero ai vescovi della Cina
continentale:
"Un pensiero speciale va ai
vescovi della Cina Continentale, che non
hanno potuto essere rappresentati in
questa assemblea sinodale. Desidero farmi
qui interprete, e rendere grazie a Dio,
del loro amore per Cristo, della loro
comunione con la Chiesa universale e della
loro fedeltà al Successore
dell’Apostolo Pietro. Essi sono presenti
nella nostra preghiera, insieme con tutti
i fedeli che sono affidati alle loro cure
pastorali. Chiediamo al «Pastore supremo
del gregge» (1 Pt 5, 4) di dare ad essi
gioia, forza e zelo apostolico per guidare
con sapienza e con lungimiranza la comunità
cattolica in Cina, a noi tutti così
cara".
Quindi, l’annuncio del viaggio in
Africa a marzo del 2009, in vista della II
Assemblea speciale del Sinodo per questo
Continente, che si svolgerà a Roma
nell’ottobre del prossimo anno:
"E’ mia intenzione recarmi
nel marzo prossimo in Camerun per
consegnare ai rappresentanti delle
Conferenze Episcopali dell’Africa
l’Instrumentum laboris di tale Assemblea
sinodale. Di lì proseguirò, a Dio
piacendo, per l’Angola, per celebrare
solennemente il 500.mo anniversario di
evangelizzazione del Paese".
A fare da filo conduttore a tutta
l’omelia è stato il comandamento
dell’amore. Quell’amore - ha detto il
Papa - che tutto supera tutto, tutto
rinnova, tutto vince: l’amore di chi,
consapevole dei propri limiti, segue
docilmente le parole di Cristo. Questo
significa essere discepoli di Gesù - ha
ribadito Benedetto XVI - e questo
significa mettere in pratica il primo e più
grande comandamento della Legge divina,
testimoniandolo concretamente nei rapporti
tra le persone:
"(…) devono essere rapporti
di rispetto, di collaborazione, di aiuto
generoso. Il prossimo da amare è anche il
forestiero, l’orfano, la vedova e
l’indigente, quei cittadini cioè che
non hanno alcun difensore”.
L’amore per il prossimo, però, ha
ricordato il Santo Padre, nasce
dall’ascolto docile della Parola divina
e dalla sua incarnazione nell’esistenza
personale e comunitaria. Un’esperienza
ritrovata frequentemente durante i lavori
sinodali dei giorni scorsi:
"In questa celebrazione
eucaristica, che chiude i lavori sinodali,
avvertiamo in maniera singolare il legame
che esiste tra l’ascolto amorevole della
Parola di Dio e il servizio disinteressato
verso i fratelli. Quante volte, nei giorni
scorsi, abbiamo sentito esperienze e
riflessioni che evidenziano il bisogno
oggi emergente di un ascolto più intimo
di Dio, di una conoscenza più vera della
sua parola di salvezza; di una
condivisione più sincera della fede che
alla mensa della parola divina si alimenta
costantemente!"
Poi, lo sguardo del Papa si è
allargato sulla missione della Chiesa: il
suo “compito prioritario all’inizio di
questo nuovo millennio”, ha ricordato
Pontefice, è “nutrirsi della Parola di
Dio per rendere efficace l’impegno della
nuova evangelizzazione”. Ma è anche
necessario “tradurre in gesti di amore
la Parola ascoltata, perché solo così
diviene credibile l’annuncio del
Vangelo, nonostante le umane fragilità
che segnano le persone”:
"Tanta gente è alla ricerca,
talora persino senza rendersene conto,
dell’incontro con Cristo e col suo
Vangelo; tanti hanno bisogno di ritrovare
in Lui il senso della loro vita. Dare
chiara e condivisa testimonianza di una
vita secondo la Parola di Dio, attestata
da Gesú, diventa pertanto indispensabile
criterio di verifica della missione della
Chiesa".
Ma come rendere efficace l’impegno
dell’evangelizzazione, affinché le
persone, incontrando la verità, possano
crescere nell’amore autentico? La
risposta, ha sottolineato il Papa, si
trova nel “contatto vivo e intenso con
le Sacre Scritture”:
"E poiché non di rado
l'incontro con la Scrittura rischia di non
essere “un fatto” di Chiesa, ma
esposto al soggettivismo e all'arbitrarietà,
diventa indispensabile una promozione
pastorale robusta e credibile della
conoscenza della Sacra Scrittura, per
annunciare, celebrare e vivere la Parola
nella comunità cristiana, dialogando con
le culture del nostro tempo, mettendosi al
servizio della verità e non delle
ideologie correnti e incrementando il
dialogo che Dio vuole avere con tutti gli
uomini (cfr ibid., 21)."
A questo scopo, ha continuato il Santo
Padre, va curata “in modo speciale la
preparazione dei pastori”, “vanno
incoraggiati gli sforzi per suscitare il
movimento biblico tra i laici, la
formazione degli animatori dei gruppi, con
particolare attenzione ai giovani” E
ancora, bisogna “sostenere lo sforzo di
far conoscere la fede attraverso la Parola
di Dio anche a chi è 'lontano' e
specialmente a quanti sono in sincera
ricerca del senso della vita”.
(canto)
All’Angelus, poi, pronunciato di
fronte ad una Piazza San Pietro assolata
ed affollata di fedeli, Benedetto XVI è
tornato sui lavori del Sinodo ed ha
ricordato l’importanza di un’esegesi
biblica basata sia sul metodo
storico-critico che su quello teologico.
Poi, l’appello perché il mondo non
dimentichi le sofferenze patite dai
cristiani in alcuni Paesi dell’Oriente:
"Al termine dell’Assemblea
sinodale, i Patriarchi delle Chiese
Orientali hanno lanciato un appello, che
faccio mio, per richiamare l’attenzione
della comunità internazionale, dei
leaders religiosi e di tutti gli uomini e
le donne di buona volontà sulla tragedia
che si sta consumando in alcuni Paesi
dell’Oriente, dove i cristiani sono
vittime di intolleranze e di crudeli
violenze, uccisi, minacciati e costretti
ad abbandonare le loro case e a vagare in
cerca di rifugio. Penso in questo momento
soprattutto all’Iraq e
all’India".
Ricordando il contributo che le
“piccole, ma operose e qualificate
minoranze cristiane danno alla crescita
della patria comune”, il Papa ha poi
ribadito che “esse non domandano
privilegi”, ma solo di “poter
continuare a vivere nel loro Paese e
insieme ai loro concittadini”:
"Alle autorità civili e
religiose interessate chiedo di non
risparmiare alcuno sforzo affinché la
legalità e la convivenza civile siano
presto ripristinate e i cittadini onesti e
leali sappiano di poter contare su una
adeguata protezione da parte delle
istituzioni dello Stato. Auspico poi che i
responsabili civili e religiosi di tutti i
Paesi, consapevoli del loro ruolo di guida
e di riferimento per le popolazioni,
compiano dei gesti significativi ed
espliciti di amicizia e di considerazione
nei confronti delle minoranze, cristiane o
di altre religioni, e si facciano un punto
d’onore della difesa dei loro legittimi
diritti".
(applausi)
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CAPPELLA
PAPALE PER LA CONCLUSIONE DELLA XII ASSEMBLEA
GENERALE
ORDINARIA DEL SINODO DEI VESCOVI
OMELIA
DEL SANTO PADRE BENEDETTO XVI
Basilica
Vaticana
Domenica, 26 ottobre 2008
Fratelli
nell’Episcopato e nel Sacerdozio,
cari fratelli e sorelle!
La
Parola del Signore, risuonata poc’anzi nel
Vangelo, ci ha ricordato che nell’amore si
riassume tutta la Legge divina. L’Evangelista
Matteo racconta che i farisei, dopo che Gesù ebbe
risposto ai sadducei chiudendo loro la bocca, si
riunirono per metterlo alla prova (cfr 22,34-35).
Uno di questi, un dottore della legge, gli chiese:
"Maestro, nella Legge, qual è il grande
comandamento?" (v. 36). La domanda lascia
trasparire la preoccupazione, presente
nell’antica tradizione giudaica, di trovare un
principio unificatore delle varie formulazioni
della volontà di Dio. Era domanda non facile,
considerato che nella Legge di Mosè sono
contemplati ben 613 precetti e divieti. Come
discernere, tra tutti questi, il più grande? Ma
Gesù non ha nessuna esitazione, e risponde
prontamente: "Amerai il Signore tuo Dio con
tutto il tuo cuore, con tutta la tua anima e con
tutta la tua mente. Questo è il grande e primo
comandamento" (vv. 37-38). Nella sua
risposta, Gesù cita lo Shemà, la
preghiera che il pio israelita recita più volte
al giorno, soprattutto al mattino e alla sera (cfr
Dt 6,4-9; 11,13-21; Nm 15,37-41): la
proclamazione dell’amore integro e totale dovuto
a Dio, come unico Signore. L’accento è posto
sulla totalità di questa dedizione a Dio,
elencando le tre facoltà che definiscono l’uomo
nelle sue strutture psicologiche profonde: cuore,
anima e mente. Il termine mente, diánoia,
contiene l’elemento razionale. Dio non è
soltanto oggetto dell’amore, dell’impegno,
della volontà e del sentimento, ma anche
dell’intelletto, che pertanto non va escluso da
questo ambito. E’ anzi proprio il nostro
pensiero a doversi conformare al pensiero di Dio.
Poi, però, Gesù aggiunge qualcosa che, in verità,
non era stato richiesto dal dottore della legge:
"Il secondo poi è simile a quello: Amerai il
tuo prossimo come te stesso" (v. 39).
L’aspetto sorprendente della risposta di Gesù
consiste nel fatto che egli stabilisce una
relazione di somiglianza tra il primo e il secondo
comandamento, definito anche questa volta con una
formula biblica desunta dal codice levitico di
santità (cfr Lv 19,18). Ed ecco quindi che
nella conclusione del brano i due comandamenti
vengono associati nel ruolo di principio cardine
sul quale poggia l’intera Rivelazione biblica:
"Da questi due comandamenti dipendono tutta
la Legge e i Profeti" (v. 40).
La
pagina evangelica sulla quale stiamo meditando
pone in luce che essere discepoli di Cristo è
mettere in pratica i suoi insegnamenti, che si
riassumono nel primo e più grande comandamento
della Legge divina, il comandamento dell’amore.
Anche la prima Lettura, tratta dal libro
dell’Esodo, insiste sul dovere dell’amore; un
amore testimoniato concretamente nei rapporti tra
le persone: devono essere rapporti di rispetto, di
collaborazione, di aiuto generoso. Il prossimo da
amare è anche il forestiero, l’orfano, la
vedova e l’indigente, quei cittadini cioè che
non hanno alcun "difensore". L’autore
sacro scende a dettagli particolareggiati, come
nel caso dell’oggetto dato in pegno da uno di
questi poveri (cfr Es 20,25-26). In tal
caso è Dio stesso a farsi garante della
situazione di questo prossimo.
Nella
seconda Lettura possiamo vedere una concreta
applicazione del sommo comandamento dell’amore
in una delle prime comunità cristiane. San Paolo
scrive ai Tessalonicesi, lasciando loro capire
che, pur avendoli conosciuti da poco, li apprezza
e li porta con affetto nel cuore. Per questo egli
li addita come un "modello per tutti i
credenti della Macedonia e dell’Acaia" (1
Ts 1,6-7). Non mancano certo debolezze e
difficoltà in quella comunità fondata di
recente, ma è l’amore che tutto supera, tutto
rinnova, tutto vince: l’amore di chi,
consapevole dei propri limiti, segue docilmente le
parole di Cristo, divino Maestro, trasmesse
attraverso un suo fedele discepolo. "Voi
avete seguito il nostro esempio e quello del
Signore – scrive san Paolo – avendo accolto la
Parola in mezzo a grandi prove". "Per
mezzo vostro – prosegue l’Apostolo - la parola
del Signore risuona non soltanto in Macedonia e in
Acaia, ma la vostra fede si è diffusa
dappertutto" (1 Ts 1,6.8).
L’insegnamento che traiamo dall’esperienza dei
Tessalonicesi, esperienza che in verità accomuna
ogni autentica comunità cristiana, è che
l’amore per il prossimo nasce dall’ascolto
docile della Parola divina. E’ un amore che
accetta anche dure prove per la verità della
parola divina e proprio così il vero amore cresce
e la verità risplende in tutto il suo fulgore.
Quanto è importante allora ascoltare la Parola e
incarnarla nell’esistenza personale e
comunitaria!
In
questa celebrazione eucaristica, che chiude i
lavori sinodali, avvertiamo in maniera singolare
il legame che esiste tra l’ascolto amorevole
della Parola di Dio e il servizio
disinteressato verso i fratelli. Quante volte,
nei giorni scorsi, abbiamo sentito esperienze e
riflessioni che evidenziano il bisogno oggi
emergente di un ascolto più intimo di Dio, di una
conoscenza più vera della sua parola di salvezza;
di una condivisione più sincera della fede che
alla mensa della parola divina si alimenta
costantemente! Cari e venerati Fratelli, grazie
per il contributo che ciascuno di voi ha offerto
all’approfondimento del tema del Sinodo: "La
Parola di Dio nella vita e nella missione della
Chiesa". Tutti vi saluto con affetto.
Un saluto speciale rivolgo ai Signori Cardinali
Presidenti delegati del Sinodo e al Segretario
Generale, che ringrazio per la loro costante
dedizione. Saluto voi, cari fratelli e sorelle,
che siete venuti da ogni continente recando la
vostra arricchente esperienza. Tornando a casa,
trasmettete a tutti il saluto affettuoso del
Vescovo di Roma. Saluto i Delegati Fraterni, gli
Esperti, gli Uditori e gli Invitati speciali: i
membri della Segreteria Generale del Sinodo,
quanti si sono occupati dei rapporti con la
stampa. Un pensiero speciale va ai Vescovi della
Cina Continentale, che non hanno potuto essere
rappresentati in questa assemblea sinodale.
Desidero farmi qui interprete, e renderne grazie a
Dio, del loro amore per Cristo, della loro
comunione con la Chiesa universale e della loro
fedeltà al Successore dell’Apostolo Pietro.
Essi sono presenti nella nostra preghiera, insieme
con tutti i fedeli che sono affidati alle loro
cure pastorali. Chiediamo al «Pastore supremo del
gregge» (1 Pt 5, 4) di dare ad essi gioia,
forza e zelo apostolico per guidare con sapienza e
con lungimiranza la comunità cattolica in Cina, a
tutti noi così cara.
Noi
tutti, che abbiamo preso parte ai lavori sinodali,
portiamo con noi la rinnovata consapevolezza che
compito prioritario della Chiesa, all'inizio di
questo nuovo millennio, è innanzitutto nutrirsi
della Parola di Dio, per rendere efficace
l'impegno della nuova evangelizzazione,
dell’annuncio nei nostri tempi. Occorre ora che
questa esperienza ecclesiale sia recata in ogni
comunità; è necessario che si comprenda la
necessità di tradurre in gesti di amore la parola
ascoltata, perché solo così diviene credibile
l’annuncio del Vangelo, nonostante le umane
fragilità che segnano le persone. Ciò richiede
in primo luogo una conoscenza più intima di
Cristo ed un ascolto sempre docile della sua
parola.
In
quest’Anno Paolino, facendo nostre le parole
dell'Apostolo: "guai a me se non
predicassi il Vangelo" (1 Cor
9,16), auspico di cuore che in ogni comunità si
avverta con più salda convinzione quest’anelito
di Paolo come vocazione al servizio del Vangelo
per il mondo. Ricordavo
all’inizio dei lavori sinodali l’appello
di Gesù: "la messe è molta" (Mt
9,37), appello a cui non dobbiamo mai stancarci di
rispondere malgrado le difficoltà che possiamo
incontrare. Tanta gente è alla ricerca, talora
persino senza rendersene conto, dell’incontro
con Cristo e col suo Vangelo; tanti hanno bisogno
di ritrovare in Lui il senso della loro vita. Dare
chiara e condivisa testimonianza di una vita
secondo la Parola di Dio, attestata da Gesù,
diventa pertanto indispensabile criterio di
verifica della missione della Chiesa.
La
letture che la liturgia offre oggi alla nostra
meditazione ci ricordano che la pienezza della
Legge, come di tutte le Scritture divine, è
l'amore. Chi dunque crede di aver compreso le
Scritture, o almeno una qualsiasi parte di esse,
senza impegnarsi a costruire, mediante la loro
intelligenza, il duplice amore di Dio e del
prossimo, dimostra in realtà di essere ancora
lontano dall’averne colto il senso profondo. Ma
come mettere in pratica questo comandamento, come
vivere l’amore di Dio e dei fratelli senza un
contatto vivo e intenso con le Sacre Scritture? Il
Concilio Vaticano II afferma essere
"necessario che i fedeli abbiano largo
accesso alla Sacra Scrittura" (Cost. Dei
Verbum, 22), perché le persone,
incontrando la verità, possano crescere
nell’amore autentico. Si tratta di un requisito
oggi indispensabile per l’evangelizzazione. E
poiché non di rado l'incontro con la Scrittura
rischia di non essere "un fatto" di
Chiesa, ma esposto al soggettivismo e
all'arbitrarietà, diventa indispensabile una promozione
pastorale robusta e credibile della conoscenza
della Sacra Scrittura, per annunciare,
celebrare e vivere la Parola nella comunità
cristiana, dialogando con le culture del nostro
tempo, mettendosi al servizio della verità e non
delle ideologie correnti e incrementando il
dialogo che Dio vuole avere con tutti gli uomini (cfr
ibid., 21). A questo scopo va curata in
modo speciale la preparazione dei pastori,
preposti poi alla necessaria azione di diffondere
la pratica biblica con opportuni sussidi. Vanno
incoraggiati gli sforzi in atto per suscitare il
movimento biblico tra i laici, la formazione degli
animatori dei gruppi, con particolare attenzione
ai giovani. È da sostenere lo sforzo di far
conoscere la fede attraverso la Parola di Dio
anche a chi è "lontano" e specialmente
a quanti sono in sincera ricerca del senso della
vita.
Molte
altre riflessioni sarebbero da aggiungere, ma mi
limito infine a sottolineare che il luogo
privilegiato in cui risuona la Parola di Dio,
che edifica la Chiesa, come è stato detto
tante volte nel Sinodo, è senza dubbio la
liturgia. In essa appare che la Bibbia è il
libro di un popolo e per un popolo; un'eredità,
un testamento consegnato a lettori, perché
attualizzino nella loro vita la storia di salvezza
testimoniata nello scritto. Vi è pertanto un
rapporto di reciproca vitale appartenenza tra
popolo e Libro: la Bibbia rimane un Libro vivo con
il popolo, suo soggetto, che lo legge; il popolo
non sussiste senza il Libro, perché in esso trova
la sua ragion d'essere, la sua vocazione, la sua
identità. Questa mutua appartenenza fra popolo e
Sacra Scrittura è celebrata in ogni assemblea
liturgica, la quale, grazie allo Spirito Santo,
ascolta Cristo, poiché è Lui che parla quando
nella Chiesa si legge la Scrittura e si accoglie
l'alleanza che Dio rinnova con il suo popolo.
Scrittura e liturgia convergono, dunque,
nell'unico fine di portare il popolo al dialogo
con il Signore e all’obbedienza alla volontà
del Signore. La Parola uscita dalla bocca di Dio e
testimoniata nelle Scritture torna a Lui in forma
di risposta orante, di risposta vissuta, di
risposta sgorgante dall’amore (cfr Is
55,10-11).
Cari
fratelli e sorelle, preghiamo perché dal
rinnovato ascolto della Parola di Dio, sotto
l'azione dello Spirito Santo, possa sgorgare un
autentico rinnovamento nella Chiesa universale, ed
in ogni comunità cristiana. Affidiamo i frutti di
questa Assemblea sinodale alla materna
intercessione della Vergine Maria. A Lei affido
anche la II Assemblea Speciale del Sinodo per
l’Africa, che si svolgerà a Roma nell’ottobre
del prossimo anno. E’ mia intenzione recarmi nel
marzo prossimo in Camerun per consegnare ai
rappresentanti delle Conferenze Episcopali
dell’Africa l’Instrumentum laboris di
tale Assemblea sinodale. Di lì proseguirò, a Dio
piacendo, per l’Angola, per celebrare
solennemente il 500° anniversario di
evangelizzazione del Paese. Maria Santissima, che
ha offerto la sua vita come "serva del
Signore", perché tutto si compisse in
conformità ai divini voleri (cfr Lc 1,38)
e che ha esortato a fare tutto ciò che Gesù
avrebbe detto (cfr Gv 2,5), ci insegni a
riconoscere nella nostra vita il primato della
Parola che sola ci può dare salvezza. E così
sia!
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