DISCORSO
AI VESCOVI SIRO MALABARESI (7 APRILE 2011)
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Radio
Vaticana 7 aprile 2011
Benedetto
XVI: la società non capisce più il matrimonio come
unione stabile e aperta alla vita
◊
La Chiesa non può più contare sulla società per una
comprensione del matrimonio in senso cristiano.
L’affermazione di Benedetto XVI è contenuta nel
discorso rivolto questa mattina al gruppo di vescovi della
Chiesa siro-malabarese, ricevuti in udienza al termine
della visita ad Limina. Il Papa ha toccato anche i
temi della vocazione ministeriale all’episcopato e della
formazione permanente dei religiosi. Il servizio di Alessandro
De Carolis:
Pensare al matrimonio come a un vincolo duraturo,
stabile, aperto alla procreazione dei figli, oggi è
socialmente e mediaticamente scorretto, perché la
famiglia è divenuta friabile come i valori di tanti che
la mettono in piedi e i figli sono più pretesi come un
diritto che desiderati come un dono. È dall’acuta
percezione di questo stato di cose che nasce la
considerazione che Benedetto XVI fa a un certo punto del
suo discorso ai vescovi dell’India, di tradizione
siro-malabarese. Il Papa sta parlando dei cambiamenti, che
definisce “rapidi e drammatici”, in atto nelle società
contemporanee di “tutto il mondo” e delle “gravi
sfide”, ma anche delle “nuove possibilità”, che
questo quadro d’insieme offre a chi si spende per
“proclamare la verità liberante del messaggio
evangelico”. Rapportato questo annuncio al mondo della
famiglia, il Pontefice nota con una punta di rammarico:
“Unfortunately, the Church can no longer can…
Purtroppo, la Chiesa non può più contare sul
sostegno della società in generale per promuovere la
comprensione cristiana del matrimonio come unione stabile
e indissolubile, ordinata alla procreazione e la
santificazione degli sposi”.
Ciò detto, il Papa ribadisce uno a uno quei principi
oggi messi fuori gioco dai relativismi:
“Your support, dear brothers bishops…
Il vostro sostegno, cari fratelli vescovi, e quello
dei vostri sacerdoti e delle comunità all'educazione sana
e integrale dei giovani nelle vie della castità e della
responsabilità, non solo permetterà loro di abbracciare
la vera natura del matrimonio, ma andrà anche a vantaggio
della cultura indiana nel suo complesso”.
Poco prima, parlando del ministero episcopale,
Benedetto XVI aveva esortato ognuno dei presuli
siro-malabaresi a essere “un ministro di unità”.
Questa responsabilità, ha affermato, “è di particolare
importanza in un Paese come l'India, dove si riflette
l'unità della Chiesa nella ricca diversità dei suoi riti
e tradizioni”. Quindi, l’attenzione si è spostata sui
religiosi presenti nelle Eparchie locali, protagonisti di
tante e apprezzabili opere di educazione e di carità. In
questo caso, il tasto toccato dal Papa è stato quello
della formazione “permanente” dei consacrati,
all’interno della tradizione liturgica e spirituale
della Chiesa siro-malabarese. Incoraggiando i presuli a
pianificare tale formazione “in modo efficace”,
Benedetto XVI ha ribadito:
“The Church insist that preparation for religious…
La Chiesa insiste sul fatto che la preparazione alla
professione religiosa dev’essere caratterizzata da un
lungo e attento discernimento, al fine di garantire, prima
dell’emissione dei voti perpetui, che ogni candidato sia
saldamente radicato in Cristo, solido nella sua capacità
di un genuino impegno e felice di donarsi a Gesù Cristo e
alla sua Chiesa”.
DISCORSO
DEL SANTO PADRE BENEDETTO XVI
AI
VESCOVI DI RITO SIRO-MALABARESE
IN VISITA «AD LIMINA APOSTOLORUM»
Sala del
Concistoro
Giovedì, 7 aprile 2011
Cari
Fratelli Vescovi,
vi porgo
un affettuoso benvenuto fraterno in occasione della vostra
visita ad limina Apostolorum in un momento
tristemente segnato dalla morte del Cardinale Varkey
Vithayathil. Di fronte a tutti voi, desidero rendere
ancora grazie a Dio per il servizio valido e volenteroso
che egli ha prestato per molti anni alla Chiesa in India.
Che il nostro Salvatore amorevole accolga la sua nobile
anima in paradiso e che egli possa riposare in pace in
comunione con tutti i santi.
Grazie
per i sentimenti di rispetto e di stima offerti da Mar
Bosco Puthur a vostro nome e a nome di quanti
amministrate. La vostra presenza è un’espressione
eloquente dei profondi vincoli spirituali che uniscono la
Chiesa siro-malabarese alla Chiesa universale, in fedeltà
alla preghiera di Cristo per tutti i suoi discepoli (cfr. Gv
17, 21). Portate sulle tombe degli Apostoli Pietro e
Paolo le gioie e le speranze di tutta la Chiesa
siro-malabarese, che il mio predecessore, il Venerabile Giovanni
Paolo II, ha elevato con gioia allo status di Chiesa
Arcivescovile Maggiore nel 1992. I miei saluti vanno ai
sacerdoti, ai religiosi, uomini e donne, ai membri dei
movimenti laicali, alle famiglie e in particolare ai
giovani che sono la speranza della Chiesa.
Il Concilio
Vaticano II ha insegnato che «anche i vescovi, posti
dallo Spirito Santo, succedono agli apostoli come pastori
delle anime e, insieme col sommo Pontefice e sotto la sua
autorità hanno la missione di perpetuare l’opera di
Cristo, pastore eterno» (Christus
Dominus, 2). L’incontro di oggi quindi
costituisce una parte essenziale del vostro pellegrinaggio
ad limina Apostolorum. È anche un’occasione per
intensificare la consapevolezza del dono divino e della
responsabilità ricevuti nell’ordinazione con la quale
siete divenuti membri del collegio episcopale. Mi unisco a
voi nel chiedere l’intercessione degli Apostoli per il
vostro ministero. Essi, che furono i primi a ricevere il
mandato di custodire il gregge di Cristo, continuano a
guidare la Chiesa e a vegliare su di essa dal loro posto
nei cieli e restano un modello e una fonte di ispirazione
per tutti i Vescovi con la loro santità di vita, il loro
insegnamento e il loro esempio.
La vostra
visita offre anche una preziosa opportunità per rendere
grazie a Dio per il dono di comunione nella fede
apostolica e nella vita dello Spirito che vi rende uniti
fra voi e con il vostro popolo. Con l’ispirazione e la
grazia divine da un lato e con umili sforzi e preghiere
dall’altro, questo dono prezioso di comunione con il Dio
Uno e Trino e fra voi diverrà sempre più ricco e
profondo. Ogni Vescovo, da parte sua, è chiamato a essere
un ministro di unità (cfr. ibidem 6) nella sua
Chiesa particolare e nella Chiesa universale. Questa
responsabilità riveste un’importanza speciale in un
Paese come l’India in cui l’unità della Chiesa si
riflette nella ricca diversità dei suoi riti e delle sue
tradizioni. Vi incoraggio a fare tutto il possibile per
promuovere la comunione fra voi e con tutti i vescovi
cattolici nel mondo, e a essere espressione vivente di
quella comunione fra i vostri sacerdoti e fedeli. Che il
delicato monito di san Paolo continui a guidare i vostri
cuori e i vostri sforzi apostolici: «fuggite il male con
orrore, attaccatevi al bene; amatevi gli uni gli altri con
affetto fraterno, gareggiate nello stimarvi a vicenda» (Rm
12, 9–10, 16). Quindi l’unità del Dio Uno e Trino sarà
proclamata e vissuta nel mondo, e quindi la nostra nuova
vita in Cristo sarà vissuta sempre più profondamente a
beneficio di tutta la Chiesa cattolica.
In seno a
questo ministero di comunione amorevole, un’espressione
privilegiata di condivisione della vita divina è
costituita dal matrimonio sacramentale e dalla vita
familiare. I cambiamenti rapidi e incisivi che sono parte
della società attuale in tutto il mondo recano non solo
sfide ingenti, ma anche nuove possibilità per proclamare
la verità liberatrice del messaggio evangelico, per
trasformare ed elevare tutti i rapporti umani. Il vostro
sostegno, cari Fratelli Vescovi, e quello dei vostri
sacerdoti e delle vostre comunità per l’educazione
solida e integrale dei giovani nella castità e nella
responsabilità non solo permetteranno loro di accogliere
la natura autentica del matrimonio, ma saranno anche di
beneficio alla cultura indiana nel suo insieme. Purtroppo,
la Chiesa non può più contare sul sostegno della società
nel suo insieme per promuovere l’idea cristiana del
matrimonio come unione permanente e indissolubile tesa
alla procreazione e alla santificazione dei coniugi. Fate
sì che le vostre famiglie guardino al Signore e alla sua
parola salvifica per una visione completa e autenticamente
positiva della vita e dei rapporti coniugali, tanto
necessaria per il bene di tutta la famiglia umana. Che la
vostra predicazione e la vostra catechesi in questo campo
siano pazienti e costanti.
Al centro
di molte delle opere di educazione e di carità svolte
nelle vostre eparchie ci sono varie comunità di
religiosi, uomini e donne, che si dedicano al servizio di
Dio e del prossimo. Desidero esprimere l’apprezzamento
della Chiesa per la carità, la fede e il duro lavoro di
questi religiosi, che professando e vivendo i consigli
evangelici di povertà, castità e obbedienza offrono un
esempio di devozione completa al divino Maestro e in tal
modo contribuiscono in maniera considerevole a ben
preparare i vostri fedeli per ogni opera buona (cfr. 2
Tm 3, 17). La vocazione alla vita religiosa e la
ricerca della perfetta carità sono attraenti a ogni età,
ma dovrebbero essere alimentate da un costante
rinnovamento spirituale promosso da superiori che
dedichino grande cura alla formazione umana, intellettuale
e spirituale dei loro confratelli religiosi (cfr. Perfectae
caritatis, 11). La Chiesa insiste affinché la
preparazione alla professione religiosa sia caratterizzata
da un discernimento lungo e attento teso a garantire,
prima dei voti definitivi, che ogni candidato sia
profondamente radicato in Cristo, saldo nella sua capacità
di impegno autentico e gioioso nel dono di sé a Gesù
Cristo e alla sua Chiesa. Inoltre, per sua stessa natura,
la formazione non è mai completa, ma è permanente e deve
essere parte integrante della vita quotidiana di ogni
individuo e comunità. In questa area bisogna fare molto,
utilizzando le numerose risorse disponibili nella vostra
Chiesa, soprattutto attraverso un esercizio più profondo
della pratica della preghiera, le particolari tradizioni
spirituali e liturgiche del rito sio-malabarese e le
esigenze intellettuali di una solida pratica pastorale. Vi
incoraggio a pianificare in modo efficace, in stretta
collaborazione con i superiori religiosi, questa salda
formazione permanente cosicché i religiosi, uomini e
donne, continuino a essere testimoni validi della presenza
di Dio nel mondo e del nostro destino eterno, cosicché il
dono completo di sé a Dio attraverso la vita religiosa
possa risplendere in tutta la sua bellezza e purezza di
fronte agli uomini.
Con
queste riflessioni, cari Fratelli Vescovi, esprimo ancora
una volta il mio affetto fraterno e la mia stima.
Affidandovi all’intercessione di san Tommaso, Apostolo
dell’India, vi assicuro delle mie preghiere per voi e
per quanti sono affidati alla vostra sollecitudine
pastorale. A tutti imparto al mia benedizione apostolica
quale pegno di grazia e di pace nel Signore.
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