INTERVENTO
DELL’EM.MO CARD. ALBERT VANHOYE, S.I.
All’inizio
del tempo liturgico dell'Avvento, il Santo Padre Benedetto
XVI ci offre una Enciclica il cui tema è egregiamente
confacente a questo tempo, un’Enciclica, cioè, sulla
Speranza, illuminante, incoraggiante e stimolante.
In questa
nuova enciclica ritroviamo il Papa profondo teologo e nel
contempo pastore attento alle necessità del suo gregge.
Accanto a riflessioni molto approfondite sui rapporti tra
la speranza cristiana e la fede cristiana, nonché
sull’evoluzione della mentalità moderna nei confronti
della speranza cristiana, troviamo pagine commoventi su
grandi testimoni della speranza, a cominciare da sant’Agostino
(nn. 11-12, 15), che viveva in un’epoca drammatica, e
fino ai tempi più recenti, quelli di santa Giuseppina
Bakhita, (n. 3) un’africana del 1800, fatta schiava
all’età di 9 anni, martoriata da crudeli padroni, ma
finalmente liberata e nata alla speranza grazie
all’incontro con il Dio dei cristiani, salvatore pieno
di amore. Il Santo Padre cita anche lungamente una
straordinaria lettera di un martire vietnamita del 1800,
Paolo Le-Bao-Thin (n. 37), che subì "crudeli
supplizi di ogni genere", ma rimaneva "pieno di
gioia", perché non era solo, Cristo era con lui;
egli scriveva: "Mentre infuria la tempesta, getto
l’ancora fino al trono di Dio: speranza viva che è nel
mio cuore…". Dei nostri tempi, l’Enciclica
riferisce il caso dell’ "indimenticabile Cardinale
Nguyen Van Thuan" il quale "da 13 anni di
prigionia, di cui nove in isolamento … ci ha lasciato un
prezioso libretto: Preghiere di speranza. Durante
13 anni di carcere, in una situazione di disperazione
apparentemente totale, l’ascolto di Dio, il potergli
parlare, divenne per lui una crescente forza di
speranza" (nn. 31 e 34). Questi casi eccezionali
manifestano bene il dinamismo intenso dell'esperienza
cristiana.
La breve
Introduzione dell'Enciclica (n. 1) dimostra subito
l’importanza decisiva della speranza, che sarà poi
ribadita più volte. Per poter affrontare il presente con
tutti i suoi problemi e le sue difficoltà, abbiamo
assolutamente bisogno di una speranza e di una speranza
veramente valida e ferma.
Viene poi
considerata "attentamente la testimonianza della
Bibbia sulla speranza" (n. 2). "Speranza… è
una parola centrale della fede biblica – al punto che in
diversi passi le parole fede e speranza sembrano
interscambiabili". Effettivamente, la fede cristiana
non consiste anzitutto nell’accettare un certo numero di
verità astratte, ma consiste nel dare la propria adesione
personale alla persona di Cristo, per essere da lui
salvati e introdotti nella comunione divina. La vera
speranza ci viene data nell’incontro personale con il
Dio vivo e vero per mezzo di Cristo (n. 3). Agli inizi del
cristianesimo, la speranza cristiana veniva espressa e
testimoniata perfino sui sarcofaghi cristiani nel modo di
rappresentarvi Cristo come il vero filosofo che guida alla
vita eterna e come il buon pastore (n. 6).
Nel n. 7,
il Santo Padre osserva che il rapporto tra fede e speranza
viene espresso nella Lettera agli Ebrei (11,1) in
"una sorta di definizione della fede che intreccia
strettamente questa virtù con la speranza". Il Papa
riferisce in proposito di una disputa tra esegeti
"sull’interpretazione di una parola greca, hypostasis,
tradotta in latino con "substantia".
L’interpretazione antica era oggettiva: "la fede è
sostanza delle cose che si sperano, prova di cose che non
si vedono." Così la relazione tra fede e speranza
appare forte. Lutero, invece, al quale, scrive il Santo
Padre, "il concetto di sostanza, nel contesto della
sua visione della fede, non diceva niente", si decise
per una interpretazione soggettiva: la fede come una
disposizione soggettiva in rapporto a ciò che si spera, e
una convinzione in rapporto a ciò che non si vede.
Il Papa
osserva che questa interpretazione si è affermata anche
nell’esegesi cattolica ed è stata adottata dalla
traduzione ecumenica in lingua tedesca, approvata dai
vescovi. Il Papa però prosegue, dicendo a ragione, che
non è il senso del testo, perché il termine greco
tradotto "convinzione" non ha mai questo senso,
ma significa prova, mezzo per conoscere, e quindi il
termine parallelo hypostasis deve anche avere il
suo senso oggettivo, che è il suo senso normale. A
conferma di questa posizione, il Papa cita una
dichiarazione di un noto esegeta protestante, il quale nel
Theologisches Wörterbuch zum Neuen Testament, il Grande
Lessico Teologico del Nuovo Testamento, dopo una seria
indagine, conclude che l’interpretazione soggettiva è
"insostenibile". "la fede non è soltanto
un personale protendersi verso le cose che devono venire
[…]; essa ci dà qualcosa. Ci dà già ora qualcosa
della realtà attesa". Ne risulta che la speranza
cristiana è sostanziosa.
Adoperando
un altro passo della Lettera agli Ebrei (10,34),
l’Enciclica esprime un contrasto tra due basi per la
vita umana, una base materiale, che assicura il
sostentamento dell’esistenza, e la base fornita dalla
fede, in rapporto con la speranza.
Queste
spiegazioni mostrano un’attenzione estremamente accurata
a tutti gli aspetti del tema della speranza.
Nelle
pagine successive, dal titolo: "La vita eterna –
che cos’è?" (nn. 10-12), il Santo Padre esprime
con vivo realismo la mentalità attuale di molte persone.
La vita eterna è l’oggetto della speranza. Ma a molte
persone, oggi, "la vita eterna non sembra loro una
cosa desiderabile. Non vogliono affatto la vita eterna, ma
quella presente. […] La morte, certamente, si vorrebbe
rimandare il più possibile. Ma vivere sempre, senza un
termine — questo, tutto sommato, può essere solo noioso
e alla fine, insopportabile". Partendo allora da una
lettera di S. Agostino "indirizzata a Proba, una
vedova romana benestante", il Santo Padre precisa che
cosa si deve intendere con "vita eterna", cioè
non una successione interminabile di momenti, ma una
pienezza alla quale aspiriamo. "Possiamo
soltanto", scrive il Papa, "presagire che
l’eternità non sia un continuo susseguirsi di giorni
del calendario, ma qualcosa come il momento colmo di
appagamento, in cui la totalità ci abbraccia e noi
abbracciamo la totalità. Sarebbe il momento
dell’immergersi nell’oceano dell'infinito amore, nel
quale il tempo — il prima e il dopo — non esiste più.
[…] Dobbiamo pensare in questa direzione, se vogliamo
capire a che cosa mira la speranza cristiana, che cosa
aspettiamo dalla fede, dal nostro essere con Cristo"
(n. 12). Queste sono parole illuminanti e che colmano il
cuore di gioia.
Dopo di
che, l’Enciclica pone un’altra domanda, sulla quale
tornerà più volte. Essa domanda, cioè, se "la
speranza cristiana è individualistica" (n. 13). Una
risposta positiva viene data da più parti e accompagnata
"nel tempo moderno" da "una critica sempre
più dura: si tratterebbe di puro individualismo, che
avrebbe abbandonato il mondo alla sua miseria e si sarebbe
rifugiato in una salvezza eterna soltanto privata."
Vengono citati in proposito i rimproveri rivolti ai
cristiani dallo scrittore francese Jean Giono e respinti
dal Cardinale de Lubac "sulla base della teologia dei
Padri in tutta la sua vastità" (n. 14). Lungi
dall’essere individualistica, l’autentica speranza
cristiana aspira a "una salvezza comunitaria";
essa "presuppone l’esodo dalla prigionia del
proprio ‘io’" per accogliere l’amore in tutte
le sue dimensioni; ha quindi "a che fare anche con la
edificazione del mondo". La dottrina e l’esempio di
S. Bernardo di Chiaravalle vengono citati in proposito.
A questo
punto, l’Enciclica osserva che il concetto di speranza
cristiana ha subito negli ultimi secoli una evoluzione
negativa, che ha le sue antiche radici nell’opera di
Francesco Bacon alla fine del 500, dal titolo Novum
Organum, la quale promosse la scienza sperimentale e
ne fece sperare la restaurazione del paradiso perduto.
Ormai per l’edificazione del mondo, ciò che doveva
contare era "la fede nel progresso", assicurato
"dal collegamento tra scienza e prassi". Ne
risultò che la fede cristiana diventò "in qualche
modo irrilevante per il mondo" e che la speranza
cristiana venne ridotta a una prospettiva
individualistica.
"Al
contempo, dice l’Enciclica, due categorie entrano sempre
più al centro dell'idea di progresso: ragione e libertà"
(n. 18). Qui l’Enciclica presenta aspetti importanti
della storia del pensiero moderno e delle "tappe
essenziali della concretizzazione politica" della
speranza che vi corrisponde. Non spetta a me riferirne.
L’Enciclica mette a confronto "la vera fisionomia
della speranza cristiana" (nn. 24-29), la quale ha
una relazione stretta, non solo con la fede, ma anche con
l’amore che viene da Dio e unisce a Dio e ai fratelli.
La
conclusione di questa parte è chiara (m. 31): "Noi
abbiamo bisogno delle speranze — più piccole o più
grandi — che, giorno per giorno, ci mantengono in
cammino. Ma senza la grande speranza, che deve superare
tutto il resto, esse non bastano. Questa grande speranza
può essere solo Dio […]. Dio è il fondamento della
speranza, — non un qualsiasi dio, ma quel Dio che ha un
volto umano e che ci ha amati sino alla fine […]. Solo
il suo amore ci dà la possibilità di perseverare […]
giorno per giorno, senza perdere lo slancio della
speranza, in un mondo che, per sua natura, è
imperfetto."
La
seconda grande parte dell'Enciclica descrive i
"Luoghi di apprendimento e di esercizio della
speranza" (non. 32-48) e riguarda quindi, in modo più
concreto, la vita cristiana. Vengono distinti tre luoghi:
I. La preghiera come scuola della speranza; II. Agire e
soffrire come luoghi di apprendimento della speranza; III.
Il Giudizio [con una g maiuscola] come luogo di
apprendimento e di esercizio della speranza. Le analisi
offerte sono di una ricchezza e di una profondità
stupende.
Sulla
preghiera, l’Enciclica sfrutta una omelia di S. Agostino
sulla Prima Lettera di Giovanni omelia quanto mai
suggestiva, che illustra "l’intima relazione tra
preghiera e speranza", definendo "la preghiera
come esercizio del desiderio", esercizio necessario
perché il nostro cuore "è troppo stretto per la
grande realtà che gli è assegnata. Deve essere
allargato" (n. 33). "Pregare non significa
uscire dalla storia e ritirarsi nell’angolo privato
della propria felicità. Il giusto modo di pregare è un
processo di purificazione interiore che ci fa capaci per
Dio e, proprio così, anche capaci per gli uomini."
Per raggiungere questo scopo, la preghiera "deve
essere sempre di nuovo guidata dalle grandi preghiere
della Chiesa e dei santi, dalla preghiera liturgica, nella
quale il Signore ci insegna a pregare nel modo
giusto" (n. 34). "Così diventiamo capaci della
grande speranza" e anche "ministri della
speranza per gli altri: la speranza in senso cristiano è
sempre anche speranza per gli altri".
Un altro
luogo dove si esercita la speranza è l’azione, perché
la speranza cristiana non è oziosa, ma spinge ad agire.
"Ogni agire serio e retto dell'uomo è speranza in
atto" (n. 35). La speranza cristiana sostiene
l’impegno quotidiano e mi dà il coraggio di agire
perfino quando, umanamente parlando, "non ho più
niente da sperare", perché "è la grande
speranza poggiante sulle promesse di Dio".
Anche la
sofferenza è un luogo dove si esercita la speranza
cristiana, anzi un luogo privilegiato, perché "non
è lo scansare la sofferenza, la fuga davanti al dolore,
che guarisce l’uomo, ma la capacità di accettare la
tribolazione e in essa di maturare, di trovare senso
mediante l’unione con Cristo, che ha sofferto con
infinito amore" (n. 37) e le cui sofferenze sono
diventate, per questo motivo, sorgente inesauribile di
grazie. Qui l’Enciclica cita la splendida testimonianza
di un martire vietnamita, di cui ho parlato all’inizio,
poi parla del condividere la sofferenza altrui e
dell’"offrire" le proprie pene.
In terzo
luogo, l’Enciclica presenta il Giudizio finale di Dio
"come luogo di apprendimento e di esercizio della
speranza" in un senso evidentemente diverso dai
luoghi precedenti, perché il Giudizio finale non è una
realtà presente come sono le preghiere e le sofferenze.
Il Giudizio finale suscita, però, la speranza, perché
eliminerà il male. Qui l’Enciclica offre riflessioni
profonde sul terribile problema del male e della
giustizia.
Poi
aggiunge spiegazioni preziose sull’inferno, sul
purgatorio e sulla preghiera per i defunti.
L’Enciclica
si conclude con una contemplazione di "Maria, stella
della speranza", un bellissimo dialogo con Lei e una
intensa preghiera.
Termino
così questa mia presentazione, consapevole delle sue
insufficienze, sperando solo di aver suscitato in voi il
vivo desiderio di una conoscenza diretta del testo
dell'Enciclica.
INTERVENTO
DELL’EM.MO CARD. GEORGES MARIE MARTIN COTTIER, O.P.
Presentazione
dell’enciclica Spe salvi sotto l’aspetto
filosofico
L’ampia
meditazione sulla speranza come dimensione essenziale
dell’esistenza cristiana, con la sua bellezza e la sua
forza di liberazione, che offre l’enciclica Spe
salvi, che ho la gioia di presentare, contiene anche
un invito a riflettere in profondità sulla situazione
spirituale del nostro tempo, interrogando alcuni grandi
testimoni della modernità e della coscienza della sua
crisi.
Dobbiamo
rilevare che, trattando della speranza, l’enciclica
parla altrettanto della fede. Infatti, la Lettera agli
Ebrei, dalla quale la riflessione prende spunto,
presenta «una sorta di definizione della fede che
intreccia strettamente questa virtù con la speranza» (n.
7).
Su
sarcofaghi dei primi secoli cristiani Cristo è
rappresentato sotto la figura del vero filosofo. È
Lui che ci guida sulla retta via dell’esistenza, verso
la pienezza della vera vita, oltre la morte (cf. n. 6).
L’evocazione di quest’immagine suggestiva ci fa capire
perché la speranza cristiana è decisiva per la cultura e
l’autentico umanesimo.
Infatti,
la riflessione sulla speranza sfocia nella questione
antropologica. S. Agostino, molto presente
nell’enciclica, esploratore geniale dell’anima, ha
messo in evidenza il paradosso del desiderio fondamentale
che spinge l’uomo alla ricerca della vera vita, della
felicità, della «vita eterna». Citando una parola di
Paolo sulla preghiera (Rm 8, 26), Agostino usa
l’espressione stupenda dotta ignoranza (docta
ignorantia): ci sentiamo spinti verso questa vera
vita, che pur non conosciamo. Tutto ciò che sperimentiamo
o realizziamo non è ciò che bramiamo incessantemente.
Tale è la situazione essenziale dell’uomo. Scrive il
Santo Padre: «Questa ‘cosa’ ignota è la vera
‘speranza’ che ci spinge e il suo essere ignota è al
contempo la causa di tutte le disperazioni, come pure di
tutti gli slanci positivi o distruttivi verso il mondo
autentico e l’autentico uomo. La parola "vita
eterna" cerca di dare un nome a questa sconosciuta
realtà conosciuta.»
I numeri
11 e 12 contengono il criterio d’interpretazione delle
critiche e delle deviazioni della speranza cristiana
proprie dei tempi moderni.
Infatti,
la speranza cristiana è stata oggetto di una critica
sempre più dura: sarebbe puro individualismo;
abbandonando il mondo alla sua miseria, il cristiano si
sarebbe rifugiato in una salvezza eterna soltanto privata.
Così Jean Giono, citato nel nostro documento: la gioia di
Cristo appartiene soltanto ad una persona chiusa nella sua
solitudine. «Questa solitudine non la turba. Al
contrario: lei è, appunto l’eletta! Nella sua
beatitudine attraversa le battaglie con una rosa in mano».
L’enciclica non ha difficoltà a rispondere a questa
presentazione molto vicina alla caricatura. La vita beata
è vita con Dio ed appartenenza al popolo del quale la
legge è la carità. Non un io chiuso in se stesso, ma un
«noi». Presuppone l’esodo dal proprio «io» «perché
solo nell’apertura di questo soggetto universale si apre
anche lo sguardo sulla fonte della gioia, sull’amore
stesso – Dio».
La
visione cristiana della vita beata orientata verso la
comunità mira ad una realtà che sta al di là del mondo
presente, ma proprio per questo ha a che fare con
l’edificazione del mondo. Grandi figure come Agostino o
Bernardo di Chiaravalle ne sono testimoni. I monasteri
fondati da quest’ultimo sono tutt’altro che luoghi di
«fuga dal mondo» (cf. nn. 13-15).
Rimane
una domanda che non si può eludere: come può essere nata
l’idea che, con il cristianesimo, la ricerca della
salvezza fosse una ricerca egoistica che si rifiuta al
servizio degli altri?
Per dare
una risposta è necessario considerare i «componenti
fondamentali del tempo moderno». All’esame critico del
tema sono consacrati i numeri da 16 a 31. La diagnosi
poggia sulla testimonianza di grandi rappresentanti della
modernità.
Il primo
di questi testimoni è Francis Bacon che, sulla base delle
conquiste scientifiche e tecniche, esprime la coscienza di
una svolta epocale caratterizzata da una nuova
correlazione tra scienza e prassi, l’arte dell’uomo
essendo d’ora in poi capace di dominare la natura.
Questa novità viene applicata anche teologicamente: il
dominio sulla creazione, dato all’uomo da Dio e perduto
nel peccato originale, verrebbe ristabilito.
In altre
parole, il recupero dei beni persi non è più atteso
dalla fede in Gesù Cristo. Ora la «redenzione», o la
restaurazione del paradiso perduto, sarà procurata dal
nuovo rapporto tra scienza e prassi: più che
semplicemente negata, la fede viene spostata ad un altro
livello, quello delle cose private e ultraterrene che sono
considerate come irrilevanti per il mondo. La nuova
problematica ha un’incidenza determinante per la crisi
moderna della fede e della speranza cristiane. Emerge così
una nuova forma di speranza che si chiama fede nel
progresso orientata verso un mondo nuovo, il mondo del
regno dell’uomo.
Riassumendo
sono conscio di operare delle semplificazioni che non
permettono di rendere conto dell’analisi molto accurata,
fine e ricca, che solo la lettura attenta del testo
permette di misurare.
La fede
nel progresso come tale diventa dunque sempre più
fortemente la convinzione dominante della modernità.
Due
categorie entrano sempre più al centro dell’idea del
progresso: la ragione e la libertà.
Il
progresso è nel crescente dominio della ragione, la quale
è considerata come un potere del bene e per il bene. Il
progresso è anche nel superamento di tutte le dipendenze,
vale a dire che va verso la libertà perfetta. In questa
prospettiva, la libertà si presenta come promessa di
pienezza della realizzazione dell’uomo.
L’enciclica
rileva che l’affermazione del regno della ragione e
della libertà comporta una dimensione politica, che si
preciserà progressivamente.
Il Santo
Padre annota come in ambedue i concetti di ragione e
libertà il pensiero va sempre tacitamente a contrastarsi
con i vincoli della fede e della Chiesa, come con i
vincoli degli ordinamenti statali di allora. «Ambedue i
concetti portano quindi in sé un potenziale
rivoluzionario di un’enorme forza esplosiva» (n. 18).
Siamo così
invitati a dare uno sguardo a questi avvenimenti maggiori
che furono la Rivoluzione francese del 1789 e la
Rivoluzione russa del 1917.
In un
primo tempo, l’Europa dell’Illuminismo vede nella
Rivoluzione francese la possibile instaurazione del regno
politico della ragione e della libertà. Con il succedersi
degli avvenimenti nascono le perplessità.
Significative
a questo proposito sono le variazioni di giudizio di Kant
che dopo pochi anni prende in considerazione la possibilità
di una fine perversa di tutte le cose.
La fede
nel progresso come nuova forma della speranza umana è
alla base del progetto di Marx di una rivoluzione del
proletariato industriale vittima degli sviluppi della
società capitalista. Questa rivoluzione doveva costituire
il passo definitivo verso la salvezza dell’uomo. Il
progresso verso il bene sarebbe opera, non della scienza
come tale, ma della «politica pensata scientificamente».
La promessa di Marx, rileva l’enciclica, «grazie
all’accuratezza delle analisi e alla chiara indicazione
degli strumenti per il cambiamento radicale, ha
affascinato e affascina tuttora sempre di nuovo. La
rivoluzione poi si è anche verificata in modo più
radicale in Russia» (cf. n. 20) .
Il n. 21
contiene una riflessione sull’‘errore fondamentale di
Marx’. Non solo, avendo indicato con esattezza come
realizzare il rovesciamento, Marx non ha detto come le
cose dovevano procedere dopo, «ha dimenticato che
l’uomo rimane sempre uomo. Ha dimenticato che la libertà
rimane sempre libertà, anche per il male. Pensava che una
volta sistemata l’economia, tutto sarebbe stato a posto.
Il suo vero errore è il materialismo (…)».
Quello
che precede concerne la diagnosi sulla crisi della
speranza cristiana nella cultura moderna e della sua
sostituzione con la fede nel progresso. Nel corso della
storia, sono apparse sempre più evidenti le aporie di
quest’ultima. Ritorna di nuovo con insistenza la
domanda: che cosa
possiamo sperare?
In questa
prospettiva, i nn. 22-23, hanno un’importanza decisiva.
Ci dicono il motivo essenziale dell’enciclica dal punto
di vista sia pastorale che culturale.
Queste
pagine contengono un invito che delinea un compito al
quale, in coscienza, i cristiani non debbono sottrarsi. Si
deve citare: «È necessario un’autocritica dell’età
moderna in dialogo col cristianesimo e con la sua
concezione della speranza. In un tale dialogo anche i
cristiani, nel contesto delle loro conoscenze e delle loro
esperienze, devono imparare nuovamente in che cosa
consista veramente la loro speranza, che cosa abbiano da
offrire al mondo e che cosa invece non possano offrire.
Bisogna che nell’autocritica dell’età moderna
confluisca anche un’autocritica del cristianesimo
moderno, che deve sempre di nuovo imparare a comprendere
se stesso a partire delle proprie radici».
Sorge una
prima domanda: che cosa è il progresso, che cosa
permette, che cosa non permette?
Theodor
W. Adorno ha potuto affermare: visto da vicino, il
progresso sarebbe stato quello dalla fionda alla
megabomba. Quest’aspetto del progresso non deve essere
mascherato. Il progresso è ambiguo, offre delle
possibilità per il bene, «ma apre anche possibilità
abissali di male», che prima non esistevano. «Se al
progresso tecnico non corrisponde un progresso nella
formazione etica dell’uomo, nella crescita dell’uomo
interiore (cf. Ef 3, 16; 2 Co 4, 16), allora esso non è
un progresso, ma una minaccia per l’uomo e per il mondo».
Ma la
nostra riflessione deve proseguire fino
all’interrogazione sugli fondamenti stessi, cioè la
ragione e la libertà.
Certo la
vittoria della ragione sull’irrazionale è anche uno
scopo della fede cristiana. Grande dono di Dio all’uomo,
la ragione non può dominare se è staccata da Dio o
diventata cieca per Dio. Inoltre, la ragione nella sua
ampiezza è più che la ragione del potere e del fare.
Abbiamo visto che il progresso dovuto a quest’ultima
richiede una regolazione etica. La ragione del potere e
del fare deve dunque essere integrata «mediante apertura
alle forze salvifiche della fede, al discernimento tra
bene e male». Solo se guarda oltre se stessa, la ragione
è capace d’indicare la strada alla volontà.
Il
secondo tema essenziale è il tema della libertà. La
riflessione inizia con una constatazione: la libertà
umana richiede sempre un concorso di varie libertà;
questo concorso esige «un comune intrinseco criterio di
misura, che sia fondamento e meta della nostra libertà»
. Detto in modo semplice, «l’uomo ha bisogno di Dio,
altrimenti resta privo di speranza».
Abbiamo
visto e vediamo di nuovo che il regno dell’uomo solo
si risolve nella «fine perversa» di tutte le cose della
quale ha parlato Kant.
Alludendo
al deismo, Benedetto XVI aggiunge che Dio entra veramente
nelle cose umane se non è soltanto pensato da noi, ma se
Egli stesso ci viene incontro e ci parla.
La
conclusione riprende un tema maggiore del Pontificato: «Per
questo la ragione ha bisogno della fede per arrivare ad
essere totalmente se stessa: ragione e fede hanno bisogno
l’una dell’altra per realizzare la loro vera natura e
la loro missione».
Queste
affermazioni sono una sfida per l’intelligenza
cristiana. Il suo compito esclude ogni forma di fideismo.
Il tempo
a mia disposizione non mi consente di dilungarmi. Mi
limito ad indicare che la precedente analisi critica trova
il suo complemento nella sezione consacrata alla vera
fisionomia della speranza cristiana (nn.
24-31). Troviamo qui anche dei pensieri di grande
rilevanza, che debbono essere meditati. Illustrano insieme
l’essenza della libertà umana e le minacce che pesano
su di essa. Vorrei attirare la vostra attenzione su alcuni
temi.
La
crescita cumulativa che vale per la conoscenza e il
dominio della materia non vale per la consapevolezza etica
e per la decisione morale: «La libertà dell’uomo è
sempre nuova e deve sempre nuovamente prendere le sue
decisioni».
La libertà
necessita di una convinzione, da riconquistare
incessantemente. Le migliori strutture funzionano soltanto
se in una comunità sono vive delle convinzioni. In realtà
«l’uomo non può mai essere redento semplicemente
dall’esterno».
«Poiché
l’uomo rimane sempre libero e poiché la sua libertà è
sempre anche fragile, non esiste in questo mondo il regno
del bene definitivamente consolidato… La libertà deve
sempre essere di nuovo conquistata per il bene».
Perciò,
il retto ordinamento per le cose umane è compito di ogni
generazione (cf. nn. 24-25).
Così la
nostra meditazione è ricondotta alla considerazione del
mistero cristiano ed alla sua bellezza.
«Non è
la scienza che redime l’uomo. L’uomo viene redento
mediante l’amore». L’esperienza di un grande amore ci
permette d’intravederlo. In realtà, «l’essere umano
ha bisogno dell’amore incondizionato» che supera le
fragilità e che la morte non può distruggere.
«Se
esiste questo amore assoluto con la sua certezza assoluta,
allora – soltanto allora – l’uomo è ‘redento’,
qualunque cosa gli accada nel caso particolare. È questo
che s’intende, quando diciamo: Gesù Cristo ci ha ‘redenti’.
Per mezzo di Lui siamo diventati certi di Dio (…)».
E ancora:
«Se siamo in relazione con Colui che non muore [Gesù
Cristo], che è la Vita stessa e lo stesso Amore , allora
siamo nella vita. Allora ‘viviamo’» (cf. nn. 26-27).
Domani
sera inizia il tempo liturgico dell’Avvento, tempo della
speranza. Spe salvi sarà un prezioso compagno per
vivere in pienezza la speranza.