Una delle prime fu il Palazzo del Laterano da
parte dell'imperatore Costantino I. Altre donazioni si
successero negli anni, fino a trasformare nel VII secolo
il papato nel più grande proprietario terriero d'Italia.
Il
primato papale assunse connotazioni politiche dopo la
caduta dell'impero Romano d'Occidente ). Durante il
medioevo, il papato appoggiò la lotta dell'Impero
Bizantino contro i Longobardi, ma si organizzò anche per
proteggere la popolazione dei suoi territori creando una
propria milizia. Alla fine del Regno Longobardo, la
donazione di Sutri (728) da parte del Re Liutprando a
favore di Papa Gregorio II costituì il nucleo dello Stato
della Chiesa. Con la fine dell'Esarcato nel 751, le
minacce dei Longobardi nei confronti di Roma furono
neutralizzate con il supporto di Pipino il Breve, che inviò
i suoi eserciti in Italia nel 754 e nel 756. Con le
donazioni di Pipino, comprendenti Ravenna, Forlì, Rimini
e le Marche settentrionali, si costituì un nucleo statale
vero e proprio.
I papi
erano, di fatto, i sovrani di Roma e dell'area circostante
già nel VI secolo DC. Nel 754, tale territorio fu,
formalmente ceduto a Papa Stefano II da Pipino il Breve,
assieme ai territori riconquistati. Nel 781 Carlomagno
formalizzò i territori soggetti al domino della Chiesa,
che includevano il Ducato di Roma, Ravenna, Forlì e il
resto della Romagna, la Pentapoli (Marche, parte
dell'Umbria, parte del Veneto e parte della Liguria),
parte del Ducato di Benevento, la Toscana, la Corsica, la
Lombardia ed altre città italiane.
Successive
aggiunte territoriali vennero da donazioni, acquisti e
conquiste, sino a quando gli Stati Pontifici
inclusero quasi tutta l'Italia centrale e parte di quella
settentrionale, raggiungendo l'apice dell'espansione
intorno al XVII secolo. Nell'anno 800 Papa Leone III
incoronò Carlomagno imperatore del Sacro Romano Impero
(Romano perché in parte coincideva con l'antico Impero
Romano, Sacro perché cattolico). La Chiesa di Roma,
intorno al Mille aveva già elaborato una struttura
organizzativa, imperniata sulla figura dei vescovi e degli
abati dei monasteri. L'impero cristiano si reggeva
sull'equilibrio fra il potere politico dell'imperatore e
l'autorità spirituale del papa, ma nel 1075, si scatenò
la lotta per le investiture, fra Papa Gregorio VII ed
Enrico IV. Il sovrano, infatti, rivendicava il diritto,
fino allora riservato al Papa, di nominare i vescovi
investendoli di un feudo (nell'877, Carlo il Calvo, con il
capitolare di Kiersy aveva riconosciuto l'ereditarietà
dei feudi, che quindi sfuggivano al diretto controllo del
sovrano, invece i feudi dei vescovi conti, che non
potevano riconoscere degli eredi legittimi, alla morte del
titolare tornavano all'imperatore che poteva nuovamente
disporne).
A partire
dall'imperatore Enrico IV e dal Papa Gregorio VII, la
lotta per le investiture oppose gli imperatori tedeschi e
i papi per più di mezzo secolo e terminò nel 1122, con
l'accordo raggiunto tra l'imperatore Enrico V e Papa
Callisto II, sancito con il concordato di Worms, che
stabilì la distinzione tra l'investitura feudale,
conferita dal sovrano, e l'investitura episcopale,
conferita dal Papa o da un suo rappresentante. Le
crociate, intraprese dal 1095, per liberare la Terrasanta
dalla dominazione musulmana portarono ad esiti
fallimentari, ma stimolarono il commercio occidentale.
Il
controllo del governo papale sul territorio del suo Stato
fu a lungo solo nominale: le città più intraprendenti,
come quelle della Romagna, si ressero ben presto a Comuni:
Forlì, ad esempio, si diede un governo repubblicano già
nell'889. Inoltre, anche le lotte tra Guelfi e Ghibellini
furono spesso occasione di riaffermare la propria
autonomia, se non indipendenza, da Roma: Forlì, appunto,
fu a lungo uno dei capisaldi del ghibellinismo italiano,
rapportandosi, mutatis mutandis, col governo
pontificio come Milano con quello imperiale.
I secoli
del Basso Medioevo furono caratterizzati dall'elaborazione
di sistemi teologici estremamente dotti e raffinati, che
beneficiarono della disponibilità in Occidente,
attraverso traduzioni latine eseguite su versioni arabe,
delle opere di Aristotele. Tommaso d'Aquino cercò di
conciliare la speculazione razionale con i dati della
rivelazione biblica per giungere al riconoscimento
dell'esistenza di Dio. Fra il 1309 e il 1377, la sede
papale fu trasferita ad Avignone ed asservita al re di
Francia.
Fra il
1305 e il 1378 la sede papale fu trasferita da Roma ad
Avignone dal Papa di origine francese Clemente V. Durante
il papato di Clemente VI (1342-1352) si verificò a Roma
il tentativo rivoluzionario di Cola di Rienzo, un popolano
il quale, contro i nobili che spadroneggiavano in assenza
del Papa, riuscì, nel 1347, a farsi proclamare tribuno
del popolo. Dopo uno scontro con la nobiltà romana, fu
costretto a fuggire a Praga dove cercò l'appoggio
dell'imperatore, ma fu arrestato e consegnato al Papa.
Innocenzo VI (1352–1362) pensò di avvalersi dell'opera
del cardinale Egidio Albornoz e di Cola di Rienzo,
nominato senatore, per preparare il ritorno del papato a
Roma. Cola di Rienzo morì l'anno successivo in un
tumulto. Quando nel 1377 la sede papale fu riportata a
Roma, il tentativo di regolare i rapporti fra papato e
Stati, portò allo scisma d'Occidente in seguito al quale
lo Stato Pontificio perse il proprio primato politico. I
papi dovettero riorganizzare i loro territori dove erano
sorte numerosissime signorie di fatto indipendenti.
Durante il '400 i papi protessero la cultura e le arti e
contribuirono all'affermazione dell'umanesimo, nello
stesso periodo si diffuse nella corte pontificia la
consuetudine del nepotismo, consistente nell'attribuire
incarichi e donazioni ai famigliari dei pontefici,
contribuendo in tal modo alla corruzione dilagante.
Lo scisma
d'Occidente, o Grande Scisma, causò fino al papato di
Martino V nel 1417, la presenza di due – e talora anche
tre – dignitari che rivendicavano contemporaneamente il
diritto a essere riconosciuti come Papi.
Durante
il Rinascimento lo Stato della Chiesa si estese
notevolmente, in particolare con Papa Innocenzo III e Papa
Giulio II. Gran parte dei territori erano, però, solo
nominalmente controllati dalla Chiesa, facendo affidamento
a principi locali e subendo continue contestazioni da
parte dei reggenti; questo rese questi territori tra i più
poveri e mal governati del paese.
Le
acquisizioni del papato furono mantenute sino al 1797,
quando le forze francesi, guidate da Napoleone Bonaparte,
s'impossessarono di una vasta area dello Stato della
Chiesa. Prima del periodo napoleonico, lo stato occupa il
Lazio, l'Umbria, le Marche, la Romagna, parte dell'Emilia,
Pontecorvo e Benevento, questi ultimi due persi dopo la
restaurazione. Il 15 febbraio 1798 il popolo dichiarò
decaduto il potere del Papa Pio VI, proclamando la Prima
Repubblica Romana, ma il 17 maggio 1809 la città viene
annessa all'impero napoleonico. Nel 1815 con Papa Pio VII,
il congresso di Vienna ripristinò la situazione
territoriale precedente le acquisizioni napoleoniche,
ponendo però lo Stato Pontificio sotto la protezione
austriaca. Lo Stato della Chiesa subì un nuovo colpo nel
1848-1949, quando il Papa Pio IX fu temporaneamente
destituito ed venne proclamata la Seconda Repubblica
Romana. Nel 1860–1861, la formazione dello Stato
Italiano comportò l'annessione della maggior parte dei
territori dello Stato della Chiesa al Regno d'Italia.
Lo Stato
Pontificio cessò di esistere il 20 Settembre 1870, con la
presa di Roma da parte di Vittorio Emanuele II di Savoia.
La rottura tra Chiesa e stato italiano durò fino al 1929,
quando con la firma dei Patti Lateranensi vennero creati
la Santa Sede e la Città del Vaticano.
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