MESSA
DI SUFFRAGIO PER PAPA GIOVANNI PAOLO II (2/04/2007)
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il servizio trasmesso da Radio Vaticana
Fonte,
Radio Vaticana, 3 aprile 2007
"Un
uomo progressivamente conformato da Dio al suo
Cristo". Così Benedetto XVI alla Messa di suffragio
per Papa Wojtyla
Una
luminosa testimonianza di amore per Cristo, il cui
“profumo” ha riempito il mondo intero. E’ questo in
sintesi il ritratto che del Servo di Dio Giovanni Paolo II,
ha tracciato Benedetto XVI presiedendo ieri pomeriggio
la Messa in suffragio di Papa Wojtyla, a due anni
dalla sua scomparsa e nel giorno della chiusura della fase
diocesana della Causa di Beatificazione. Numerosi i fedeli
in Piazza San Pietro. Ha seguito la celebrazione per noi Paolo
Ondarza:
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“Cristo
era veramente il suo tutto”. Ha parlato così di
Giovanni Paolo II, a due anni dalla dipartita “verso la
casa del Padre”, Papa Benedetto XVI,
più volte interrotto dagli applausi della piazza:
Come
l’olio profumato versato da Maria di Betania
sui piedi di Cristo, così il profumo lasciato da Papa
Wojtyla “ha riempito tutta la casa”, cioè tutta la
Chiesa ed è traboccato “in ogni regione del mondo,
tanto era forte ed intenso” raggiungendo credenti e non:
“Ne
abbiamo approfittato noi che gli siamo stati vicini, ma ne
hanno potuto godere quanti lo hanno conosciuto da lontano.
Quello che è accaduto dopo la sua morte è stato per chi
crede effetto di quel profumo che ha raggiunto tutti,
vicini e lontani, li ha attratti verso un uomo che Dio
aveva progressivamente conformato al suo Cristo”.
Ben
delineano il profilo di Giovanni Paolo II – ha spiegato
il Papa - le parole del
Primo carme del Servo del Signore: “Ecco il mio
servo che io sostengo, / il mio eletto in cui mi
compiaccio. Ho posto il mio spirito su di lui; / egli
porterà il diritto alle nazioni …”. “Oggi – ha
detto Benedetto XVI - Giovanni Paolo II nella comunione
dei santi rivolge a noi le parole del Salmo 26:
‘Spera nel Signore, sii forte, / si rinfranchi il
tuo cuore e spera nel Signore’”.
Parole
di speranza, virtù che animò sempre la vita di Giovanni
Paolo II: la “fecondità” della sua testimonianza –
ha detto Benedetto XVI - “dipende dalla Croce” una
parola che nella sua vita non è stata solo una
“parola”. Da sacerdote, vescovo e Sommo Pontefice,
prese sul serio la chiamata di Cristo a seguirlo.
“Specialmente
con il lento, ma implacabile
progredire della malattia, che a poco a poco lo ha
spogliato di tutto – ha aggiunto il Papa -
l’esistenza di Karol
Wojtyla
“si è fatta interamente un’offerta a Cristo,
annuncio vivente della sua passione, nella speranza colma
di fede nella Risurrezione”. “L’amore per il
Crocifisso lo ha mosso fino al 2 aprile 2005, quando –
ha ricordato Benedetto XVI – il Maestro tornò a
chiamarlo, senza intermediari, per portarlo alla casa del
Padre”. Ed ancora una volta egli “rispose
prontamente”: “lasciatemi
andare al Signore”:
“Durante
le lunghe soste nella Cappella privata parlava con Lui, si
affidava a Maria, ripetendo il Totus
tuus. Come il suo divino
Maestro, egli ha vissuto la sua agonia in preghiera. E’
morto pregando. Davvero, si è addormentato nel
Signore”.
Commossa
la partecipazione dei fedeli: cardinali, vescovi,
sacerdoti, religiosi e religiose, pellegrini giunti
appositamente dalla Polonia e
da ogni parte del mondo. E non potevano mancare,
numerosissimi, i giovani:
“Che
bel segno la vostra presenza così numerosa!”.
SANTA MESSA NEL II
ANNIVERSARIO DELLA MORTE DEL SERVO DI DIO
IL SOMMO PONTEFICE GIOVANNI PAOLO II
OMELIA
DI SUA SANTITÀ BENEDETTO XVI
Sagrato della
Basilica Vaticana
Lunedì, 2 aprile 2007
Venerati
Fratelli nell’Episcopato e nel Sacerdozio,
cari fratelli e sorelle!
Due anni
or sono, poco più tardi di quest’ora, partiva da questo
mondo verso la casa del Padre l’amato Papa Giovanni
Paolo II. Con la presente celebrazione vogliamo anzitutto
rinnovare a Dio il nostro rendimento di grazie per
avercelo dato durante ben 27 anni quale padre e guida
sicura nella fede, zelante pastore e coraggioso profeta di
speranza, testimone infaticabile e appassionato servitore
dell’amore di Dio. Al tempo stesso, offriamo il
Sacrificio eucaristico in suffragio della sua anima
eletta, nel ricordo indelebile della grande devozione con
cui egli celebrava i santi Misteri e adorava il Sacramento
dell’altare, centro della sua vita e della sua
infaticabile missione apostolica.
Desidero
esprimere la mia riconoscenza a tutti voi, che avete
voluto prendere parte a questa Santa Messa. Un saluto
particolare rivolgo al Cardinale Stanisław Dziwisz,
Arcivescovo di Cracovia, immaginando i sentimenti che si
affollano in questo momento nel suo animo. Saluto gli
altri Cardinali, i Vescovi, i sacerdoti, i religiosi e le
religiose presenti; i pellegrini giunti appositamente
dalla Polonia; i tanti giovani che Papa Giovanni Paolo II
amava con singolare passione, e i numerosi fedeli che da
ogni parte d’Italia e del mondo si sono dati
appuntamento quest’oggi qui, in Piazza San Pietro.
Il
secondo anniversario della pia dipartita di questo amato
Pontefice ricorre in un contesto quanto mai propizio al
raccoglimento e alla preghiera: siamo infatti entrati
ieri, con la Domenica delle Palme, nella Settimana Santa,
e la Liturgia ci fa rivivere le ultime giornate della vita
terrena del Signore Gesù. Oggi ci conduce a Betania,
dove, proprio “sei giorni prima della Pasqua” – come
annota l’evangelista Giovanni – Lazzaro, Marta e Maria
offrirono una cena al Maestro. Il racconto evangelico
conferisce un intenso clima pasquale alla nostra
meditazione: la cena di Betania è preludio alla morte di
Gesù, nel segno dell’unzione che Maria fece in omaggio
al Maestro e che Egli accettò in previsione della sua
sepoltura. Ma è anche annuncio della risurrezione,
mediante la presenza stessa del redivivo Lazzaro,
testimonianza eloquente del potere di Cristo sulla morte.
Oltre alla pregnanza di significato pasquale, la
narrazione della cena di Betania reca con sé una
struggente risonanza, colma di affetto e di devozione; un
misto di gioia e di dolore: gioia festosa per la visita di
Gesù e dei suoi discepoli, per la risurrezione di
Lazzaro, per la Pasqua ormai vicina; amarezza profonda
perché quella Pasqua poteva essere l’ultima, come
facevano temere le trame dei Giudei che volevano la morte
di Gesù e le minacce contro lo stesso Lazzaro di cui si
progettava l’eliminazione.
C’è un
gesto, in questa pericope evangelica, sul quale viene
attirata la nostra attenzione, e che anche ora parla in
modo singolare ai nostri cuori: Maria di Betania a un
certo punto, “presa una libbra di olio profumato di vero
nardo, cosparse i piedi di Gesù e li asciugò con i suoi
capelli”. E’ uno di quei dettagli della vita di Gesù
che san Giovanni ha raccolto nella memoria del suo cuore e
che contengono una inesauribile carica espressiva. Esso
parla dell’amore per Cristo, un amore sovrabbondante,
prodigo, come quell’unguento “assai prezioso”
versato sui suoi piedi. Un fatto che sintomaticamente
scandalizzò Giuda Iscariota: la logica dell’amore si
scontra con quella del tornaconto.
Per noi,
riuniti in preghiera nel ricordo del mio venerato
Predecessore, il gesto dell’unzione di Maria di Betania
è ricco di echi e di suggestioni spirituali. Evoca la
luminosa testimonianza che Giovanni Paolo II ha offerto di
un amore per Cristo senza riserve e senza risparmio. Il
“profumo” del suo amore “ha riempito tutta la
casa” (Gv
12,3), cioè tutta la Chiesa. Certo, ne abbiamo
approfittato noi che gli siamo stati vicini, e di questo
ringraziamo Iddio, ma ne hanno potuto godere anche quanti
l’hanno conosciuto da lontano, perché l’amore di Papa
Wojtyła per Cristo è traboccato, potremmo dire, in
ogni regione del mondo, tanto era forte ed intenso. La
stima, il rispetto e l’affetto che credenti e non
credenti gli hanno espresso alla sua morte non ne sono
forse una eloquente testimonianza? Scrive sant’Agostino,
commentando questo passo del Vangelo di Giovanni: “La
casa si riempì di profumo; cioè il mondo si è riempito
della buona fama. Il buon odore è la buona fama … Per
merito dei buoni cristiani il nome del Signore viene
lodato” (In Io. evang. tr. 50, 7). E’ proprio
vero: l’intenso e fruttuoso ministero pastorale, e ancor
più il calvario dell’agonia e la serena morte
dell’amato nostro Papa, hanno fatto conoscere agli
uomini del nostro tempo che Gesù Cristo era veramente il
suo “tutto”.
La
fecondità di questa testimonianza, noi lo sappiamo,
dipende dalla Croce. Nella vita di Karol Wojtyła la
parola “croce” non è stata solo una parola. Fin
dall’infanzia e dalla giovinezza egli conobbe il dolore
e la morte. Come sacerdote e come Vescovo, e soprattutto
da Sommo Pontefice, prese molto sul serio quell’ultima
chiamata di Cristo risorto a Simon Pietro, sulla riva del
lago di Galilea: “Seguimi … Tu seguimi”.
Specialmente con il lento, ma implacabile progredire della
malattia, che a poco a poco lo ha spogliato di tutto, la
sua esistenza si è fatta interamente un’offerta a
Cristo, annuncio vivente della sua passione, nella
speranza colma di fede della risurrezione.
Il suo
pontificato si è svolto nel segno della “prodigalità”,
dello spendersi generoso senza riserve. Che cosa lo
muoveva se non l’amore mistico per Cristo, per Colui
che, il 16 ottobre 1978, lo aveva fatto chiamare, con le
parole del cerimoniale: “Magister adest et vocat te
- Il Maestro è qui e ti chiama”? Il 2 aprile 2005, il
Maestro tornò, questa volta senza intermediari, a
chiamarlo per portarlo a casa, alla casa del Padre. Ed
egli, ancora una volta, rispose prontamente col suo cuore
intrepido, e sussurrò: “Lasciatemi andare dal
Signore” (cfr S. Dziwisz, Una vita con Karol, p.
223).
Da lungo
tempo egli si preparava a quest’ultimo incontro con Gesù,
come documentano le diverse stesure del suo Testamento.
Durante le lunghe soste nella Cappella privata parlava con
Lui, abbandonandosi totalmente alla sua volontà, e si
affidava a Maria, ripetendo il Totus tuus. Come il
suo divino Maestro, egli ha vissuto la sua agonia in
preghiera. Durante l’ultimo giorno di vita, vigilia
della Domenica della Divina Misericordia, chiese che gli
fosse letto proprio il Vangelo di Giovanni. Con l’aiuto
delle persone che lo assistevano, volle prender parte a
tutte le preghiere quotidiane e alla Liturgia delle Ore,
fare l’adorazione e la meditazione. E’ morto pregando.
Davvero, si è addormentato nel Signore.
“… E
tutta la casa si riempì del profumo dell’unguento”.
Ritorniamo a questa annotazione, tanto suggestiva,
dell’evangelista Giovanni. Il profumo della fede, della
speranza e della carità del Papa riempì la sua casa,
riempì Piazza San Pietro, riempì la Chiesa e si propagò
nel mondo intero. Quello che è accaduto dopo la sua morte
è stato, per chi crede, effetto di quel “profumo” che
ha raggiunto tutti, vicini e lontani, e li ha attratti
verso un uomo che Dio aveva progressivamente conformato al
suo Cristo. Per questo possiamo applicare a lui le parole
del primo Carme del Servo del Signore, che abbiamo
ascoltato nella prima Lettura: “Ecco il mio servo che io
sostengo, / il mio eletto in cui mi compiaccio. Ho posto
il mio spirito su di lui; / egli porterà il diritto alle
nazioni…” (Is 42,1). “Servo di Dio”: questo
egli è stato e così lo chiamiamo ora nella Chiesa,
mentre speditamente progredisce il suo processo di
beatificazione, di cui è stata chiusa proprio questa
mattina l’inchiesta diocesana sulla vita, le virtù e la
fama di santità. “Servo di Dio”: un titolo
particolarmente appropriato per lui. Il Signore lo ha
chiamato al suo servizio nella strada del sacerdozio e gli
ha aperto via via orizzonti sempre più ampi: dalla sua
Diocesi fino alla Chiesa universale. Questa dimensione di
universalità ha raggiunto la massima espansione nel
momento della sua morte, avvenimento che il mondo intero
ha vissuto con una partecipazione mai vista nella storia.
Cari
fratelli e sorelle, il Salmo responsoriale ci ha posto
sulla bocca parole colme di fiducia. Nella comunione dei
santi, ci sembra di ascoltarle dalla viva voce
dell’amato Giovanni Paolo II, che dalla casa del Padre -
ne siamo certi -non cessa di accompagnare il cammino della
Chiesa: “Spera nel Signore, sii forte, / si rinfranchi
il tuo cuore e spera nel Signore”. Sì, si rinfranchi il
nostro cuore, cari fratelli e sorelle, e arda di speranza!
Con questo invito nel cuore proseguiamo la Celebrazione
eucaristica, guardando già alla luce della risurrezione
di Cristo, che rifulgerà nella Veglia pasquale dopo il
drammatico buio del Venerdì Santo. Il Totus tuus
dell’amato Pontefice ci stimoli a seguirlo sulla strada
del dono di noi stessi a Cristo per intercessione di Maria,
e ce l’ottenga proprio Lei, la Vergine Santa, mentre
alle sue mani materne affidiamo questo nostro padre,
fratello ed amico perché in Dio riposi e gioisca nella
pace. Amen.
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