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SANTA
MESSA NELLA VALLE DI GIOSAFAT (12 MAGGIO 2009) |
Radio
Vaticana, 13 maggio 2009
La
Messa del Papa alla Valle di Giosafat: Gerusalemme sia la
città della pace e del rispetto, col decisivo contributo
dei cristiani
Gerusalemme
è una città “universale” che dovrebbe insegnare il
dialogo e il rispetto vicendevole e non la violenza o la
discriminazione. Con queste parole, pronunciate sotto le
mura di Gerusalemme, Benedetto XVI ha celebrato ieri
pomeriggio la Messa nella Valle di Giosafat, dove si trova
l’Orto degli Ulivi nel quale Gesù si ritirò in
preghiera poco prima di vivere la sua Passione. Il Papa ha
fra l’altro toccato il problema dell’abbandono della
Terra Santa da parte dei cristiani, appellandosi alle
autorità locali a sostenerne la presenza. Il servizio di Alessandro
De Carolis:
Luci e ombre millenarie pesano sui destini della Città
Santa. Tre grandi religioni che la considerano una
“patria spirituale” - pur nel contesto di una non
sempre facile rispettosa convivenza - e tutto intorno un
conflitto infinito, che ha insanguinato generazioni di
ebrei e di arabi. In questo scenario, qual è la
“vocazione” di Gerusalemme? Se lo è chiesto Benedetto
XVI, tra gli ulivi della Josafat Valley, la biblica Valle
del Cedron, fuori le mura di Gerusalemme, dove ha
presieduto la Messa davanti a circa tremila persone.
Tremila e non le cinque-seimila previste, a causa delle
restrizioni imposte dalle severissime misure di sicurezza.
Un esempio di disagio quotidiano, segno di altri ben più
gravi evocati dal Papa:
“In this Holy City where life conquered…
In questa Santa Città dove la vita ha sconfitto la
morte, dove lo Spirito è stato infuso come primo frutto
della nuova creazione, la speranza continua a combattere
la disperazione, la frustrazione e il cinismo, mentre la
pace, che è dono e chiamata di Dio, continua ad essere
minacciata dall’egoismo, dal conflitto, dalla divisione
e dal peso delle passate offese”.
Il Patriarca latino di Gerusalemme, mons. Fouad Twal,
ha parlato di “indifferenza” della comunità
internazionale davanti “all’agonia per la quale passa
la Terra Santa da sessantun anni”. Altra invece, ha
osservato il Pontefice, è la visione di Gerusalemme,
“che spinge” tutti quelli che la amano “a vederla
come una profezia e una promessa di quella universale
riconciliazione e pace che Dio desidera per tutta
l’umana famiglia”:
“This City, if it is to live up its universale
vocation…
Questa Città, se deve vivere la sua vocazione
universale, deve essere un luogo che insegna l'universalità,
il rispetto per gli altri, il dialogo e la vicendevole
comprensione; un luogo dove il pregiudizio, l’ignoranza
e la paura che li alimenta, siano superati dall’onestà,
dall’integrità e dalla ricerca della pace. Non dovrebbe
esservi posto tra queste mura per la chiusura, la
discriminazione, la violenza e l’ingiustizia”.
Situazioni che, ha nuovamente constatato Benedetto XVI,
inducono molti cristiani, specie giovani, a tagliare con
le loro “profonde radici” e a cercare un nuovo futuro
lontani dalla Terra Santa. Si tratta, ha riconosciuto, di
“ragioni comprensibili”, e tuttavia il Papa ha
ripetuto che in “Terra Santa c’è posto per tutti”,
invitando al contempo le autorità “a rispettare e
sostenere la presenza cristiana”:
“Standing before you today…
Trovandomi qui davanti a voi oggi, desidero
riconoscere le difficoltà, la frustrazione, la pena e la
sofferenza che tanti tra voi hanno subito in conseguenza
dei conflitti che hanno afflitto queste terre, ed anche le
amare esperienze dello spostamento che molte delle vostre
famiglie hanno conosciuto e – Dio non lo permetta –
possono ancora conoscere. Spero che la mia presenza qui
sia un segno che voi non siete dimenticati, che la vostra
perseverante presenza e testimonianza sono di fatto
preziose agli occhi di Dio e sono una componente del
futuro di queste terre”.
SANTA MESSA
OMELIA
DEL SANTO PADRE BENEDETTO XVI
Josafat Valley
- Gerusalemme
Martedì, 12 maggio 2009
Cari
Fratelli e Sorelle nel Signore,
“Cristo
è risorto, alleluia!”. Con queste parole vi saluto con
grande affetto. Ringrazio il Patriarca Fouad Twal per le
sue parole di benvenuto a vostro nome, e prima di tutto
esprimo anche la mia gioia di essere qui a celebrare
questa Eucarestia con voi, Chiesa in Gerusalemme. Ci siamo
raccolti qui sotto il monte degli Ulivi, dove nostro
Signore pregò e soffrì, dove pianse per amore di questa
città e per il desiderio che essa potesse conoscere “la
via della pace” (cfr Lc 19,42), qui donde egli
tornò al Padre, dando la sua ultima benedizione terrena
ai suoi discepoli e a noi. Accogliamo oggi questa
benedizione. Egli la dona in modo speciale a voi, cari
fratelli e sorelle, che siete collegati in una
ininterrotta linea con quei primi discepoli che
incontrarono il Signore Risorto nello spezzare il pane,
che sperimentarono l’effusione dello Spirito Santo nella
“stanza al piano superiore”, che furono convertiti
dalla predicazione di San Pietro e degli altri apostoli. I
miei saluti vanno anche a tutti i presenti, e in modo
speciale a quei fedeli della Terra Santa che per varie
ragioni non hanno potuto essere oggi con noi.
Come
successore di san Pietro, ho ripercorso i suoi passi per
proclamare il Signore Risorto in mezzo a voi, per
confermarvi nella fede dei vostri padri ed invocare su di
voi la consolazione che è il dono del Paraclito.
Trovandomi qui davanti a voi oggi, desidero riconoscere le
difficoltà, la frustrazione, la pena e la sofferenza che
tanti tra voi hanno subito in conseguenza dei conflitti
che hanno afflitto queste terre, ed anche le amare
esperienze dello spostamento che molte delle vostre
famiglie hanno conosciuto e – Dio non lo permetta –
possono ancora conoscere. Spero che la mia presenza qui
sia un segno che voi non siete dimenticati, che la vostra
perseverante presenza e testimonianza sono di fatto
preziose agli occhi di Dio e sono una componente del
futuro di queste terre. Proprio a causa delle vostre
profonde radici in questi luoghi, la vostra antica e forte
cultura cristiana, e la vostra perdurante fiducia nelle
promesse di Dio, voi Cristiani della Terra Santa, siete
chiamati a servire non solo come un faro di fede per la
Chiesa universale, ma anche come lievito di armonia,
saggezza ed equilibrio nella vita di una società che
tradizionalmente è stata, e continua ad essere,
pluralistica, multietnica e multireligiosa.
Nella
seconda lettura di oggi, l’Apostolo Paolo chiede ai
Colossesi di “cercare le cose di lassù, dove è Cristo,
seduto alla destra di Dio” (Col 3,1). Queste
parole risuonano con particolare forza qui, sotto il
Giardino del Getsemani, dove Gesù ha accettato il calice
della sofferenza in completa obbedienza alla volontà del
Padre e dove, secondo la tradizione, è asceso alla destra
del Padre per intercedere continuamente per noi, membra
del suo Corpo. San Paolo, il grande araldo della speranza
cristiana, ha conosciuto il prezzo di questa speranza, il
suo costo in sofferenza e persecuzione per amore del
Vangelo, e mai vacillò nella sua convinzione che la
risurrezione di Cristo era l’inizio della nuova
creazione. Come egli dice a noi: “Quando Cristo, vostra
vita, sarà manifestato, allora anche voi apparirete con
lui nella gloria” (Col 3,4)!
L’esortazione
di Paolo di “cercare le cose di lassù” deve
continuamente risuonare nei nostri cuori. Le sue parole ci
indicano il compimento della visione di fede in quella
celeste Gerusalemme dove, in conformità con le antiche
profezie, Dio asciugherà le lacrime da ogni occhio e
preparerà un banchetto di salvezza per tutti i popoli (cfr
Is 25,6-8; Ap 21,2-4).
Questa è
la speranza, questa la visione che spinge tutti coloro che
amano questa Gerusalemme terrestre a vederla come una
profezia e una promessa di quella universale
riconciliazione e pace che Dio desidera per tutta
l’umana famiglia. Purtroppo, sotto le mura di questa
stessa Città, noi siamo anche portati a considerare
quanto lontano sia il nostro mondo dal compimento di
quella profezia e promessa. In questa Santa Città dove la
vita ha sconfitto la morte, dove lo Spirito è stato
infuso come primo frutto della nuova creazione, la
speranza continua a combattere la disperazione, la
frustrazione e il cinismo, mentre la pace, che è
dono e chiamata di Dio, continua ad essere minacciata
dall’egoismo, dal conflitto, dalla divisione e dal peso
delle passate offese. Per questa ragione, la comunità
cristiana in questa Città che ha visto la risurrezione di
Cristo e l’effusione dello Spirito deve fare tutto il
possibile per conservare la speranza donata dal Vangelo,
tenendo in gran conto il pegno della vittoria definitiva
di Cristo sul peccato e sulla morte, testimoniando la
forza del perdono e manifestando la natura più profonda
della Chiesa quale segno e sacramento di una umanità
riconciliata, rinnovata e resa una in Cristo, il nuovo
Adamo.
Riuniti
sotto le mura di questa città, sacra ai seguaci delle tre
grandi religioni, come possiamo non rivolgere i nostri
pensieri alla universale vocazione di Gerusalemme?
Annunciata dai profeti, questa vocazione appare come un
fatto indiscutibile, una realtà irrevocabile fondata
nella storia complessa di questa città e del suo popolo.
Ebrei, Musulmani e Cristiani qualificano insieme
questa città come loro patria spirituale. Quanto bisogna
ancora fare per renderla veramente una "città della
pace" per tutti i popoli, dove tutti possono venire
in pellegrinaggio alla ricerca di Dio, e per ascoltarne la
voce, “una voce che parla di pace” ( cf. Sl
85,8)!
Gerusalemme
in realtà è sempre stata una città nelle cui vie
risuonano lingue diverse, le cui pietre sono calpestate da
popoli di ogni razza e lingua, le cui mura sono un simbolo
della cura provvidente di Dio per l’intera famiglia
umana. Come un microcosmo del nostro mondo globalizzato,
questa Città, se deve vivere la sua vocazione universale,
deve essere un luogo che insegna l'universalità, il
rispetto per gli altri, il dialogo e la vicendevole
comprensione; un luogo dove il pregiudizio, l’ignoranza
e la paura che li alimenta, siano superati dall’onestà,
dall’integrità e dalla ricerca della pace. Non dovrebbe
esservi posto tra queste mura per la chiusura, la
discriminazione, la violenza e l’ingiustizia. I credenti
in un Dio di misericordia – si qualifichino essi Ebrei,
Cristiani o Musulmani –, devono essere i primi a
promuovere questa cultura della riconciliazione e della
pace, per quanto lento possa essere il processo e gravoso
il peso dei ricordi passati.
Vorrei
qui accennare direttamente alla tragica realtà – che
non può mai cessare di essere fonte di preoccupazione per
tutti coloro che amano questa Città e questa terra –
della partenza di così numerosi membri della comunità
cristiana negli anni recenti. Benché ragioni
comprensibili portino molti, specialmente giovani, ad
emigrare, questa decisione reca con sé come conseguenza
un grande impoverimento culturale e spirituale della città.
Desidero oggi ripetere quanto ho detto in altre occasioni:
nella Terra Santa c’è posto per tutti! Mentre esorto le
autorità a rispettare e sostenere la presenza cristiana
qui, desidero al tempo stesso assicurarvi della solidarietà,
dell’amore e del sostegno di tutta la Chiesa e della
Santa Sede.
Cari
amici, nel Vangelo che abbiamo appena ascoltato, San
Pietro e San Giovanni corrono alla tomba vuota, e
Giovanni, ci è stato detto, “vide e credette” (Gv
20,8), Qui in Terra Santa, con gli occhi della fede, voi
insieme con i pellegrini di ogni parte del mondo che
affollano le chiese e i santuari, siete felici di vedere i
luoghi santificati dalla presenza di Cristo, dal suo
ministero terreno, dalla sua passione, morte e
risurrezione e dal dono del suo Santo Spirito. Qui, come
all’apostolo san Tommaso, vi è concessa l’opportunità
di “toccare” le realtà storiche che stanno alla base
della nostra confessione di fede nel Figlio di Dio. La
mia preghiera per voi oggi è che continuiate, giorno dopo
giorno, a “vedere e credere” nei segni della
provvidenza di Dio e della sua inesauribile misericordia,
ad “ascoltare” con rinnovata fede e speranza le
consolanti parole della predicazione apostolica e a
“toccare” le sorgenti della grazia nei sacramenti ed
incarnare per gli altri il loro pegno di nuovi
inizi, la libertà nata dal perdono, la luce interiore e
la pace che possono portare salvezza e speranza anche
nelle più oscure realtà umane.
Nella
Chiesa del Santo Sepolcro, i pellegrini di ogni secolo
hanno venerato la pietra che la tradizione ci dice che
stava all’ingresso della tomba la mattina della
risurrezione di Cristo. Torniamo spesso a questa tomba
vuota. Riaffermiamo lì la nostra fede sulla vittoria
della vita, e preghiamo affinché ogni “pietra
pesante” posta alla porta dei nostri cuori, a bloccare
la nostra completa resa alla fede, alla speranza e
all’amore per il Signore, possa essere tolta via dalla
forza della luce e della vita che da quel primo mattino di
Pasqua risplendono da Gerusalemme su tutto il mondo.
Cristo è risorto, alleluia! Egli è davvero risorto,
alleluia!
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