VISITA
DEL PAPA AL MEMORIALE DEL MONTE NEBO (9 MAGGIO 2009)
Radio
Vaticana, 9 maggio 2009
La
visita del Papa al Memoriale di Mosè sul Monte Nebo:
Chiesa e popolo ebreo uniti da un "inseparabile
legame"
Dall’alto
del Monte Nebo, la Chiesa contempla il suo pellegrinaggio
terreno verso la salvezza promessa da Cristo e ricorda il
suo “inseparabile legame” con il popolo ebreo.
Benedetto XVI lo ha affermato questa mattina, visitando
l’antica Basilica del “Memoriale di Mosè”, prima
tappa del suo secondo giorno in Terra Santa. Il Papa ha
raggiunto di buon mattino in auto l’altura che dista una
quarantina di km. da Amman, affacciandosi dalla terrazza
del Santuario nel quale ha poi tenuto il suo discorso. Il
servizio di Alessandro De Carolis:
Lo stesso sguardo panoramico e commosso di Mosè, ad
abbracciare da lontano le colline che circondano Amman e,
più oltre, Betlemme e la Valle del Giordano, il rigoglio
di una terra che l’antico Patriarca non toccò mai.
Benedetto XVI lo ha sperimentato questa mattina, sul Monte
Nebo, che la tradizione indica come luogo dal quale Mosè
vide la Terra Promessa. Ma anche uno sguardo interiore, a
ricordare che il “vedere, toccare e assaporare in
preghiera e in contemplazione i luoghi benedetti dalla
presenza fisica” di Cristo comporta per i cristiani una
duplice consapevolezza: di un’“esodo” dal deserto
del peccato e dell’“inseparabile vincolo che unisce la
Chiesa al popolo ebreo”: “From the beginning, the Church in these lands… Sin dagli inizi, la Chiesa in queste terre ha
commemorato nella propria liturgia le grandi figure
dell’Antico Testamento, quale segno del suo profondo
apprezzamento per l’unità dei due Testamenti. Possa
l’odierno nostro incontro ispirare in noi un rinnovato
amore per il canone della Sacra Scrittura ed il desiderio
di superare ogni ostacolo che si frappone alla
riconciliazione fra Cristiani ed Ebrei, nel rispetto
reciproco e nella cooperazione al servizio di quella pace
alla quale la Parola di Dio ci chiama!” Questo auspicio del Papa ha suggellato un discorso
iniziato in chiave spirituale sul significato che la
vicenda di Mosè sul Monte Nebo assume per i cristiani
contemporanei. “Lei oggi ha voluto farsi pellegrino,
ricordandoci che questa è la condizione del popolo di
Dio”, aveva detto nel suo indirizzo di saluto al Papa il
ministro generale dell’Ordine dei Frati Minori, padre
Rodriguez Carballo, aggiungendo: “In questo viaggio non è solo. Vogliamo
accompagnarla, anzi seguirla, come un tempo il popolo di
Israele aveva seguito Mosè e da lui si era lasciato
condurre. Anche noi oggi ci sentiamo come nel deserto e
abbiamo bisogno di chi ci conduce al Signore”. Benedetto XVI ha raccolto questo spunto pastorale,
ricordando che “qui, sulle alture del Monte Nebo: “The memory of Moses invites us… La memoria di Mosè ci invita ad ‘innalzare gli
occhi’ per abbracciare con gratitudine non soltanto le
opere meravigliose di Dio nel passato, ma anche a guardare
con fede e speranza al futuro che egli ha in serbo per noi
e per il mondo intero. Come Mosè, anche noi siamo stati
chiamati per nome, invitati ad intraprendere un quotidiano
esodo dal peccato e dalla schiavitù verso la vita e la
libertà, e ci vien data un’incrollabile promessa per
guidare il nostro cammino”. Un cammino che ha nel suo lungo peregrinare di Mosè
nel deserto, conclusosi a pochi chilometri dalle valli
promesse, ammirate e mai raggiunte, un modello e un
simbolo per la Chiesa attuale: “His example reminds us that we too are part… Il suo esempio ci ricorda che anche noi facciamo
parte del pellegrinaggio senza tempo del Popolo di Dio
lungo la storia (...) Sappiamo che, come Mosè, non
vedremo il pieno compimento del piano di Dio nell’arco
della nostra vita. Eppure abbiamo fiducia che, facendo la
nostra piccola parte, nella fedeltà alla vocazione che
ciascuno ha ricevuto, contribuiremo a rendere diritte le
vie del Signore (...) Sappiamo che Dio, il quale ha
rivelato il proprio nome a Mosè come promessa che sarebbe
sempre stato al nostro fianco, ci darà la forza di
perseverare in gioiosa speranza anche tra sofferenze,
prove e tribolazioni…”
VISITA
ALL'ANTICA BASILICA DEL MEMORIALE DI MOSÈ
DISCORSO
DEL SANTO PADRE BENEDETTO XVI
Monte Nebo
Sabato, 9 maggio 2009
Padre
Ministro Generale,
Padre Custode,
Cari Amici,
in questo
luogo santo, consacrato dalla memoria di Mosè, vi saluto
tutti con affetto nel Signore nostro Gesù Cristo.
Ringrazio il Ministro Generale dell’Ordine dei Frati
Minori, il P. José Rodríguez Carballo, per le cordiali
parole di benvenuto. Colgo inoltre questa occasione per
rinnovare l’espressione della mia gratitudine, e quella
dell’intera Chiesa, ai Frati Minori della Custodia per
la loro secolare presenza in queste terre, per la loro
gioiosa fedeltà al carisma di san Francesco, come pure
per la loro generosa sollecitudine per il benessere
spirituale e materiale delle comunità cristiane locali e
degli innumerevoli pellegrini che ogni anno visitano la
Terra Santa. Qui desidero ricordare anche, con particolare
gratitudine, il defunto P. Michele Piccirillo, che dedicò
la sua vita allo studio delle antichità cristiane ed è
sepolto in questo santuario che egli amò così
intensamente.
È giusto
che il mio pellegrinaggio abbia inizio su questa montagna,
dove Mosè contemplò da lontano la Terra Promessa. Il
magnifico scenario che ci si apre dinanzi dalla spianata
di questo santuario ci invita a considerare come quella
visione profetica abbracciava misteriosamente il grande
piano della salvezza che Dio aveva preparato per il suo
Popolo. Nella Valle del Giordano, infatti, che si snoda
sotto di noi, nella pienezza dei tempi Giovanni Battista
sarebbe venuto a preparare la via del Signore. Nelle acque
del Giordano Gesù, dopo il battesimo ad opera di
Giovanni, sarebbe stato rivelato come il Figlio diletto
del Padre e, dopo essere stato unto di Spirito Santo,
avrebbe inaugurato il proprio ministero pubblico. Fu
ancora dal Giordano che il Vangelo si sarebbe diffuso,
dapprima mediante la predicazione stessa e i miracoli di
Cristo, e poi, dopo la sua risurrezione e l’effusione
dello Spirito a Pentecoste, mediante l’opera dei suoi
discepoli sino ai confini della terra.
Qui,
sulle alture del Monte Nebo, la memoria di Mosè ci invita
ad “innalzare gli occhi” per abbracciare con
gratitudine non soltanto le opere meravigliose di Dio nel
passato, ma anche a guardare con fede e speranza al futuro
che egli ha in serbo per noi e per il mondo intero. Come
Mosè, anche noi siamo stati chiamati per nome, invitati
ad intraprendere un quotidiano esodo dal peccato e dalla
schiavitù verso la vita e la libertà, e ci vien data
un’incrollabile promessa per guidare il nostro cammino.
Nelle acque del Battesimo siamo passati dalla schiavitù
del peccato ad una nuova vita e ad una nuova speranza.
Nella comunione della Chiesa, Corpo di Cristo, noi
pregustiamo la visione della città celeste, la nuova
Gerusalemme, nella quale Dio sarà tutto in tutti. Da
questa santa montagna Mosè orienta il nostro sguardo
verso l’alto, verso il compimento di tutte le promesse
di Dio in Cristo.
Mosè
contemplò la Terra Promessa da lontano, al termine del
suo pellegrinaggio terreno. Il suo esempio ci ricorda che
anche noi facciamo parte del pellegrinaggio senza tempo
del Popolo di Dio lungo la storia. Sulle orme dei Profeti,
degli Apostoli e dei Santi, siamo chiamati a portare
avanti la missione del Signore, a rendere testimonianza al
Vangelo dell’amore e della misericordia universali di
Dio. Noi siamo chiamati ad accogliere la venuta del
Regno di Cristo mediante la nostra carità, il nostro
servizio ai poveri ed i nostri sforzi di essere lievito di
riconciliazione, di perdono e di pace nel mondo che ci
circonda. Sappiamo che, come Mosè, non vedremo il pieno
compimento del piano di Dio nell’arco della nostra vita.
Eppure abbiamo fiducia che, facendo la nostra piccola
parte, nella fedeltà alla vocazione che ciascuno ha
ricevuto, contribuiremo a rendere diritte le vie del
Signore e a salutare l’alba del suo Regno. Sappiamo che
Dio, il quale ha rivelato il proprio nome a Mosè come
promessa che sarebbe sempre stato al nostro fianco (cfr Es
3,14), ci darà la forza di perseverare in gioiosa
speranza anche tra sofferenze, prove e tribolazioni.
Sin dai
primi tempi i cristiani sono venuti in pellegrinaggio ai
luoghi associati alla storia del Popolo eletto, agli
eventi della vita di Cristo e della Chiesa nascente.
Questa grande tradizione, che il mio odierno
pellegrinaggio intende continuare e confermare, è basata
sul desiderio di vedere, toccare e assaporare in preghiera
e in contemplazione, i luoghi benedetti dalla presenza
fisica del nostro Salvatore, della sua Madre benedetta,
degli Apostoli e dei primi discepoli che lo videro risorto
dai morti. Qui, sulle orme degli innumerevoli pellegrini
che ci hanno preceduto lungo i secoli, siamo spinti, quasi
come in una sfida, ad apprezzare più pienamente il dono
della nostra fede e a crescere in quella comunione che
trascende ogni limite di lingua, di razza e di cultura.
L’antica
tradizione del pellegrinaggio ai luoghi santi ci ricorda
inoltre l’inseparabile vincolo che unisce la Chiesa al
popolo ebreo. Sin dagli inizi, la Chiesa in queste terre
ha commemorato nella propria liturgia le grandi figure
dell’Antico Testamento, quale segno del suo profondo
apprezzamento per l’unità dei due Testamenti. Possa
l’odierno nostro incontro ispirare in noi un rinnovato
amore per il canone della Sacra Scrittura ed il desiderio
di superare ogni ostacolo che si frappone alla
riconciliazione fra Cristiani ed Ebrei, nel rispetto
reciproco e nella cooperazione al servizio di quella pace
alla quale la Parola di Dio ci chiama!
Cari
Amici, riuniti in questo santo luogo, eleviamo gli occhi e
i cuori al Padre. Mentre ci apprestiamo a recitare la
preghiera insegnataci da Gesù, invochiamolo perché
affretti la venuta del suo Regno, così che possiamo
vedere il compimento del suo piano di salvezza e
sperimentare, insieme con san Francesco e tutti i
pellegrini che ci hanno preceduto segnati con il segno
della fede, il dono dell’indicibile pace – pax et
bonum – che ci attende nella Gerusalemme celeste.