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VISITA
AL MEMORIALE DELL'OLOCAUSTO (11 MAGGIO 2009) |
Radio
Vaticana, 12 maggio 2009
Memoriale
dell'Olocausto. Benedetto XVI: la Shoah non sia mai
negata, sminuita o dimenticata
Un
evento di grande intensità, la visita del Papa ieri
pomeriggio allo Yad Vashem, il Memoriale dell'Olocausto.
Benedetto XVI si è soffermato in silenzio nella Sala
della Rimembranza per commemorare i sei milioni di ebrei
uccisi nella Shoah: una “orrenda tragedia” – ha
detto – che non deve essere mai negata, o sminuita o
dimenticata. Il servizio del nostro inviato a Gerusalemme Roberto
Piermarini:
(Canto – “Yad Vashem”)
La visita di Benedetto XVI in Israele, è culminata
ieri pomeriggio con l’attesa visita al Mausoleo della
Shoah, lo Yad Vashem. Una cerimonia molto attesa dalla
stampa israeliana e caratterizzata da un silenzio carico
di emozione nella Sala della Rimembranza. Benedetto XVI,
visibilmente commosso, ha alimentato la fiamma perenne che
ricorda lo sterminio degli ebrei che si erge sulle scritte
dei 21 campi di concentramento e ha deposto una corona di
fiori bianchi e gialli sull’urna contenente le ceneri
degli ebrei cremati ad Auschwitz. Quindi è stata letta
una preghiera nella quale sono stati ricordati anche i
“Giusti delle Nazioni” che hanno messo a repentaglio
la loro vita per salvare quella degli Ebrei, tra cui molti
cattolici e religiosi. Il Papa ha avuto poi un breve e
toccante incontro con sei sopravvissuti all’Olocausto,
prima di pronunciare il suo discorso:
“I am deeply grateful to God and to you for the
opportunity...”
“Sono profondamente grato a Dio ed a voi per
l’opportunità che mi è stata data di sostare qui in
silenzio: un silenzio per ricordare, un silenzio per
sperare”.
Un
silenzio nel quale “echeggia ancora nei nostri cuori il
grido dei sei milioni di ebrei uccisi nell’orrenda
tragedia della Shoah. E’ un grido che si leva contro
ogni atto di ingiustizia e di violenza. E’ una perenne
condanna contro lo spargimento di sangue innocente”:
“May the names of these victims never perish!”
“Possano i nomi di queste vittime non perire mai!
Possano le loro sofferenze non essere mai negate,
sminuite, dimenticate” ha detto Benedetto XVI.
Coloro che persero la vita nella Shoah, “non
perderanno mai i loro nomi” ha detto il Papa. “Questi
nomi sono stabilmente incisi nei cuori dei loro cari, dei
loro compagni di prigionia e di quanti sono decisi a non
permettere mai più che un simile orrore possa disonorare
ancora l’umanità. I loro nomi, in particolare, sono
incisi in modo indelebile nella memoria di Dio
Onnipotente”. Quindi l’appello a “vigilare per
sradicare dal cuore dell’uomo qualsiasi cosa capace di
portare a tragedie simili a questa”. Benedetto XVI ha
infine rivolto l’invito alla Chiesa che si schiera
accanto a quanti oggi sono soggetti a persecuzioni per
causa della razza, del colore, della condizione di vita o
della religione “a pregare e ad operare senza stancarsi
per assicurare che l’odio non regni mai più nel cuore
degli uomini”.
VISITA AL
MEMORIALE DI YAD VASHEM
DISCORSO
DEL SANTO PADRE BENEDETTO XVI
Gerusalemme
Lunedì, 11 maggio 2009
“Io
concederò nella mia casa e dentro le mie mura un
monumento e un nome… darò loro un nome eterno che non
sarà mai cancellato” (Is 56,5).
Questo
passo tratto dal Libro del profeta Isaia offre le due
semplici parole che esprimono in modo solenne il
significato profondo di questo luogo venerato: yad
– “memoriale”; shem – “nome”. Sono
giunto qui per soffermarmi in silenzio davanti a questo
monumento, eretto per onorare la memoria dei milioni di
ebrei uccisi nell’orrenda tragedia della Shoah.
Essi persero la propria vita, ma non perderanno mai i loro
nomi: questi sono stabilmente incisi nei cuori dei loro
cari, dei loro compagni di prigionia, e di quanti sono
decisi a non permettere mai più che un simile orrore
possa disonorare ancora l’umanità. I loro nomi, in
particolare e soprattutto, sono incisi in modo indelebile
nella memoria di Dio Onnipotente.
Uno può
derubare il vicino dei suoi possedimenti, delle occasioni
favorevoli o della libertà. Si può intessere una
insidiosa rete di bugie per convincere altri che certi
gruppi non meritano rispetto. E tuttavia, per quanto ci si
sforzi, non si può mai portar via il nome di un
altro essere umano.
La Sacra
Scrittura ci insegna l’importanza dei nomi quando viene
affidata a qualcuno una missione unica o un dono speciale.
Dio ha chiamato Abram “Abraham” perché doveva
diventare il “padre di molti popoli” (Gn 17,5).
Giacobbe fu chiamato “Israele” perché aveva
“combattuto con Dio e con gli uomini ed aveva vinto” (cfr
Gn 32,29). I nomi custoditi in questo venerato
monumento avranno per sempre un sacro posto fra gli
innumerevoli discendenti di Abraham. Come avvenne per
Abraham, anche la loro fede fu provata. Come per Giacobbe,
anch’essi furono immersi nella lotta per discernere i
disegni dell’Onnipotente. Possano i nomi di queste
vittime non perire mai! Possano le loro sofferenze non
essere mai negate, sminuite o dimenticate! E possa ogni
persona di buona volontà vigilare per sradicare dal cuore
dell’uomo qualsiasi cosa capace di portare a tragedie
simili a questa!
La Chiesa
Cattolica, vincolata agli insegnamenti di Gesù e protesa
ad imitarne l’amore per ogni persona, prova profonda
compassione per le vittime qui ricordate. Alla stessa
maniera, essa si schiera accanto a quanti oggi sono
soggetti a persecuzioni per causa della razza, del colore,
della condizione di vita o della religione – le loro
sofferenze sono le sue e sua è la loro speranza di
giustizia. Come Vescovo di Roma e Successore
dell’Apostolo Pietro, ribadisco – come i miei
predecessori – l’impegno della Chiesa a pregare e ad
operare senza stancarsi per assicurare che l’odio non
regni mai più nel cuore degli uomini. Il Dio di Abramo,
di Isacco e di Giacobbe è il Dio della pace (cfr Sal
85,9).
Le
Scritture insegnano che è nostro dovere ricordare al
mondo che questo Dio vive, anche se talvolta troviamo
difficile comprendere le sue misteriose ed imperscrutabili
vie. Egli ha rivelato se stesso e continua ad operare
nella storia umana. Lui solo governa il mondo con
giustizia e giudica con equità ogni popolo (cfr Sal
9,9).
Fissando
lo sguardo sui volti riflessi nello specchio d’acqua che
si stende silenzioso all’interno di questo memoriale,
non si può fare a meno di ricordare come ciascuno di loro
rechi un nome. Posso soltanto immaginare la gioiosa
aspettativa dei loro genitori, mentre attendevano con
ansia la nascita dei loro bambini. Quale nome daremo a
questo figlio? Che ne sarà di lui o di lei? Chi avrebbe
potuto immaginare che sarebbero stati condannati ad un così
lacrimevole destino!
Mentre
siamo qui in silenzio, il loro grido echeggia ancora nei
nostri cuori. È un grido che si leva contro ogni
atto di ingiustizia e di violenza. È una perenne condanna
contro lo spargimento di sangue innocente. È il grido di
Abele che sale dalla terra verso l’Onnipotente. Nel
professare la nostra incrollabile fiducia in Dio, diamo
voce a quel grido con le parole del Libro delle
Lamentazioni, così cariche di significato sia per gli
ebrei che per i cristiani:
“Le
grazie del Signore non sono finite,
non sono esaurite le sue misericordie;
Si rinnovano ogni mattina,
grande è la sua fedeltà;
«Mia parte è il Signore – io esclamo –,
per questo in lui spero».
Buono è il Signore con chi spera in lui,
con colui che lo cerca.
È bene aspettare in silenzio
la salvezza del Signore” (3,22-26).
Cari
Amici, sono profondamente grato a Dio e a voi per
l’opportunità che mi è stata data di sostare qui in
silenzio: un silenzio per ricordare, un silenzio
per pregare, un silenzio per sperare.
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