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IL
PAPA A BETLEMME (13 MAGGIO 2009) |
Radio
Vaticana, 14 maggio 2009
L'incontro
con i profughi di Aida. Il Papa: tragica la costruzione
del muro. Rompere il ciclo della violenza
Israeliani
e palestinesi devono abbattere, con l’aiuto della
comunità internazionale, il muro di reciproca ostilità
che da 60 anni alimenta il conflitto in Medio Oriente.
Visitando ieri pomeriggio il Campo profughi “Aida” a
Betlemme, che ospita 7 mila persone, il Papa ha insistito
molto sulla necessità di “rompere il ciclo delle
aggressioni” per arrivare ad una pace giusta e duratura
per entrambi le popolazioni. Un pensiero sul quale il
Pontefice è ritornato anche nel suo discorso di congedo
dai Territori palestinesi, tenuto nel palazzo
presidenziale. La cronaca di Alessandro De Carolis:
Lastroni grigi alti quattro uomini, recinzioni e filo
spinato. E per contrasto, la mozzetta bianca del Papa,
mossa dal vento, che si muove leggera sullo sfondo di
cemento armato, quasi a ricordare che, per quanto robusto
sia, un muro costruito da uomini può essere superato
dallo spirito del dialogo che non può essere soffocato.
(musica palestinese)
Hanno fatto il giro del mondo le immagini di Benedetto
XVI che parla nel Campo profughi di Aida, due km da
Betlemme e pochi metri dalla lunga parete che da qualche
anno divide il confine fra Israele e la Cisgiordania. In
settemila convivono in quel campo - famiglie musulmane per
lo più, ma anche cristiane - per le quali la precarietà
di un rifugio si è trasformata un giorno in normalità,
ma senza la serenità di una vita normale, come ha
riconosciuto con grande partecipazione il Papa:
“I know that many of your families are divided…
So che molte vostre famiglie sono divise - a causa
di imprigionamento di membri della famiglia o di
restrizioni alla libertà di movimento e che molti tra voi
hanno sperimentato perdite nel corso delle ostilità (...)
Le vostre legittime aspirazioni ad una patria permanente,
ad uno Stato Palestinese indipendente, restano incompiute.
E voi, al contrario, vi sentite intrappolati, come molti
in questa regione e nel mondo, in una spirale di violenza,
di attacchi e contrattacchi, di vendette e di distruzioni
continue”.
Nell’apprezzare il lavoro di solidarietà da 60 anni
svolto dalla Missione Pontificia per la Palestina, e
lodare tutti coloro che in Terra Santa si oppongono alla
violenza vivendo con spirito francescano da “strumenti
di pace”, Benedetto XVI ha condiviso l’anelito del
mondo a che sia spezzata la “spirale” dell’odio. E
tuttavia, ha constatato, questo desiderio deve fare i
conti con la “dura consapevolezza” di quel muro di
cemento, segno - ha detto - “del punto morto a cui
sembrano essere giunti i contatti tra israeliani e
palestinesi”:
“In a world where more and more borders…
In un mondo in cui le frontiere vengono sempre più
aperte – al commercio, ai viaggi, alla mobilità della
gente, agli scambi culturali – è tragico vedere che
vengono tuttora eretti dei muri. Quanto aspiriamo a vedere
i frutti del ben più difficile compito di edificare la
pace! Quanto ardentemente preghiamo perché finiscano le
ostilità che hanno causato l’erezione di questo
muro!”.
Questa implorazione, due ore più tardi - quando il
Pontefice si è congedato dai Territori autonomi
palestinesi e dal loro presidente, Mahmoud Abbas - è
ritornata, con forza, nel richiamo di un Papa che ha visto
“con angoscia” la situazione dei rifugiati, ha visto
il muro che nasconde Betlemme e spezza intere famiglie:
“Although walls can easily be built…
Benché i muri si possano con facilità costruire,
noi tutti sappiamo che essi non durano per sempre. Possono
essere abbattuti. Innanzitutto però è necessario
rimuovere i muri che noi costruiamo attorno ai nostri
cuori, le barriere che innalziamo contro il nostro
prossimo. Ecco perché, nelle mie conclusive parole,
voglio fare un rinnovato appello all’apertura e alla
generosità di spirito, perché sia posta fine
all'intolleranza ed all’esclusione”.
“Non importa - ha incalzato Benedetto XVI - quanto
intrattabile e profondamente radicato possa apparire un
conflitto, ci sono sempre dei motivi per sperare che esso
possa essere risolto”. Ciò che occorre, aveva detto in
precedenza al Campo di Aida, è un “grande coraggio per
superare la paura e la sfiducia”:
“Occorre magnanimità per ricercare la
riconciliazione dopo anni di scontri armati. E tuttavia la
storia ci insegna che la pace viene soltanto quando le
parti in conflitto sono disposte ad andare oltre le
recriminazioni e a lavorare insieme a fini comuni (…)
Deve esserci una determinazione ad intraprendere
iniziative forti e creative per la riconciliazione: se
ciascuno insiste su concessioni preliminari da parte
dell’altro, il risultato sarà soltanto lo stallo delle
trattative”.
Al cospetto del presidente palestinese, Benedetto XVI
ha inoltre assicurato di voler cogliere “ogni opportunità
per esortare coloro che sono coinvolti nei negoziati di
pace a lavorare per una soluzione giusta che rispetti le
legittime aspirazioni di entrambi, israeliani e
palestinesi”. E come “importante passo in questa
direzione”, ha concluso, la Santa Sede “desidera
stabilire presto, in accordo con l'Autorità Palestinese,
la Commissione Bilaterale di Lavoro Permanente che è
stata delineata nell'Accordo di base, firmato in Vaticano
il 15 febbraio 2000”.
VISITA ALL’AIDA
REFUGEE CAMP
DISCORSO
DEL SANTO PADRE BENEDETTO XVI
Betlemme
Mercoledì, 13 maggio 2009
Signor
Presidente,
Cari Amici,
la mia
visita al Campo Profughi di Aida questo pomeriggio mi
offre la gradita opportunità di esprimere la mia
solidarietà a tutti i Palestinesi senza casa, che bramano
di poter tornare ai luoghi natii, o di vivere
permanentemente in una patria propria. Grazie, Signor
Presidente, per il suo cortese saluto. E grazie anche a
Lei, Signora Abu Zayd, e agli altri speaker. A tutti gli
ufficiali della United Nations Relief and Works Agency (Agenzia
per il soccorso e il sostegno delle Nazioni Unite), che si
prendono cura dei profughi, manifesto l’apprezzamento
che provano innumerevoli uomini e donne di tutto il mondo
per l’opera fatta qui ed in altri campi nella regione.
Estendo
un saluto particolare ai bambini e agli insegnanti della
scuola. Attraverso il vostro impegno nell’educazione
esprimete speranza nel futuro. A tutti i giovani qui
presenti dico: rinnovate i vostri sforzi per prepararvi al
tempo in cui sarete responsabili degli affari del popolo
Palestinese negli anni a venire. I genitori hanno qui un
ruolo molto importante. A tutte le famiglie presenti in
questo campo dico: non mancate di sostenere i vostri figli
nei loro studi e nel coltivare i loro doni, così che non
vi sia scarsità di personale ben formato per occupare nel
futuro posizioni di responsabilità nella comunità
Palestinese. So che molte vostre famiglie sono divise –
a causa di imprigionamento di membri della famiglia o di
restrizioni alla libertà di movimento – e che molti tra
voi hanno sperimentato perdite nel corso delle ostilità.
Il mio cuore si unisce a quello di coloro che, per tale
ragione, soffrono. Siate certi che tutti i profughi
Palestinesi nel mondo, specie quelli che hanno perso casa
e persone care durante il recente conflitto di Gaza, sono
costantemente ricordati nelle mie preghiere.
Desidero
dare atto del buon lavoro svolto da molte agenzie della
Chiesa nel prendersi cura dei profughi qui e in altre
parti dei Territori Palestinesi. La Missione Pontificia
per la Palestina, fondata circa sessant’anni orsono per
coordinare l’assistenza umanitaria cattolica ai
rifugiati, continua la propria opera molto necessaria
fianco a fianco di altre simili organizzazioni. In questo
campo la presenza delle Suore Missionarie Francescane del
Cuore Immacolato di Maria richiama alla mente la figura
carismatica di san Francesco, grande apostolo di pace e di
riconciliazione. A questo proposito, voglio esprimere il
mio particolare apprezzamento per l’enorme contributo
dato dai diversi membri della Famiglia francescana nel
prendersi cura della gente di queste terre, facendo di se
stessi “strumenti di pace”, secondo la nota
espressione attribuita al Santo di Assisi.
Strumenti
di pace. Quanto le persone di questo campo, di questi
Territori e dell’intera regione anelano alla pace! In
questi giorni tale desiderio assume una particolare
intensità mentre ricordate gli eventi del maggio del 1948
e gli anni di un conflitto tuttora irrisolto, che
seguirono a quegli eventi. Voi ora vivete in condizioni
precarie e difficili, con limitate opportunità di
occupazione. È comprensibile che vi sentiate spesso
frustrati. Le vostre legittime aspirazioni ad una patria
permanente, ad uno Stato Palestinese indipendente, restano
incompiute. E voi, al contrario, vi sentite intrappolati,
come molti in questa regione e nel mondo, in una spirale
di violenza, di attacchi e contrattacchi, di vendette e di
distruzioni continue. Tutto il mondo desidera fortemente
che sia spezzata questa spirale, anela a che la pace metta
fine alle perenni ostilità. Incombente su di noi, mentre
siamo qui riuniti questo pomeriggio, è la dura
consapevolezza del punto morto a cui sembrano essere
giunti i contatti tra Israeliani e Palestinesi – il
muro.
In un
mondo in cui le frontiere vengono sempre più aperte –
al commercio, ai viaggi, alla mobilità della gente, agli
scambi culturali – è tragico vedere che vengono tuttora
eretti dei muri. Quanto aspiriamo a vedere i frutti del
ben più difficile compito di edificare la pace! Quanto
ardentemente preghiamo perché finiscano le ostilità che
hanno causato l’erezione di questo muro!
Da
entrambe le parti del muro è necessario grande coraggio
per superare la paura e la sfiducia, se si vuole
contrastare il bisogno di vendetta per perdite o
ferimenti. Occorre magnanimità per ricercare la
riconciliazione dopo anni di scontri armati. E tuttavia la
storia ci insegna che la pace viene soltanto quando le
parti in conflitto sono disposte ad andare oltre le
recriminazioni e a lavorare insieme a fini comuni,
prendendo sul serio gli interessi e le preoccupazioni
degli altri e cercando decisamente di costruire
un’atmosfera di fiducia. Deve esserci una determinazione
ad intraprendere iniziative forti e creative per la
riconciliazione: se ciascuno insiste su concessioni
preliminari da parte dell’altro, il risultato sarà
soltanto lo stallo delle trattative.
L’aiuto
umanitario, come quello che viene offerto in questo campo,
ha un ruolo essenziale da svolgere, ma la soluzione a
lungo termine ad un conflitto come questo non può essere
che politica. Nessuno s’attende che i popoli Palestinese
e Israeliano vi arrivino da soli. È vitale il sostegno
della comunità internazionale. Rinnovo perciò il mio
appello a tutte le parti coinvolte perché esercitino la
propria influenza in favore di una soluzione giusta e
duratura, nel rispetto delle legittime esigenze di tutte
le parti e riconoscendo il loro diritto di vivere in pace
e con dignità, secondo il diritto internazionale. Allo
stesso tempo, tuttavia, gli sforzi diplomatici potranno
avere successo soltanto se gli stessi Palestinesi e
Israeliani saranno disposti a rompere con il ciclo delle
aggressioni. Mi vengono alla mente le splendide parole
attribuite a san Francesco: “Dove c’è odio, che io
porti amore; dove c’è l’offesa il perdono…dove c’è
tenebra, luce, dove c’è tristezza, gioia”.
A
ciascuno di voi rinnovo l’invito ad un profondo impegno
nel coltivare la pace e la non violenza, seguendo
l’esempio di san Francesco e di altri grandi costruttori
di pace. La pace deve aver inizio nel proprio ambiente,
nella propria famiglia, nel proprio cuore. Continuo a
pregare perché tutte le parti in conflitto in questa
terra abbiano il coraggio e l’immaginazione di
perseguire l’esigente ma indispensabile via della
riconciliazione. Possa la pace fiorire ancora una volta in
queste terre! Dio benedica il suo popolo con la pace!
©
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