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VISITA
PASTORALE A TORINO (2 MAGGIO 2010) |
Benedetto
XVI a Torino per la Sindone: amare come Gesù, senza
limiti, per porre un argine al male. La fede non è mai
contro la libertà
◊ Una Torino in
festa, sotto un cielo di nuvole, ha accolto il Papa,
stamani, in visita nel capoluogo piemontese per
l'Ostensione della Sindone. Oltre 50 mila fedeli hanno
assistito, in Piazza San Carlo e attraverso i maxischermi
in Via Roma e Piazza Castello, alla Messa presieduta da
Benedetto XVI, che nell'omelia ha invitato ad amare come
Gesù, senza limiti, per porre un argine al male e dare
speranza a chi è nella sofferenza. Questo pomeriggio gli
incontri con i giovani, sempre in Piazza San Carlo, e con
i malati al Cottolengo. E c'è grande attesa per la
meditazione del Papa davanti alla Sindone. In serata il
rientro a Roma. Il servizio del nostro inviato, Massimiliano
Menichetti
(musica)
Fin dalle prime luci dell’alba la città di Torino ha
cominciato a dispiegarsi lungo le transenne che tracciano
il percorso al corteo Papale per le vie del centro. La
speranza di tutti è vedere Benedetto XVI, stringersi a
lui nella preghiera, ascoltare le sue parole. Cinque i
momenti di questa visita pastorale: la Santa Messa in
Piazza San Carlo, il pranzo con vescovi piemontesi in
arcivescovado, l’incontro con i giovani, la meditazione
davanti alla Sindone, la visita alla Piccola Casa della
Divina Provvidenza, fondata da San Giuseppe Cottolengo.
(applausi - coro ‘viva il Papa’)
L’affetto della città si è riflesso nelle tante
bandiere gialle e bianche, i colori vaticani, negli
applausi accompagnati dai cori di benvenuto che hanno
accolto la papa-mobile al suo arrivo in Piazza San Carlo
quindi il saluto del sindaco, Sergio Chiamparino:
Questa città oggi l’accoglie in un momento nel quale
tutti, credenti e non, sono chiamati a riflettere sul
senso profondo che l’immagine della Sindone rappresenta,
testimonianza storica o mistero del dolore che riscatta.
Nel suo saluto, il cardinale
arcivescovo di Torino Severino Poletto
ha ricordato la vocazione alla carità della città
esprimendo il sostegno dell’intera Chiesa piemontese al
Papa:
E’ Gesù stesso che noi vediamo presente e visibile
in Lei, suo Vicario, e che viene ad incontrarci.
(Applausi) Ed è con questo spirito di fede e comunione
che ci stringiamo intorno a Lei per esprimere il nostro
affetto di figli, la nostra totale comunione di intenti e
per contribuire con la nostra preghiera a chiedere al
Signore forza e consolazione per il suo ministero che Lei
svolge con grande autorevolezza di dottrina, offerta con
la chiarezza di un vero Maestro della fede e con la
delicatezza di un padre che ama la Chiesa e l’umanità
intera. (Applausi)
Sulla stessa linea anche il sindaco, Sergio
Chiamparino, che parlando anche del volto laico della città
ha sottolineato come la Sindone conduca comunque tutti ad
una riflessione attenta sulla sofferenza ed il bisogno
dell’altro.
Il Papa ha ricambiato questo abbraccio e parlando al
cuore dell’intera città è entrato nei problemi
sociali, del lavoro, dell’integrazione, esortando alla
testimonianza cristiana, alla preghiera e a confidare
nell’amore salvifico di Cristo. Punto fondante della sua
omelia in Piazza San Carlo la passione, morte e
risurrezione del Signore presenti nell’attuale tempo
pasquale, “che è il tempo - ha detto - della
glorificazione di Gesù”.
Egli ha amato il Padre, compiendo la sua volontà
fino in fondo, con una donazione perfetta; ha amato
l’umanità dando la sua vita per noi. Così già nella
sua passione viene glorificato, e Dio viene glorificato in
lui. Ma la passione come espressione realissima e profonda
del suo amore, è soltanto un inizio. Per questo Gesù
afferma che la sua glorificazione sarà anche futura.
"Gesù ci ha dato se stesso come modello e fonte
di amore", ha detto il Papa. Si tratta di un amore
senza limiti, universale, in grado di trasformare anche
tutte le circostanze negative e tutti gli ostacoli in
occasioni per progredire nell’amore. E guardando alla
ricca tradizione di santità che, nei secoli passati, la
Chiesa torinese ha conosciuto, ha ricordato che “Gesù”
chiede “di vivere il suo stesso amore” per vincere le
“tante difficoltà che provocano divisioni, risentimenti
e rancori”.
Se siamo uniti a Cristo, possiamo amare veramente in
questo modo. Amare gli altri come Gesù ci ha amati è
possibile solo con quella forza che ci viene comunicata
nel rapporto con Lui, specialmente nell’Eucaristia, in
cui si rende presente in modo reale il suo Sacrificio di
amore che genera amore. E' la vera novità, nel mondo, e
la forza di una permanente glorificazione di Dio che si
glorifica nella continuità dell'amore di Gesù nel nostro
amore.
“A volte”, anche per gli impegni che si
moltiplicano, “essere operai nella vigna del Signore può
essere faticoso”, ha detto il Papa rivolgendosi ai
sacerdoti, diaconi, religiosi e religiose. Ha indicato la
preghiera quale forza dalla quale attingere per portare
l’annuncio cristiano ed ha invitato a “ri-centrare
l’esistenza sull’essenziale del Vangelo”,
“coltivando una reale dimensione di comunione e di
fraternità”. Poi guardando alle tante sfide che la città
della Sindone vive, ha aggiunto:
Penso, in particolare, a quanti vivono concretamente
la loro esistenza in condizioni di precarietà, a causa
della mancanza del lavoro, dell’incertezza per il
futuro, della sofferenza fisica e morale; penso alle
famiglie, ai giovani, alle persone anziane che spesso
vivono in solitudine, agli emarginati, agli immigrati. Sì,
la vita porta ad affrontare molte difficoltà, molti
problemi, ma è proprio la certezza che ci viene dalla
fede, la certezza che non siamo soli, che Dio ama ciascuno
senza distinzione ed è vicino a ciascuno con il suo
amore, che rende possibile affrontare, vivere e superare
la fatica dei problemi quotidiani.
Quindi ha ribadito la necessità della testimonianza
cristiana, in ogni ambito: lavorativo, culturale,
universitario e familiare, in cui ha esortato “a vivere
la dimensione cristiana dell’amore nelle semplici azioni
quotidiane, superando divisioni e incomprensioni”,
coltivando “la fede che rende - ha detto - ancora più
salda la comunione”. E parlando a chi è “chiamato ad
amministrare la cosa pubblica”. ha aggiunto:
La collaborazione per perseguire il bene comune e
rendere la Città sempre più umana e vivibile è un segno
che il pensiero cristiano sull’uomo non è mai contro la
sua libertà, ma in favore di una maggiore pienezza che
solo in una “civiltà dell’amore” trova la sua
realizzazione.
Rivolgendosi ai giovani che lo aspetteranno nel
pomeriggio, sempre in Piazza San Carlo, ha detto di “non
perdere mai la speranza”, quella” che viene da Cristo.
“Colui che è stato crocifisso, che ha condiviso la
nostra sofferenza, come ci ricorda anche in maniera
eloquente la Sacra Sindone – ha precisato – è colui
che è risorto e ci vuole riunire tutti nel suo amore”.
In essa vediamo, come specchiati, i nostri patimenti
nelle sofferenze di Cristo: “Passio Christi. Passio
hominis”. Proprio per questo essa è un segno di
speranza: Cristo ha affrontato la croce per mettere un
argine al male; per farci intravvedere, nella sua Pasqua,
l’anticipo di quel momento in cui anche per noi ogni
lacrima sarà asciugata e non ci sarà più morte, né
lutto, né lamento, né affanno.
(canto)
Infine, l’esortazione alla Chiesa torinese “a
restare salda” nella fede e “a non perdere mai la luce
della speranza nel Cristo Risorto, che è capace di
trasformare la realtà e rendere nuove tutte le cose”.
Poi, nella ricorrenza del mese mariano, prima della
preghiera del Regina Coeli Benedetto XVI ha affidato alla
Vergine tutti coloro che abitano nella città di Torino:
Veglia, o Maria, sulle famiglie e sul mondo del
lavoro; veglia su quanti hanno smarrito la fede e la
speranza; conforta i malati, i carcerati e tutti i
sofferenti; sostieni, o Aiuto dei Cristiani, i giovani,
gli anziani e le persone in difficoltà. Veglia, o Madre
della Chiesa, sui Pastori e sull’intera Comunità dei
credenti, perché siano “sale e luce” in mezzo alla
società.
CONCELEBRAZIONE
EUCARISTICA
OMELIA
DEL SANTO PADRE BENEDETTO XVI
Piazza San
Carlo
Domenica, 2 maggio 2010
Cari
fratelli e sorelle!
Sono
lieto di trovarmi con voi in questo giorno di festa e di
celebrare per voi questa solenne Eucaristia. Saluto
ciascuno dei presenti, in particolare il Pastore della
vostra Arcidiocesi, il Cardinale Severino Poletto, che
ringrazio per le calorose espressioni rivoltemi a nome di
tutti. Saluto anche gli Arcivescovi e i Vescovi presenti,
i Sacerdoti, i Religiosi e le Religiose, i rappresentanti
delle Associazioni e dei Movimenti ecclesiali. Rivolgo un
deferente pensiero al Sindaco, Dottor Sergio Chiamparino,
grato per il cortese indirizzo di saluto, al
rappresentante del Governo ed alle Autorità civili e
militari, con un particolare ringraziamento a quanti hanno
generosamente offerto la loro collaborazione per la
realizzazione di questa
mia Visita pastorale. Estendo il mio pensiero a quanti
non hanno potuto essere presenti, in modo speciale agli
ammalati, alle persone sole e a quanti si trovano in
difficoltà. Affido al Signore la città di Torino e tutti
i suoi abitanti in questa celebrazione eucaristica, che,
come ogni domenica, ci invita a partecipare in modo
comunitario alla duplice mensa della Parola di verità e
del Pane di vita eterna.
Siamo nel
tempo pasquale, che è il tempo della glorificazione di
Gesù. Il Vangelo che abbiamo ascoltato poc’anzi ci
ricorda che questa glorificazione si è realizzata
mediante la passione. Nel mistero pasquale passione e
glorificazione sono strettamente legate fra loro, formano
un’unità inscindibile. Gesù afferma: «Ora il Figlio
dell’uomo è stato glorificato, e Dio è stato
glorificato in lui» (Gv 13,31) e lo fa quando
Giuda esce dal Cenacolo per attuare il piano del suo
tradimento, che condurrà alla morte del Maestro: proprio
in quel momento inizia la glorificazione di Gesù.
L’evangelista Giovanni lo fa comprendere chiaramente:
non dice, infatti, che Gesù è stato glorificato solo
dopo la sua passione, per mezzo della risurrezione, ma
mostra che la sua glorificazione è iniziata proprio con
la passione. In essa Gesù manifesta la sua gloria, che è
gloria dell’amore, che dona tutto se stesso. Egli ha
amato il Padre, compiendo la sua volontà fino in fondo,
con una donazione perfetta; ha amato l’umanità dando la
sua vita per noi. Così già nella sua passione viene
glorificato, e Dio viene glorificato in lui. Ma la
passione - come espressione realissima e profonda del suo
amore - è soltanto un inizio. Per questo Gesù afferma
che la sua glorificazione sarà anche futura (cfr v. 32).
Poi il Signore, nel momento in cui annuncia la sua
partenza da questo mondo (cfr v. 33), quasi come
testamento ai suoi discepoli per continuare in modo nuovo
la sua presenza in mezzo a loro, dà ad essi un
comandamento: «Vi do un comandamento nuovo: che vi amiate
gli uni gli altri. Come io ho amato voi, così amatevi gli
uni gli altri» (v. 34). Se ci amiamo gli uni gli altri,
Gesù continua ad essere presente in mezzo a noi, ad
essere glorificato nel mondo.
Gesù
parla di un “comandamento nuovo”. Ma qual è la sua
novità? Già nell’Antico Testamento Dio aveva dato il
comando dell’amore; ora, però, questo comandamento è
diventato nuovo in quanto Gesù vi apporta un’aggiunta
molto importante: «Come io ho amato voi, così
amatevi gli uni gli altri». Ciò che è nuovo è proprio
questo “amare come Gesù ha amato”. Tutto il nostro
amare è preceduto dal suo amore e si riferisce a questo
amore, si inserisce in questo amore, si realizza proprio
per questo amore. L’Antico Testamento non presentava
alcun modello di amore, ma formulava soltanto il precetto
di amare. Gesù invece ci ha dato se stesso come modello e
come fonte di amore. Si tratta di un amore senza limiti,
universale, in grado di trasformare anche tutte le
circostanze negative e tutti gli ostacoli in occasioni per
progredire nell’amore. E vediamo nei santi di questa
Città la realizzazione di questo amore, sempre dalla
fonte dell’amore di Gesù.
Nei
secoli passati la Chiesa che è in Torino ha conosciuto
una ricca tradizione di santità e di generoso servizio ai
fratelli – come hanno ricordato il Cardinale Arcivescovo
e il Signor Sindaco - grazie all’opera di zelanti
sacerdoti, religiosi e religiose di vita attiva e
contemplativa e di fedeli laici. Le parole di Gesù
acquistano, allora, una risonanza particolare per questa
Chiesa di Torino, una Chiesa generosa e attiva, a
cominciare dai suoi preti. Dandoci il comandamento nuovo,
Gesù ci chiede di vivere il suo stesso amore, dal suo
stesso amore, che è il segno davvero credibile, eloquente
ed efficace per annunciare al mondo la venuta del Regno di
Dio. Ovviamente con le nostre sole forze siamo deboli e
limitati. C’è sempre in noi una resistenza all’amore
e nella nostra esistenza ci sono tante difficoltà che
provocano divisioni, risentimenti e rancori. Ma il Signore
ci ha promesso di essere presente nella nostra vita,
rendendoci capaci di questo amore generoso e totale, che
sa vincere tutti gli ostacoli, anche quelli che sono nei
nostri stessi cuori. Se siamo uniti a Cristo, possiamo
amare veramente in questo modo. Amare gli altri come Gesù
ci ha amati è possibile solo con quella forza che ci
viene comunicata nel rapporto con Lui, specialmente
nell’Eucaristia, in cui si rende presente in modo reale
il suo Sacrificio di amore che genera amore: è la vera
novità nel mondo e la forza di una permanente
glorificazione di Dio, che si glorifica nella continuità
dell’amore di Gesù nel nostro amore.
Vorrei
dire, allora, una parola d’incoraggiamento in
particolare ai Sacerdoti e ai Diaconi di questa Chiesa,
che si dedicano con generosità al lavoro pastorale, come
pure ai Religiosi e alle Religiose. A volte, essere operai
nella vigna del Signore può essere faticoso, gli impegni
si moltiplicano, le richieste sono tante, i problemi non
mancano: sappiate attingere quotidianamente dal rapporto
di amore con Dio nella preghiera la forza per portare
l’annuncio profetico di salvezza; ri-centrate la vostra
esistenza sull’essenziale del Vangelo; coltivate una
reale dimensione di comunione e di fraternità
all’interno del presbiterio, delle vostre comunità, nei
rapporti con il Popolo di Dio; testimoniate nel ministero
la potenza dell’amore che viene dall’Alto, viene dal
Signore presente in mezzo a noi.
La prima
lettura che abbiamo ascoltato, ci presenta proprio un modo
particolare di glorificazione di Gesù: l’apostolato e i
suoi frutti. Paolo e Barnaba, al termine del loro primo
viaggio apostolico, ritornano nelle città già visitate e
rianimano i discepoli, esortandoli a restare saldi nella
fede, perché, come essi dicono, «dobbiamo entrare nel
regno di Dio attraverso molte tribolazioni» (At
14,22). La vita cristiana, cari fratelli e sorelle, non è
facile; so che anche a Torino non mancano difficoltà,
problemi, preoccupazioni: penso, in particolare, a quanti
vivono concretamente la loro esistenza in condizioni di
precarietà, a causa della mancanza del lavoro,
dell’incertezza per il futuro, della sofferenza fisica e
morale; penso alle famiglie, ai giovani, alle persone
anziane che spesso vivono in solitudine, agli emarginati,
agli immigrati. Sì, la vita porta ad affrontare molte
difficoltà, molti problemi, ma è proprio la certezza che
ci viene dalla fede, la certezza che non siamo soli, che
Dio ama ciascuno senza distinzione ed è vicino a ciascuno
con il suo amore, che rende possibile affrontare, vivere e
superare la fatica dei problemi quotidiani. E’ stato
l’amore universale di Cristo risorto a spingere gli
apostoli ad uscire da se stessi, a diffondere la parola di
Dio, a spendersi senza riserve per gli altri, con
coraggio, gioia e serenità. Il Risorto possiede una forza
di amore che supera ogni limite, non si ferma davanti ad
alcun ostacolo. E la Comunità cristiana, specialmente
nelle realtà più impegnate pastoralmente, deve essere
strumento concreto di questo amore di Dio.
Esorto le
famiglie a vivere la dimensione cristiana dell’amore
nelle semplici azioni quotidiane, nei rapporti familiari
superando divisioni e incomprensioni, nel coltivare la
fede che rende ancora più salda la comunione. Anche nel
ricco e variegato mondo dell’Università e della cultura
non manchi la testimonianza dell’amore di cui ci parla
il Vangelo odierno, nella capacità dell’ascolto attento
e del dialogo umile nella ricerca della Verità, certi che
è la stessa Verità che ci viene incontro e ci afferra.
Desidero anche incoraggiare lo sforzo, spesso difficile,
di chi è chiamato ad amministrare la cosa pubblica: la
collaborazione per perseguire il bene comune e rendere la
Città sempre più umana e vivibile è un segno che il
pensiero cristiano sull’uomo non è mai contro la sua
libertà, ma in favore di una maggiore pienezza che solo
in una “civiltà dell’amore” trova la sua
realizzazione. A tutti, in particolare ai giovani, voglio
dire di non perdere mai la speranza, quella che viene dal
Cristo Risorto, dalla vittoria di Dio sul peccato,
sull’odio e sulla morte.
La
seconda lettura odierna ci mostra proprio l’esito finale
della Risurrezione di Gesù: è la Gerusalemme nuova, la
città santa, che scende dal cielo, da Dio, pronta come
una sposa adorna per il suo sposo (cfr Ap 21,2).
Colui che è stato crocifisso, che ha condiviso la nostra
sofferenza, come ci ricorda anche, in maniera eloquente,
la sacra Sindone, è colui che è risorto e ci vuole
riunire tutti nel suo amore. Si tratta di una speranza
stupenda, “forte”, solida, perché, come dice
l’Apocalisse: «(Dio) asciugherà ogni lacrima dai loro
occhi e non vi sarà più la morte né lutto né lamento né
affanno, perché le cose di prima sono passate» (21,4).
La sacra Sindone non comunica forse lo stesso messaggio?
In essa vediamo, come specchiati, i nostri patimenti nelle
sofferenze di Cristo: “Passio Christi. Passio hominis”.
Proprio per questo essa è un segno di speranza: Cristo ha
affrontato la croce per mettere un argine al male; per
farci intravedere, nella sua Pasqua, l’anticipo di quel
momento in cui anche per noi, ogni lacrima sarà asciugata
e non ci sarà più morte, né lutto, né lamento, né
affanno.
Il brano
dell’Apocalisse termina con l’affermazione: «Colui
che sedeva sul trono disse: “Ecco, io faccio nuove tutte
le cose”» (21,5). La prima cosa assolutamente nuova
realizzata da Dio è stata la risurrezione di Gesù, la
sua glorificazione celeste. Essa è l’inizio di tutta
una serie di “cose nuove”, a cui partecipiamo anche
noi. “Cose nuove” sono un mondo pieno di gioia, in cui
non ci sono più sofferenze e sopraffazioni, non c’è più
rancore e odio, ma soltanto l’amore che viene da Dio e
che trasforma tutto.
Cara
Chiesa che è in Torino, sono venuto in mezzo a voi per
confermarvi nella fede. Desidero esortarvi, con forza e
con affetto, a restare saldi in quella fede che avete
ricevuto, che dà senso alla vita, che dà forza di amare;
a non perdere mai la luce della speranza nel Cristo
Risorto, che è capace di trasformare la realtà e rendere
nuove tutte le cose; a vivere in città, nei quartieri,
nelle comunità, nelle famiglie, in modo semplice e
concreto l’amore di Dio: “Come io ho amato voi, così
amatevi gli uni gli altri”.
Amen.
REGINA
CÆLI
Piazza San
Carlo
Domenica, 2 maggio 2010
Mentre ci
avviamo a concludere questa solenne celebrazione, ci
rivolgiamo in preghiera a Maria Santissima, che a Torino
è venerata quale principale Patrona col titolo di Beata
Vergine Consolata. A Lei affido questa Città e tutti
coloro che vi abitano. Veglia, o Maria, sulle famiglie e
sul mondo del lavoro; veglia su quanti hanno smarrito la
fede e la speranza; conforta i malati, i carcerati e tutti
i sofferenti; sostieni, o Aiuto dei Cristiani, i giovani,
gli anziani e le persone in difficoltà. Veglia, o Madre
della Chiesa, sui Pastori e sull’intera Comunità dei
credenti, perché siano “sale e luce” in mezzo alla
società.
La
Vergine Maria è colei che più di ogni altro ha
contemplato Dio nel volto umano di Gesù. Lo ha visto
appena nato, mentre, avvolto in fasce, era adagiato in una
mangiatoia; lo ha visto appena morto, quando, deposto
dalla croce, lo avvolsero in un lenzuolo e lo portarono al
sepolcro. Dentro di lei si è impressa l’immagine del
suo Figlio martoriato; ma questa immagine è stata poi
trasfigurata dalla luce della Risurrezione. Così, nel
cuore di Maria, è custodito il mistero del volto di
Cristo, mistero di morte e di gloria. Da lei possiamo
sempre imparare a guardare Gesù con sguardo d’amore e
di fede, a riconoscere in quel volto umano il Volto di
Dio.
Alla
Madonna Santissima affido con gratitudine quanti hanno
lavorato per questa mia Visita, e per l’Ostensione della
Sindone. Prego per loro e perché questi eventi
favoriscano un profondo rinnovamento spirituale. Regina
Caeli…
©
Copyright 2010 - Libreria Editrice Vaticana
Meditazione
del Papa nel Duomo di Torino: la Sindone, un'Icona scritta
col sangue che parla di amore e di vita
◊ E' stata una
visita pastorale molto intensa quella del Papa ieri a
Torino, caratterizzata da grande accoglienza e affetto e
da un profondo clima di preghiera. Uno dei momenti
centrali è stata la meditazione di Benedetto XVI
nell'atto di venerazione della Sacra Sindone. Ce ne parla
il nostro inviato Massimiliano Menichetti
Benedetto XVI si è fatto pellegrino tra i pellegrini
ed ha pregato insieme ad altri due milioni di fedeli che
hanno reso omaggio alla Sindone, nel Duomo di Torino,
durante questa Ostensione, che terminerà il 23 maggio
prossimo:
“Si può dire che la Sindone sia l’Icona di
questo mistero, l’Icona del Sabato Santo. Infatti essa
è un telo sepolcrale, che ha avvolto la salma di un uomo
crocifisso in tutto corrispondente a quanto i Vangeli ci
dicono di Gesù”.
“La Sindone di Torino – ha ribadito Benedetto XVI -
ci offre l’immagine di com’era il corpo di Gesù
disteso nella tomba durante quel tempo, che fu breve
cronologicamente (circa un giorno e mezzo), ma fu immenso,
infinito nel suo valore e nel suo significato”. E
riferendosi al Sabato Santo quale giorno del
“silenzio” e della “solitudine”, ha tracciato un
parallelo con il cuore dell’uomo di oggi:
“Il nascondimento di Dio fa parte della
spiritualità dell’uomo contemporaneo, in maniera
esistenziale, quasi inconscia, come un vuoto nel cuore che
è andato allargandosi sempre di più”.
Citando le due guerre mondiali, i lager e i gulag,
Hiroshima e Nagasaki, Benedetto XVI ha detto che “la
nostra epoca è diventata in misura sempre maggiore un
Sabato Santo”, dove “l’oscurità di questo giorno
interpella tutti coloro che si interrogano sulla vita” e
“in modo particolare” i “credenti”:
“Tuttavia la morte del Figlio di Dio, di Gesù di
Nazaret ha un aspetto opposto, totalmente positivo, fonte
di consolazione e di speranza. E questo mi fa pensare al
fatto che la sacra Sindone si comporta come un documento
'fotografico', dotato di un 'positivo' e di un 'negativo'.
E in effetti è proprio così: il mistero più oscuro
della fede è nello stesso tempo il segno più luminoso di
una speranza che non ha confini”.
Quindi ha spiegato che la Sindone testimonia
“quell’intervallo unico e irripetibile nella storia
dell’umanità e dell’universo, in cui Dio, in Gesù
Cristo, ha condiviso non solo il nostro morire, ma anche
il nostro rimanere nella morte:
“Dio, fattosi uomo, è arrivato fino al punto di
entrare nella solitudine estrema e assoluta dell’uomo,
dove non arriva alcun raggio d’amore, dove regna
l’abbandono totale senza alcuna parola di conforto: 'gli
inferi'. Gesù Cristo, rimanendo nella morte, ha
oltrepassato la porta di questa solitudine ultima per
guidare anche noi ad oltrepassarla con Lui”.
Il Papa ha evidenziato che Cristo ha penetrato con il
suo amore la morte, portando la speranza nuova della
Risurrezione. “Mi sembra che guardando questo sacro Telo
con gli occhi della fede – ha aggiunto - si percepisca
qualcosa di questa luce". “Penso – ha proseguito
- che se migliaia e migliaia di persone vengono” a
venerare la Sindone è perché in essa vedono la vittoria
della vita sulla morte, dell’amore sull’odio. Poi ha
detto: “Questo è il potere della Sindone”:
“Dal volto di questo ‘Uomo dei dolori’, che
porta su di sé la passione dell’uomo di ogni tempo e di
ogni luogo, anche le nostre passioni, le nostre
sofferenze, le nostre difficoltà, i nostri peccati –
‘Passio Christi. Passio hominis’ - promana una solenne
maestà, una signoria paradossale”.
Questo volto, queste mani e questi piedi, questo
costato, tutto questo corpo parla: è esso stesso una
parola che possiamo ascoltare nel silenzio:
“Parla con il sangue, e il sangue è la vita! La
Sindone è un’Icona scritta col sangue; sangue di un
uomo flagellato, coronato di spine, crocifisso e ferito al
costato destro. L’immagine impressa sulla Sindone è
quella di un morto, ma il sangue parla della sua vita.
Ogni traccia di sangue parla di amore e di vita”.
E riferendosi alla ferita sul costato “procurata da
un colpo di lancia romana” ha sottolineato che “quel
sangue e quell’acqua” che fuoriuscirono “parlano di
vita”. “E’ come una sorgente – ha concluso - che
mormora nel silenzio, e noi possiamo sentirla, possiamo
ascoltarla, nel silenzio del Sabato Santo.
VENERAZIONE
DELLA SANTA SINDONE
MEDITAZIONE
DEL SANTO PADRE BENEDETTO XVI
Domenica, 2
maggio 2010
Cari
amici,
questo è
per me un momento molto atteso. In diverse altre occasioni
mi sono trovato davanti alla sacra Sindone, ma questa
volta vivo questo pellegrinaggio e questa sosta con
particolare intensità: forse perché il passare degli
anni mi rende ancora più sensibile al messaggio di questa
straordinaria Icona; forse, e direi soprattutto, perché
sono qui come Successore di Pietro, e porto nel mio cuore
tutta la Chiesa, anzi, tutta l’umanità. Ringrazio Dio
per il dono di questo pellegrinaggio, e anche per
l’opportunità di condividere con voi una breve
meditazione, che mi è stata suggerita dal sottotitolo di
questa solenne Ostensione: “Il mistero del Sabato
Santo”.
Si può
dire che la Sindone sia l’Icona di questo mistero,
l’Icona del Sabato Santo. Infatti essa è un telo
sepolcrale, che ha avvolto la salma di un uomo crocifisso
in tutto corrispondente a quanto i Vangeli ci dicono di
Gesù, il quale, crocifisso verso mezzogiorno, spirò
verso le tre del pomeriggio. Venuta la sera, poiché era
la Parasceve, cioè la vigilia del sabato solenne di
Pasqua, Giuseppe d’Arimatea, un ricco e autorevole
membro del Sinedrio, chiese coraggiosamente a Ponzio
Pilato di poter seppellire Gesù nel suo sepolcro nuovo,
che si era fatto scavare nella roccia a poca distanza dal
Golgota. Ottenuto il permesso, comprò un lenzuolo e,
deposto il corpo di Gesù dalla croce, lo avvolse con quel
lenzuolo e lo mise in quella tomba (cfr Mc
15,42-46). Così riferisce il Vangelo di san Marco, e con
lui concordano gli altri Evangelisti. Da quel momento, Gesù
rimase nel sepolcro fino all’alba del giorno dopo il
sabato, e la Sindone di Torino ci offre l’immagine di
com’era il suo corpo disteso nella tomba durante quel
tempo, che fu breve cronologicamente (circa un giorno e
mezzo), ma fu immenso, infinito nel suo valore e nel suo
significato.
Il Sabato
Santo è il giorno del nascondimento di Dio, come si legge
in un’antica Omelia: “Che cosa è avvenuto? Oggi sulla
terra c’è grande silenzio, grande silenzio e
solitudine. Grande silenzio perché il Re dorme … Dio è
morto nella carne ed è sceso a scuotere il regno degli
inferi” (Omelia sul Sabato Santo, PG 43,
439). Nel Credo, noi professiamo che Gesù Cristo
“fu crocifisso sotto Ponzio Pilato, morì e fu sepolto,
discese agli inferi, e il terzo giorno risuscitò da
morte”.
Cari
fratelli e sorelle, nel nostro tempo, specialmente dopo
aver attraversato il secolo scorso, l’umanità è
diventata particolarmente sensibile al mistero del Sabato
Santo. Il nascondimento di Dio fa parte della spiritualità
dell’uomo contemporaneo, in maniera esistenziale, quasi
inconscia, come un vuoto nel cuore che è andato
allargandosi sempre di più. Sul finire dell’Ottocento,
Nietzsche scriveva: “Dio è morto! E noi l’abbiamo
ucciso!”. Questa celebre espressione, a ben vedere, è
presa quasi alla lettera dalla tradizione cristiana,
spesso la ripetiamo nella Via Crucis, forse senza
renderci pienamente conto di ciò che diciamo. Dopo le due
guerre mondiali, i lager e i gulag,
Hiroshima e Nagasaki, la nostra epoca è diventata in
misura sempre maggiore un Sabato Santo: l’oscurità di
questo giorno interpella tutti coloro che si interrogano
sulla vita, in modo particolare interpella noi credenti.
Anche noi abbiamo a che fare con questa oscurità.
E
tuttavia la morte del Figlio di Dio, di Gesù di Nazaret
ha un aspetto opposto, totalmente positivo, fonte di
consolazione e di speranza. E questo mi fa pensare al
fatto che la sacra Sindone si comporta come un documento
“fotografico”, dotato di un “positivo” e di un
“negativo”. E in effetti è proprio così: il mistero
più oscuro della fede è nello stesso tempo il segno più
luminoso di una speranza che non ha confini. Il Sabato
Santo è la “terra di nessuno” tra la morte e la
risurrezione, ma in questa “terra di nessuno” è
entrato Uno, l’Unico, che l’ha attraversata con i
segni della sua Passione per l’uomo: “Passio
Christi. Passio hominis”. E la Sindone ci parla
esattamente di quel momento, sta a testimoniare
precisamente quell’intervallo unico e irripetibile nella
storia dell’umanità e dell’universo, in cui Dio, in
Gesù Cristo, ha condiviso non solo il nostro morire, ma
anche il nostro rimanere nella morte. La solidarietà più
radicale.
In quel
“tempo-oltre-il-tempo” Gesù Cristo è “disceso agli
inferi”. Che cosa significa questa espressione? Vuole
dire che Dio, fattosi uomo, è arrivato fino al punto di
entrare nella solitudine estrema e assoluta dell’uomo,
dove non arriva alcun raggio d’amore, dove regna
l’abbandono totale senza alcuna parola di conforto:
“gli inferi”. Gesù Cristo, rimanendo nella morte, ha
oltrepassato la porta di questa solitudine ultima per
guidare anche noi ad oltrepassarla con Lui. Tutti abbiamo
sentito qualche volta una sensazione spaventosa di
abbandono, e ciò che della morte ci fa più paura è
proprio questo, come da bambini abbiamo paura di stare da
soli nel buio e solo la presenza di una persona che ci ama
ci può rassicurare. Ecco, proprio questo è accaduto nel
Sabato Santo: nel regno della morte è risuonata la voce
di Dio. E’ successo l’impensabile: che cioè l’Amore
è penetrato “negli inferi”: anche nel buio estremo
della solitudine umana più assoluta noi possiamo
ascoltare una voce che ci chiama e trovare una mano che ci
prende e ci conduce fuori. L’essere umano vive per il
fatto che è amato e può amare; e se anche nello spazio
della morte è penetrato l’amore, allora anche là è
arrivata la vita. Nell’ora dell’estrema solitudine non
saremo mai soli: “Passio Christi. Passio hominis”.
Questo è
il mistero del Sabato Santo! Proprio di là, dal buio
della morte del Figlio di Dio, è spuntata la luce di una
speranza nuova: la luce della Risurrezione. Ed ecco, mi
sembra che guardando questo sacro Telo con gli occhi della
fede si percepisca qualcosa di questa luce. In effetti, la
Sindone è stata immersa in quel buio profondo, ma è al
tempo stesso luminosa; e io penso che se migliaia e
migliaia di persone vengono a venerarla – senza contare
quanti la contemplano mediante le immagini – è perché
in essa non vedono solo il buio, ma anche la luce; non
tanto la sconfitta della vita e dell’amore, ma piuttosto
la vittoria, la vittoria della vita sulla morte,
dell’amore sull’odio; vedono sì la morte di Gesù, ma
intravedono la sua Risurrezione; in seno alla morte pulsa
ora la vita, in quanto vi inabita l’amore. Questo è il
potere della Sindone: dal volto di questo “Uomo dei
dolori”, che porta su di sé la passione dell’uomo di
ogni tempo e di ogni luogo, anche le nostre passioni, le
nostre sofferenze, le nostre difficoltà, i nostri peccati
- “Passio Christi. Passio hominis” -, da questo
volto promana una solenne maestà, una signoria
paradossale. Questo volto, queste mani e questi piedi,
questo costato, tutto questo corpo parla, è esso stesso
una parola che possiamo ascoltare nel silenzio. Come parla
la Sindone? Parla con il sangue, e il sangue è la vita!
La Sindone è un’Icona scritta col sangue; sangue di un
uomo flagellato, coronato di spine, crocifisso e ferito al
costato destro. L’immagine impressa sulla Sindone è
quella di un morto, ma il sangue parla della sua vita.
Ogni traccia di sangue parla di amore e di vita.
Specialmente quella macchia abbondante vicina al costato,
fatta di sangue ed acqua usciti copiosamente da una grande
ferita procurata da un colpo di lancia romana, quel sangue
e quell’acqua parlano di vita. E’ come una sorgente
che mormora nel silenzio, e noi possiamo sentirla,
possiamo ascoltarla, nel silenzio del Sabato Santo.
Cari
amici, lodiamo sempre il Signore per il suo amore fedele e
misericordioso. Partendo da questo luogo santo, portiamo
negli occhi l’immagine della Sindone, portiamo nel cuore
questa parola d’amore, e lodiamo Dio con una vita piena
di fede, di speranza e di carità. Grazie.
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Il
Papa ai giovani di Torino: lasciatevi toccare dall’amore
di Cristo e la vostra vita sarà trasformata
◊
Affidatevi a Cristo e potrete fare della vostra vita
qualcosa di grande: è il messaggio che Benedetto XVI ha
consegnato ai giovani torinesi incontrati ieri pomeriggio
a Piazza San Carlo. Un evento contraddistinto
dall’entusiasmo dei ragazzi, che hanno fatto di questo
incontro una piccola Gmg, quasi un anticipo del Raduno
Mondiale di Madrid del prossimo anno. Il Papa ha esortato
i giovani cattolici a seguire l’esempio del Beato
Frassati, testimone di una “fede semplice ed
efficace”. Il servizio di Alessandro Gisotti
(Voci dei giovani: "Benedetto! Benedetto!")
Andate incontro a Gesù, l’amico che ci ama per
quello che siamo e ci trasforma toccandoci con il suo
amore. E’ questa la meta che Benedetto XVI indica alle
migliaia di giovani venuti ad incontrarlo a Piazza San
Carlo, cuore del capoluogo piemontese. Un evento festoso,
ma anche un’assunzione di impegno, come afferma uno dei
ragazzi rivolgendosi al Santo Padre:
“Santo Padre, crediamo che una delle maggiori sfide
per noi giovani oggi sia proprio l’impegno a costruire
delle vite coerenti bene ancorate in questo mondo ma
altrettanto desiderose di tenere lo sguardo verso
l’altro. La salutiamo con affetto e le diciamo che è
bello averla qui e che Torino e i suoi giovani sono con
lei”.
(Applausi)
E il Papa è con i giovani. Benedetto XVI ripercorre il
dialogo del giovane ricco con Gesù. “Cosa devo fare per
avere la vita eterna?”. Domanda difficile oggi,
riconosce il Pontefice, “perché la mentalità del
nostro tempo ci dice che non esiste nulla di
definitivo”. Cambiare, prosegue, è diventata “la
parola d’ordine”. “Ma è proprio vero – chiede il
Papa ai ragazzi – che per essere felici dobbiamo
accontentarci di piccole e fugaci gioie momentanee”.
Gioie che quando finiscono “lasciano l’amarezza nel
cuore”?:
“Dio ci ha creato in vista del 'per sempre', ha
posto nel cuore di ciascuno di noi il seme per una vita
che realizzi qualcosa di bello e di grande. Abbiate il
coraggio delle scelte definitive e vivetele con fedeltà!
Il Signore potrà chiamarvi al matrimonio, al sacerdozio,
alla vita consacrata, a un dono particolare di voi stessi:
rispondetegli con generosità!”
“Amare Dio e amare gli altri con tutto se stessi”:
questa, rammenta il Papa, è la ricchezza più grande
della vita che Gesù indica al giovane. E aggiunge: “Non
c’è nulla di più grande per l’uomo, un essere
mortale e limitato, che partecipare alla vita di amore di
Dio”:
“Oggi viviamo in un contesto
culturale che non favorisce rapporti umani profondi e
disinteressati, ma, al contrario, induce spesso a
chiudersi in se stessi, all’individualismo, a lasciar
prevalere l’egoismo che c’è nell’uomo. Ma il cuore
di un giovane è per natura sensibile all’amore vero.
Perciò mi rivolgo con grande fiducia a ciascuno di voi e
vi dico: non è facile fare della vostra vita qualcosa di
bello e di grande, è impegnativo, ma con Cristo tutto è
possibile!”
Ecco allora che il Papa invita i giovani ad essere
amici di Gesù, a vivere questa amicizia nella Chiesa, nei
Sacramenti, nella lettura della Bibbia. E soprattutto
nell’amore per il prossimo:
“Sappiate incontrare l’amore di Cristo nella
testimonianza di carità della Chiesa. Torino vi offre,
nella sua storia, splendidi esempi: seguiteli, vivendo
concretamente la gratuità del servizio. Tutto nella
comunità ecclesiale deve essere finalizzato a far toccare
con mano agli uomini l’infinita carità di Dio”.
L’amore di Cristo, ribadisce il Papa, “non è un
amore confinato nel passato, non è un’illusione, non è
riservato a pochi”. E’ un amore, aggiunge, che ci
esorta ad uscire “da una tendenza individualista anche
nel vivere la fede” e ci chiama a far parte “del
grande mosaico della Chiesa di Cristo”. I giovani di
Torino, sottolinea il Pontefice chiudendo il suo discorso,
hanno un modello nel Beato Piergiorgio Frassati, la cui
esistenza fu “avvolta interamente dalla grazia e
dall’amore di Dio e fu consumata, con serenità e gioia,
nel servizio appassionato a Cristo e ai fratelli”:
“Cari giovani, abbiate il coraggio di scegliere ciò
che è essenziale nella vita! 'Vivere e non vivacchiare'
ripeteva il beato Piergiorgio Frassati. Come lui, scoprite
che vale la pena di impegnarsi per Dio e con Dio, di
rispondere alla sua chiamata nelle scelte fondamentali e
in quelle quotidiane, anche quando costa!”
INCONTRO CON I
GIOVANI
DISCORSO
DEL SANTO PADRE BENEDETTO XVI
Piazza San
Carlo
Domenica, 2 maggio 2010
Cari
giovani di Torino!
Cari giovani che venite dal Piemonte e dalle Regioni
vicine!
Sono
veramente lieto di essere con voi, in questa mia visita
a Torino per venerare la sacra Sindone. Vi saluto
tutti con grande affetto e vi ringrazio per
l’accoglienza e per l’entusiasmo della vostra fede.
Attraverso di voi saluto l’intera gioventù di Torino e
delle Diocesi del Piemonte, con una preghiera speciale per
i giovani che vivono situazioni di sofferenza, di
difficoltà e di smarrimento. Un particolare pensiero e un
forte incoraggiamento rivolgo a quanti fra voi stanno
percorrendo il cammino verso il sacerdozio, la vita
consacrata, come pure verso scelte generose di servizio
agli ultimi. Ringrazio il vostro Pastore, il Cardinale
Severino Poletto, per le cordiali espressioni che mi ha
rivolto e ringrazio i vostri rappresentanti che mi hanno
manifestato i propositi, le problematiche e le attese
della gioventù di questa città e di questa regione.
Venticinque
anni fa, in occasione dell’Anno Internazionale della
Gioventù, il venerabile e amato Giovanni
Paolo II indirizzò una Lettera apostolica ai giovani
e alle giovani del mondo, incentrata sull’incontro di
Gesù col giovane ricco di cui ci parla il Vangelo (Lettera
ai Giovani, 31 marzo 1985). Proprio partendo da
questa pagina (cfr Mc 10,17-22; Mt
19,16-22), che è stata oggetto di riflessione anche nel
mio Messaggio
di quest’anno per la Giornata Mondiale della Gioventù,
vorrei offrirvi alcuni pensieri che spero possano aiutarvi
nella vostra crescita spirituale e nella vostra missione
all’interno della Chiesa e nel mondo.
Il
giovane del Vangelo - lo sappiamo - chiede a Gesù: “Che
cosa devo fare per avere la vita eterna?”. Oggi non è
facile parlare di vita eterna e di realtà eterne, perché
la mentalità del nostro tempo ci dice che non esiste
nulla di definitivo: tutto muta, e anche molto
velocemente. “Cambiare” è diventata, in molti casi,
la parola d’ordine, l’esercizio più esaltante della
libertà, e in questo modo anche voi giovani siete portati
spesso a pensare che sia impossibile compiere scelte
definitive, che impegnino per tutta la vita. Ma è questo
il modo giusto di usare la libertà? E’ proprio vero che
per essere felici dobbiamo accontentarci di piccole e
fugaci gioie momentanee, le quali, una volta terminate,
lasciano l’amarezza nel cuore? Cari giovani, non è
questa la vera libertà, la felicità non si raggiunge
così. Ognuno di noi è creato non per compiere scelte
provvisorie e revocabili, ma scelte definitive e
irrevocabili, che danno senso pieno all’esistenza. Lo
vediamo nella nostra vita: ogni esperienza bella, che ci
colma di felicità, vorremmo che non avesse mai termine.
Dio ci ha creato in vista del “per sempre”, ha posto
nel cuore di ciascuno di noi il seme per una vita che
realizzi qualcosa di bello e di grande. Abbiate il
coraggio delle scelte definitive e vivetele con fedeltà!
Il Signore potrà chiamarvi al matrimonio, al sacerdozio,
alla vita consacrata, a un dono particolare di voi stessi:
rispondetegli con generosità!
Nel
dialogo con il giovane, che possedeva molte ricchezze,
Gesù indica qual è la ricchezza più importante e più
grande della vita: l’amore. Amare Dio e amare gli altri
con tutto se stessi. La parola amore - lo sappiamo - si
presta a varie interpretazioni ed ha diversi significati:
noi abbiamo bisogno di un Maestro, Cristo, che ce ne
indichi il senso più autentico e più profondo, che ci
guidi alla fonte dell’amore e della vita. Amore è il
nome proprio di Dio. L'Apostolo Giovanni ce lo ricorda:
“Dio è amore”, e aggiunge che “non siamo stati noi
ad amare Dio, ma è lui che ha amato noi e ha mandato il
suo Figlio”. E “se Dio ci ha amati così, anche noi
dobbiamo amarci gli uni gli altri” (1Gv
4,8.10.11). Nell’incontro con Cristo e nell’amore
vicendevole sperimentiamo in noi la vita stessa di Dio,
che rimane in noi con il suo amore perfetto, totale,
eterno (cfr 1Gv 4,12). Non c'è nulla, quindi, di
più grande per l'uomo, un essere mortale e limitato, che
partecipare alla vita di amore di Dio. Oggi viviamo in un
contesto culturale che non favorisce rapporti umani
profondi e disinteressati, ma, al contrario, induce spesso
a chiudersi in se stessi, all’individualismo, a lasciar
prevalere l’egoismo che c’è nell’uomo. Ma il cuore
di un giovane è per natura sensibile all’amore vero.
Perciò mi rivolgo con grande fiducia a ciascuno di voi e
vi dico: non è facile fare della vostra vita qualcosa di
bello e di grande, è impegnativo, ma con Cristo tutto è
possibile!
Nello
sguardo di Gesù che fissa - come dice il Vangelo - con
amore il giovane, cogliamo tutto il desiderio di Dio di
stare con noi, di esserci vicino; c’è un desiderio di
Dio del nostro sì, del nostro amore. Sì, cari giovani,
Gesù vuole essere vostro amico, vostro fratello nella
vita, il maestro che vi indica la via da percorrere per
giungere alla felicità. Egli vi ama per quello che siete,
nella vostra fragilità e debolezza, perché, toccati dal
suo amore, possiate essere trasformati. Vivete questo
incontro con l'amore di Cristo in un forte rapporto
personale con Lui; vivetelo nella Chiesa, anzitutto nei
Sacramenti. Vivetelo nell’Eucaristia, in cui si rende
presente il suo Sacrificio: Egli realmente dona il suo
Corpo e il suo Sangue per noi, per redimere i peccati
dell’umanità, perché diventiamo una cosa sola con Lui,
perché impariamo anche noi la logica del donarsi.
Vivetelo nella Confessione, dove, offrendoci il suo
perdono, Gesù ci accoglie con tutti i nostri limiti per
darci un cuore nuovo, capace di amare come Lui. Imparate
ad avere familiarità con la parola di Dio, a meditarla,
specialmente nella lectio divina, la lettura
spirituale della Bibbia. Infine, sappiate incontrare
l’amore di Cristo nella testimonianza di carità della
Chiesa. Torino vi offre, nella sua storia, splendidi
esempi: seguiteli, vivendo concretamente la gratuità del
servizio. Tutto nella comunità ecclesiale deve essere
finalizzato a far toccare con mano agli uomini
l’infinita carità di Dio.
Cari
amici, l’amore di Cristo per il giovane del Vangelo è
il medesimo che egli ha per ciascuno di voi. Non è un
amore confinato nel passato, non è un’illusione, non è
riservato a pochi. Voi incontrerete questo amore e ne
sperimenterete tutta la fecondità se con sincerità
cercherete il Signore e se vivrete con impegno la vostra
partecipazione alla vita della comunità cristiana.
Ciascuno si senta “parte viva” della Chiesa, coinvolto
nell’opera di evangelizzazione, senza paura, in uno
spirito di sincera armonia con i fratelli nella fede e in
comunione con i Pastori, uscendo da una tendenza
individualista anche nel vivere la fede, per respirare a
pieni polmoni la bellezza di far parte del grande mosaico
della Chiesa di Cristo.
Questa
sera non posso non additarvi come modello un giovane della
vostra Città: il beato Piergiorgio Frassati, di cui
quest’anno ricorre il ventesimo anniversario della
beatificazione. La sua esistenza fu avvolta interamente
dalla grazia e dall’amore di Dio e fu consumata, con
serenità e gioia, nel servizio appassionato a Cristo e ai
fratelli. Giovane come voi visse con grande impegno la sua
formazione cristiana e diede la sua testimonianza di fede,
semplice ed efficace. Un ragazzo affascinato dalla
bellezza del Vangelo delle Beatitudini, che sperimentò
tutta la gioia di essere amico di Cristo, di seguirlo, di
sentirsi in modo vivo parte della Chiesa. Cari giovani,
abbiate il coraggio di scegliere ciò che è essenziale
nella vita! “Vivere e non vivacchiare” ripeteva il
beato Piergiorgio Frassati. Come lui, scoprite che vale la
pena di impegnarsi per Dio e con Dio, di rispondere alla
sua chiamata nelle scelte fondamentali e in quelle
quotidiane, anche quando costa!
Il
percorso spirituale del beato Piergiorgio Frassati ricorda
che il cammino dei discepoli di Cristo richiede il
coraggio di uscire da se stessi, per seguire la strada del
Vangelo. Questo esigente cammino dello spirito voi lo
vivete nelle parrocchie e nelle altre realtà ecclesiali;
lo vivete anche nel pellegrinaggio delle Giornate
Mondiali della Gioventù, appuntamento sempre atteso.
So che vi state preparando al prossimo grande raduno, in
programma a Madrid nell’agosto 2011. Auspico di cuore
che tale straordinario evento, al quale spero possiate
partecipare in tanti, contribuisca a far crescere in
ciascuno l’entusiasmo e la fedeltà nel seguire Cristo e
nell’accogliere con gioia il suo messaggio, fonte di
vita nuova.
Giovani
di Torino e del Piemonte, siate testimoni di Cristo in
questo nostro tempo! La sacra Sindone sia in modo del
tutto particolare per voi un invito ad imprimere nel
vostro spirito il volto dell’amore di Dio, per essere
voi stessi, nei vostri ambienti, con i vostri coetanei,
un’espressione credibile del volto di Cristo. Maria, che
venerate nei vostri Santuari mariani, e san Giovanni
Bosco, Patrono della gioventù, vi aiutino a seguire
Cristo senza mai stancarvi. E vi accompagnino sempre la
mia preghiera e la mia Benedizione, che vi dono con grande
affetto. Grazie per la vostra
attenzione!
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La
visita al Cottolengo. Il Papa ai malati: uniti a Cristo
collaborate alla vittoria del bene sul male
◊ Ultimo
appuntamento della giornata del Papa a Torino è stato il
commovente incontro con i malati della Piccola Casa della
Divina Provvidenza fondata nel 1832 da San Giuseppe
Benedetto Cottolengo. Grande entusiasmo all’accoglienza.
Ce ne parla Sergio Centofanti
(applausi)
Tanto affetto per il Papa dai malati del Cottolengo.
Benedetto XVI, tra gli applausi, ne ha salutati
personalmente e abbracciati alcuni in carrozzella. Nel suo
discorso ha ricordato il fondatore della Piccola Casa
della Divina Provvidenza che “pur attraversando nella
sua vita momenti drammatici, mantenne sempre una serena
fiducia di fronte agli eventi” riconoscendo in tutte le
situazioni la presenza e la misericordia di Dio. Nei
poveri e nei malati il Cottolengo vedeva Gesù: e quelli
che tutti scartavano, perché “all’occhio materiale”
apparivano più “ributtanti”, lui li preferiva
definendoli i suoi “padronissimi”:
“Lo guidava una profonda convinzione: ‘I poveri
sono Gesù - diceva - non sono una sua immagine. Sono Gesù
in persona e come tali bisogna servirli. Tutti i poveri
sono i nostri padroni … Se non li trattiamo bene, ci
cacciano dalla Piccola Casa. Essi sono Gesù’”.
Il Cottolengo – ha aggiunto il Papa – “aveva
compreso che chi è colpito dalla sofferenza e dal rifiuto
tende a chiudersi e isolarsi e a manifestare sfiducia
verso la vita stessa. Perciò il farsi carico di tante
sofferenze umane significava” per lui “creare
relazioni di vicinanza affettiva, familiare e spontanea,
dando vita a strutture che potessero favorire questa
vicinanza, con quello stile di famiglia che continua
ancora oggi”. Il suo scopo non era solo quello di una
riabilitazione psico-fisica: voleva, infatti, ridare
dignità personale a quanti venivano rifiutati dalla
società. Il Papa esorta i malati del Cottolengo a non
sentirsi “estranei al destino del mondo”:
“Cari malati, voi svolgete un’opera importante:
vivendo le vostre sofferenze in unione con Cristo
crocifisso e risorto, partecipate al mistero della sua
sofferenza per la salvezza del mondo. Offrendo il nostro
dolore a Dio per mezzo di Cristo, noi possiamo collaborare
alla vittoria del bene sul male, perché Dio rende feconda
la nostra offerta, il nostro atto di amore”.
“Se la passione dell’uomo è stata assunta da
Cristo nella sua Passione - ha proseguito il Papa - nulla
andrà perduto”. E ha concluso: “la sofferenza, il
male, la morte non hanno l’ultima parola, perché dalla
morte e dalla sofferenza la vita può risorgere”.
INCONTRO
CON GLI AMMALATI
DISCORSO
DEL SANTO PADRE BENEDETTO XVI
Chiesa della
Piccola Casa della Divina Provvidenza-Cottolengo
Domenica, 2 maggio 2010
Signori
Cardinali,
cari fratelli e sorelle!
Desidero
esprimere a voi tutti la mia gioia e la mia riconoscenza
al Signore che mi ha condotto fino a voi, in questo luogo,
dove in tanti modi e secondo un carisma particolare si
manifestano la carità e la Provvidenza del Padre celeste.
E’ un incontro, il nostro, che si intona molto bene al
mio pellegrinaggio alla sacra Sindone, in cui possiamo
leggere tutto il dramma della sofferenza, ma anche, alla
luce della Risurrezione di Cristo, il pieno significato
che essa assume per la redenzione del mondo. Ringrazio Don
Aldo Sarotto per le significative parole che mi ha
rivolto: attraverso di lui il mio grazie si estende a
quanti operano in questo luogo, la Piccola Casa della
Divina Provvidenza, come la volle chiamare san Giuseppe
Benedetto Cottolengo. Saluto con riconoscenza le tre
Famiglie religiose nate dal cuore del Cottolengo e dalla
“fantasia” dello Spirito Santo. Grazie a tutti voi,
cari malati, che siete il tesoro prezioso di questa casa e
di questa Opera.
Come
forse sapete, durante l’Udienza
Generale di mercoledì scorso, insieme alla figura di
san Leonardo Murialdo, ho presentato anche il carisma e
l’opera del vostro Fondatore. Sì, egli è stato un vero
e proprio campione della carità, le cui iniziative, come
alberi rigogliosi, stanno davanti ai nostri occhi e sotto
lo sguardo del mondo. Rileggendo le testimonianze
dell’epoca, vediamo che non fu facile per il Cottolengo
iniziare la sua impresa. Le molte attività di assistenza
presenti sul territorio a favore dei più bisognosi non
erano sufficienti a sanare la piaga della povertà, che
affliggeva la città di Torino. San Cottolengo cercò di
dare una risposta a questa situazione, accogliendo le
persone in difficoltà e privilegiando quelle che non
venivano ricevute e curate da altri. Il primo nucleo della
Casa della Divina Provvidenza non ebbe vita facile e non
durò a lungo. Nel 1832, nel quartiere di Valdocco, vide
la luce una nuova struttura, aiutata anche da alcune
famiglie religiose.
San
Cottolengo, pur attraversando nella sua vita momenti
drammatici, mantenne sempre una serena fiducia di fronte
agli eventi; attento a cogliere i segni della paternità
di Dio, riconobbe, in tutte le situazioni, la sua presenza
e la sua misericordia e, nei poveri, l’immagine più
amabile della sua grandezza. Lo guidava una convinzione
profonda: “I poveri sono Gesù - diceva - non sono una
sua immagine. Sono Gesù in persona e come tali bisogna
servirli. Tutti i poveri sono i nostri padroni, ma questi
che all’occhio materiale sono così ributtanti sono i
nostri padronissimi, sono le nostre vere gemme. Se non li
trattiamo bene, ci cacciano dalla Piccola Casa. Essi sono
Gesù”. San Giuseppe Benedetto Cottolengo sentì di
impegnarsi per Dio e per l’uomo, mosso nel profondo del
cuore dalla parola dell’apostolo Paolo: La carità di
Cristo ci spinge (cfr 2 Cor 5,14). Egli volle
tradurla in totale dedizione al servizio dei più piccoli
e dimenticati. Principio fondamentale della sua opera fu,
fin dall’inizio, l’esercizio verso tutti della carità
cristiana, che gli permetteva di riconoscere in ogni uomo,
anche se ai margini della società, una grande dignità.
Egli aveva compreso che chi è colpito dalla sofferenza e
dal rifiuto tende a chiudersi e isolarsi e a manifestare
sfiducia verso la vita stessa. Perciò il farsi carico di
tante sofferenze umane significava, per il nostro Santo,
creare relazioni di vicinanza affettiva, familiare e
spontanea, dando vita a strutture che potessero favorire
questa vicinanza, con quello stile di famiglia che
continua ancora oggi.
Recupero
della dignità personale per san Giuseppe Benedetto
Cottolengo voleva dire ristabilire e valorizzare tutto
l’umano: dai bisogni fondamentali psico-sociali a quelli
morali e spirituali, dalla riabilitazione delle funzioni
fisiche alla ricerca di un senso per la vita, portando la
persona a sentirsi ancora parte viva della comunità
ecclesiale e del tessuto sociale. Siamo grati a questo
grande apostolo della carità perché, visitando questi
luoghi, incontrando la quotidiana sofferenza nei volti e
nelle membra di tanti nostri fratelli e sorelle accolti
qui come nella loro casa, noi facciamo esperienza del
valore e del significato più profondo della sofferenza e
del dolore.
Cari
malati, voi svolgete un’opera importante: vivendo le
vostre sofferenze in unione con Cristo crocifisso e
risorto, partecipate al mistero della sua sofferenza per
la salvezza del mondo. Offrendo il nostro dolore a Dio per
mezzo di Cristo, noi possiamo collaborare alla vittoria
del bene sul male, perché Dio rende feconda la nostra
offerta, il nostro atto di amore. Cari fratelli e sorelle,
tutti voi che siete qui, ciascuno per la propria parte:
non sentitevi estranei al destino del mondo, ma sentitevi
tessere preziose di un bellissimo mosaico che Dio, come
grande artista, va formando giorno per giorno anche
attraverso il vostro contributo. Cristo, che è morto
sulla Croce per salvarci, si è lasciato inchiodare perché
da quel legno, da quel segno di morte, potesse fiorire la
vita in tutto il suo splendore. Questa Casa è uno dei
frutti maturi nati dalla Croce e dalla Risurrezione di
Cristo, e manifesta che la sofferenza, il male, la morte
non hanno l’ultima parola, perché dalla morte e dalla
sofferenza la vita può risorgere. Lo ha testimoniato in
modo esemplare uno di voi, che voglio ricordare: il
Venerabile fratel Luigi Bordino, stupenda figura di
religioso infermiere.
In questo
luogo, allora, comprendiamo meglio che, se la passione
dell’uomo è stata assunta da Cristo nella sua Passione,
nulla andrà perduto. Il messaggio di questa solenne
Ostensione della Sindone: “Passio Christi – Passio
hominis”, qui si comprende in modo particolare.
Preghiamo il Signore crocifisso e risorto perché illumini
il nostro pellegrinaggio quotidiano con la luce del suo
Volto; illumini la nostra vita, il presente e il futuro,
il dolore e la gioia, le fatiche e le speranze
dell’umanità intera. A tutti voi, cari fratelli e
sorelle, invocando l’intercessione di Maria Vergine e di
san Giuseppe Benedetto Cottolengo, imparto di cuore la mia
Benedizione: vi conforti e vi consoli nelle prove e vi
ottenga ogni grazia che viene da Dio, autore e datore di
ogni dono perfetto. Grazie!
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