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CAPPELLA PAPALE PER LA SOLENNITA' DI TUTTI I SANTI (1 NOVEMBRE 2006)

Fonte, Radio Vaticana, 1 novembre  2006

Ascolta il servizio trasmesso da Radio Vaticana

LA CHIESA E’ “MADRE DEI SANTI”, TESTIMONI DI UN’ECCELLENZA DI VITA POSSIBILE PER OGNI UOMO: LO HA DETTO IL PAPA ALLA MESSA PER LA SOLENNITA’ DEL PRIMO NOVEMBRE. ALL’ANGELUS, RICORDANDO LA COMMEMORAZIONE DEI DEFUNTI DI DOMANI, BENEDETTO XVI HA PARLATO DELLA MORTE COME SEGNO CHE RIMANDA ALLA VITA ETERNA  

I Santi e i defunti provocano l’uomo moderno sul senso della “vita eterna”, una realtà oggi spesso ritenuta una “mitologia ormai superata”. Lo ha affermato questa mattina Benedetto XVI, presiedendo la liturgia eucaristica in San Pietro e la successiva recita dell’Angelus, ispirate dalle ricorrenze liturgiche del primo e del due novembre. Per essere santi “non bisogna possedere carismi eccezionali”, ha detto il Papa. Così come “l’enigma della morte” spinge alla “speranza” di una vita che non finisca sulla terra. Nel servizio di Alessandro De Carolis, la cronaca delle celebrazioni:  

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(canto)  

Celebri o sconosciuti, venerati da secoli o nascosti nelle pieghe della quotidianità, sono loro il modello umano che rende il cielo più vicino alla terra: i Santi. Uomini e donne, figli della Chiesa, che hanno fatto una scelta, quella di Cristo, l’hanno difesa, non ne hanno fuggito le conseguenze, neanche le più drammatiche, fino a diventare - al di là delle loro intenzioni - la dimostrazione che la “meta alta della vita cristiana” è una meta per “tutti” - non per gente fuori del comune - ed è una meta per ogni epoca. Benedetto XVI ha riaffermato questi principi durante la tradizionale Messa del primo novembre, celebrata con grande solennità in San Pietro.

 (canto)  

Tra le navate della Basilica, completamente gremite, il Papa ha fatto risuonare l’antica domanda di un celebre uomo di Dio, San Bernardo di Chiaravalle: a “che serve la nostra lode ai Santi”, il nostro tributo alla loro grandezza? La risposta di mille anni fa, ha osservato, non ha perso di attualità: i Santi “non hanno bisogno dei nostri onori”, ma pensando a loro – diceva San Bernardo – “mi sento ardere da grandi desideri”:  

“Ecco dunque il significato dell’odierna solennità: guardando al luminoso esempio dei Santi risvegliare in noi il grande desiderio di essere come i Santi, felici di vivere vicini a Dio (...) Essere santo significa vivere nella vicinanza con Dio, vivere nella sua famiglia. Questa verità, con vigore ribadita dal Concilio Vaticano II, è oggi riproposta in modo solenne alla nostra attenzione”.  

 “Ma in che consiste la santità?”, si è chiesto ancora Benedetto XVI:  

“All’interrogativo si può rispondere anzitutto in negativo: per essere santi non occorre compiere azioni e opere straordinarie, né possedere carismi eccezionali. Viene poi la risposta in positivo: è necessario semplicemente “servire” Gesù, ascoltarlo e seguirlo senza perdersi d’animo di fronte alle difficoltà (…) La santità esige uno sforzo costante, ma è possibile a tutti perché, più che opera dell’uomo, è anzitutto dono di Dio”.  

Certo, la grandezza del dono – ha sottolineato Benedetto XVI - mette in risalto, per contrasto, “la povertà dei nostri mezzi”. Ma la certezza cristiana, lungi dall’’inorgoglire’, sta in questo: “Dio – ha ripetuto il Papa – ci ha voluto nel mondo per essere santi”. Come quelli celebrati dalla Chiesa, come le figure dell’Antico Testamento: da Abele il “giusto” ad Abramo, “fedele Patriarca”.  

(canto)  

         La santità che unisce i fedeli sulla terra alle realtà divine “passa sempre per la via della Croce”. Questa affermazione del Papa all’omelia della Messa si salda con le parole da lui pronunciate prima della recita dell’Angelus, dedicate al mistero della morte e alla commemorazione dei defunti di domani. Nel nostro tempo più che in passato, ha osservato Benedetto XVI, “si è talmente assorbiti dalle cose terrene, che talora riesce difficile pensare a Dio come protagonista della storia e della nostra stessa vita. L’esistenza umana però, per sua natura, è protesa a qualcosa di più grande, che la trascenda. E’ insopprimibile nell’essere umano l’anelito alla giustizia, alla verità, alla felicità piena”.  

“Dinanzi all’enigma della morte, sono vivi in molti il desiderio e la speranza di ritrovare nell’aldilà i propri cari (…) ‘Vita eterna’ per noi cristiani non indica però solo una vita che dura per sempre, bensì una nuova qualità di esistenza, pienamente immersa nell’amore di Dio, che libera dal male e dalla morte”.  

Ai saluti del dopo-Angelus, in cinque lingue, Benedetto XVI ha tra l’altro indirizzato un pensiero al gruppo agostiano che in questi giorni ha portato la “Fiaccola del Dialogo” sulle orme del vescovo di Ippona, dalla città natale di Tagaste, in Algeria, fino a Roma, per poi concludere il pellegrinaggio a Pavia, dove si trova la tomba del Padre della Chiesa. “Volentieri - ha concluso il Papa - benedico questa iniziativa dell’Ordine Agostiniano e questa Fiaccola simbolo di fede e di pace”.  

(applausi)

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VISITA PASTORALE
DI SUA SANTITÀ BENEDETTO XVI
A VERONA IN OCCASIONE DEL
IV CONVEGNO NAZIONALE DELLA CHIESA ITALIANA

OMELIA DI SUA SANTITÀ BENEDETTO XVI

Stadio Comunale "Bentegodi"
Giovedì, 19 ottobre 2006

 

Venerati Fratelli nell’Episcopato e nel Sacerdozio!
Cari fratelli e sorelle!

In questa Celebrazione eucaristica viviamo il momento centrale del IV Convegno nazionale della Chiesa in Italia, che si raccoglie quest’oggi attorno al Successore di Pietro. Il cuore di ogni evento ecclesiale è l’Eucaristia, nella quale Cristo Signore ci convoca, ci parla, ci nutre e ci invia. E’ significativo che il luogo prescelto per questa solenne liturgia sia lo stadio di Verona: uno spazio dove abitualmente si celebrano non riti religiosi, ma manifestazioni sportive, coinvolgendo migliaia di appassionati. Oggi, questo spazio ospita Gesù risorto, realmente presente nella sua Parola, nell’assemblea del Popolo di Dio con i suoi Pastori e, in modo eminente, nel Sacramento del suo Corpo e del suo Sangue. Cristo viene oggi, in questo moderno areopago, per effondere il suo Spirito sulla Chiesa che è in Italia, perché, ravvivata dal soffio di una nuova Pentecoste, sappia “comunicare il Vangelo in un mondo che cambia”, come propongono gli Orientamenti pastorali della Conferenza Episcopale Italiana per il decennio 2000-2010.

A voi, venerati Fratelli Vescovi, con i Presbiteri e i Diaconi, a voi, cari delegati delle Diocesi e delle aggregazioni laicali, a voi religiose, religiosi e laici impegnati rivolgo il mio più cordiale saluto, che estendo a quanti si uniscono a noi mediante la radio e la televisione. Saluto e abbraccio spiritualmente l’intera Comunità ecclesiale italiana, Corpo di Cristo vivente. Desidero esprimere in modo speciale il mio apprezzamento a quanti hanno a lungo faticato per la preparazione e l’organizzazione di questo Convegno: il Presidente della Conferenza Episcopale Cardinale Camillo Ruini, il Segretario Generale Mons. Giuseppe Betori con i collaboratori dei vari uffici; il Cardinale Dionigi Tettamanzi e gli altri membri del Comitato preparatorio; il Vescovo di Verona, Mons. Flavio Roberto Carraro, al quale sono grato per le cortesi parole che mi ha rivolto all’inizio della celebrazione a nome anche di questa amata comunità veronese che ci accoglie. Un deferente pensiero va anche al Signor Presidente del Consiglio dei Ministri e alle altre distinte Autorità presenti; un cordiale ringraziamento infine agli operatori della comunicazione che seguono i lavori di quest’importante assise della Chiesa in Italia.

Le Letture bibliche, che poc’anzi sono state proclamate, illuminano il tema del Convegno: “Testimoni di Gesù risorto, speranza del mondo”. La Parola di Dio pone in evidenza la risurrezione di Cristo, evento che ha rigenerato i credenti a una speranza viva, come si esprime l’apostolo Pietro all’inizio della sua Prima Lettera. Questo testo ha costituito l’asse portante dell’itinerario di preparazione a questo grande incontro nazionale. Quale suo successore, anch’io esclamo con gioia: “Sia benedetto Dio e Padre del Signore nostro Gesù Cristo” (1 Pt 1,3), perché mediante la risurrezione del suo Figlio ci ha rigenerati e, nella fede, ci ha donato una speranza invincibile nella vita eterna, così che noi viviamo nel presente sempre protesi verso la meta, che è l’incontro finale con il nostro Signore e Salvatore. Forti di questa speranza non abbiamo paura delle prove, le quali, per quanto dolorose e pesanti, mai possono intaccare la gioia profonda che ci deriva dall’essere amati da Dio. Egli, nella sua provvidente misericordia, ha dato il suo Figlio per noi e noi, pur senza vederlo, crediamo in Lui e Lo amiamo (cfr 1 Pt 1, 3–9). Il suo amore ci basta.

Dalla forza di questo amore, dalla salda fede nella risurrezione di Gesù che fonda la speranza, nasce e costantemente si rinnova la nostra testimonianza cristiana. E’ lì che si radica il nostro “Credo”, il simbolo di fede a cui ha attinto la predicazione iniziale e che continua inalterato ad alimentare il Popolo di Dio. Il contenuto del “kerygma” dell'annuncio, che costituisce la sostanza dell’intero messaggio evangelico, è Cristo, il Figlio di Dio fatto Uomo, morto e risuscitato per noi. La sua risurrezione è il mistero qualificante del Cristianesimo, il compimento sovrabbondante di tutte le profezie di salvezza, anche di quella che abbiamo ascoltato nella prima Lettura, tratta dalla parte finale del Libro del profeta Isaia. Dal Cristo Risorto, primizia dell’umanità nuova, rigenerata e rigenerante, è nato in realtà, come predisse il profeta, il popolo dei “poveri” che hanno aperto il cuore al Vangelo e sono diventati e diventano sempre di nuovo “querce di giustizia”, “piantagione del Signore per manifestare la sua gloria”, ricostruttori di rovine, restauratori di città desolate, stimati da tutti come stirpe benedetta dal Signore (cfr Is 61,3-4.9). Il mistero della risurrezione del Figlio di Dio, che, salito al cielo accanto al Padre, ha effuso su di noi lo Spirito Santo, ci fa abbracciare con un solo sguardo Cristo e la Chiesa: il Risorto e i risorti, la Primizia e il campo di Dio, la Pietra angolare e le pietre vive, per usare un’altra immagine della Prima Lettera di Pietro (cfr 2,4-8). Così avvenne all’inizio, con la prima comunità apostolica, e così deve avvenire anche ora.

Dal  giorno della Pentecoste, infatti, la luce del Signore risorto ha trasfigurato la vita degli Apostoli. Essi ormai  avevano la chiara percezione di non essere semplicemente discepoli di una dottrina nuova ed interessante, ma testimoni prescelti e responsabili di una rivelazione a cui era legata la salvezza dei loro contemporanei e di tutte le future generazioni. La fede pasquale riempiva il loro cuore di un ardore e di uno zelo straordinario, che li rendeva pronti ad affrontare ogni difficoltà e persino la morte, ed imprimeva alle loro parole un’irresistibile energia di persuasione. E così, un manipolo di persone, sprovviste di umane risorse e forti soltanto della loro fede, affrontò senza paura dure persecuzioni e il martirio.  Scrive l’apostolo Giovanni: “Questa è la vittoria che ha sconfitto il mondo: la nostra fede” (1 Gv 5,4b). La verità di quest’affermazione è documentata anche in Italia da quasi due millenni di storia cristiana, con innumerevoli testimonianze di martiri, di santi e beati, che hanno lasciato tracce indelebili in ogni angolo della bella Penisola nella quale viviamo. Alcuni di loro sono stati evocati all’inizio del Convegno e i loro volti ne accompagnano i lavori.

Noi oggi siamo gli eredi di quei testimoni vittoriosi! Ma proprio da questa costatazione nasce la domanda: che ne è della nostra fede? In che misura sappiamo noi oggi comunicarla? La certezza che Cristo è risorto ci assicura che nessuna forza avversa potrà mai distruggere la Chiesa. Ci anima anche la consapevolezza che soltanto Cristo può pienamente soddisfare le attese del cuore umano e rispondere agli interrogativi più inquietanti sul dolore, l’ingiustizia e il male, sulla morte e l’aldilà. Dunque, la nostra fede è fondata, ma occorre che questa fede diventi vita in ciascuno di noi.  C’è allora un vasto e capillare sforzo da compiere perché ogni cristiano si trasformi in “testimone” capace e pronto ad assumere l’impegno di rendere conto a tutti e sempre della speranza che lo anima ( cfr 1Pt 3, 15).  Per questo occorre tornare ad annunciare con vigore e gioia l’evento della morte e risurrezione di Cristo, cuore del Cristianesimo, fulcro portante della nostra fede, leva potente delle nostre certezze, vento impetuoso che spazza ogni paura e indecisione, ogni dubbio e calcolo umano. Solo da Dio può venire il cambiamento decisivo del mondo. Soltanto a partire dalla Risurrezione si comprende la vera natura della Chiesa e della sua testimonianza, che non è qualcosa di staccato dal mistero pasquale, bensì ne è frutto, manifestazione e attuazione da parte di quanti, ricevendo lo Spirito Santo, sono inviati da Cristo a proseguire la sua stessa missione (cfr Gv 20,21-23).

“Testimoni di Gesù risorto”: questa definizione dei cristiani deriva direttamente dal brano del Vangelo di Luca oggi proclamato, ma anche dagli Atti degli Apostoli (cfr At 1,8.22). Testimoni di Gesù risorto. Quel “di” va capito bene! Vuol dire che il testimone è “di” Gesù risorto, cioè appartiene a Lui, e proprio in quanto tale può rendergli valida testimonianza, può parlare di Lui, farLo conoscere, condurre a Lui, trasmettere la sua presenza. E’ esattamente il contrario di quello che avviene per l’altra espressione: “speranza del mondo”. Qui la preposizione “del” non indica affatto appartenenza, perché Cristo non è del mondo, come pure i cristiani non devono essere del mondo. La speranza, che è Cristo, è nel mondo, è per il mondo, ma lo è proprio perché Cristo è Dio, è “il Santo” (in ebraico Qadosh ). Cristo è speranza per il mondo perché è risorto, ed è risorto perché è Dio. Anche i cristiani possono portare al mondo la speranza, perché sono di Cristo e di Dio nella misura in cui muoiono con Lui al peccato e risorgono con Lui alla vita nuova dell’amore, del perdono, del servizio, della non-violenza. Come dice sant’Agostino: “Hai creduto, sei stato battezzato: è morta la vita vecchia, è stata uccisa sulla croce, sepolta nel battesimo. E’ stata sepolta la vecchia, nella quale malamente sei vissuto: risorga la nuova” (Sermone Guelf. IX, in M. Pellegrino, Vox Patrum, 177). Solo se, come Cristo, non sono del mondo, i cristiani possono essere speranza nel mondo e per il mondo.

Cari fratelli e sorelle, il mio augurio, che sicuramente voi tutti condividete,è che la Chiesa in Italia possa ripartire da questo Convegno come sospinta dalla parola del Signore risorto che ripete a tutti e a ciascuno: siate nel mondo di oggi testimoni della mia passione e della mia risurrezione (cfr Lc 24,48). In un mondo che cambia, il Vangelo non muta. La Buona Notizia resta sempre la stessa: Cristo è morto ed è risorto per la nostra salvezza! Nel suo nome recate a tutti l’annuncio della conversione e del perdono dei peccati, ma date voi per primi testimonianza di una vita convertita e perdonata. Sappiamo bene che questo non è possibile senza essere “rivestiti di potenza dall’alto” (Lc 24,49), cioè senza la forza interiore dello Spirito del Risorto. Per riceverla occorre, come disse Gesù ai discepoli, non allontanarsi da Gerusalemme, rimanere nella “città” dove si è consumato il mistero della salvezza, il supremo Atto d’amore di Dio per l’umanità. Occorre rimanere in preghiera con Maria, la Madre che Cristo ci ha donato dalla Croce. Per i cristiani, cittadini del mondo, restare in Gerusalemme non può che significare rimanere nella Chiesa, la “città di Dio”, dove attingere dai Sacramenti l’“unzione” dello Spirito Santo. In questi giorni del Convegno ecclesiale nazionale, la Chiesa che è in Italia, obbedendo al comando del Signore risorto, si è radunata, ha rivissuto l’esperienza originaria del Cenacolo, per ricevere nuovamente il dono dall’Alto. Ora, consacrati dalla sua “unzione”, andate! Portate il lieto annuncio ai poveri, fasciate le piaghe dei cuori spezzati, proclamate la libertà degli schiavi, la scarcerazione dei prigionieri, promulgate l’anno di misericordia del Signore (cfr Is 61,1-2). Ricostruite le antiche rovine, rialzate gli antichi ruderi, restaurate le città desolate (cfr Is 61,4). Sono tante le situazioni difficili che attendono un intervento risolutore! Portate nel mondo la speranza di Dio, che è Cristo Signore, il quale è risorto dai morti, e vive e regna nei secoli dei secoli. Amen. 

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