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UDIENZA GENERALE
(10 MAGGIO 2006) |
Fonte: Radio Vaticana,
10 maggio 2006
LA
SUCCESSIONE EPISCOPALE GARANTISCE LUNGO LA STORIA L’INTEGRITA’
DELLA FEDE TRASMESSA DAGLI APOSTOLI: LO HA AFFERMATO
BENEDETTO XVI ALL’UDIENZA GENERALE IN PIAZZA SAN PIETRO
La
Chiesa, che ha avuto inizio per volontà di Gesù,
continua il suo cammino nella storia grazie alla
successione apostolica. Attorno questo
argomento è ruotata la catechesi odierna di Benedetto XVI
all’udienza generale, che ha visto la partecipazione di
oltre 50 mila persone, tra cui un centinaio di sacerdoti
provenienti dal Vietnam
accompagnati dall'arcivescovo di Thàn-Phô
Hô Chí Min,
il cardinale Jean-Baptiste Pham
Minh Mân.
La cronaca dell’udienza nel servizio di
Alessandro De Carolis.
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I
cristiani di oggi hanno la prova storica e la garanzia
spirituale che ciò che fu trasmesso da Gesù agli
Apostoli è ciò che è giunto integro ai giorni nostri.
Prova e garanzia vengono da quella “concatenazione” di
Papi e vescovi che da oltre duemila anni hanno perseverato
nell’annuncio della Parola e nella tradizione: una
catena “non anonima o mitologica” che va sotto il nome
di “successione apostolica”. Benedetto XVI ha schiuso
oggi alla comprensione dei fedeli in Piazza San Pietro un
altro capitolo del suo ciclo di catechesi dedicate al
rapporto tra Cristo e la Chiesa. Ma prima di addentrarsi
nella spiegazione ha voluto subito chiarire un cardine del
suo ragionamento, il significato della parola
“vescovo”:
“‘Vescovo’
è la forma italiana della parola greca epìscopos,
e questa parola significa una persona che ha una visione
dall’alto, una persona che guarda e guarda con il cuore.
San Pietro stesso, nella sua prima lettera, chiama il
Signore Gesù: ‘Pastore e
Vescovo, Guardiano delle vostre anime’”.
E’
con la seconda generazione di Apostoli, che il loro
ministero stabilmente assume il nome di “episcopato”.
E la figura del vescovo comincia a stagliarsi, ha spiegato
il Papa, sulla molteplicità “di esperienze e di forme
carismatiche” presenti nella prima comunità cristiana:
“Così,
la successione nella funzione episcopale si presenta come
garanzia della perseveranza nella tradizione apostolica.
Il legame fra il Collegio dei Vescovi e la comunità
originaria degli Apostoli è inteso innanzitutto nella
linea della continuità storica: in questa continuità
della successione sta la garanzia del perseverare, nella
comunità ecclesiale presente, del Collegio apostolico
raccolto intorno a sé da Cristo. Ma la continuità è
intesa anche in senso spirituale, perché la successione
apostolica nel ministero viene
considerata come luogo privilegiato dell'azione e della
trasmissione dello Spirito Santo”.
In
questa trasmissione di Parola e tradizione, spicca la
Chiesa di Roma. Essa, ha affermato Benedetto XVI,
“diviene il segno, il criterio e la garanzia della
trasmissione ininterrotta della fede apostolica”. Un
ordine e una “successione” - ha proseguito il
Pontefice, citando il vescovo del II sec.,
Ireneo di Lione – che valgono come la “prova più
completa che una e medesima è la fede vivificante degli
Apostoli, che è stata conservata e trasmessa nella verità”:
“Mediante
la successione apostolica è allora Cristo che ci
raggiunge: nella parola degli Apostoli e dei loro
successori è Lui a parlarci; mediante le loro mani è Lui
che agisce nei sacramenti; nel loro sguardo è il suo
sguardo che ci avvolge e ci fa sentire amati, accolti nel
cuore di Dio. E anche oggi Cristo stesso è il vero
Pastore e Guardiano delle nostre anime, e lo seguiamo con
grande fiducia, gratitudine e gioia”.
Gratitudine
e gioia come quella della folla in piazza che ha salutato
con applausi e acclamazioni Benedetto XVI, durante la
sintesi delle catechesi nelle varie lingue. L’augurio
particolare ad esprimere un “generoso impegno di
testimonianza cristiana” in “ogni ambito della società”
il Papa lo ha rivolto al termine dell’udienza alle
religiose infermiere di diverse Congregazioni, agli alunni
del Pontificio Seminario Campano Internazionale, ai
rappresentanti del Centro
Studi Meridionali e a quelli del Credito
Cooperativo di Montepulciano. Poi, rivolgendosi
come di consueto ai giovani agli anziani e agli sposi
novelli, Benedetto XVI ha voluto rivolgere il loro sguardo
a Maria, in questo mese a lei dedicato:
“Vi
aiuti a portare un raggio di serenità dove c’è
preoccupazione e solitudine”.
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LE PAROLE DEL PAPA
- FONTE: VATICAN INFORMATION SERVICE -
Cari
fratelli e sorelle,
nelle
ultime due udienze abbiamo meditato su che cosa sia la
Tradizione nella Chiesa e abbiamo visto che essa è la
presenza permanente della parola e della vita di Gesù nel
suo popolo. Ma la parola, per essere presente, ha bisogno
di una persona, di un testimone. E così nasce questa
reciprocità: da una parte, la parola ha bisogno della
persona, ma, dall’altra, la persona, il testimone, è
legato alla parola che a lui è affidata e non da lui
inventata. Questa reciprocità tra contenuto –
parola di Dio, vita del Signore – e persona che la porta
avanti è caratteristica della struttura della Chiesa, e
oggi vogliamo meditare questo aspetto personale della
Chiesa.
Il
Signore lo aveva iniziato convocando, come abbiamo visto,
i Dodici, nei quali era rappresentato il futuro Popolo di
Dio. Nella fedeltà al mandato ricevuto dal Signore, i
Dodici dapprima, dopo la sua Ascensione, integrano il loro
numero con l'elezione di Mattia al posto di Giuda (cfr At
1,15-26), quindi associano progressivamente altri nelle
funzioni loro affidate, perché continuino il loro
ministero. Il Risorto stesso chiama Paolo (cfr Gal
1,1), ma Paolo, pur chiamato dal Signore come Apostolo,
confronta il suo Vangelo con il Vangelo dei Dodici (cfr ivi
1,18), si preoccupa di trasmettere ciò che ha ricevuto (cfr
1 Cor 11,23; 15,3-4) e nella distribuzione dei
compiti missionari viene associato agli Apostoli, insieme
con altri, per esempio con Barnaba (cfr Gal 2,9).
Come all'inizio della condizione di apostolo c'è una
chiamata ed un invio del Risorto, così la successiva
chiamata ed invio di altri avverrà, nella forza dello
Spirito, ad opera di chi è già costituito nel ministero
apostolico. E’ questa la via per la quale continuerà
tale ministero, che poi, cominciando dalla seconda
generazione, si chiamerà ministero episcopale, “episcopé”.
Forse è
utile spiegare brevemente che cosa vuol dire vescovo. E’
la forma italiana della parola greca “epíscopos”.
Questa parola indica uno che ha una visione dall’alto,
uno che guarda con il cuore. Così san Pietro stesso,
nella sua prima Lettera, chiama il Signore Gesù
“pastore e guardiano delle vostre anime” (2,25). E
secondo questo modello del Signore, che è il primo
vescovo, guardiano e pastore delle anime, i successori
degli Apostoli si sono poi chiamati vescovi, “epíscopoi”.
E’ loro affidata la funzione dell’“episcopé”.
Questa precisa funzione del vescovo si evolverà
progressivamente, rispetto agli inizi, fino ad assumere la
forma - già chiaramente attestata in Ignazio di Antiochia
agli inizi del II secolo (cfr Ad Magnesios, 6,1: PG
5,668) - del triplice ufficio di vescovo, presbitero e
diacono. E' uno sviluppo guidato dallo Spirito di Dio, che
assiste la Chiesa nel discernimento delle forme autentiche
della successione apostolica, sempre meglio definite tra
una pluralità di esperienze e di forme carismatiche e
ministeriali, presenti nelle comunità delle origini.
Così, la
successione nella funzione episcopale si presenta come
continuità del ministero apostolico, garanzia della
perseveranza nella Tradizione apostolica, parola e
vita, affidataci dal Signore. Il legame fra il Collegio
dei Vescovi e la comunità originaria degli Apostoli è
inteso innanzitutto nella linea della continuità storica.
Come abbiamo visto, ai Dodici viene associato prima
Mattia, poi Paolo, poi Barnaba, poi altri, fino alla
formazione, nella seconda e terza generazione, del
ministero del vescovo. Quindi la continuità si esprime in
questa catena storica. E nella continuità della
successione sta la garanzia del perseverare, nella comunità
ecclesiale, del Collegio apostolico raccolto intorno a sé
da Cristo. Ma questa continuità, che vediamo prima nella
continuità storica dei ministri, è da intendere anche in
senso spirituale, perché la successione apostolica nel
ministero viene considerata come luogo privilegiato
dell'azione e della trasmissione dello Spirito Santo. Una
chiara eco di queste convinzioni la si ha, ad esempio, nel
seguente testo di Ireneo di Lione (seconda metà del II
sec.): “La tradizione degli Apostoli, manifesta in tutto
quanto il mondo, si mostra in ogni Chiesa a tutti coloro
che vogliono vedere la verità e noi possiamo enumerare i
vescovi stabiliti dagli Apostoli nelle Chiese e i loro
successori fino a noi… (Gli Apostoli) vollero
infatti che fossero assolutamente perfetti e
irreprensibili in tutto coloro che lasciavano come
successori, trasmettendo loro la propria missione di
insegnamento. Se essi avessero capito correttamente, ne
avrebbero ricavato grande profitto; se invece fossero
falliti, ne avrebbero ricavato un danno grandissimo” (Adversus
haereses, III, 3,1: PG 7,848).
Ireneo,
poi, indicando qui questa rete della successione
apostolica come garanzia del perseverare nella parola del
Signore, si concentra su quella Chiesa “somma ed
antichissima ed a tutti nota” che è stata “fondata e
costituita in Roma dai gloriosissimi Apostoli Pietro e
Paolo”, dando rilievo alla Tradizione della fede, che in
essa giunge fino a noi dagli Apostoli mediante le
successioni dei vescovi. In tal modo, per Ireneo e per la
Chiesa universale, la successione episcopale della Chiesa
di Roma diviene il segno, il criterio e la garanzia della
trasmissione ininterrotta della fede apostolica: “A
questa Chiesa, per la sua peculiare principalità (propter
potiorem principalitatem), è necessario che convenga
ogni Chiesa, cioè i fedeli dovunque sparsi, poiché in
essa la tradizione degli Apostoli è stata sempre
conservata...” (Adversus haereses, III, 3, 2: PG
7,848). La successione apostolica - verificata sulla base
della comunione con quella della Chiesa di Roma - è
dunque il criterio della permanenza delle singole Chiese
nella Tradizione della comune fede apostolica, che
attraverso questo canale è potuta giungere fino a noi
dalle origini: “Con questo ordine e con questa
successione è giunta fino a noi la tradizione che è
nella Chiesa a partire dagli Apostoli e la predicazione
della verità. E questa è la prova più completa che una
e medesima è la fede vivificante degli Apostoli, che è
stata conservata e trasmessa nella verità” (ib.,
III, 3, 3: PG 7,851).
Secondo
queste testimonianze della Chiesa antica, l'apostolicità
della comunione ecclesiale consiste nella fedeltà
all’insegnamento e alla prassi degli Apostoli,
attraverso i quali viene assicurato il legame storico e
spirituale della Chiesa con Cristo. La successione
apostolica del ministero episcopale è la via che
garantisce la fedele trasmissione della testimonianza
apostolica. Quello che rappresentano gli Apostoli nel
rapporto fra il Signore Gesù e la Chiesa delle origini,
lo rappresenta analogamente la successione ministeriale
nel rapporto fra la Chiesa delle origini e la Chiesa
attuale. Non è una semplice concatenazione materiale; è
piuttosto lo strumento storico di cui si serve lo Spirito
per rendere presente il Signore Gesù, Capo del suo
popolo, attraverso quanti sono ordinati per il ministero
attraverso l'imposizione delle mani e la preghiera dei
vescovi. Mediante la successione apostolica è allora
Cristo che ci raggiunge: nella parola degli Apostoli e dei
loro successori è Lui a parlarci; mediante le loro mani
è Lui che agisce nei sacramenti; nel loro sguardo è il
suo sguardo che ci avvolge e ci fa sentire amati, accolti
nel cuore di Dio. E anche oggi, come all’inizio, Cristo
stesso è il vero pastore e guardiano delle nostre anime,
che noi seguiamo con grande fiducia, gratitudine e gioia.
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