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UDIENZA GENERALE (11 GENNAIO 2006)

Ascolta il servizio trasmesso da Radio Vaticana

Fonte: Radio Vaticana, 11 gennaio 2006

DIO E’ UNA REALTA’ CHE DIFENDE L’UOMO E NON UN’UTOPIA: COSI’ ALL’UDIENZA GENERALE BENEDETTO XVI, CHE HA INCORAGGIATO IL LAVORO DI COMUNITA’ TERAPEUTICHE CHE COMBATTONO LA DROGA. AL TERMINE, IL PAPA HA AVUTO UN INCONTRO PRIVATO CON 23 BAMBINI DI BESLAN  

Tra le sue molte conoscenze l’uomo contemporaneo non si dimentichi di Dio, che rappresenta per l’uomo il più grande baluardo contro il male. All’udienza generale di questa mattina in Aula Paolo VI, Benedetto XVI ha ripreso il tema della maestà divina sugli eventi umani, celebrata dal Salmo 143, ma anche della verità portata da Cristo nel Vangelo che, ha detto, “non è un’ipotesi, ma una realtà”. Il servizio di Alessandro De Carolis.  

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Un canto di pace e di vittoria sul male. Il Salmo 143 mostra Dio in tutta la sua onnipotenza e, per contrasto, la fragilità dell’uomo che di quella forza divina si fa scudo per proteggersi dal male. Un concetto già più volte affrontato in altre catechesi del mercoledì, che stavolta Benedetto XVI, davanti a circa 8 mila persone, riprende e approfondisce per ribadire che è Dio a dare senso a ogni atto della vita umana. Un senso pieno anche per l’uomo di oggi, tentato qualche volta dall’ampiezza del suo sapere a dimenticare l’amicizia di Dio portata da Cristo sulla terra:  

“E’ importante nel nostro tempo che non dimentichiamo Dio, con tutte le altre conoscenze che abbiamo nel frattempo, che sono tante. Ma diventano tutte problematiche, anzi pericolose, se manca la conoscenza fondamentale che dà senso e orientamento a tutta la conoscenza di Dio, del Creatore”.  

Questa considerazione a braccio ha concluso la precedente riflessione del Pontefice sul Salmo che descriveva, in un gioco di rapporti filiali, la “professione di umiltà” del Salmista – cosciente della propria debolezza e della propria transitorietà – e in modo speculare la sovranità del Messia atteso:  

“Egli è la roccia sicura e stabile, è la grazia amorosa, è la fortezza protetta, il rifugio difensivo, la liberazione, lo scudo che tiene lontano ogni assalto del male”.  

(Canto Salmo)        

L’umiltà indotta dalla grandezza divina ha ispirato una pagina di un antico Padre della Chiesa, Origene. Riprendendola, Benedetto XVI si è soffermato con una riflessione spontanea sui rischi che corre l’uomo quando, al contrario, ripone un’eccessiva fiducia nel sapere disgiunto dalla verità di Dio:  

“Per noi cristiani Dio non è più, come nella filosofia precedente il cristianesimo, un’ipotesi, ma è una realtà, perché Dio ha piegato il cielo ed è sceso. Il cielo è Egli stesso (...) E Origene giustamente vede nella parabola della pecora smarrita che il pastore prende sulle sue spalle, una parabola dell’incarnazione di Dio, e così conoscenza di Dio divenuta realtà, divenuta amicizia, comunione. Ringraziamo il Signore che ha piegato il cielo, è sceso e ha preso sulle sue spalle la nostra carne. Porta noi nella nostra strada di vita”.  

Nel salutare i pellegrini in sette lingue, tra cui i gruppi dell’Opera romana pellegrinaggi e i giovani del Movimento dei focolari, Benedetto XVI ha avuto parole di incoraggiamento particolari per la Federazione italiana comunità terapeutiche, da 25 anni in prima linea contro la tossicodipendenza:  

“Auguro loro di proseguire con entusiasmo nell’opera di sostegno e di recupero di quanti sono vittime della droga e dell’emarginazione”.

 Un ultimo augurio del Pontefice ha poi riportato in evidenza il significato della festa liturgica di domenica scorsa: “La festa del Battesimo del Signore che ha chiuso il tempo natalizio – ha detto il Papa - vi sia di stimolo, cari amici, perché nel ricordo del vostro battesimo siate pronti a testimoniare con gioia la fede in Cristo in ogni situazione, nella salute e nella malattia, in famiglia, nel lavoro e in tutti gli ambienti.

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E al termine dell’udienza generale, Benedetto XVI ha avuto un incontro privato, durato solo una manciata di minuti, in una delle salette attigue all’Aula Paolo VI, con un trentina di bambini di Beslan, vittime della ferocia dei terroristi islamici nella scuola occupata per tre giorni. Benedetto XVI li ha accarezzati e ha voluto sapere i loro nomi, grazie all’aiuto di una interprete. Secondo l’agenzia ANSA, il Papa ha detto: “Questi bambini hanno subito un trauma violentissimo. Aiutiamoli affinché possano dimenticare la tragedia ed affinché siano testimoni di pace per il futuro dell’umanità”. E prima che si recassero all’udienza generale, Roberta Moretti ha potuto incontrare per pochi minuti i piccoli di Beslan:  

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(Parole in russo)  

E’ la voce di uno dei bambini sopravvissuti all’attacco terroristico ceceno del primo settembre 2004 in una scuola di Beslan, nell’Ossezia del Nord. Una trentina di loro è giunta in Italia il 6 gennaio per una visita organizzata dalla Protezione Civile Italiana in collaborazione con il governo osseto, che li ha portati anche a Milano e Venezia. Il bimbo, che ha accettato di parlarci mentre gli altri erano sopraffatti dall’emozione, ci dice di essere molto contento di questo viaggio e, riferendosi ai coetanei italiani, afferma semplicemente una grande verità: “Sono esattamente come noi”. E ci dice poi il suo nome:  

R. – Sermat.  

D. – Lo conosci il Papa? Che cosa sai di lui?  

R. – Non so tanto.  

D. – Hai visitato Roma? Cosa ti è piaciuto di più?  

R. – Il Colosseo ed anche il centro storico.  

Ma quale ricordo hanno questi piccoli di quella terribile tragedia, costata la vita a 340 persone, tra cui oltre 200 bambini? Salvatore Sabatino lo ha chiesto a Marta Di Gennaro, responsabile Sanitaria della Protezione Civile Italiana:  

R. – Questi bambini non parlano della tragedia e dei loro terribili ricordi. Noi sappiamo che sono bambini gravemente feriti nell’animo, perché li abbiamo seguiti dai giorni immediatamente successivi alla vicenda fino a portarli adesso in Italia. Siamo andati spesso a trovarli. Li abbiamo seguiti nei momenti più critici, quando erano ricoverati per guarire i traumi del corpo e dello spirito. Quindi, sappiamo quanto hanno sofferto. Vediamo, però, con gioia che in questo loro soggiorno italiano sono tornati ad essere bambini spensierati.  

D. – Qual è il messaggio che i bambini di Beslan portano a Benedetto XVI?  

R. – Il messaggio, inutile dirlo, è quello della vita che continua e della speranza di pace: che episodi come questo non si verifichino mai più nel mondo.

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LE PAROLE DEL PAPA

- FONTE: VATICAN INFORMATION SERVICE -

1. Il nostro itinerario nel Salterio usato dalla Liturgia dei Vespri giunge ora a un inno regale, il Salmo 143, del quale è stata proclamata la prima parte: la Liturgia, infatti, propone questo canto suddividendolo in due momenti.

La prima parte (cfr vv. 1-8) rivela in modo netto la caratteristica letteraria di questa composizione: il Salmista ricorre a citazioni di altri testi salmici articolandoli in un nuovo progetto di canto e di preghiera.

Proprio perché il Salmo è di epoca successiva, è facile pensare che il re che viene esaltato abbia ormai i contorni non più del sovrano davidico, essendo la regalità ebraica conclusa con l’esilio babilonese del VI secolo a.C., bensì egli rappresenti la figura luminosa e gloriosa del Messia, la cui vittoria non è più un evento bellico-politico, ma un intervento di liberazione contro il male. Al «messia» - vocabolo ebraico che indica il «consacrato», come lo era il sovrano - subentra, così, il «Messia» per eccellenza, che, nella rilettura cristiana, ha il volto di Gesù Cristo, «figlio di Davide, figlio di Abramo» (Mt 1,1).

2. L’inno si apre con una benedizione, ossia con un’esclamazione di lode rivolta al Signore, celebrato con una piccola litania di titoli salvifici: egli è la roccia sicura e stabile, è la grazia amorosa, è la fortezza protetta, il rifugio difensivo, la liberazione, lo scudo che tiene lontano ogni assalto del male (cfr Sal 143,1-2). C’è anche l’immagine marziale del Dio che addestra alla lotta il suo fedele così che sappia affrontare le ostilità dell’ambiente, le potenze oscure del mondo.

Davanti al Signore onnipotente l’orante, pur nella sua dignità regale, si sente debole e fragile. Egli emette, allora, una professione di umiltà che è formulata, come si diceva, con le parole dei Salmi 8 e 38. Egli, sente, infatti, di essere «come un soffio», simile a un’ombra passeggera, esile e inconsistente, immerso nel flusso del tempo che scorre, segnato dal limite che è proprio della creatura (cfr Sal 143,4).

3. Ecco, allora, la domanda: perché Dio si cura e si dà pensiero di questa creatura così misera e caduca? A questo interrogativo (cfr v. 3) risponde la grandiosa irruzione divina, la cosiddetta teofania che è accompagnata da un corteo di elementi cosmici e di eventi storici, orientati a celebrare la trascendenza del Re supremo dell’essere, dell’universo e della storia.

Ecco monti che fumano in eruzioni vulcaniche (cfr v. 5), folgori che sono simili a saette che disperdono i malvagi (cfr v. 6), ecco le «grandi acque» oceaniche che sono simbolo del caos dal quale è però salvato il re ad opera della stessa mano divina (cfr v. 7). Sullo sfondo rimangono gli empi che dicono «menzogne» e «giurano il falso» (cfr vv. 7-8), una raffigurazione concreta, secondo lo stile semitico, dell’idolatria, della perversione morale, del male che veramente si oppone a Dio e al suo fedele.

4. Noi ora, per la nostra meditazione, ci soffermeremo inizialmente sulla professione di umiltà che il Salmista compie e ci affideremo alle parole di Origene, il cui commento al nostro testo è giunto a noi nella versione latina di san Girolamo. «Il Salmista parla della fragilità del corpo e della condizione umana», perché «quanto alla condizione umana, l'uomo è un nulla. "Vanità delle vanità, tutto è vanità", disse l'Ecclesiaste». Ma torna allora la domanda stupita e riconoscente: «"Signore, che cos'è l'uomo per esserti manifestato a lui?"... Grande felicità per l'uomo, conoscere il proprio Creatore. In questo noi ci differenziamo dalle fiere e dagli altri animali, perché sappiamo di avere il nostro Creatore, mentre essi non lo sanno». Vale la pena meditare un po’ queste parole di Origene, che vede la differenza fondamentale tra l’uomo e gli altri animali nel fatto che l’uomo è capace di conoscere Dio, il suo Creatore, che l’uomo è capace della verità, capace di una conoscenza che diventa relazione, amicizia. E’ importante, nel nostro tempo, che noi non dimentichiamo Dio, insieme con tutte le altre conoscenze che abbiamo acquisito nel frattempo, e sono tante! Esse diventano tutte problematiche, a volte pericolose, se manca la conoscenza fondamentale che dà senso e orientamento a tutto: la conoscenza di Dio Creatore.

Ritorniamo a Origene. Egli dice: «Non potrai salvare questa miseria che è l'uomo, se tu stesso non la prendi su di te. "Signore, piega il tuo cielo e scendi". La tua pecora sbandata non potrà guarire se non sarà messa sulle tue spalle... Queste parole sono rivolte al Figlio: "Signore, piega il tuo cielo e scendi"... Sei disceso, hai abbassato i cieli e hai steso la tua mano dall'alto, e ti sei degnato di prendere su di te la carne dell'uomo, e molti credettero in te» (Origene - Gerolamo, 74 omelie sul libro dei Salmi, Milano 1993, pp. 512-515). Per noi cristiani Dio non è più, come nella filosofia precedente il cristianesimo, una ipotesi ma è una realtà, perché Dio "ha piegato il cielo ed è sceso". Il cielo è Egli stesso, ed è sceso in mezzo a noi. Giustamente Origene vede nella parabola della pecorella smarrita, che il pastore prende sulle sue spalle, la parabola dell’Incarnazione di Dio. Sì, nell’Incarnazione Egli è sceso e ha preso sulle sue spalle la nostra carne, noi stessi. Così la conoscenza di Dio è divenuta realtà, è divenuta amicizia, comunione. Ringraziamo il Signore perché "ha piegato il suo cielo ed è sceso", ha preso sulle sue spalle la nostra carne e ci porta sulle strade della nostra vita.

Il Salmo, partito dalla nostra scoperta di essere deboli e lontani dallo splendore divino, giunge alla fine a questa grande sorpresa dell’azione divina: accanto a noi c’è Dio-Emmanuele, che per il cristiano ha il volto amoroso di Gesù Cristo, Dio fatto uomo, fattosi uno di noi.

 

 

 

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