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UDIENZA GENERALE (11 MAGGIO 2005)
 

Servizio di radio vaticana

L’UMANITA’ NON E’ VOTATA “ALLA PREVARICAZIONE DEI PREPOTENTI E DEI PERVERSI”: ALL’UDIENZA GENERALE BENEDETTO XVI INVITA A LEGGERE NEI SEGNI DEI TEMPI L’OPERA DEL SIGNORE, “ARTEFICE SUPREMO” DELLA STORIA

- Intervista con il teologo don Massimo Serretti - 

La storia “non è in mano a potenze oscure, al caso o alle sole scelte umane”: così il Papa stamane all’udienza generale in piazza San Pietro, commentando il “Cantico dell’Agnello”, tratto dall’Apocalisse. Nei saluti finali ai giovani, ai malati e agli sposi novelli il Santo Padre ha ricordato che venerdì prossimo ricorre la Festa della Beata Vergine Maria di Fatima, esortandoli a rivolgersi “incessantemente e con fiducia alla Madonna”, per ogni loro necessità. Tra i fedeli presenti anche un gruppo di pellegrini dall’Umbria, che hanno portato la Fiaccola di Santa Rita da Cascia, per farla benedire dal Papa, prima della tradizionale processione del 21 maggio nella cittadina umbra, a ricordo della Santa. Il servizio di Roberta Gisotti:   

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Ad attendere in piazza San Pietro Benedetto XVI, una folla festante, con cui il Santo Padre – complice la bella giornata di primavera - si è intrattenuto a lungo prima e dopo la catechesì. Il Papa giunto a bordo della sua auto scoperta ha percorso un largo giro, durato oltre 5 minuti, per salutare subito da vicino e benedire i fedeli, oltre 17 mila, di tutto il mondo. Poi salito sul sagrato ha iniziato la sua catechesi incentrata sul ruolo di Dio nella storia. Ed è partito dall’Apocalisse, un “libro – ha detto – “di giudizio, di salvezza e soprattutto di speranza”, spiegando che “Dio non è indifferente alla vicende umane, ma in esse penetra realizzando le sue ‘vie’, ossia i suoi progetti e le sue ‘opere’ efficaci”:  

“Sullo scatenarsi di energie malvagie, sull’irrompere veemente di Satana, sull’emergere di tanti flagelli e mali, si eleva il Signore, arbitro supremo della vicenda storica”. 

“Questo intervento divino ha uno scopo ben preciso: - ha puntualizzato Benedetto XVI – essere un segno che invita alla conversione tutti i popoli della Terra”: 

“Le nazioni devono imparare a «leggere» nella storia un messaggio di Dio. L’avventura dell’umanità non è – come può sembrare - confusa e senza significato, né è votata senza appello alla prevaricazione dei prepotenti e dei perversi.” 

Dunque “esiste la possibilità di riconoscere l’agire divino nascosto nella storia”. Per questo occorre  “scrutare, alla luce del Vangelo i segni dei tempi” – come raccomanda il Concilio Vaticano nella Costituzione “Guadium et spes” - per vedere in quei segni “la manifestazione dell’agire stesso di Dio”: 

“Questo atteggiamento di fede porta l’uomo a ravvisare la potenza di Dio operante nella storia, e ad aprirsi così al timore del nome del Signore.” 

Un timore che però “non coincide con la paura ma è il riconoscimento del mistero della trascendenza divina”:  

“Grazie al timore del Signore non si ha paura del male che imperversa nella storia e si riprende con vigore il cammino della vita” 

Un cammino accompagnato dalla parole del Signore, pronunciate l’ultima sera della sua vita: 

“’Abbiate fiducia; io ho vinto il mondo!’” 

Finita la catechesi, per Benedetto XVI, nuovo ‘bagno’ di folla, una folla che ha scandito senza stancarsi il suo nome, in segno di grande affetto e simpatia.

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La presenza attiva di Dio nella storia, che sottrae le vicende umane dal male o dalla casualità, è uno degli spunti di riflessione offerti dalla catechesi odierna di Benedetto XVI, incentrato sull’Apocalisse. Nell’uso comune, l’aggettivo “apocalittico” ha una connotazione negativa. Com’è possibile allora presentare al mondo di oggi, in particolare ai giovani, la realtà dell’Apocalisse, “libro – come dice il Papa – di giudizio, di salvezza e soprattutto di speranza”? Il parere di don Massimo Serretti, docente di Cristologia alla Pontificia Università Lateranense, intervistato da Alessandro De Carolis: 

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R. – Di per sé è un termine greco che passa poi nel latino e nell’italiano e sta ad indicare, notoriamente, la rivelazione: cioè, l’Apocalisse è la rivelazione. Che la rivelazione contenga in sé aspetti di bene e aspetti anche di male, questo attiene al realismo della nostra condizione umana. Quello che può provocare timore o spavento è il fatto che c’è anche una rivelazione del male nel testo biblico che chiude la rivelazione. 

D. – Nella sua catechesi, Benedetto XVI afferma tra l’altro: “L’avventura umana non è senza significato”. E’ un messaggio forte ma stride con la convinzione di chi, guardando ai tanti mali del mondo, sostiene che Dio invece è estraneo alle vicende dell’umanità … 

R. – Certo, questo è il dramma della storia, è il dramma dell’incontro tra la libertà dell’uomo e la libertà di Dio. Dio non è estraneo alla storia: infatti, i popoli e le culture che non hanno conosciuto la rivelazione ebraico-cristiana, non hanno neppure il concetto di storia che abbiamo noi. Quindi, è proprio la nostra stessa nozione di storia, cioè di un tempo in cui accade qualcosa di significativo, in cui ne va del bene dell’uomo, questa concezione del tempo in cui accade qualcosa è proprio legata all’agire di Dio. Un mondo chiuso in se stesso, un’umanità che agisce solo a partire da se stessa, è una escrezione biologica che non ha dignità di storia. E’ chiaro che la presenza di Dio nella storia non è una presenza che si imponga; la presenza di Dio nella storia è una presenza discreta, una presenza che passa sempre attraverso la mediazione personale. La verità di Dio non si presenta nella storia come una verità armata: è sempre una verità disarmata che corteggia l’uomo con una forza di persuasione, ma una persuasione che va riconosciuta. Diceva Blaise Pascal: “C’è sempre abbastanza luce perché coloro che vogliono vedere possano vedere. Nella rivelazione di Dio, nell’agire di Dio nella storia c’è sempre abbastanza ombra perché coloro che non vogliono riconoscerlo possano non riconoscerlo”. 

D. – C’è un altro aspetto nella catechesi di oggi che spesso anche tra i credenti è fonte di equivoco: il timore di Dio. Il Papa ha spiegato che questo timore non coincide con la paura. Che vuol dire, dunque, avere timore di Dio? 

R. – Il timore esprime il senso che l’uomo, in quanto creatura, ha della grandezza e della maestà di Dio. Il timore è il segno di una comunione che è in atto. L’uomo sa che ha a che fare con il Signore e quindi il timore è il segno di questo vivere al cospetto di Dio. 

D. – Quindi, il giusto timore di Dio – nel segno di questa relazione di cui lei parlava – è un atto che protegge dalla paura, non che la provoca? 

R. – Certamente. Il timore non è compatibile con la paura. Di fatto, questo Cantico è un cantico di vittoria, è un atto di espressione della letizia profonda del cuore dell’uomo.

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Radio Vaticana, 11 maggio 2005

 

 

 

 

 

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