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UDIENZA
GENERALE (11 NOVEMBRE 2009) |
Radio
Vaticana, 11 novembre 2009
Il
Papa all'udienza generale: chi ha a cuore l'Europa ne
apprezzi e difenda l'eredità cristiana. Appello per gli
sfollati di guerra dello Sri Lanka
◊
L’Europa è erede di un ricco patrimonio di valori
culturali e religiosi, radicati mille anni fa nel
continente dai monasteri dell’Ordine di Cluny. Chi ha a
cuore il “futuro dell’Europa” apprezzi e difenda
questo “umanesimo cristiano”. Con questo pensiero
Benedetto XVI ha terminato la catechesi all’udienza
generale di questa mattina, in Aula Paolo VI. Il Papa ha
anche levato un appello in favore degli sfollati di guerra
dello Sri Lanka, affinché la comunità internazionale si
muova in loro soccorso e le autorità del Paese trovino
rapidamente una soluzione favorevole alla pace. Il
servizio di Alessandro De Carolis:
Spirito e umanità. Le cose di Dio curate come le cose
dell’uomo, sia che si trattasse di migliorare la
liturgia o di sviluppare l’agricoltura e
l’artigianato, diffondere il senso della preghiera o
quello della cultura, praticare la carità verso i poveri
come l’istruzione per i bambini. Protagonisti di questa
imponente rivoluzione sociale e religiosa, ha descritto
Benedetto XVI, furono nel Medioevo i circa 1200 monasteri
dell’Ordine di Cluny, un movimento incredibilmente vasto
considerata l’epoca, che rinnovando la vita dei chiostri
rinnovò quella di un intero continente, secondo
quell’operosa spiritualità benedettina in parte
decaduta. In un contesto - attorno all’anno mille -
fatto di invasioni, “povertà diffusa”, “dipendenza
delle abbazie dai signori locali, la rivoluzione, ha
spiegato il Papa, partì dal di dentro, dal cuore:
“Cluny rappresentò l’anima di un profondo
rinnovamento della vita monastica, per ricondurla alla sua
ispirazione originaria. A Cluny venne ripristinata
l’osservanza della Regola di san Benedetto con alcuni
adattamenti già introdotti da altri riformatori.
Soprattutto si volle garantire il ruolo centrale che deve
occupare la Liturgia nella vita cristiana”.
L’importanza riservata alla liturgia fu grande perché,
ha osservato il Pontefice, “i monaci di Cluny erano
convinti che essa fosse partecipazione alla liturgia del
cielo”. Arte, architettura, musica sacra: tutto venne
utilizzato per abbellire e rendere solenni i riti. Questa
profonda spiritualità - che presto generò sotto la
spinta di Papi e principi - una “fitta rete” di
comunità cluniacensi - diffuse i suoi benefici anche
sulla Chiesa universale. Due, ha detto il Papa, “erano i
mali che affliggevano la Chiesa di quel periodo: la
simonia, cioè l’acquisizione di cariche pastorali
dietro compenso, e l’immoralità del clero secolare”:
“Gli abati di Cluny con la loro autorevolezza
spirituale, i monaci cluniacensi che divennero Vescovi,
alcuni di loro persino Papi, furono protagonisti di tale
imponente azione di rinnovamento spirituale. E i frutti
non mancarono: il celibato dei sacerdoti tornò a essere
stimato e vissuto, e nell’assunzione degli uffici
ecclesiastici vennero introdotte procedure più
trasparenti”.
Ad una Chiesa purificata si accompagnò, grazie a
quest’Ordine monastico, un deciso risveglio sociale. I
monaci testimoniarono in ogni loro casa, ha notato
Benedetto XVI, un forte “impegno di carità” e
promossero due istituzioni – le cosiddette “tregue di
Dio” e “pace di Dio” - che si opposero al diffuso
“spirito di vendetta” del tempo guadagnando “lunghi
periodi di non belligeranza” e di rispetto per i luoghi
sacri:
“Nella coscienza dei popoli dell’Europa si
incrementava così quel processo di lunga gestazione, che
avrebbe portato a riconoscere, in modo sempre più chiaro,
due elementi fondamentali per la costruzione della società,
e cioè il valore della persona umana e il bene primario
della pace”.
In sostanza, è stata la considerazione conclusiva del
Papa, “mille anni fa, quando era in pieno svolgimento il
processo di formazione dell’identità europea”,
l’esperienza cluniacense, diffusa tra Italia, Francia,
Spagna, Germania, Ungheria “ha apportato il suo
contributo importante e prezioso”:
“Ha richiamato il primato dei beni dello spirito;
ha tenuto desta la tensione verso le cose di Dio, il
primato di Dio; ha ispirato e favorito iniziative e
istituzioni per la promozione dei valori umani; ha educato
ad uno spirito di pace. Cari fratelli e sorelle, preghiamo
perché tutti coloro che hanno a cuore un autentico
umanesimo e il futuro dell’Europa sappiano riscoprire,
apprezzare e difendere il ricco patrimonio culturale e
religioso di questi secoli”.
Prima della benedizione finale, Benedetto XVI ha
salutato in modo speciale, fra gli altri, i partecipanti
al pellegrinaggio promosso dalla Famiglia dei Discepoli e
delle Ancelle del Signore, in occasione del cinquantesimo
anniversario della morte del loro fondatore padre Giovanni
Minozzi, definito un “umile e tenace apostolo
dell’amore di Dio tra i poveri delle regioni meridionali
d’Italia”. E un saluto di “particolare affetto” è
andato a ufficiali e allievi della Guardia di Finanza
della Caserma di Coppito, vicino L’Aquila, diventata
“punto di riferimento della popolazione" durante il
terremoto in Abruzzo dello scorso aprile. “La medaglia
più bella di cui il vostro reparto possa fregiarsi - ha
detto il Pontefice - è quella della solidarietà, della
quale in questi mesi la vostra struttura è stata
protagonista e testimone”.
Infine, Benedetto XVI ha voluto ricordare il dramma
degli sfollati di guerra nello Sri Lanka e la loro
perdurante condizione di precarietà, a sei mesi dal
termine del conflitto che ha insanguinato il Paese:
“Chiedo a tutti i cittadini di adoperarsi per una
rapida pacificazione, nel pieno rispetto dei diritti
umani, e per una giusta soluzione politica delle sfide che
ancora attendono il Paese. Auspico, infine, che la Comunità
internazionale si adoperi in favore delle necessità
umanitarie ed economiche dello Sri Lanka, ed elevo la mia
preghiera alla Vergine Santa di Madhu, affinché continui
a vegliare su quella amata Terra”.
UDIENZA
GENERALE
Cari
fratelli e sorelle,
questa
mattina vorrei parlarvi di un movimento monastico che ebbe
grande importanza nei secoli del Medioevo, e di cui ho già
fatto cenno in precedenti catechesi. Si tratta
dell’Ordine di Cluny, che, all’inizio del XII secolo,
momento della sua massima espansione, contava quasi 1200
monasteri: una cifra veramente impressionante! A Cluny,
proprio 1100 anni fa, nel 910, fu fondato un monastero
posto sotto la guida dell’abate Bernone, in seguito alla
donazione di Guglielmo il Pio, Duca di Aquitania. In quel
momento il monachesimo occidentale, fiorito qualche secolo
prima con san Benedetto, era molto decaduto per diverse
cause: le instabili condizioni politiche e sociali dovute
alle continue invasioni e devastazioni di popoli non
integrati nel tessuto europeo, la povertà diffusa e
soprattutto la dipendenza delle abbazie dai signori
locali, che controllavano tutto ciò che apparteneva ai
territori di loro competenza. In tale contesto, Cluny
rappresentò l’anima di un profondo rinnovamento della
vita monastica, per ricondurla alla sua ispirazione
originaria.
A Cluny
venne ripristinata l’osservanza della Regola di san
Benedetto con alcuni adattamenti già introdotti da altri
riformatori. Soprattutto si volle garantire il ruolo
centrale che deve occupare la Liturgia nella vita
cristiana. I monaci cluniacensi si dedicavano con amore e
grande cura alla celebrazione delle Ore liturgiche, al
canto dei Salmi, a processioni tanto devote quanto solenni
e, soprattutto, alla celebrazione della Santa Messa.
Promossero la musica sacra; vollero che l’architettura e
l’arte contribuissero alla bellezza e alla solennità
dei riti; arricchirono il calendario liturgico di
celebrazioni speciali come, ad esempio, all’inizio di
novembre, la Commemorazione dei fedeli defunti, che anche
noi abbiamo da poco celebrato; incrementarono il culto
della Vergine Maria. Fu riservata tanta importanza alla
liturgia, perché i monaci di Cluny erano convinti che
essa fosse partecipazione alla liturgia del Cielo. Ed i
monaci si sentivano responsabili di intercedere presso
l’altare di Dio per i vivi e per i defunti, dato che
moltissimi fedeli chiedevano loro con insistenza di essere
ricordati nella preghiera. Del resto, proprio con questo
scopo Guglielmo il Pio aveva voluto la nascita
dell’Abbazia di Cluny. Nell’antico documento, che ne
attesta la fondazione, leggiamo: "Stabilisco con
questo dono che a Cluny sia costruito un monastero di
regolari in onore dei santi apostoli Pietro e Paolo, e che
ivi si raccolgano monaci che vivono secondo la Regola di
san Benedetto (…) che lì un venerabile asilo di
preghiera con voti e suppliche sia frequentato, e si
ricerchi e si brami con ogni desiderio e intimo ardore la
vita celeste, e assiduamente orazioni, invocazioni e
suppliche siano dirette al Signore". Per custodire ed
alimentare questo clima di preghiera, la regola
cluniancense accentuò l’importanza del silenzio, alla
cui disciplina i monaci si sottoponevano volentieri,
convinti che la purezza delle virtù, a cui aspiravano,
richiedeva un intimo e costante raccoglimento. Non
meraviglia che ben presto una fama di santità avvolse il
monastero di Cluny, e che molte altre comunità monastiche
decisero di seguire le sue consuetudini. Molti principi e
Papi chiesero agli abati di Cluny di diffondere la loro
riforma, sicché in poco tempo si estese una fitta rete di
monasteri legati a Cluny o con veri e propri vincoli
giuridici o con una sorta di affiliazione carismatica. Si
andava così delineando un’Europa dello spirito nelle
varie regioni della Francia, in Italia, in Spagna, in
Germania, in Ungheria.
Il
successo di Cluny fu assicurato anzitutto dalla
spiritualità elevata che vi si coltivava, ma anche da
alcune altre condizioni che ne favorirono lo sviluppo. A
differenza di quanto era avvenuto fino ad allora, il
monastero di Cluny e le comunità da esso dipendenti
furono riconosciuti esenti dalla giurisdizione dei Vescovi
locali e sottoposti direttamente a quella del Romano
Pontefice. Ciò comportava un legame speciale con la sede
di Pietro e, grazie proprio alla protezione e
all’incoraggiamento dei Pontefici, gli ideali di purezza
e di fedeltà, che la riforma cluniacense intendeva
perseguire, poterono diffondersi rapidamente. Inoltre, gli
abati venivano eletti senza alcuna ingerenza da parte
delle autorità civili, diversamente da quello che
avveniva in altri luoghi. Persone veramente degne si
succedettero alla guida di Cluny e delle numerose comunità
monastiche dipendenti: l’abate Oddone di Cluny, di cui
ho parlato in una Catechesi di due mesi fa, e altre grandi
personalità, come Emardo, Maiolo, Odilone e soprattutto
Ugo il Grande, i quali svolsero il loro servizio per
lunghi periodi, assicurando stabilità alla riforma
intrapresa e alla sua diffusione. Oltre a Oddone, sono
venerati come santi Maiolo, Odilone e Ugo.
La
riforma cluniacense ebbe effetti positivi non solo nella
purificazione e nel risveglio della vita monastica, bensì
anche nella vita della Chiesa universale. Infatti,
l’aspirazione alla perfezione evangelica rappresentò
uno stimolo a combattere due gravi mali che affliggevano
la Chiesa di quel periodo: la simonia, cioè
l’acquisizione di cariche pastorali dietro compenso, e
l’immoralità del clero secolare. Gli abati di Cluny con
la loro autorevolezza spirituale, i monaci cluniacensi che
divennero Vescovi, alcuni di loro persino Papi, furono
protagonisti di tale imponente azione di rinnovamento
spirituale. E i frutti non mancarono: il celibato dei
sacerdoti tornò a essere stimato e vissuto, e
nell’assunzione degli uffici ecclesiastici vennero
introdotte procedure più trasparenti.
Significativi
pure i benefici apportati alla società dai monasteri
ispirati alla riforma cluniacense. In un’epoca in cui
solo le istituzioni ecclesiastiche provvedevano agli
indigenti fu praticata con impegno la carità. In tutte le
case, l’elemosiniere era tenuto a ospitare i viandanti e
i pellegrini bisognosi, i preti e i religiosi in viaggio,
e soprattutto i poveri che venivano a chiedere cibo e
tetto per qualche giorno. Non meno importanti furono altre
due istituzioni, tipiche della civiltà medioevale,
promosse da Cluny: le cosiddette "tregue di Dio"
e la "pace di Dio". In un’epoca fortemente
segnata dalla violenza e dallo spirito di vendetta, con le
"tregue di Dio" venivano assicurati lunghi
periodi di non belligeranza, in occasione di determinate
feste religiose e di alcuni giorni della settimana. Con
"la pace di Dio" si chiedeva, sotto la pena di
una censura canonica, di rispettare le persone inermi e i
luoghi sacri.
Nella
coscienza dei popoli dell’Europa si incrementava così
quel processo di lunga gestazione, che avrebbe portato a
riconoscere, in modo sempre più chiaro, due elementi
fondamentali per la costruzione della società, e cioè il
valore della persona umana e il bene primario della pace.
Inoltre, come accadeva per le altre fondazioni monastiche,
i monasteri cluniacensi disponevano di ampie proprietà
che, messe diligentemente a frutto, contribuirono allo
sviluppo dell’economia. Accanto al lavoro manuale, non
mancarono neppure alcune tipiche attività culturali del
monachesimo medioevale come le scuole per i bambini,
l’allestimento delle biblioteche, gli scriptoria
per la trascrizione dei libri.
In tal
modo, mille anni fa, quando era in pieno svolgimento il
processo di formazione dell’identità europea,
l’esperienza cluniacense, diffusa in vaste regioni del
continente europeo, ha apportato il suo contributo
importante e prezioso. Ha richiamato il primato dei beni
dello spirito; ha tenuto desta la tensione verso le cose
di Dio; ha ispirato e favorito iniziative e istituzioni
per la promozione dei valori umani; ha educato ad uno
spirito di pace. Cari fratelli e sorelle, preghiamo perché
tutti coloro che hanno a cuore un autentico umanesimo e il
futuro dell’Europa sappiano riscoprire, apprezzare e
difendere il ricco patrimonio culturale e religioso di
questi secoli.
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