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UDIENZA
GENERALE (14 APRILE 2010) |
Radio
Vaticana, 14 aprile 2010
Il
Papa all’udienza generale: il sacerdote non è
omologabile alla cultura dominante, non annuncia se stesso
ma Cristo. Appello per il terremoto in Cina
◊ In questo tempo
segnato dalla confusione sulle scelte fondamentali, il
sacerdote è chiamato ad annunciare la Verità del
Vangelo: è l’esortazione di Benedetto XVI contenuta
nella catechesi all’udienza generale di stamani in
Piazza San Pietro. Il Papa, che è tornato ieri pomeriggio
in Vaticano dalla residenza di Castel Gandolfo, si è
soffermato sul compito di insegnare della Chiesa,
esercitato dal sacerdote. Al momento dei saluti, il
Pontefice ha rivolto un pensiero particolare alle vittime
del terremoto che stanotte ha colpito la Cina orientale.
Il clima in Piazza San Pietro era particolarmente gioioso
con gli auguri dei fedeli al Papa per il suo 83.mo
compleanno, il prossimo venerdì 16 aprile. Il servizio di
Alessandro Gisotti 
All’udienza generale, Benedetto XVI ha espresso la
sua vicinanza al popolo cinese scosso dal terremoto che ha
colpito la provincia orientale di Qinghai causando
centinaia di morti e migliaia di feriti e ingenti danni:
“Prego per le vittime e sono spiritualmente vicino
alle persone provate da così grave calamità; per esse
imploro da Dio sollievo nella sofferenza e coraggio in
queste avversità. Auspico che non verrà a mancare la
comune solidarietà”.
Quindi, salutando i pellegrini venuti dalla Polonia,
non ha mancato di rinnovare i suoi sentimenti di cordoglio
per le vittime della recente sciagura aerea in cui ha
perso la vita anche il presidente polacco. La catechesi
del Pontefice è stata incentrata sul ministero del
sacerdozio e in particolare sull’insegnamento delle
verità della fede, il munus docendi. Un compito, ha
osservato il Papa parlando a braccio, oggi particolarmente
urgente:
"Viviamo in una grande confusione circa le
scelte fondamentali della nostra vita e gli interrogativi
su che cosa sia il mondo, da dove viene, dove andiamo, che
cosa dobbiamo fare per compiere il bene, come dobbiamo
vivere, quali sono i valori realmente pertinenti. In
relazione a tutto questo esistono tante filosofie
contrastanti, che nascono e scompaiono, creando una
confusione circa le decisioni fondamentali, come vivere,
perché non sappiamo più, comunemente, da che cosa e per
che cosa siamo fatti e dove andiamo”.
In questa situazione, ha proseguito il Papa, ci viene
in aiuto il Signore che aveva avuto compassione per il
popolo, per le pecorelle senza pastore che lo seguivano
nel deserto. Il Signore ha interpretato la Parola di Dio.
“Egli stesso - ha aggiunto - è la Parola di Dio e ha
dato orientamento. E questa è la funzione “in persona
Christi” del sacerdote”:
“Rendere presente, nella confusione e nel
disorientamento dei nostri tempi, la luce della parola di
Dio, la luce che è Cristo stesso in questo nostro mondo.
Quindi il sacerdote non insegna proprie idee, una
filosofia che lui stesso ha inventato, ha trovato o che
gli piace; il sacerdote non parla da sé, non parla per sé,
per crearsi forse ammiratori o un proprio partito; non
dice cose proprie, proprie invenzioni, ma, nella
confusione di tutte le filosofie, il sacerdote insegna in
nome di Cristo presente, propone la verità che è Cristo
stesso, la sua parola, il suo modo di vivere e di andare
avanti”.
Sacerdozio vuol dire essere immersi nella Verità, ha
ribadito Benedetto XVI. E, nel contesto dell’Anno
Sacerdotale, ha rammentato che il sacerdote è chiamato ad
annunciare la Parola del Signore, la Verità che salva
anche in tempi difficili come quelli attuali:
“Quella del sacerdote, di conseguenza, non di
rado, potrebbe sembrare 'voce di uno che grida nel
deserto' (Mc 1,3), ma proprio in questo consiste la sua
forza profetica: nel non essere mai omologato, né
omologabile, ad alcuna cultura o mentalità dominante, ma
nel mostrare l’unica novità capace di operare un
autentico e profondo rinnovamento dell’uomo, cioè che
Cristo è il Vivente, è il Dio vicino, il Dio che opera
nella vita e per la vita del mondo e ci dona la Verità,
il modo di vivere”.
Il sacerdote, è stata ancora la sua riflessione, non
deve avere la presunzione di imporre la propria verità,
bensì l’umile e lieta certezza di chi ha incontrato la
Verità, ne è stato afferrato e trasformato, e perciò
non può fare a meno di annunciarla. Il sacerdozio, ha
detto Benedetto XVI, “nessuno può darselo, né cercarlo
da sé”, è invece “una risposta alla chiamata del
Signore, alla sua volontà, per diventare annunciatori non
di una verità personale, ma della sua verità”. Quindi,
ha invitato i sacerdoti a guardare con fiducia l’esempio
di San Giovanni Maria Vianney:
“Egli era uomo di grande sapienza ed eroica forza
nel resistere alle pressioni culturali e sociali del suo
tempo per poter condurre le anime a Dio: semplicità,
fedeltà ed immediatezza erano le caratteristiche
essenziali della sua predicazione, trasparenza della sua
fede e della sua santità. Il Popolo cristiano ne era
edificato e, come accade per gli autentici maestri di ogni
tempo, vi riconosceva la luce della Verità".
Al momento dei saluti in lingua italiana, il Papa ha
rivolto un pensiero particolare ai sacerdoti amici della
Comunità di Sant’Egidio e ai Cappellani
dell’Aviazione civile provenienti da varie parti del
mondo. Un saluto anche agli ufficiali e i militari
provenienti da Caserta, incoraggiati “a perseverare nel
generoso impegno di testimonianza cristiana anche nel
mondo militare”.
UDIENZA
GENERALE
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Munus
docendi
Cari
amici,
in
questo periodo pasquale, che ci conduce alla
Pentecoste e ci avvia anche alle celebrazioni di
chiusura dell’Anno
Sacerdotale, in programma il 9, 10 e 11 giugno
prossimo, mi è caro dedicare ancora alcune
riflessioni al tema del Ministero ordinato,
soffermandomi sulla realtà feconda della
configurazione del sacerdote a Cristo Capo,
nell’esercizio dei tria munera che riceve,
cioè dei tre uffici di insegnare, santificare e
governare.
Per
capire che cosa significhi agire in persona
Christi Capitis - in persona di Cristo
Capo - da parte del sacerdote, e per capire anche
quali conseguenze derivino dal compito di
rappresentare il Signore, specialmente
nell’esercizio di questi tre uffici, bisogna
chiarire anzitutto che cosa si intenda per
“rappresentanza”. Il sacerdote rappresenta
Cristo. Cosa vuol dire, cosa significa
“rappresentare” qualcuno? Nel linguaggio comune,
vuol dire – generalmente - ricevere una delega da
una persona per essere presente al suo posto,
parlare e agire al suo posto, perché colui che
viene rappresentato è assente dall’azione
concreta. Ci domandiamo: il sacerdote rappresenta il
Signore nello stesso modo? La risposta è no, perché
nella Chiesa Cristo non è mai assente, la Chiesa è
il suo corpo vivo e il Capo della Chiesa è lui,
presente ed operante in essa. Cristo non è mai
assente, anzi è presente in un modo totalmente
libero dai limiti dello spazio e del tempo, grazie
all’evento della Risurrezione, che contempliamo in
modo speciale in questo tempo di Pasqua.
Pertanto,
il sacerdote che agisce in persona Christi
Capitis e in rappresentanza del Signore, non
agisce mai in nome di un assente, ma nella Persona
stessa di Cristo Risorto, che si rende presente con
la sua azione realmente efficace. Agisce realmente e
realizza ciò che il sacerdote non potrebbe fare: la
consacrazione del vino e del pane perché siano
realmente presenza del Signore, l’assoluzione dei
peccati. Il Signore rende presente la sua propria
azione nella persona che compie tali gesti. Questi
tre compiti del sacerdote - che la Tradizione ha
identificato nelle diverse parole di missione del
Signore: insegnare, santificare e governare - nella
loro distinzione e nella loro profonda unità sono
una specificazione di questa rappresentazione
efficace. Essi sono in realtà le tre azioni del
Cristo risorto, lo stesso che oggi nella Chiesa e
nel mondo insegna e così crea fede, riunisce il suo
popolo, crea presenza della verità e costruisce
realmente la comunione della Chiesa universale; e
santifica e guida.
Il
primo compito del quale vorrei parlare oggi è il munus
docendi, cioè quello di insegnare. Oggi, in
piena emergenza educativa, il munus docendi
della Chiesa, esercitato concretamente attraverso il
ministero di ciascun sacerdote, risulta
particolarmente importante. Viviamo in una grande
confusione circa le scelte fondamentali della nostra
vita e gli interrogativi su che cosa sia il mondo,
da dove viene, dove andiamo, che cosa dobbiamo fare
per compiere il bene, come dobbiamo vivere, quali
sono i valori realmente pertinenti. In relazione a
tutto questo esistono tante filosofie contrastanti,
che nascono e scompaiono, creando una confusione
circa le decisioni fondamentali, come vivere, perché
non sappiamo più, comunemente, da che cosa e per
che cosa siamo fatti e dove andiamo. In questa
situazione si realizza la parola del Signore, che
ebbe compassione della folla perché erano come
pecore senza pastore. (cfr Mc 6, 34). Il
Signore aveva fatto questa costatazione quando aveva
visto le migliaia di persone che lo seguivano nel
deserto perché, nella diversità delle correnti di
quel tempo, non sapevano più quale fosse il vero
senso della Scrittura, che cosa diceva Dio. Il
Signore, mosso da compassione, ha interpretato la
parola di Dio, egli stesso è la parola di Dio, e ha
dato così un orientamento. Questa è la funzione in
persona Christi del sacerdote: rendere presente,
nella confusione e nel disorientamento dei nostri
tempi, la luce della parola di Dio, la luce che è
Cristo stesso in questo nostro mondo. Quindi il
sacerdote non insegna proprie idee, una filosofia
che lui stesso ha inventato, ha trovato o che gli
piace; il sacerdote non parla da sé, non parla per
sé, per crearsi forse ammiratori o un proprio
partito; non dice cose proprie, proprie invenzioni,
ma, nella confusione di tutte le filosofie, il
sacerdote insegna in nome di Cristo presente,
propone la verità che è Cristo stesso, la sua
parola, il suo modo di vivere e di andare avanti.
Per il sacerdote vale quanto Cristo ha detto di se
stesso: “La mia dottrina non è mia” (Gv,
7, 16); Cristo, cioè, non propone se stesso, ma, da
Figlio, è la voce, la parola del Padre. Anche il
sacerdote deve sempre dire e agire così: “la mia
dottrina non è mia, non propago le mie idee o
quanto mi piace, ma sono bocca e cuore di Cristo e
rendo presente questa unica e comune dottrina, che
ha creato la Chiesa universale e che crea vita
eterna”.
Questo
fatto, che il sacerdote cioè non inventa, non crea
e non proclama proprie idee in quanto la dottrina
che annuncia non è sua, ma di Cristo, non
significa, d’altra parte, che egli sia neutro,
quasi come un portavoce che legge un testo di cui,
forse, non si appropria. Anche in questo caso vale
il modello di Cristo, il quale ha detto: Io non sono
da me e non vivo per me, ma vengo dal Padre e vivo
per il Padre. Perciò, in questa profonda
identificazione, la dottrina di Cristo è quella del
Padre e lui stesso è uno col Padre. Il sacerdote
che annuncia la parola di Cristo, la fede della
Chiesa e non le proprie idee, deve anche dire: Io
non vivo da me e per me, ma vivo con Cristo e da
Cristo e perciò quanto Cristo ci ha detto diventa
mia parola anche se non è mia. La vita del
sacerdote deve identificarsi con Cristo e, in questo
modo, la parola non propria diventa, tuttavia, una
parola profondamente personale. Sant’Agostino, su
questo tema, parlando dei sacerdoti, ha detto: “E
noi che cosa siamo? Ministri (di Cristo), suoi
servitori; perché quanto distribuiamo a voi non è
cosa nostra, ma lo tiriamo fuori dalla sua dispensa.
E anche noi viviamo di essa, perché siamo servi
come voi” (Discorso 229/E, 4).
L’insegnamento
che il sacerdote è chiamato ad offrire, le verità
della fede, devono essere interiorizzate e vissute
in un intenso cammino spirituale personale, così
che realmente il sacerdote entri in una profonda,
interiore comunione con Cristo stesso. Il sacerdote
crede, accoglie e cerca di vivere, prima di tutto
come proprio, quanto il Signore ha insegnato e la
Chiesa ha trasmesso, in quel percorso di
immedesimazione con il proprio ministero di cui san
Giovanni Maria Vianney è testimone esemplare (cfr Lettera
per l’indizione dell’Anno Sacerdotale).
“Uniti nella medesima carità – afferma ancora
sant’Agostino - siamo tutti uditori di colui che
è per noi nel cielo l’unico Maestro” (Enarr.
in Ps. 131, 1, 7).
Quella
del sacerdote, di conseguenza, non di rado potrebbe
sembrare “voce di uno che grida nel deserto” (Mc
1,3), ma proprio in questo consiste la sua forza
profetica: nel non essere mai omologato, né
omologabile, ad alcuna cultura o mentalità
dominante, ma nel mostrare l’unica novità capace
di operare un autentico e profondo rinnovamento
dell’uomo, cioè che Cristo è il Vivente, è il
Dio vicino, il Dio che opera nella vita e per la
vita del mondo e ci dona la verità, il modo di
vivere.
Nella
preparazione attenta della predicazione festiva,
senza escludere quella feriale, nello sforzo di
formazione catechetica, nelle scuole, nelle
istituzioni accademiche e, in modo speciale,
attraverso quel libro non scritto che è la sua
stessa vita, il sacerdote è sempre “docente”,
insegna. Ma non con la presunzione di chi impone
proprie verità, bensì con l’umile e lieta
certezza di chi ha incontrato la Verità, ne è
stato afferrato e trasformato, e perciò non può
fare a meno di annunciarla. Il sacerdozio, infatti,
nessuno lo può scegliere da sé, non è un modo per
raggiungere una sicurezza nella vita, per
conquistare una posizione sociale: nessuno può
darselo, né cercarlo da sé. Il sacerdozio è
risposta alla chiamata del Signore, alla sua volontà,
per diventare annunciatori non di una verità
personale, ma della sua verità.
Cari
confratelli sacerdoti, il Popolo cristiano domanda
di ascoltare dai nostri insegnamenti la genuina
dottrina ecclesiale, attraverso la quale poter
rinnovare l’incontro con Cristo che dona la gioia,
la pace, la salvezza. La Sacra Scrittura, gli
scritti dei Padri e dei Dottori della Chiesa, il
Catechismo della Chiesa Cattolica costituiscono, a
tale riguardo, dei punti di riferimento
imprescindibili nell’esercizio del munus
docendi, così essenziale per la conversione, il
cammino di fede e la salvezza degli uomini.
“Ordinazione sacerdotale significa: essere immersi
[...] nella Verità” (Omelia
per la Messa Crismale, 9 aprile 2009),
quella Verità che non è semplicemente un concetto
o un insieme di idee da trasmettere e assimilare, ma
che è la Persona di Cristo, con la quale, per la
quale e nella quale vivere e così, necessariamente,
nasce anche l’attualità e la comprensibilità
dell’annuncio. Solo questa consapevolezza di una
Verità fatta Persona nell’Incarnazione del Figlio
giustifica il mandato missionario: “Andate in
tutto il mondo e proclamate il Vangelo ad ogni
creatura” (Mc 16,15). Solo se è la Verità
è destinato ad ogni creatura, non è una
imposizione di qualcosa, ma l’apertura del cuore a
ciò per cui è creato.
Cari
fratelli e sorelle, il Signore ha affidato ai
Sacerdoti un grande compito: essere annunciatori
della Sua Parola, della Verità che salva; essere
sua voce nel mondo per portare ciò che giova al
vero bene delle anime e all’autentico cammino di
fede (cfr 1Cor 6,12). San Giovanni Maria
Vianney sia di esempio per tutti i Sacerdoti. Egli
era uomo di grande sapienza ed eroica forza nel
resistere alle pressioni culturali e sociali del suo
tempo per poter condurre le anime a Dio: semplicità,
fedeltà ed immediatezza erano le caratteristiche
essenziali della sua predicazione, trasparenza della
sua fede e della sua santità. Il Popolo cristiano
ne era edificato e, come accade per gli autentici
maestri di ogni tempo, vi riconosceva la luce della
Verità. Vi riconosceva, in definitiva, ciò che si
dovrebbe sempre riconoscere in un sacerdote: la voce
del Buon Pastore.
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