|
UDIENZA GENERALE (14 DICEMBRE 2005) |
Fonte: Radio Vaticana, 14 dicembre 2005
Ascolta il servizio trasmesso da Radio Vaticana
L’UOMO ABBIA FIDUCIA IN DIO, CHE NON LO ABBANDONA NELLE NOTTI OSCURE DELLA VITA E LO ACCOMPAGNA FINO AL MOMENTO ULTIMO DELLA MORTE. LO HA DETTO IL PAPA ALL’UDIENZA GENERALE IN PIAZZA SAN PIETRO
|

|
Dio resta accanto all’uomo sempre, fino al momento estremo della morte. E’ l’insegnamento di Benedetto XVI all’udienza generale di questa mattina, in una Piazza San Pietro affollata da oltre 18 mila persone e illuminata dal sole. Il Papa ha spiegato ai fedeli il Salmo 138, che celebra “l’onniscienza e l’onnipresenza di Dio nello spazio e nel tempo”. Il servizio di Alessandro De Carolis.
|
**********
Un legame così unico dal quale “non può sottrarsi”. E’ questo che unisce Dio all’uomo, la sua creatura. Dal suo primo respiro all’ultimo, Dio “non abbandona mai l’uomo”, la sua “bontà” gli resta accanto anche nella “notti più oscure” della vita.
(canto salmo)
Non è la prima volta che i Salmi della Liturgia dei Vespri – da settimane oggetto della catechesi di Benedetto XVI – inducono il Papa a rimarcare questa verità della fede cristiana. E il Salmo 138, che canta – ha spiegato il Pontefice - l’“onniscienza di Dio e la sua onnipresenza nello spazio e nel tempo”, forniscono un ulteriore spunto di riflessione. “La meditazione del Salmista – ha osservato Benedetto XVI - punta soprattutto a penetrare nel mistero del Dio trascendente, eppure a noi vicino”. “La sostanza del messaggio” è “lineare”:
“Dio sa tutto ed è presente accanto alla sua creatura, che a Lui non può sottrarsi. La sua non è però una presenza incombente e ispettiva; certo, il suo è anche uno sguardo severo nei confronti del male davanti al quale non è indifferente. Tuttavia l’elemento fondamentale è quello di una presenza salvifica, capace di abbracciare tutto l’essere e tutta la storia”.
L’uomo che pretendesse di sottrarsi alla presenza divina sarebbe un illuso, ha proseguito il Papa. “Ogni ambito dello spazio, anche il più segreto, contiene una presenza attiva di Dio”:
“La sua mano è sempre pronta ad afferrare la nostra per guidarci nel nostro itinerario terreno. È, dunque, una vicinanza non di giudizio che incuta terrore, ma di sostegno e di liberazione”.
Per questo, ha commentato subito dopo a braccio Benedetto XVI, l’uomo come un figlio può abbandonarsi al Padre con piena fiducia:
“E così possiamo capire che l’ultimo essenziale contenuto di questo Salmo è un canto di fiducia. Dio è sempre con noi. Anche nelle notti più scure della nostra vita non ci abbandona, anche nei punti più difficili della vita rimane presente. E anche nell’ultima notte, nell’ultima solitudine, nella quale nessuno può accompagnarci, nella notte della morte, il Signore non ci abbandona, ci accompagna. E perciò noi cristiani possiamo essere fiduciosi: non siamo mai lasciati soli. La bontà di Dio non ci abbandona”.
Al termine dell’udienza, Benedetto XVI ha salutato i presenti in sei lingue, facendo particolari accenni ai vescovi polacchi in visita ad Limina, alle delegazioni dei Ministeri italiani dell’economia e delle finanze e ai rappresentanti dell’Unione cattolica artisti. Il saluto del Pontefice è andato anche, tra gli altri, ai pellegrini della diocesi di Alessandria, guidati dal Vescovo Mons. Fernando Charrier, a conclusione del quinto centenario della nascita di S. Pio V, “illustre figlio – ha notato il Papa - della terra
alessandrina”. Infine, Benedetto XVI ha ricordato la memoria odierna di S. Giovanni della Croce:
“Ci invita, cari amici, a volgere lo sguardo del cuore al mistero nascosto in Gesù Cristo, ricordandoci che, chi veramente desidera la sapienza divina, desidera anzitutto entrare nello “spessore della croce”. Con questi sentimenti prepariamoci a vivere il Natale ormai prossimo”.
(canto Adeste fideles)
**********
LE PAROLE DEL PAPA
- FONTE: VATICAN INFORMATION SERVICE -
1. In due tappe distinte la Liturgia dei Vespri – i cui Salmi e Cantici stiamo meditando – ci propone la lettura di un inno sapienziale di limpida bellezza e di forte impatto emotivo, il Salmo 138. Quest’oggi sta davanti a noi la prima parte della composizione (cfr vv. 1-12), ossia le prime due strofe che esaltano rispettivamente l’onniscienza di Dio (cfr vv. 1-6) e la sua onnipresenza nello spazio e nel tempo (cfr vv. 7-12).
Il vigore delle immagini e delle espressioni ha come scopo la celebrazione del Creatore: «Se tanta è la grandezza delle opere create - afferma Teodoreto di Ciro, scrittore cristiano del V secolo - quanto grande dev’essere il loro Creatore!» (Discorsi sulla Provvidenza, 4: Collana di Testi Patristici, LXXV, Roma 1988, p. 115). La meditazione del Salmista punta soprattutto a penetrare nel mistero del Dio trascendente, eppure a noi vicino.
2. La sostanza del messaggio che egli ci offre è lineare: Dio sa tutto ed è presente accanto alla sua creatura, che a Lui non può sottrarsi. La sua non è però una presenza incombente e ispettiva; certo, il suo è anche uno sguardo severo nei confronti del male davanti al quale non è indifferente.
Tuttavia l’elemento fondamentale è quello di una presenza salvifica, capace di abbracciare tutto l’essere e tutta la storia. È in pratica lo scenario spirituale a cui san Paolo, parlando all’Areopago di Atene, allude attraverso il ricorso alla citazione di un poeta greco: «In Lui viviamo, ci muoviamo ed esistiamo» (At 17,28).
3. Il primo brano (cfr Sal 138,1-6), come si diceva, è la celebrazione dell’onniscienza divina: si ripetono, infatti, i verbi della conoscenza come «scrutare» «conoscere» «sapere» «penetrare» «comprendere» «saggezza». Come è noto, la conoscenza biblica supera il puro e semplice apprendere e capire intellettivo; è una sorta di comunione tra conoscente e conosciuto: il Signore è, quindi, in intimità con noi, durante il nostro pensare e agire.
All’onnipresenza divina è, invece, dedicato il secondo brano del nostro Salmo (cfr vv. 7-12). In esso si descrive in modo vivido l’illusoria volontà dell’uomo di sottrarsi a quella presenza. Tutto lo spazio è percorso: c’è innanzitutto l’asse verticale «cielo-inferi» (cfr v. 8), a cui subentra la dimensione orizzontale, quella che va dall’aurora, cioè dall’oriente, e giunge fino «all’estremità del mare» Mediterraneo, ossia l’occidente (cfr v. 9). Ogni ambito dello spazio, anche il più segreto, contiene una presenza attiva di Dio.
Il Salmista continua introducendo anche l’altra realtà in cui noi siamo immersi, il tempo, simbolicamente raffigurato dalla notte e dalla luce, dalla tenebra e dal giorno (cfr vv. 11-12). Anche l’oscurità, in cui è arduo procedere e vedere, è penetrata dallo sguardo e dall’epifania del Signore dell’essere e del tempo. La sua mano è sempre pronta ad afferrare la nostra per guidarci nel nostro itinerario terreno (cfr v. 10). È, dunque, una vicinanza non di giudizio che incuta terrore, ma di sostegno e di liberazione. E così possiamo capire qual è l'ultimo, essenziale contenuto di questo Salmo: è un canto di fiducia. Dio è sempre con noi. Anche
nelle notti più oscure della nostra vita, non ci abbandona. Anche nei momenti più difficili, rimane presente. E anche nell'ultima notte, nell'ultima solitudine nella quale nessuno può accompagnarci, nella notte della morte, il Signore non ci abbandona. Ci accompagna anche in questa ultima solitudine della notte della morte. E perciò noi cristiani possiamo essere fiduciosi: non siamo mai lasciati soli. La bontà di Dio è sempre con noi.
4. Abbiamo iniziato con una citazione dello scrittore cristiano Teodoreto di Ciro. Concludiamo affidandoci ancora a lui e al suo IV Discorso sulla Provvidenza divina, perché è in ultima analisi questo il tema del Salmo. Egli si sofferma sul v. 6 in cui l’orante esclama: «Stupenda per me la tua saggezza, troppo alta, e io non la comprendo». Teodoreto commenta quel passo rivolgendosi all’interiorità della coscienza e dell’esperienza personale e afferma: «Rivolto verso me stesso e diventato intimo a me stesso, allontanatomi dai clamori esterni, volli immergermi nella contemplazione della mia natura… Riflettendo su queste cose e pensando
all'armonia fra la natura mortale e quella immortale, sono vinto da tanto prodigio e, non arrivando a contemplare questo mistero, riconosco la mia sconfitta; di più, mentre proclamo la vittoria della saggezza del Creatore e a lui canto inni di lode, grido: "Stupenda per me la tua saggezza, troppo alta, e io non la comprendo"» (Collana di Testi Patristici, LXXV, Roma 1988, pp. 116.117).
|
|