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UDIENZA
GENERALE (15 OTTOBRE 2009) |
Ascolta il servizio trasmesso da Radio Vaticana
Radio
Vaticana, 15 ottobre 2009
Benedetto
XVI all'udienza generale: in un mondo spesso frenetico e
conflittuale il cristiano non si stanchi di tessere
rapporti di fraternità e pace
Apertura
al prossimo, perdono e ricerca della pace sono da sempre i
tratti distintivi dello stile di vita cristiano, tanto più
importanti oggi in un tempo segnato da intolleranza,
incomunicabilità e conflitti. Lo ha affermato Benedetto
XVI, all’udienza generale in Piazza San Pietro prendendo
spunto dalle qualità spirituali e umane che testimoniò
Pietro il Venerabile, uno dei grandi monaci dell’abbazia
di Cluny nel Medioevo. Il servizio di Alessandro De
Carolis:
Viene dal Medioevo un nuovo esempio per il mondo
contemporaneo di cosa possano creare i valori cristiani
quando si sposano a qualità umane come l’equilibrio, la
mitezza, il senso della misura, la magnanimità. La figura
di sintesi è quella di Pietro il Venerabile, uno dei
“santi abati” di Cluny, alla cui carica fu eletto nel
1122 rimanendovi fino alla morte, avvenuta nella Notte di
Natale del 1156. Rettitudine, lealtà, lucidità, speciale
attitudine a mediare: Benedetto XVI ha elencato alle
migliaia di persone presenti alla catechesi le doti di
questo antico monaco, definito “asceta rigoroso con se
stesso e comprensivo con gli altri”. A un tempo
“severo” e “dotato di profonda umanità”:
“Di indole sensibile e affettuosa, sapeva
congiungere l’amore per il Signore con la tenerezza
verso i familiari, particolarmente verso la madre, e verso
gli amici. Fu un cultore dell’amicizia, in modo speciale
nei confronti dei suoi monaci, che abitualmente si
confidavano con lui, sicuri di essere accolti e
compresi”.
Dal compendio delle virtù di un uomo di mille anni fa,
che si riconosceva per indole “portato
all’indulgenza” perché - scriveva - “sono
assuefatto a sopportare e perdonare”, il Papa ha tratto
un esempio sempre valido anche mille anni più tardi:
“Potremmo dire che questo santo Abate costituisce
un esempio anche per i monaci e i cristiani di questo
nostro tempo, segnato da un ritmo di vita frenetico, dove
non rari sono gli episodi di intolleranza e di
incomunicabilità, le divisioni e i conflitti. La sua
testimonianza ci invita a saper unire l’amore a Dio con
l’amore al prossimo, e a non stancarci nel riannodare
rapporti di fraternità e di riconciliazione”.
Dal punta di vista spirituale e pastorale, ha spiegato
il Pontefice, Pietro il Venerabile si distingue negli anni
del suo ministero per il suo amore all’Eucaristia -
sulla quale, ha affermato Benedetto XVI, ha lasciato
pagine-capolavoro grazie anche al suo notevole talento
letterario - e per la venerazione nutrita nei riguardi
della Vergine. Ma “vivo”, ha soggiunto il Papa, appare
anche il suo “senso ecclesiale”, che si traduce “in
cura e sollecitudine anche per chi era al di fuori della
Chiesa, in particolare per gli ebrei e i musulmani”:
“Per favorire la conoscenza di questi ultimi
provvide a far tradurre il Corano. Osserva al riguardo uno
storico recente: ‘In mezzo all’intransigenza degli
uomini del Medioevo - anche dei più grandi tra essi - noi
ammiriamo qui un esempio sublime della delicatezza a cui
conduce la carità cristiana’”.
Dunque, ha ribadito Benedetto XVI, un esempio di
“santità monastica” di stampo benedettino che non
smette di insegnare, in qualsiasi tempo, che
un’esistenza “pervasa di amore profondo per Dio”
diventa una vita di amore e di “sincera apertura al
prossimo, nel perdono, e nella ricerca della pace”:
“Potremmo dire, concludendo, che se questo stile
di vita unito al lavoro quotidiano, costituisce, per san
Benedetto, l’ideale del monaco, esso concerne anche
tutti noi, può essere, in grande misura, lo stile di vita
del cristiano che vuole diventare autentico discepolo di
Cristo, caratterizzato proprio dall’adesione tenace a
Lui, dall’umiltà, dalla laboriosità e dalla capacità
di perdono e di pace”.
Al termine delle catechesi in sintesi, oggi in dieci
lingue, il Papa ha rivolto come di consueto saluti ai vari
gruppi presenti in Piazza San Pietro, tra i quali quello
dei Consoli di Milano e della Lombardia, esortati “ad
operare con rinnovato impegno in favore dell’uomo e
della sua dignità”, e quello dei delegati
internazionali dell’emittente Radio Maria:
“Li incoraggio a proseguire la loro importante
opera a servizio della diffusione del Vangelo”.
UDIENZA
GENERALE
Cari
fratelli e sorelle!
Dopodomani,
9 ottobre, si compiranno 400 anni dalla morte di san
Giovanni Leonardi, fondatore dell’Ordine religioso dei
Chierici Regolari della Madre di Dio, canonizzato il 17
aprile del 1938 ed eletto Patrono dei farmacisti in data 8
agosto 2006. Egli è anche ricordato per il grande anelito
missionario. Insieme a Mons. Juan Bautista Vives e al
gesuita Martin de Funes progettò e contribuì
all’istituzione di una specifica Congregazione della
Santa Sede per le missioni, quella di Propaganda Fide, e
alla futura nascita del Collegio Urbano di
Propaganda Fide, che nel corso dei secoli ha forgiato
migliaia di sacerdoti, molti di essi martiri, per
evangelizzare i popoli. Si tratta, pertanto, di una
luminosa figura di sacerdote, che mi piace additare come
esempio a tutti i presbiteri in questo Anno Sacerdotale.
Morì nel 1609 per un’influenza contratta mentre stava
prodigandosi nella cura di quanti, nel quartiere romano di
Campitelli, erano stati colpiti dall’epidemia.
Giovanni
Leonardi nacque nel 1541 a Diecimo in provincia di Lucca.
Ultimo di sette fratelli, ebbe un’adolescenza scandita
dai ritmi di fede vissuti in un nucleo familiare sano e
laborioso, oltre che dall’assidua frequentazione di una
bottega di aromi e di medicamenti del suo paese natale. A
17 anni il padre lo iscrisse ad un regolare corso di
spezieria a Lucca, allo scopo di farne un futuro
farmacista, anzi uno speziale, come allora si diceva. Per
circa un decennio il giovane Giovanni Leonardi ne fu
vigile e diligente frequentatore, ma quando, secondo le
norme previste dall’antica Repubblica di Lucca, acquisì
il riconoscimento ufficiale che lo avrebbe autorizzato ad
aprire una sua spezieria, egli cominciò a pensare se non
fosse giunto il momento di realizzare un progetto che da
sempre aveva in cuore. Dopo matura riflessione decise di
avviarsi al sacerdozio. E così, lasciata la bottega dello
speziale, ed acquisita un’adeguata formazione teologica,
fu ordinato sacerdote e il giorno dell’Epifania del 1572
celebrò la prima Messa. Tuttavia non abbandonò la
passione per la farmacopea, perché sentiva che la
mediazione professionale di farmacista gli avrebbe
permesso di realizzare appieno la sua vocazione, quella di
trasmettere agli uomini, mediante una vita santa, "la
medicina di Dio", che è Gesù Cristo crocifisso
e risorto, "misura di tutte le cose".
Animato
dalla convinzione che di tale medicina necessitano tutti
gli esseri umani più di ogni altra cosa, san Giovanni
Leonardi cercò di fare dell’incontro personale con Gesù
Cristo la ragione fondamentale della propria esistenza.
"È necessario ricominciare da Cristo", amava
ripetere molto spesso. Il primato di Cristo su tutto
divenne per lui il concreto criterio di giudizio e di
azione e il principio generatore della sua attività
sacerdotale, che esercitò mentre era in atto un vasto e
diffuso movimento di rinnovamento spirituale nella Chiesa,
grazie alla fioritura di nuovi Istituti religiosi e alla
testimonianza luminosa di santi come Carlo Borromeo,
Filippo Neri, Ignazio di Loyola, Giuseppe Calasanzio,
Camillo de Lellis, Luigi Gonzaga. Con entusiasmo si dedicò
all’apostolato tra i ragazzi mediante la Compagnia della
Dottrina Cristiana, riunendo intorno a sé un gruppo di
giovani con i quali, il primo settembre 1574, fondò la
Congregazione dei Preti riformati della Beata Vergine, successivamente
chiamato Ordine dei Chierici Regolari della Madre di Dio.
Ai suoi discepoli raccomandava di avere "avanti
gli occhi della mente solo l’onore, il servizio e la
gloria di Cristo Gesù Crocifisso", e, da buon
farmacista abituato a dosare le pozioni grazie a un
preciso riferimento, aggiungeva: "Un poco più levate
i vostri cuori a Dio e con Lui misurate le cose".
Mosso da
zelo apostolico, nel maggio del 1605, inviò al Papa Paolo
V appena eletto un Memoriale nel quale suggeriva i
criteri di un autentico rinnovamento nella Chiesa.
Osservando come sia "necessario
che coloro che aspirano alla riforma dei costumi degli
uomini cerchino specialmente, e per prima cosa, la gloria
di Dio", aggiungeva che essi devono risplendere
"per l'integrità della vita e l'eccellenza dei
costumi, così, più che costringere, attireranno
dolcemente alla riforma". Osservava inoltre che
"chi vuole operare una seria riforma religiosa e
morale deve fare anzitutto, come un buon medico,
un'attenta diagnosi dei mali che travagliano la Chiesa per
poter così essere in grado di prescrivere per ciascuno di
essi il rimedio più appropriato". E notava che
"il rinnovamento della Chiesa deve verificarsi
parimenti nei capi e nei dipendenti, in alto e in basso.
Deve cominciare da chi comanda ed estendersi ai
sudditi". Fu per questo che, mentre sollecitava il
Papa a promuovere una "riforma universale della
Chiesa", si preoccupava della formazione cristiana
del popolo e specialmente dei fanciulli, da educare
"fin dai primi anni… nella purezza della fede
cristiana e nei santi costumi".
Cari
fratelli e sorelle, la luminosa figura di questo Santo
invita i sacerdoti in primo luogo, e tutti i cristiani, a
tendere costantemente alla "misura alta della vita
cristiana" che è la santità, ciascuno naturalmente
secondo il proprio stato. Soltanto infatti dalla fedeltà
a Cristo può scaturire l’autentico rinnovamento
ecclesiale. In quegli anni, nel passaggio culturale e
sociale tra il secolo XVI e il secolo XVII, cominciarono a
delinearsi le premesse della futura cultura contemporanea,
caratterizzata da una indebita scissione tra fede e
ragione, che ha prodotto tra i suoi effetti negativi la
marginalizzazione di Dio, con l’illusione di una
possibile e totale autonomia dell’uomo il quale sceglie
di vivere "come se Dio non ci fosse". E’ la
crisi del pensiero moderno, che più volte ho avuto modo
di evidenziare e che approda spesso in forme di
relativismo. Giovanni Leonardi intuì quale fosse la vera
medicina per questi mali spirituali e la sintetizzò
nell’espressione: "Cristo innanzitutto",
Cristo al centro del cuore, al centro della storia e del
cosmo. E di Cristo – affermava con forza – l’umanità
ha estremo bisogno, perchè Lui è la nostra
"misura". Non c’è ambiente che non possa
essere toccato dalla sua forza; non c’è male che non
trovi in Lui rimedio, non c’è problema che in Lui non
si risolva. "O Cristo o niente"! Ecco la sua
ricetta per ogni tipo di riforma spirituale e sociale.
C’è un
altro aspetto della spiritualità di san Giovanni Leonardi
che mi piace sottolineare. In più circostanze ebbe a
ribadire che l’incontro vivo con Cristo si realizza
nella sua Chiesa, santa ma fragile, radicata nella storia
e nel suo divenire a volte oscuro, dove grano e zizzania
crescono insieme (cfr Mt 13,30), ma tuttavia sempre
Sacramento di salvezza. Avendo lucida consapevolezza che
la Chiesa è il campo di Dio (cfr Mt 13,24), non si
scandalizzò delle sue umane debolezze. Per contrastare la
zizzania scelse di essere buon grano: decise, cioè, di
amare Cristo nella Chiesa e di contribuire a renderla
sempre più segno trasparente di Lui. Con grande realismo
vide la Chiesa, la sua fragilità umana, ma anche il suo
essere "campo di Dio", lo strumento di Dio per
la salvezza dell’umanità. Non solo. Per amore di Cristo
lavorò alacremente per purificare la Chiesa, per renderla
più bella e santa. Capì che ogni riforma va fatta dentro
la Chiesa e mai contro la Chiesa. In questo, san Giovanni
Leonardi è stato veramente straordinario e il suo esempio
resta sempre attuale. Ogni riforma interessa certamente le
strutture, ma in primo luogo deve incidere nel cuore dei
credenti. Soltanto i santi, uomini e donne che si lasciano
guidare dallo Spirito divino, pronti a compiere scelte
radicali e coraggiose alla luce del Vangelo, rinnovano la
Chiesa e contribuiscono, in maniera determinante, a
costruire un mondo migliore.
Cari
fratelli e sorelle, l’esistenza di san Giovanni Leonardi
fu sempre illuminata dallo splendore del "Volto
Santo" di Gesù, custodito e venerato nella Chiesa
cattedrale di Lucca, diventato il simbolo eloquente e la
sintesi indiscussa della fede che lo animava. Conquistato
da Cristo come l’apostolo Paolo, egli additò ai suoi
discepoli, e continua ad additare a tutti noi, l’ideale
cristocentrico per il quale "bisogna denudarsi di
ogni proprio interesse e solo il servizio di Dio
riguardare", avendo "avanti gli occhi della
mente solo l’onore, il servizio e la gloria di Cristo
Gesù Crocifisso". Accanto al volto di Cristo,
fissò lo sguardo sul volto materno di Maria. Colei che
elesse Patrona del suo Ordine, fu per lui maestra,
sorella, madre, ed egli sperimentò la sua costante
protezione. L’esempio e l’intercessione di questo
"affascinante uomo di Dio" siano,
particolarmente in questo Anno Sacerdotale, richiamo e
incoraggiamento per i sacerdoti e per tutti i cristiani a
vivere con passione ed entusiasmo la propria vocazione.
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