UDIENZA GENERALE (17 AGOSTO 2005) |
Ascolta il servizio trasmesso da Radio Vaticana
Fonte: Radio Vaticana, 17 agosto 2005
“UNA NOTIZIA TERRIFICANTE”: COSÌ IL PAPA ALL’UDIENZA GENERALE A CASTEL GANDOLFO ESPRIME IL PROPRIO DOLORE PER L’UCCISIONE, IERI, PER MANO DI UNA SQUILIBRATA, DI FRÈRE ROGER SCHUTZ, FONDATORE E PRIORE DELLA COMUNITÀ ECUMENICA DI TAIZÈ
- Intervista con il Priore di Bose enzo Bianchi -
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“Una notizia terrificante”: Benedetto XVI non ha nascosto oggi il suo grande dolore e la sua costernazione per l’uccisione ieri di Frère Roger Schutz, fondatore della comunità ecumenica di Taizé, che il 12 maggio scorso aveva compiuto 90 anni. Il Papa ha parlato a braccio durante l’udienza generale del mercoledì davanti ai fedeli raccolti nel cortile del Palazzo Apostolico di Castel Gandolfo. Ascoltiamo le sue parole:
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Frère Roger Schutz |
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Ho ricevuto stamattina una notizia molto tristee terrificante , cioè che durante i Vespri di ieri sera il caro Frère Roger Schutz, fondatore della Comunità di Taizé è stato accoltellato, ucciso, probabilmente da una squilibrata. E’ morto.
Questa tristissima notizia mi colpisce tanto più perchè avevo ieri, proprio ieri, ricevuto una sua lettera molto commovente, molto amichevole, nella quale dice che nel fondo del suo cuore intenderebbe dire (... qui il Papa inizia a leggere uno stralcio della lettera in francese): con tutto il cuore è con me e con tutti quanti si riuniscono a Colonia. E poi ha detto che a causa delle sue condizioni di salute purtroppo lui personalmente non potrà venire a Colonia, ma sarà spiritualmente presente con i suoi fratelli che saranno presenti.
E alla fine mi dice in questa lettera che ha il desiderio di venire quanto prima a Roma per incontrarmi. E per dirmi (... qui il Papa fa un’altra citazione in francese dalla lettera ricevuta ieri da Frère Roger): “come tutta la comunità di Taizé ha l’intenzione di camminare insieme col Papa”. E poi ha scritto di propria mano (... qui il Papa fa un’altra citazione): “Santo Padre, sia sicuro dei miei sentimenti di profonda comunione”.
In questo momento di tristezza possiamo solo affidare alla bontà del Signore l’anima di questo suo fedele servitore e sappiamo che dalla tristezza, come abbiamo sentito ora, rinascerà la gioia; che è nelle mani della bontà eterna e dell’amore eterno, arrivato alla gioia eterna. E lui ci ammonisce di essere fedeli lavoratori nella vigna del Signore, sempre, anche in situazioni tristi, sicuri che il Signore ci accompagna e ci dà la sua gioia.
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Ma veniamo al tragico episodio accaduto ieri sera a Taizé. Ce ne parla Francesca Pierantozzi:
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Frère Roger è stato aggredito da una donna, probabilmente una squilibrata, durante la celebrazione della sera, intorno alle 20.30. E’ stato colpito per tre volte con un coltello. La donna, una romena di 36 anni, è stata subito fermata e arrestata dagli agenti. Si ignorano per il momento i motivi del suo gesto. E’ stato Frère Emile, membro della comunità da oltre 30 anni, a raccontare quanto accaduto: Frère Roger si è accasciato al suolo, è stato subito soccorso da due medici presenti alla preghiera, ma non c’è stato nulla da fare. Roger Schutz aveva fondato la Comunità ecumenica
internazionale di Taizé nel 1940. Secondo la comunità, Frère Roger, 90 anni, avrebbe lasciato le sue funzioni di priore entro la fine di quest’anno.
Francesca Pierantozzi, da Parigi, per la Radio Vaticana.
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Ma sulla figura di Frère Roger ascoltiamo il servizio di Sergio Centofanti:
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“Siate presenti nel vostro tempo. Amate i diseredati. Amate il vostro prossimo, qualunque sia la sua visione religiosa e ideologica”. Questo il messaggio di Frère Roger Schutz, testimone di Cristo, uomo della riconciliazione: nato nel 1915 a Provence, in Svizzera, nel 1940, in un’Europa sconvolta dagli orrori della guerra e del nazismo, ebbe l’intuizione di fondare la Comunità monastica di Taizé, in Francia, basata sul dialogo ecumenico, sull’accoglienza e sulla fratellanza universale. Braccato dalla Gestapo per l’aiuto dato ai perseguitati, di ogni sorta,
dovette lasciare Taizé per poi tornarvi a guerra finita.
“Moltissimi – diceva – sono coloro che oggi aspirano ad una umanità liberata dalle minacce di violenza”. E se alcuni <<2sono in preda all’inquietudine per il futuro e si sentono immobilizzati, ci sono anche in tutto il mondo giovani capaci di inventiva e di creatività”. E sono numerosi e attivi perché hanno scoperto “che Dio non ci ha creato per essere passivi”. Per loro – aggiungeva – “la vita non è soggetta alla fatalità del destino e dunque cercano con tutta la loro anima di preparare un avvenire di pace e non di sventura”. Ma ascoltiamo la voce dello stesso Frère
Roger:
“Come possiamo prepararci a costruire la pace e la riconciliazione in un momento in cui in tutto il mondo questa pace è minacciata dall’odio e dalla violenza? Cominciamo a sperimentare all’interno di noi stessi la pace del cuore, l’unità interiore! Oggi sta per suonare l’ora dei cristiani: dobbiamo mostrare al mondo l’essenziale, Cristo, la sorgente della riconciliazione, per costruire la pace dell’intera famiglia umana”.
Tutto parte dalla preghiera secondo Frère Roger: “la preghiera diceva non allontana dalle preoccupazioni del mondo. Al contrario non c’è nulla di più responsabile della preghiera: più si vive una preghiera umile e semplice più si è portati ad amare e a manifestarlo con la propria vita”. I giovani che pregano – sottolineava – “sono portatori di pace dove ci sono situazioni di crisi e di contrasto: la loro forza è una semplicissima fiducia in Dio”.
E infatti il suo invito era proprio questo: avere uno “spirito di semplicità” che non pretenda di capire tutto di ogni aspetto della fede ma che abbia nel cuore la compassione “per alleviare le sofferenze dove c’è la malattia, la povertà, la fame”. “Senza fare inutili astinenze – affermava – attenetevi alle opere che Dio comanda: portate i fardelli degli altri accettate le ferite meschine di ogni giorno”.
Grande amico di Giovanni Paolo II, Frère Roger Schutz era ricevuto ogni anno dal Pontefice in udienza privata. Papa Wojtyla inviava sempre dei messaggi per gli incontri internazionali di Taizé e visitò la comunità il 5 ottobre 1986. In quell’occasione ebbe a dire:
“Si passa a Taizé come si passa accanto ad una fonte. Il viaggiatore si ferma, si disseta e continua il cammino”.
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Qual è stato il carisma di Frère Roger? Sergio Centofanti lo ha chiesto al priore della comunità ecumenica di Bose, Enzo Bianchi, che lo stesso Frère Roger aveva invitato ad avviare il ramo cattolico della famiglia monastica di Taizé:
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R. – Era questo carisma di parlare al cuore degli uomini per parlare di Cristo. Aveva una grande passione per Cristo, Frère Roger; aveva sempre gli occhi fissi su di lui e poi tutto questo, certamente, in lui diventava passione per l’unità della Chiesa, passione per la comunione tra i cristiani, un uomo pieno di mitezza, profetico, sì, ma che ha avuto sempre un atteggiamento evangelico del pacifico, del non violento, dell’uomo che aspetta la Parola di Dio e cerca che i fratelli l’ascoltino con lui ... E aveva questo grande dono davvero visionario di intravedere come il Signore è ancora
presente in questa umanità segnata da tante divisioni e tanta violenza.
D. – Quindi, un uomo pacifico, mite, morto però violentemente ...
R. – Ma anche questo è significativo. Lui, uomo dell’unità, l’uomo che ha cercato per primo il dialogo con le Chiese dell’Europa dell’Est e con le Chiese di Occidente; lui, che tanto ha lavorato per una più profonda comunione tra gli ortodossi ed i cattolici ... muore poi in una morte quasi banale, violenta, mentre è in preghiera, mentre è nella chiesa ... ecco, questa è un’epifania del mite, di chi ha speso la vita e non si è difeso pur essendo altamente esposto, e non si è neppure protetto. E’ un segno da capire di chi davvero ha amato Gesù fino alla fine.
D. – Un suo ricordo personale, lei che era grande amico di Frère Roger ...
R. – Ne ho parecchi perché sovente ero ammesso nella sua cella e spesso mi chiamava e ricordo questa sua capacità di toccare subito il cuore. In lui si sentiva davvero che c’era questa presenza di Dio che lo dominava, che faceva di lui un servo. Quante volte lui si rivolgeva a me, quasi con poche parole del Vangelo, che in quel momento lui percepiva e comunicava con una innocenza, con uno spirito di purezza, di infanzia. Era un uomo capace di parlare al cuore degli uomini giovani e anziani, ricchi e poveri, un grande testimone di Cristo.
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NELLA CATECHESI ALL’UDIENZA GENERALE IL PAPA INVITA AD AVERE SEMPRE FIDUCIA IN DIO ANCHE “QUANDO SI È IMMERSI NEL TEMPO DELLA PROVA, DELLA PAURA, DELLA MINACCIA ESTERNA E DELL'OPPRESSIONE INTERIORE”
E torniamo all’udienza generale, dove il Papa ha invitato avere sempre fiducia in Dio, anche nel tempo “della minaccia esterna e dell’oppressione interiore”. Un invito poi alla preghiera per la GMG di Colonia. Il servizio di Roberta Gisotti:
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“Dio nostra gioia e nostra speranza”: dal Salmo 125, che richiama il Libro di Isaia, ha preso spunto oggi la catechesi del Papa. Lì si racconta il nuovo esodo – il ritorno di Israele dall’esilio babilonese – dove la salvezza del popolo eletto diventa “prova limpida dell’esistenza efficace e potente di Dio presente e attivo nella storia”. Un Canto di “preghiera del popolo di Dio nel suo itinerario storico, irto di pericoli e di prove, ma sempre aperto alla fiducia in Dio… sostegno dei deboli e degli oppressi”, per cui “chi semina
nelle lacrime mieterà con giubilo”. Qui il salmista – ha osservato il Santo Padre – condensa “la grande lezione sul mistero di fecondità e di vita che può contenere la sofferenza”:
“Sotto il peso del lavoro, a volte il viso si riga di lacrime: si sta compiendo una semina faticosa, forse votata all’inutilità e all’insuccesso. Ma quando giunge la mietitura abbondante e gioiosa, si scopre che quel dolore è stato fecondo.”
Un Canto anche di speranza per la “gioia generata dalla libertà, dalla pace e dalla prosperità, che sono frutto delle benedizione divina”, cui ricorrere quando si è immersi nel tempo della prova, della paura, della minaccia esterna e dell’oppressione interiore”. Un appello per tutti “a vivere i propri giorni e a compiere le proprie scelte in un clima di fedeltà:
“La perseveranza nel bene, anche se incompresa e contrastata, alla fine giunge sempre ad un approdo di luce, di fecondità, di pace.”
Al termine della catechesi il pensiero del Papa è andato al grande raduno giovanile in Germania, alla vigilia della sua partenza per Colonia, dove ieri si è aperta la XX GMG:
“A tutti chiedo di accompagnarmi con la preghiera nel pellegrinaggio apostolico che inizierò domani per prendere parte a Colonia alla Giornata Mondiale della Gioventù. Si tratta di un importante appuntamento ecclesiale che tutti ci auguriamo porti ricchi frutti spirituali per l’intera Chiesa, che conta molto sull’impegno e la testimonianza evangelica dei giovani”.
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CATECHESI DEL SANTO PADRE ALL'UDIENZA GENERALE
- Fonte Vatican Information Service -
1. Ascoltando le parole del Salmo 125 si ha l’impressione di vedere scorrere davanti agli occhi l’evento cantato nella seconda parte del Libro di Isaia: il «nuovo esodo». È il ritorno di Israele dall’esilio babilonese alla terra dei padri in seguito all’editto del re persiano Ciro nel 538 a.C. Allora si ripeté l’esperienza gioiosa del primo esodo, quando il popolo ebraico fu liberato dalla schiavitù egiziana.
Questo Salmo acquistava particolare significato quando veniva cantato nei giorni in cui Israele si sentiva minacciato e impaurito, perché sottomesso di nuovo alla prova. Il Salmo comprende effettivamente una preghiera per il ritorno dei prigionieri del momento (cfr v. 4). Esso diventava, così, una preghiera del popolo di Dio nel suo itinerario storico, irto di pericoli e di prove, ma sempre aperto alla fiducia in Dio Salvatore e Liberatore, sostegno dei deboli e degli oppressi.
2. Il Salmo introduce in un’atmosfera di esultanza: si sorride, si fa festa per la libertà ottenuta, affiorano sulle labbra canti di gioia (cfr vv. 1-2).
La reazione di fronte alla libertà ridonata è duplice. Da un lato, le nazioni pagane riconoscono la grandezza del Dio di Israele: «Il Signore ha fatto grandi cose per loro» (v. 2). La salvezza del popolo eletto diventa una prova limpida dell’esistenza efficace e potente di Dio, presente e attivo nella storia. D’altro lato, è il popolo di Dio a professare la sua fede nel Signore che salva: «Grandi cose ha fatto il Signore per noi» (v. 3).
3. Il pensiero corre poi al passato, rivissuto con un fremito di paura e di amarezza. Vorremmo fissare l’attenzione sull’immagine agricola usata dal Salmista: «Chi semina nelle lacrime mieterà con giubilo» (v. 5). Sotto il peso del lavoro, a volte il viso si riga di lacrime: si sta compiendo una semina faticosa, forse votata all’inutilità e all’insuccesso. Ma quando giunge la mietitura abbondante e gioiosa, si scopre che quel dolore è stato fecondo.
In questo versetto del Salmo è condensata la grande lezione sul mistero di fecondità e di vita che può contenere la sofferenza. Proprio come aveva detto Gesù alle soglie della sua passione e morte: «Se il chicco di grano caduto in terra non muore, rimane solo; se invece muore, produce molto frutto» (Gv 12,24).
4. L’orizzonte del Salmo si apre così alla festosa mietitura, simbolo della gioia generata dalla libertà, dalla pace e dalla prosperità, che sono frutto della benedizione divina. Questa preghiera è, allora, un canto di speranza, cui ricorrere quando si è immersi nel tempo della prova, della paura, della minaccia esterna e dell’oppressione interiore.
Ma può diventare anche un appello più generale a vivere i propri giorni e a compiere le proprie scelte in un clima di fedeltà. La perseveranza nel bene, anche se incompresa e contrastata, alla fine giunge sempre ad un approdo di luce, di fecondità, di pace.
È ciò che san Paolo ricordava ai Galati: «Chi semina nello Spirito, dallo Spirito raccoglierà vita eterna. E non stanchiamoci di fare il bene; se infatti non desistiamo, a suo tempo mieteremo» (Gal 6,8-9).
5. Concludiamo con una riflessione di san Beda il Venerabile (672/3-735) sul Salmo 125 a commento delle parole con cui Gesù annunziava ai suoi discepoli la tristezza che li attendeva e insieme la gioia che sarebbe scaturita dalla loro afflizione (cfr Gv 16,20).
Beda ricorda che «piangevano e si lamentavano quelli che amavano Cristo quando lo videro preso dai nemici, legato, portato in giudizio, condannato, flagellato, deriso, da ultimo crocifisso, colpito dalla lancia e sepolto. Gioivano invece quelli che amavano il mondo…, quando condannavano a morte turpissima colui che era per loro molesto anche solo a vederlo. Si rattristarono i discepoli della morte del Signore, ma, conosciuta la sua risurrezione, la loro tristezza si mutò in gioia; visto poi il prodigio dell’ascensione, con gioia ancora maggiore lodavano e benedicevano il Signore, come testimonia l’evangelista Luca (cfr Lc 24,53). Ma queste parole
del Signore si adattano a tutti i fedeli che, attraverso le lacrime e le afflizioni del mondo, cercano di arrivare alle gioie eterne, e che a ragione ora piangono e sono tristi, perché non possono vedere ancora colui che amano, e perché, fino a quando stanno nel corpo, sanno di essere lontani dalla patria e dal regno, anche se sono certi di giungere attraverso le fatiche e le lotte al premio. La loro tristezza si muterà in gioia quando, terminata la lotta di questa vita, riceveranno la ricompensa della vita eterna, secondo quanto dice il Salmo: "Chi semina nelle lacrime, mieterà nella gioia"» (Omelie sul Vangelo, 2,13: Collana di Testi Patristici, XC, Roma 1990, pp. 379-380).
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