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UDIENZA GENERALE (23 NOVEMBRE 2005) |
Fonte: Radio Vaticana, 23 novembre 2005
Ascolta il servizio trasmesso da Radio Vaticana
PREVENZIONE, SOLIDARIETA’ ED EDUCAZIONE ALLA LEGALITA’ PER VINCERE LA DEPLOREVOLE PIAGA DELL’USURA. LA FERMA CONDANNA DEL PAPA, ALL’UDIENZA GENERALE, DI UN MALE SOCIALE DIFFUSO
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La piaga dell’usura: ne ha parlato stamane Benedetto XVI, all’udienza generale, rivolto ai 2000 rappresentanti della Consulta nazionale antiusura, presenti in piazza San Pietro, affollata da circa 27 mila pellegrini giunti da tutto il mondo. Il servizio di Roberta Gisotti.
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Dieci anni di impegno per la Consulta nazionale antiusura. Un anniversario suggellato dalle parole di incoraggiamento del Papa:
“Cari amici, la vostra presenza così numerosa mi offre l’opportunità di esprimere il mio vivo apprezzamento per la coraggiosa e generosa opera che svolgete in favore di famiglie e persone colpite dalla deplorevole piaga sociale dell’usura. Auspico che in molti si pongano al vostro fianco per sostenere il vostro encomiabile impegno sul piano della prevenzione, della solidarietà e della educazione alla legalità”.
Benedetto XVI ha dedicato oggi la sua catechesi all’Inno di lode “Dio Salvatore”, che apre la Lettera agli Efesini, dove “centrale è la figura di Cristo, nella quale si svela e si compie l’opera di Dio Padre”. “Cristo capo del corpo della Chiesa, ma anche asse che ricapitola in sé ‘tutte le cose, quelle del cielo come quelle della terra’”, ha spiegato il Papa. Dio ci ha scelti in Lui e ci ha fatto dono della sua grazia:
“Giungiamo così nella profondità infinita e gloriosa del mistero di Dio, aperto e svelato per grazia a chi è stato chiamato per grazia e per amore, essendo questa rivelazione impossibile a raggiungersi con la sola dotazione dell’intelligenza e delle capacità umane.”
Al termine dell’udienza, una parentesi artistica per Benedetto XVI, che ha potuto ammirare il tondo a mosaico con il suo ritratto, opera del pittore Ulisse Sartini, offerto dalla Fondazione Pro Musica e Arte Sacra. Il clipeo sarà esposto al pubblico sabato prossimo nella Basilica romana di San Paolo fuori le mura e poi collocato sopra la navata, accanto a quello di Giovanni Paolo II, insieme ai ritratti di tutti i Pontefici a partire da San Pietro.
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LE PAROLE DEL PAPA
- FONTE: VATICAN INFORMATION SERVICE -
1. Ogni settimana la Liturgia dei Vespri propone alla Chiesa orante il solenne inno di apertura della Lettera agli Efesini, il testo che è stato ora proclamato. Esso appartiene al genere delle berakot, cioè le «benedizioni» che già appaiono nell’Antico Testamento e che avranno un’ulteriore diffusione nella tradizione giudaica. Si tratta, quindi, di un costante filo di lode che sale a Dio, che nella fede cristiana è celebrato come «Padre del Signore nostro Gesù Cristo».
È per questo che, nella nostra lode innica, centrale è la figura di Cristo, nella quale si svela e si compie l’opera di Dio Padre. Infatti i tre verbi principali di questo lungo e compatto Cantico ci conducono sempre al Figlio.
2. Dio «ci ha scelti in lui» (Ef 1,4): è la nostra vocazione alla santità e alla figliazione adottiva e quindi alla fraternità col Cristo. Questo dono, che trasforma radicalmente il nostro stato di creature, è a noi offerto «per opera di Gesù Cristo» (v. 5), un’opera che entra nel grande progetto salvifico divino, in quell’amoroso «beneplacito della volontà» (v. 6) del Padre che l’Apostolo con commozione sta contemplando.
Il secondo verbo, dopo quello dell’elezione ("ci ha scelti"), designa il dono della grazia: «La grazia che ci ha dato nel suo Figlio diletto» (ibidem). In greco abbiamo per due volte la stessa radice charis e echaritosen, per sottolineare la gratuità dell’iniziativa divina che precede ogni risposta umana. La grazia che il Padre dona a noi nel Figlio unigenito è, quindi, manifestazione del suo amore che ci avvolge e ci trasforma.
3. Ed eccoci al terzo verbo fondamentale del Cantico paolino: esso ha per oggetto sempre la grazia divina che è stata «abbondantemente riversata» in noi (v. 8). Siamo, dunque, davanti a un verbo di pienezza, potremmo dire - stando al suo tenore originario - di eccesso, di donazione senza limiti e riserve.
Giungiamo così nella profondità infinita e gloriosa del mistero di Dio, aperto e svelato per grazia a chi è stato chiamato per grazia e per amore, essendo questa rivelazione impossibile a raggiungersi con la sola dotazione dell’intelligenza e delle capacità umane. «Quelle cose che occhio non vide, né orecchio udì, né mai entrarono in cuore di uomo, queste ha preparato Dio per coloro che lo amano. Ma a noi Dio le ha rivelate per mezzo dello Spirito; lo Spirito infatti scruta ogni cosa, anche le profondità di Dio» (1Cor 2,9-10).
4. Il «mistero della volontà» divina ha un centro che è destinato a coordinare tutto l’essere e tutta la storia conducendoli alla pienezza voluta da Dio: è «il disegno di ricapitolare in Cristo tutte le cose» (Ef 1,10). In questo «disegno», in greco oikonomia, ossia in questo piano armonico dell’architettura dell’essere e dell’esistere, si leva Cristo capo del corpo della Chiesa, ma anche asse che ricapitola in sé «tutte le cose, quelle del cielo come quelle della terra». La dispersione e il limite vengono superati e si configura quella «pienezza» che è la vera meta del progetto che la volontà divina aveva prestabilito fin
dalle origini.
Siamo, dunque, di fronte a un grandioso affresco della storia della creazione e della salvezza che vorremmo ora meditare e approfondire attraverso le parole di sant’Ireneo, un grande Dottore della Chiesa del II secolo, il quale, in alcune pagine magistrali del suo trattato Contro le eresie, aveva sviluppato un’articolata riflessione proprio sulla ricapitolazione compiuta da Cristo.
5. La fede cristiana, egli afferma, riconosce che «vi è un solo Dio Padre e un solo Cristo Gesù, nostro Signore, che è venuto attraverso tutta l'economia e ha ricapitolato in sé tutte le cose. Tra tutte le cose c'è anche l'uomo, plasmazione di Dio. Dunque ha ricapitolato anche l'uomo in se stesso, divenendo visibile, egli che è invisibile, comprensibile egli che è incomprensibile e uomo egli che è Verbo» (3,16,6: Già e non ancora, CCCXX, Milano 1979, p. 268).
Per questo «il Verbo di Dio divenne uomo» realmente, non in apparenza, perché allora «la sua opera non sarebbe stata vera». Invece «egli era ciò che appariva: Dio che ricapitola in sé la sua antica creatura, che è l'uomo, per uccidere il peccato, distruggere la morte e vivificare l'uomo. E per questo le sue opere sono vere» (3,18,7: ibidem, pp. 277-278). Si è costituito Capo della Chiesa per attirare tutti a sé nel momento giusto. Nello spirito di queste parole di sant'Ireneo preghiamo: sì, Signore attiraci a Te, attira il mondo a Te e donaci la pace, la Tua pace.
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